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martedì 2 maggio 2017

Le stranezze della lingua


In lingua italiana – crediamo lo sappiano tutti – non è possibile stabilire una regola generale per distinguere il genere “naturale” e quello “grammaticale” dei sostantivi. Ciò è dimostrabile attraverso numerosi esempi. Nel nostro idioma è infatti facile trovare sostantivi riferiti a maschi ma che sotto il profilo grammaticale sono femminili: spia; guardia; guida; sentinella. E viceversa, sostantivi grammaticalmente maschili riferiti a donne come, per esempio, soprano e contralto. Le cose si ingarbugliano maggiormente quando, passando dalle persone alle cose, ci imbattiamo in sostantivi che secondo il genere “naturale” debbono essere neutri, mentre nella lingua di Dante sono ora di genere maschile ora di genere femminile. Perché, per esempio, la guerra è femminile mentre il conflitto è maschile? Ancora. Perché il coraggio è maschile mentre il suo contrario, la paura, è femminile? Per quale motivo l’arte è femminile e l’artificio è maschile? Una spiegazione per ciascuna di queste stranezze ci sarebbe, anzi c’è, ed è di carattere prettamente etimologico-grammaticale, non di certo naturale. Queste piccole noterelle per mettere in evidenza – come accennato all’inizio – il fatto che non è possibile stabilire dei criteri logici generalizzabili per la classificazione dei sostantivi nel genere femminile o maschile. Solo un buon vocabolario può venirci in aiuto.
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Incurvare e incurvire. Il primo verbo, della prima coniugazione, è transitivo e vale "rendere curvo": con una sola mano ha incurvato una sbarra di ferro. Il secondo, della terza coniugazione, è intransitivo e significa, esclusivamente, "diventare curvo": con il trascorrere degli anni l'uomo incurvisce sempre piú.

Incrudelire. Nei tempi composti richiede l'ausiliare "avere" quando sta per "agire con crudeltà": il bandito ha incrudelito contro tutti gli ostaggi. Prende l'ausiliare "essere" quando vale "diventare crudele": l'uomo, negli ultimi tempi, era sempre piú incrudelito.

Indòtto e indótto. Si presti attenzione ai due termini in oggetto perché cambiano di significato a seconda dell'accento sulla prima "o". Con l'accento grave (ò) è un aggettivo qualificativo e significa "ignorante", "non colto", "non dotto":  Giulio è proprio un uomo indòtto (ignorante). Con l'accento acuto (ó) è il participio passato del verbo "indurre": la cattiva compagnia lo ha indótto a delinquere. Nella  scrizione  non  tutti segnano l'accento perché non è obbligatorio. Consigliamo di segnalarlo, invece, per evitare ambiguità.

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