Visite dal primo febbraio 2017

sabato 30 settembre 2017

Merendare col facchino





Chi non conosce – si pure per pratica – il significato di “facchino”? Se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana alla voce in oggetto e leggere: “chi, per un certo compenso, trasporta oggetti pesanti; specialmente nelle stazioni ferroviarie o nei porti” e, con significato figurato, e soprattutto spregiativo, “persona dai modi rozzi e volgari”. Bene. Occorre dire, però, che in origine, quando cioè nacque, questo sostantivo non aveva l’accezione volgare odierna, anzi…  Se oggi, qualcuno di voi, cortesi amici, di ritorno da un viaggio di piacere all’estero, si rivolgesse a un funzionario di dogana alla frontiera e lo apostrofasse con un “facchino” offenderebbe il dirigente e potrebbe passare anche un brutto quarto d’ora. Non era, invece, un’offesa quando il termine facchino vide la luce, anche se non tutti concordano sull’etimologia del vocabolo. Il facchino, infatti, originariamente, era lo “scrivano di dogana”. Secondo G.B. Pellegrini (“Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia”) il vocabolo risale alla voce araba “faquih”, teologo, giureconsulto, e passato in seguito a indicare il “legale chiamato a dirimere controversie relative alla dogana”. Il passaggio “corrotto” semantico (significato delle parole) da “doganiere” a “portatore di pesi” (facchino) sarebbe avvenuto in seguito alla gravissima crisi economica del mondo arabo, allorché, nei secoli XIV e XV, i “doganieri” furono costretti – per sopravvivere – al piccolo commercio di stoffe che essi stessi trasportavano – sulle proprie spalle – di piazza in piazza. Con il tempo, quindi, il facchino ha perso il significato “austero” di funzionario di dogana per acquisire quello spregiativo di persona rozza, volgare e per questo motivo si tende a sostituirlo con un termine più “civile”: portabagagli.

Restando in tema di etimologia, vediamo come è nata la “merenda” che – come sappiamo – è una piccola colazione che si fa, generalmente, nel pomeriggio, tra il pranzo e la cena. Diamo la parola, in proposito, a Lodovico Griffa. “Uno dei castighi (…) per i ragazzi era la privazione della merenda (…). Non discutiamo qui se questo castigo  corrisponda ai canoni di una corretta pedagogia; fermiamoci invece a considerare come esso ci riveli un certo modo di pensare a proposito della merenda. Chi ricorreva a questa punizione non intendeva certo privare il ragazzo di una cosa che gli fosse indispensabile o che gli venisse per diritto insopprimibile. Semplicemente pensava di non potergli concedere una cosa, che, essendo un di più, il ragazzo ‘doveva meritarsi’ e che invece con il suo comportamento non aveva meritato. La parola ‘merenda’, infatti, significa  proprio ‘cose da meritare’ (è pari pari il gerundivo latino ‘merenda’, da ‘merere’, meritare, propriamente ‘cose da meritarsi per cibo’, ndr) (…). I nostri buoni vecchi dunque vedevano la merenda pomeridiana (che gli adulti usualmente non consumano) non come un pasto indispensabile (…) ma come un premio aggiunto al normale nutrimento: in quanto premio, essa si concedeva solo a chi l’aveva meritata. I pedagogisti, gli igienisti, i pediatri ci diranno se effettivamente la merenda vada considerata a questo modo; di fatto però nei tempi andati il concetto che si aveva, tradito proprio dal nome ‘merenda’, era questo”.

Sempre per gli amatori dell’etimologia, ricordiamo che dal verbo “merere” derivano alcune parole di uso comune quali “meritare”, “merito”, “emerito” e… “meretrice”. Quest’ultimo vocabolo è il latino “meretrice(m)” e propriamente vale “colei che merita un compenso”, “che si fa pagare”, “che guadagna” (per le sue prestazioni). Da quest’ultimo termine discende, inoltre, l’aggettivo e sostantivo “meretricio”, con il plurale, si badi bene, ‘meretrici’ per il maschile e ‘meretricie’ per il femminile. Questa distinzione di plurali vale – ci sembra superfluo chiarirlo – solo quando il vocabolo è in funzione aggettivale.



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“Su qui e su qua...”. Tutti ricorderanno la canzoncina scolastica: su qui e su qua l’accento non va, su lí e su là l’accento ci va. Pochi, crediamo, ricorderanno la ragione. Ci permettiamo di rinfrescare loro la memoria, anche perché ci capita sovente di leggere sulla stampa gli avverbi di luogo “qui” e “qua” con tanto di accento. Una regola grammaticale stabilisce, dunque, che i monosillabi composti con una vocale e una consonante non vanno mai accentati, salvo nei casi in cui si può creare “confusione” con altri monosillabi ma di significato diverso come nel caso, appunto degli avverbi di luogo “ lí ” e “là” che, se non accentati, potrebbero confondersi con “li” e “la”, rispettivamente pronome e articolo-pronome. Un’altra legge grammaticale stabilisce, invece, l’obbligatorietà dell’accento quando nel monosillabo sono presenti due vocali di cui la seconda tonica: piú; giú; ciò; già ecc. Dovremmo scrivere, quindi, quí e quà (con tanto di accento). A questo proposito occorre osservare, però, che la vocale “u” quando è preceduta dalla consonante “q” fa da “serva” a quest’ultima; in altre parole la “u”, in questo caso, non è piú considerata una vocale ma parte integrante della consonante “q”. Si ha, per tanto, qui e qua senza accento perché – per la “legge” sopra citata – i monosillabi formati con una consonante e una vocale “respingono” l’accento grafico (scritto): me; te; no; lo; qui; qua.

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La parola proposta da questo portale e non a lemma nella quasi totalità dei vocabolari dell'uso: gaetone. Sostantivo maschile con il quale si designa il turno di guardia della durata di due ore.



                                          




venerdì 29 settembre 2017

Maratona: i km si coprono o si percorrono?


Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana alla voce “coprire”, leggiamo: rivestire con qualcosa per nascondere; e, in senso figurato, anche occultare, dissimulare, soddisfare, pareggiare, occupare, tenere, riempire, difendersi, percorrere (riferito al tempo impiegato), eccetera.

Orbene, anche se i dizionari ammettono la correttezza del verbo coprire nei suoi significati figurati, noi non possiamo trattenere un sorriso quando leggiamo sulla stampa che «il corridore ha coperto i pochi chilometri che lo separavano dal traguardo in 20’ e 15’’». Ci riesce difficile allontanare dalla nostra mente l’immagine del corridore che, metro per metro, “copre” il percorso con un tappeto non curandosi del tempo che l’operazione richiede, a tutto vantaggio dei suoi avversari. Ci riesce difficile anche immaginare (ma non molto in questo caso) come una persona abbia potuto “coprire” per quindici anni il posto di ministro, incollata con il posteriore sulla poltrona.

Sarebbe il caso – a nostro modestissimo modo di vedere – che gli amanti del bel parlare e del bello scrivere non si facessero plagiare dai massinforma (giornali e radiotelevisioni) e tenessero le parole, o meglio i sinonimi del verbo coprire, a bagnomaria – come si usa per le pietanze – e di “scolarli” caldi caldi nel momento opportuno. Diremo correttamente, quindi, che il corridore ha “percorso” i pochi chilometri in 20’ e 15’’ e che quella persona ha “occupato” oppure ha “tenuto” per 15 anni il posto di ministro (non ‘da’ ministro, come spesso si legge in articoli delle così dette grandi firme: si tratta, infatti, di un normale complemento di specificazione); così diremo che pareggeremo le spese sostenute, non le “copriremo”. I lettori che seguono le nostre modeste noterelle non potranno di certo - crediamo - essere coperti di ridicolo.



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 La parola proposta da questo portale, e ripresa dal "Nuovo De Mauro", è: graveolente.





giovedì 28 settembre 2017

Nozze di sogno o da sogno?



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Probabil-mente ci ripetiamo, e nel caso ci scusiamo, ma come dicevano i nostri antenati Latini... Ci riferiamo alluso improprio, per non dire errato, della preposizione da. La grande stampa, quella, come usa dire, che fa opinione, continua imperterrita a sfornare titoli del tipo “nozze da favola, giornata da incubo, festa da ballo e simili. Bene, anzi male, malissimo: quelda’- contrariamente a quanto sostengono alcuni vocabolari e vari sacri testi grammaticali è errato. Si deve dire “nozze di favola. Perché? Il motivo è semplicissimo. La preposizione da’ è adoperata correttamente solo per indicare la destinazione, lattitudine o l’idoneità di qualcosa: sala da ballo (destinata al ballo); bicicletta da corsa; veste da camera; pianta da frutto ecc. Il suo uso è scorretto, e occorre adoperare la preposizione di, quando si parla, invece, di una qualità specifica di una determinata cosa e non di unoccasionale destinazione. Si dirà correttamente, quindi: festa di ballo; nozze di favola; uomo di spettacolo; notte diinferno e via discorrendo. Una regola empirica ci aiuta nelluso del da’ o del di. Quando il sostantivo che segue la preposizione da’ può essere sostituito con un aggettivo o si può formare una proposizione relativa, la preposizione da’ va cambiata in di. Una vita da inferno, per esempio, può essere cambiata in‘vita infernale’ o in vita che è un inferno, in questo caso, quindi, la preposizione da’ va sostituita con la preposizione di. Ancora. Una notte da’ favola si può trasformare in una ‘notte favolosa o in una ‘notte che è una favola. Quindi: notte di favola*. Unica eccezione: biglietto da visita. Questa locuzione, benché errata, è ormai una forma cristallizzata nelluso. Le eccezioni, si sa, confermano le regole.



* Nel caso in esame la locuzione "nozze da sogno" si può cambiare in "nozze che sono un sogno".



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Si è in possesso della patente di... o da...?



Forse è il caso di ricordare agli esperti della trasmissione televisiva "L'eredità" (di ieri, 27 settembre 2017) che in lingua italiana si dice "essere in possesso della patente di...", non "da". Chi svolge la professione giornalistica ha, dunque, la "patente 'di" giornalista", non "da giornalista", come sentito nel programma di RAI1.

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La parola proposta da questo portale: starlomaco.  Sostantivo maschile, desueto, sinonimo di astronomo. Purtroppo non siamo riusciti, nonostante numerose ricerche, a risalire all'origine del vocabolo.

mercoledì 27 settembre 2017

Il 1 o l'1? Vale a dire il 1 ottobre o l'1 ottobre?


Spesso siamo assaliti da dubbi amletici sull'uso dell'articolo con le date: si apostrofa o no? Ci viene in aiuto la consulenza linguistica dell'Accademia della Crusca.
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Alcune locuzioni di uso prettamente popolare
Rispondiamo ai quesiti postici da alcuni amici blogghisti che ci hanno chiesto di non “copincollare” le loro domande. Cominciamo con la locuzione di uso prettamente popolare e, quindi, da evitare: prendere per i fondelli. Il significato di quest’espressione - forma spurgata di quella ancora piú volgare, “prendere per il...” - è chiarissimo: prendere in giro, burlare. In senso figurato una persona viene afferrata per i fondelli, vale a dire per la parte rinforzata del fondo dei calzoni (specialmente i calzoni dei cavallerizzi) e fatta “girare” (prendere in giro) al fine di metterla alla berlina. Quanto alla locuzione il piú pulito ha la rogna, si spiega da sé. Sempre in senso figurato, colui che “predica bene”, che ha sempre da ridire sul comportamento poco ortodosso degli altri, farebbe bene a stare zitto, invece, perché non si accorge che anche lui, che “dentro” si ritiene “piú pulito”, ha la... rogna, le sue pecche. Anche l’espressione la legge è per i fessi, si spiega da sola. I fessi, vale a dire le persone sciocche, non sono in grado di “aggirare” una legge; non sono capaci di mettere in pratica un altro modo di dire: fatta la legge, trovato l’inganno. L’ultima espressione, ma cos’è, una repubblica?, si adopera quando si vuol mettere in evidenza il fatto che - in determinate circostanze - ciascuno fa quello che vuole. La locuzione si usa - in senso soprattutto scherzoso - riferita, in modo particolare, alla confusione disordinata di una famiglia, di una comunità in cui tutti vogliono “comandare” in base alla “res publica”, alla cosa pubblica. 

lunedì 25 settembre 2017

Il piú presto e il solecismo


Il piú presto possibile o al piú presto possibile? Questo dilemma tormenta da tempo alcuni nostri amici, da quando hanno notato che la televisione pubblica e alcune emittenti private non concordano circa la grafia contenuta in un videogramma che annuncia la ripresa delle trasmissioni. La prima scrive: “Le trasmissioni riprenderanno ‘il’ piú presto possibile”; le altre, invece, “Le trasmissioni riprenderanno ‘al’ piú presto possibile”. A questo punto, ci domandava e si domandava un amico: “Dando per corretta la prima versione, dovrò dire che il lavoro riprenderà ‘l’alba?”. Sciogliamo subito il dubbio: entrambe le versioni sono corrette. E facciamo anche la “prova del nove”: si può dire “le trasmissioni riprenderanno ‘il’ piú presto possibile” perché si può dire “le trasmissioni riprenderanno ‘il’ 20 novembre”; si può dire, altresí, “le trasmissioni riprenderanno ‘al’ piú presto...” perché non è errato dire “le trasmissioni riprenderanno ‘alle’ 16.30”. Non esiste, dunque, una norma grammaticale, è solo questione di gusto. L’avverbio di tempo “presto” nella forma del superlativo relativo diventa una locuzione avverbiale che può essere introdotta tanto dall’articolo “il” quanto dalla preposizione articolata “al”. Personalmente preferiamo “al” perché il complemento di tempo determinato è introdotto, generalmente, dalle preposizioni “a”, “in”, “di”, “su”, “circa”: verrò da te “alle” 17.00; le rose sbocciano “a” maggio; sarà qui “in” cinque minuti. “Al piú presto possibile” rispecchia fedelmente, per tanto, il predetto complemento di tempo determinato che... “determina”, appunto, sia pure approssimativamente, il tempo o il momento in cui l’azione espressa dal predicato si è svolta o si svolgerà. Si riconosce facilmente perché risponde alle domande sottintese “quando?”, “in che momento?” ed è rappresentato da un nome o da un’altra parte del discorso preceduta dalle preposizioni su accennate. Può essere rappresentato anche da un solo avverbio (oggi, domani, ieri) o da una locuzione avverbiale (lí per lí). Può essere anche espresso, in alcuni casi, da un sostantivo preceduto dall’articolo: il pomeriggio; la sera; il mattino. Sono errate, quindi (anche se alcuni vocabolari...), le espressioni “alla sera” per la sera; “al mattino” per il mattino; “al pomeriggio” per il pomeriggio e via dicendo.

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Il termine solecismo non è - come il suffisso “-ismo” farebbe pensare - una disquisizione filosofica sul... sole; il vocabolo, da non confondere con il barbarismo, è un grossolano errore di grammatica, di pronuncia e di sintassi. Proviene, manco a dirlo, dal greco “soloikismòs”, derivato dalla città di Soli, in Cilicia, dove si parlava un greco assai scorretto. I Greci, dunque, chiamarono “solecismi” tutte quelle parole che nella pronuncia, nella grafia e nei vari costrutti non rispecchiavano la “purezza” della lingua. Il termine è poi giunto a noi con lo stesso significato: grossolano errore. Sono solecismi, vale a dire veri e propri errori, per esempio, “piú meglio”, “a gratis”, “vadi”, “venghi”, “un’uomo”, “coscenza”, “soddisfando”, “stassi”, “se mi darebbero”, “ce n’è molti”, “la meglio cosa”, “qual’è”, “ci ho detto”, “gli uovi”, “è bello come tu”, “autodròmo”. Potremmo continuare ancora essendo molti i solecismi riferiti alla pronuncia: “zàffiro” in luogo di “zaffíro”; “rùbrica” invece di “rubríca”; “leccòrnia”  in luogo di “leccornía”; “guàina” in luogo di “guaína”; “mòllica” invece di “mollíca”; “pesuàdere” al posto di “persuadére”. Potremmo andare avanti, ma non vogliamo tediarvi oltre misura e offendere i vari “oratori” che dai numerosi salotti televisivi ci “propinano” i loro sfondoni immortalati anche nei libri,  che le persone accorte in fatto di lingua non compereranno mai.  

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 E sempre per la serie "la lingua biforcuta della stampa"



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Cosí titolava un quotidiano in rete. Per i titolisti del giornale "imporre" è sinonimo di "esporre"?



domenica 24 settembre 2017

Dal 11 o dall'11?


La Repubblica in rete porta a conoscenza dei lettori che, in collaborazione con l'Accademia della Crusca, torna in edicola la  collana l'Italiano, e nel calendario delle uscite leggiamo:
dal 11 Novembre 2017
Giornali, radio e tv: la lingua dei media
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Ci piacerebbe sapere se l'orrore che grida vendetta, "dal 11 novembre", è da imputare ai redattori del giornale o, cosa che riteniamo poco probabile, ai responsabili dell'Accademia. È il caso di ricordare - ai lettori poco ferrati in lingua italiana -  che la grafia corretta è "dall'11 novembre". Gli articoli (e le preposizioni articolate) vanno usati secondo le normali regole della lingua. 11 non è altro che la grafia in cifre che corrisponde a "undici" e la norma grammaticale prevede l'articolo (e la relativa preposizione articolata) apostrofato davanti ai sostantivi che cominciano con una vocale e "undici" è, appunto, uno di questi. Scriveremo, quindi, l'11 novembre e dall'11 novembre.

sabato 23 settembre 2017

L'accento sulla "i": acuto o grave?


L'Accademia della Crusca e la Repubblica propongono una nuova collana dell' Italiano «che ti farà innamorare della nostra lingua». La Crusca ha preparato, per l'occasione, altri "test" per «mettere alla prova la tua conoscenza   dell'italiano e sfidare i tuoi amici». Noi ci siamo cimentati, ma siamo caduti sulla quarta domanda perché abbiamo risposto che la "i" di mercoledí  prende l'accento acuto e non grave come sostiene chi ha redatto le domande. La cosa ci lascia non poco perplessi perché l'illustre glottologo Aldo Gabrielli (ma non solo Lui) scrive nel suo Dizionario Linguistico Moderno: «... il suo suono (la "i") è sempre chiuso, e in sillaba tonica la accenteremo quindi sempre acuta: finí, gaggía (...)» (pag. 326).
Questo il "test".

venerdì 22 settembre 2017

Usi corretti di "no" e di "non"

Sempre per la serie "la lingua biforcuta della stampa"

Da un quotidiano in rete:

Germania al voto, con chi governerà Angela Merkel? Scenari di coalizione (possibili e non)

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In buona lingua italiana (non cispadana) l'avverbio negativo "non" non può stare mai da solo, deve essere seguito, necessariamente, dal termine che "nega". Il titolo corretto, quindi, avrebbe dovuto recitare "(possibili e non possibili)" oppure "(possibili e no"), adoperando l'avverbio olofrastico.  Riproponiamo un nostro vecchio intervento sull'argomento.

Gli avverbi di negazione "no" e "non" hanno usi nettamente distinti; non si possono adoperare "ad capochiam" o ricorrendo al lancio della monetina: testa "no", croce "non". Il primo ( "no" ) appartiene alla schiera delle così dette parole olofrastiche (dal greco "hòlos", intero e "phrazo", dichiaro) le quali riassumendo in sé un’intera frase debbono essere sempre isolate e in posizione accentata; non debbono, cioè, essere seguite da altra parola: vieni o no? Risulta evidente, dall’esempio, che il "no" è olofrastico in quanto sottintende (e la riassume) la frase "o non vieni?". Il secondo avverbio ( "non" ) non si può mai trovare in posizione accentata (cioè assoluto, da solo), si deve sempre adoperare in posizione proclitica, vale a dire prima di un’altra parola che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni? A questo punto vediamo - per maggiore chiarezza - che cosa significa "posizione proclitica". Si dicono "proclitiche" (dal greco "pro", davanti, prima) quelle particelle atone che si appoggiano nella pronuncia (quindi nell’accentazione) alla parola che segue. Sono proclitiche, ad esempio, tutte le particelle pronominali messe prima del verbo in quanto si pronunciano "unite" al verbo: Giovanni ’mi’ ha parlato. Non seguite, quindi, le “malelingue” della carta stampata e no che scrivono e dicono, per esempio: amici e nongli addetti ai lavori e noncantanti e nonesperti e non e simili. Tutti questi “non” sono errati e vanno sostituiti con “no” per la “legge linguistica” su menzionata.

Vediamo, anche, cosa dice l'Accademia della Crusca:

(...) L'avverbio negativo olofrastico (detto così perché, da solo, costituisce un'intera frase) in italiano è soltanto no. L'uso tradizionale richiede dunque o no in coordinate disgiuntive ridotte appunto alla sola negazione olofrastica. Gli esempi sono numerosissimi, antichi e moderni: da Dante («non disceser venti / o visibili o no» Paradiso, VIII, 22-23) al recente modulo giornalistico o no?, come «domanda dubbiosa a conclusione di un discorso apparentemente sicuro (Parigi val bene una messa! o no?)» (cfr. M. Cortelazzo - U. Cardinale, Dizionario di parole nuove 1964-1987, Torino, Loescher, 1989, p. 171). Lo stesso si dica di altri costrutti omologhi: e no (si pensi al romanzo di Vittorini Uomini e no), perché no, come no, se no oltre all'ormai raro anziché no (...)


giovedì 21 settembre 2017

La «mineraliera»


Ancora sulla lingua biforcuta della stampa
Cosí titolava, in prima pagina, un quotidiano in rete. Stupiti nel leggere l'aggettivo "mineraliera" perché - lo confessiamo - non l'avevamo mai sentito abbiamo spulciato tutti i vocabolari in nostro possesso (dizionari in rete inclusi) constatando che l'aggettivo in questione non è nel  lemmario. Quando si adopera una parola inesistente, in questo caso mineraliera, è bene - secondo il nostro modesto parere e, oseremmo dire, secondo la "deontologia linguistica" -  scriverla in corsivo o virgolettarla per avvertire chi legge che si tratta, per l'appunto, di un termine coniato appositamente.
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Un interessante articolo dell'Accademia della Crusca sull'origine della forma "spa" (non si tratta di "Società per Azioni").
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Viepiú o vie piú - si presti attenzione alla corretta grafia di quest'avverbio che significa sempre più. In grafia univerbata (viepiú) non raddoppia la "p". Il primo elemento, vie (un'alterazione dell'antico avverbio via)adoperato come rafforzativo dei comparativi non richiede il raddoppiamento sintattico della consonante che segue perché dopo "vie" non è sottintesa la congiunzione "e"; questa, infatti, richiede il raddoppiamento (seppure, semmai).

mercoledì 20 settembre 2017

La negazione "mica"



Da "domande e risposte" del sito Treccani:
Nell'italiano scritto è possibile inserire in una frase una doppia negazione? (es. non sono mai stato a Londra, non ho mai visto il mare, non si è mai visto nessuno fare una cosa di questo genere).
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È possibile perché l’italiano è una lingua a negazione multipla (o a concordanza negativa). Ciò significa che la presenza di un altro elemento negativo oltre a non, come niente, nulla, nessuno, mai, neanche,nemmeno, neppure, né, mica, non è interpretata come una doppia negazione (che equivarrebbe a un’affermazione di verità), come invece succede in logica.
La presenza o assenza di non con un secondo elemento negativo di quelli appena citati è regolata da  queste due restrizioni: 1. se gli elementi negativi seguono il verbo, il non è obbligatorio (non ne sapevo niente); 2. se gli elementi negativi precedono il verbo, il non è escluso (mica lo sapevo).
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A proposito di "mica". Vincenzo Ceppellini scrive, nel suo dizionario (pag. 302), "(...) si deve però usare sempre con la negazione [Non dirai dunque: mica l'ho chiamato; ma non l'ho mica chiamato] (...). Dello stesso avviso Aldo Gabrielli (Dizionario Linguistico Moderno, pag. 402), "smentito", però, dai ritoccatori del suo pregevole vocabolario. Chi scrive, ovviamente, segue e consiglia le indicazioni dell'illustre Maestro, non quelle dei suoi revisionisti. Sull'argomento riproponiamo un nostro vecchio intervento.

Mi chiamo Mica, e voglio raccontare la mia storia a coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere. Sono di origini nobili discendendo dal latino mica, micae che significa briciola (di pane), pizzico, granello. All’anagrafe risulto sostantivo ma gli eventi della vita mi hanno ridotto ad avverbio e io, questo, non lo sopporto, quindi, quando mi si presenta l’occasione mi prendo una bella rivincita diventando... scomodo per chi mi usa. Cerco di spiegarmi meglio.
Come ho detto sono nato sostantivo. Un giorno, non ricordo quando con esattezza, alcuni mascalzoni, affossatori della lingua, mi portarono di peso in una località a me sconosciuta (oggi potrebbe essere la Casablanca della lingua) e mi sottoposero a un intervento chirurgico: da quel momento la mia vita fu, e lo è tuttora, un inferno. Da sostantivo, quale orgogliosamente ero, divenni un avverbio improprio e mi costrinsero, mio malgrado, a negare: sono adoperato, infatti, come negazione.
Quante volte, cortesi amici, avete sentito dire, o dite voi stessi, frasi del tipo: mica scemo l’amico, usando quest’espressione per mettere in evidenza la non scemaggine dell’interlocutore? Bene. Anzi male. Non avete negato un bel nulla: il vostro amico, stando alla lingua, un po’ scemo lo è, quindi si dovrebbe risentire.
Perché? Perché io, Mica, per avere valore di negazione debbo essere preceduto, e lo esigo, dall’altra negazione non: da solo non nego un bel niente. L’operazione coatta, quindi, non è servita a nulla; anche se alcuni sedicenti scrittori mi adoperano assoluto, come avverbio di negazione. Poiché molti non sanno, appunto, che senza il non non nego nulla mi prendo le mie belle rivincite.
Sentite cosa ho fatto un giorno, e fatene tesoro se non volete che un’avventura simile capiti anche a voi. Un mio conoscente ricevette una telefonata da un amico lontano. Io, avendo immediatamente intuito le intenzioni del conoscente, detti repentinamente un calcio al non così, alla fatidica domanda come stai?, questi rispose mica male. L’interlocutore – un mostro in fatto di lingua – si precipitò all’aeroporto e prese il primo aereo in partenza per andare a trovare l’amico che aveva una briciola di male.
Sì, gentili amici, avevo fatto in modo, facendo scomparire il non, che il mio conoscente avesse dato l’impressione di non sentirsi troppo bene: aveva un po’ di male, un pizzico di male. Adoperato da solo ridivento, infatti, sostantivo con il significato originario: granello, briciola, pizzico.
Vi ho raccontato questa storiella, amici, perché sono veramente stanco di essere usato a sproposito. Ricordatevi, perciò, che esigo sempre la negazione non, in questo modo mi rifaccio dell’operazione coatta che ho dovuto subire.
Non vi sarete mica offesi? Spero di no. Vi ringrazio dell’attenzione che mi avete prestato e vi lancio un appello: non seguite la moda di certi scrittori che credono di potermi adoperare a loro piacimento. Si sbagliano di grosso; anch’io ho la mia personalità, e l’ho dimostrato. Se voglio, dunque, posso diventare un avverbio oltremodo scomodo. A chi conviene?
Grazie ancora e a risentirci.
Il vostro amico Mica

lunedì 18 settembre 2017

Campare (o vivere) di lucertole


Probabilmente il modo di dire è sconosciuto ai piú perché di uso non comune. L'espressione si adopera nei confronti di una persona molto magra. Perché? Perché secondo la credenza popolare questi animaletti fanno dimagrire. La persona molto longilinea, quindi, dà l'impressione che si nutra esclusivamente di lucertole, in senso figurato, naturalmente. Questa locuzione di origine popolare e contadina sembra sia nata dall'osservazione degli animali, dei gatti randagi in particolare. Questi felini randagi di campagna si nutrono di piccole prede, tra cui, appunto, le lucertole. Questo tipo di carne, comunque, non è assimilabile in quanto conterrebbe una sostanza molto tossica che induce al vomito o, per lo meno, compromette la digestione.

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Ancora un verbo - a nostro modo di vedere - adoperato, molto spesso, impropriamente e con l’avallo di buona parte dei vocabolari. Stiamo parlando del verbo procurare, il cui significato proprio è “ottenere”, “fare avere”, “procacciare” e simili: ti procurerò il denaro necessario per il viaggio. Alcuni lo adoperano dandogli un significato che, ripetiamo, a nostro avviso non ha: “causare”, “provocare”, “arrecare”, “cagionare” e simili. Si legge, spesso, sulla stampa: «L’alluvione ha procurato ingenti danni al tetto», oppure «L’ansia gli ha procurato intere notti in bianco». In casi del genere i verbi appropriati si possono scegliere tra quelli su menzionati, vale a dire “arrecare”, “provocare”, “causare” ecc.

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Mogio e moggio - si presti attenzione a questo termine perché cambia di significato secondo la grafia. Con una sola "g" è un aggettivo e vale avvilito, abbattuto e simili: è rientrato mogio. Per quanto attiene al plurale femminile alcuni vocabolari ammettono tanto mogie quanto moge. A nostro modo di vedere è preferibile la prima forma (mogie) per rispettare la regola del plurale dei nomi (e degli aggettivi) in "-gia" (e "-cia")*. Con la doppia "g" è un sostantivo e indica un'antica unità di misura agraria: due moggi di granoturco. Ha due plurali, uno regolare maschile, moggi, e uno irregolare femminile, moggia.

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* Si veda qui.