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lunedì 1 maggio 2017

La puntata


I giornali (quotidiani e periodici) ma soprattutto le televisioni ci  “bombardano” quotidianamente di romanzi che, data la loro  lunghezza, non possono essere ridotti di molto senza alterarne il contenuto; di conseguenza si protraggono nel tempo e vengono proposti agli appassionati  “a puntate”. A questo proposito avete mai pensato, cortesi  amici, perché questo modo di  “diluire” nel tempo il contenuto di un romanzo si chiama  “puntata”?
Abbiamo svolto una piccola inchiesta tra i nostri conoscenti e nessuno, ahinoi, è stato in grado di rispondere. Un ragazzo ha azzardato una risposta a dir poco umoristica: la puntata serve a  “puntare” l’attenzione sul prossimo episodio... Apriamo, allora, un vocabolario alla voce o lemma  “puntata” e leggiamo: parte di un’opera di carattere saggistico, artistico e simili che si pubblica isolata dalle altre in fascicolo o su un numero di giornale o rivista cui appariranno successivamente le restanti parti. Bene. La nostra curiosità, però, non è stata appagata completamente; dobbiamo sapere, ancora, perché si chiama  “puntata”. Questo termine ci è giunto dal linguaggio dei rilegatori di libri: la ‘puntata’ era, infatti, il numero massimo di fogli che il rilegatore poteva fermare con un unico punto. Per estensione si è dato, quindi, il nome di puntata a tutte le pubblicazioni di carattere periodico concernente un unico argomento (e con l’avvento della televisione lo stesso nome è stato dato agli sceneggiati che si protraggono nel tempo). Ma non è finita. La puntata, intesa come ‘fermata’ è anche – come si dice comunemente – una breve escursione, una breve sosta in un luogo: “Fece una ‘puntata’ a Roma e poi tornò con tutta la famiglia a Cagliari”.
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Essere come l'olio per il lume....


...essere indispensabile, di grande aiuto. La locuzione fa riferimento ai lumi di una volta alimentati a olio, senza quest'ultimo elemento la luce (la fiamma) langue, basta aggiungere un po' d'olio, appunto, e la fiamma (la luce) si ravviva.
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Buccinare* e bucinare
Si presti attenzione a questi due verbi perché non sono uno variante dell'altro, come riportano buona parte dei vocabolari dell'uso, ma cambiano di significato a seconda della grafia. Il primo (con due "c") significa "diffondere", "divulgare" e simili: tutta la stampa ha buccinato la notizia della morte del campione. Il secondo, invece, sta per "sussurrare", "vociferare" (quasi segretamente): si bucina che i due convoleranno presto a nozze. Per altri dettagli si veda qui.
* Verbo denominale tratto da búccina.

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Per la serie "la lingua biforcuta della stampa"

Concertone, ecco il palco

area rossa e metal detector
Pic nic e mercati: gli altri eventi
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Forse è il caso di "ricordare" a chi ha redatto il titolo su riportato che "pic nic", in lingua italiana (ma anche in inglese, da cui deriva), si scrive in grafia unita (picnic). Dal Treccani in rete:

picnic /pik'nik/ s. m. [dall'ingl. picnic, fr. pique-nique, comp. di piquer nel senso di "spilluzzicare" e prob. di un ant. nique "piccola cosa di scarso valore"]. - 1. [pasto consumato all'aperto, per lo più seduti su un prato, durante una scampagnata: un p. sull'erba] ≈ colazione, merenda. ‖ pranzo al sacco. 2. (estens.) [gita in luogo aperto e verde, durante la quale si consumi un pasto al sacco: andare a fare un p. con gli amici] ≈ scampagnata.










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