Visite dal primo febbraio 2017

mercoledì 31 maggio 2017

Aver la voglia del calcinaccio


Erano giorni e giorni che gli inquilini del piano di sopra facevano un baccano tremendo:  avevano spostato tutte le pareti del proprio appartamento per cambiare la disposizione delle stanze al fine di conferire alla casa un aspetto piú "signorile". I lavori si sarebbero conclusi tra breve con somma gioia del cavaliere che occupava l'appartamento sottostante. A lavori ultimati Mendace - il cavaliere - non poté trattenersi dall'esclamare: Vivaddio, alla signora Paolina è finita la voglia del calcinaccio! La moglie - che lo aveva sentito - lo riprese: Michele, Paolina non è mica incinta! cosa dici! Lo so - replicò il cavalier Mendace -  è un modo di dire - anche se non molto conosciuto - e si dice delle persone che "armeggiano" sempre dentro casa; soprattutto di coloro - come nel caso di Paolina - che demoliscono e ricostruiscono in continuazione; si dice, insomma, di coloro che amano cambiare spesso la disposizione delle stanze dell'appartamento.
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La virgola prima del "che" è corretta? Dipende...
Il "che" - come si sa (o si dovrebbe sapere) introduce le  proposizioni subordinate relative che, a loro volta, si dividono in "relative restrittive" e "relative esplicative". Le prime danno un' "informazione" indispensabile per precisare il significato della proposizione principale: non ho ancora restituito alla biblioteca il libro che avevo preso in prestito. In questo caso la virgola prima del che "interromperebbe"  il significato dell'antecedente (principale); le seconde, le esplicative, forniscono un'indicazione "in piú", non strettamente necessaria per il significato della principale: domani telefonerò a un mio amico, che è appena tornato a casa dall'ospedale. Riassumendo. Nelle relative restrittive la virgola prima del che non è necessaria; in quelle esplicative, al contrario, è necessaria, se non obbligatoria.


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La lingua biforcuta...


 Gtt torna all'antico: si salirà sui bus davanti e dietro, si scenderà dalle porte centrali


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È il caso di "ricordare" che la locuzione avverbiale corretta è all'antica (non all'antico), vale a dire "secondo la maniera antica", "secondo l'usanza antica", con ellissi del sostantivo "alla (maniera) antica".
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Abbiamo segnalato l' "orrore" ai responsabili, ma finora hanno fatto orecchi...

lunedì 29 maggio 2017

Sgroi - Linguistica educativa e inglese veicolare


di Salvatore Claudio Sgroi *



Che cos'è la linguistica educativa di Massimo Vedovelli e Simone Casini (Carocci 2016) è un'aurea "bussola" (pp. 126) articolata in tre sintetici capitoli sul tema.

L'etichetta "Linguistica educativa" (LE), diffusa a partire dal 2000 (T. De Mauro 2002, 2005, 2012, ecc.), è un calco sull'ingl. "Educational linguistics" risalente a B. Spolsky (1972) (p. 24). Che in italiano appare già nel 1973 nella "Rassegna Italiana di Linguistica Applicata" (RILA) diretta da Renzo Titone: "La linguistica educativa o linguistica applicata". La LE in italiano era stata comunque designata soprattutto da T. De Mauro (1971), nel solco della tradizione pedagogica italiana (Lombardo Radice 1913, don Milani 1967, M. Lodi, G. Rodari, B. Ciari, ecc.), come "Educazione linguistica".

Oggetto e materia della LE (cap. I) è costituito dall'apprendimento-insegnamento (e incremento) della lingua nazionale e della sua architettura nelle diverse varietà agli italiani (dialettofoni e italofoni). Ma come apprendenti vanno inclusi anche gli stranieri in Italia (per l'italiano L-2 o Lingua seconda), e gli italiani per le lingue straniere (L-2), prima oggetto della "Glottodidattica" o "Didattica delle lingue moderne". Senza peraltro dimenticare l'insegnamento, almeno a livello di comprensione, delle lingue classiche (latino e greco). Il tutto da prospettive teorico-pratiche pluridisciplinari, delle scienze del linguaggio.

Gli AA. ricordano opportunamente che il "linguaggio verbale" presenta gli "intrinseci tratti di vaghezza, di indeterminatezza e di apertura" o "creatività" (pp. 13, 97). E che la lingua, in quanto "sistema socialmente condiviso" è regolata dalla "norma", coserianamente intesa, "sul come si dice e non sul come si deve dire", ovvero "sul come si può dire meglio e più efficacemente" (pp. 57, 91-92).

Nel cap. II gli AA. caratterizzano lo sviluppo della Linguistica Educativa nel ventennio tra il 1975 ("Dieci Tesi per una educazione linguistica democratica" di T. De Mauro e del Giscel) e il 1996 (il QCER "Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue; apprendimento, insegnamento, valutazione" del Consiglio d'Europa).

Nel cap. III si soffermano su alcuni "temi caldi". Ovvero si affronta il tema del "vecchio plurilinguismo" dei dialettofoni-italofoni e il "neoplurilinguismo delle lingue immigrate" (oltre 5 milioni di immigrati, 9% circa degli italiani, p. 75). Si analizza poi il tema della "Programmazione" nella scuola italiana: dal "programma" (1963) alla "progammazione" (1979), al Glottokit (1983), alla "valutazione" nelle diverse forme del testing, della "certificazione linguistica", dell'"autovalutazione" (pp. 81-108).

"Una sfida" per la LE è costituita dal CLIL, ovvero "Content and Language Integrated Learning" (Commissione Europea Libro bianco del 1995; 2012, Commissione Maalouf 2008, Eurydice 2006). In soldoni, si tratta dell'uso veicolare della lingua straniera (solitamente l'inglese) nelle scuole superiori per insegnare le discipline curriculari (matematica, scienze, geografia o filosofia, ecc.). Gli Autori si mostrano al riguardo ottimisti. Ma le perplessità non sono invero poche. Ricorrere all'inglese al posto della lingua nazionale implica inevitabilmente un depotenziamento di quest'ultima, in quanto se ne riducono i domini d'uso alti, con conseguente impoverimento del lessico settoriale. In secondo luogo, chi dovrebbe insegnare in lingua straniera la matematica ecc.? Il docente italiano di matematica improvvisato anglofono?. Con dubbi sia sulla qualità del suo inglese (lingua straniera) che sull'efficacia della disciplina insegnata. Oppure bisognerebbe ingaggiare solo "native speakers of the target language" (p. 107), con competenze di glottodidattica! Sembrerebbe invece più ragionevole potenziare nella scuola (e poi all'università) l'insegnamento dell'inglese (in inglese) da parte dei docenti specialisti di lingua-2 (italiani e nativofoni inglesi) non solo nel settore della letteratura, ma in quello più ampio della "cultura" del paese straniero.

Sull'analoga presenza esclusiva dell'inglese veicolare nei corsi magistrali e nei dottorati dell'Università Italiana si è peraltro opportunamente dichiarata la Corte Costituzionale (sentenza n. 42 del 21.II), ponendo precisi paletti.

Punctum dolens è costituito altresì dalla "neoemigrazione italiana verso l'estero", dal 2013 giunta a oltre 94mila espatriati (p. 109), peraltro scolarizzati, spesso diplomati e parlanti una L-2 ("straniero-foni"), con complessi problemi di adattamento e integrazione linguistico-sociale secondo i diversi paesi di accoglienza (Europa settentrionale, Inghilterra, Germania, o Spagna, Canada, Argentina, ecc.), non esclusi quelli del rientro in Italia, ecc.

Per una rassegna sulla produzione nell'ambito della "Linguistica educativa" il lettore potrà rifarsi  utilmente al bilancio della Società linguistica italiana La linguistica italiana all'alba del terzo millennio (1997-2010) (Bulzoni 2013), ricco di ben 5 capp. (pp. 149-368) a più mani: A. Giacalone Ramat - M. Chini - C. Andorno ("Italiano come L-2"), S. Ferreri ("Educazione linguistica: L1"), P. Polselli ("Educazione linguistica: L2"), S. Dal Negro - A. Marra ("Minoranze territoriali e politiche linguistiche") e  A. Vietti ("Minoranze non territoriali").


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di

--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);

-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);

--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);

-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)


domenica 28 maggio 2017

Ancora sulla stampa...


Gli amici lettori ci perdoneranno se insistiamo con il filone "la lingua biforcuta della stampa" ma - ribadiamo - la stampa (scritta e parlata) entrando nelle case viene "fruita" anche da persone che, non "avvezze a fatti di lingua", non sempre sono in grado di distinguere il bene dal male (linguistico, ovviamente). I mezzi di comunicazione di massa, quindi, dovrebbero rispettare tutte le "leggi" che regolano la nostra lingua al fine di educare il lettore a un uso corretto del nostro idioma. Sotto, quattro titoli di un quotidiano in rete. Non facciamo alcun commento, lasciamo liberi i nostri amici lettori di giudicarne  la correttezza logico-grammaticale.
È morto il bimbo con otite curata con l'omeopatia.
I genitori autorizzano la donazione degli organi.


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I funerali della  stilista morta venerdì notte 
nella chiesa di Santa Maria degli Angeli


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La vittima è in prognosi riservata, ma non in pericolo di vita. L'aggressore arrestato per tentato omicidio


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La forassite
Che cosa è? Scopritelo cliccando qui.

sabato 27 maggio 2017

Verbi transitivi e intransitivi: quale ausiliare?




Tutti dovremmo sapere che - stando alla regola generale - i verbi transitivi, nella forma composta attiva prendono l’ausiliare avere (ho amato), in quella del passivo l’ausiliare essere (sono lodato). Gli intransitivi, avendo soltanto la forma attiva, prendono ora l’ausiliare avere (ho dormito), ora l’ausiliare essere (sono partito) secondo l’uso comune. Solo un buon vocabolario potrà sciogliere i dubbi che possono di volta in volta insorgere a tale riguardo. Nonostante ciò ci capita di leggere sulla stampa frasi in cui l’uso dell’ausiliare è errato. Vediamo, piluccando qua e là, alcuni esempi in cui l’ausiliare è, per l’appunto, errato; in corsivo l’ausiliare errato, in parentesi quello corretto. Una immensa folla ha affluito (è affluita) in piazza S. Pietro per ascoltare le parole del Pontefice; dopo l’incidente il treno è (ha) deviato presso la stazione piú vicina; l’incendio, che ha (è) divampato rapidamente, ha impegnato per molte ore i vigili del fuoco; le Frecce Tricolori sono sorvolate (hanno sorvolato) su piazza del Popolo; la notizia clamorosa dell’arresto eccellente ha dilagato (è dilagata) rapidamente per tutta la città; l’operazione di polizia ha avuto luogo appena ha (è) annottato; il ragazzo stava per morire dissanguato perché il sangue aveva (era) fluito dalla ferita per parecchie ore. Potremmo continuare ma ci fermiamo qui. Un’ultima annotazione. Per l’uso corretto degli ausiliari è bene consultare piú vocabolari: molto spesso uno contraddice l’altro. Se due su tre concordano... Diffidate, inoltre, di alcuni coniugatori di verbi che dilagano in rete.



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Una parola che ci piacerebbe fosse "rispolverata" e rimessa a lemma nei vocabolari dell'uso: senotrofio. Sostantivo maschile, che non ha nulla che vedere con il seno, con il quale si indicava/indica il luogo per l'alloggio e il rifocillamento dei forestieri.

venerdì 26 maggio 2017

Essere un pane perso


L'origine di questo modo di dire - forse poco conosciuto - non è molto chiara. È chiarissimo, invece, il significato. "Si tira in ballo", dunque, quando si vuole mettere in evidenza il fatto che una persona  fa  o ha fatto un investimento sbagliato o si cimenta in un lavoro completamente inutile perché richiede sforzi e spese che alla fine non danno... guadagno. La locuzione si può riferire anche all'indirizzo di persone che non ammettono i propri errori, che deludono le nostre aspettative e, quindi, la fiducia loro accordata e, piú in generale, nei confronti di persone verso le quali si reputa inutile avere dei rapporti. L'espressione - la cui origine, come abbiamo scritto, non è chiara - fa riferimento, con molta probabilità, al denaro che si "spreca" per comperare il pane, ben sapendo che non sarà consumato tutto e, quindi, sprecato, cioè "perso" e gettato via. Qui altre espressioni idiomatiche in cui il pane la fa da padrone.
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Avreste mai immaginato che con il termine "ingenuo" - il cui significato è noto a tutti - in origine si indicava il neonato "preso dal padre sulle sue ginocchia"? Come si è arrivati all'accezione di "persona poco accorta, priva di malizia"? Vediamo assieme i vari passaggi semantici risalendo, come sempre, alla lingua dei nostri padri: il latino. Ingenuo, dunque, è il latino "ingenuu(m)", derivato di "genu" (ginocchio) e aveva il significato suddetto, valendo "riconosciuto autentico" (dal padre che lo ha preso sulle sue ginocchia). Con il trascorrere del tempo il vocabolo in oggetto fu inteso (come) formato da "in" e "genus"  (casato, stirpe) conservando press'a poco il significato originario: "nato da stirpe interna" (non da schiavi o barbari), quindi "libero", "nobile". Passato nella lingua volgare (l'italiano) il termine, attraverso il significato di "schietto", "genuino", "libero nel parlare", ha acquisito l'accezione di "eccessivamente spontaneo" e, quindi, "poco accorto", "senza malizia". Ma le sorprese non finiscono qui. Prima che il vocabolo approdasse in Italia (si fa per dire)anche in latino "ingenuus" era adoperato, talvolta, come sinonimo di "limitato", "sprovveduto", "delicato", "debole".

giovedì 25 maggio 2017

Un gruppo di bambini "giocava" o "giocavano"?


Ci siamo imbattuti, casualmente, in un sito che tratta di "questioni linguistiche"  rimanendo sconcertati. Perché? Perché "dissertando" sull'accordo del verbo con i nomi collettivi il responsabile del portale ammette una sola possibilità. No, le possibilità sono due. La "legge grammaticale" consente di mettere il verbo tanto nella forma singolare tanto in quella plurale quando il collettivo è seguito da un complemento di specificazione. È corretto, infatti, dire o scrivere sia "un gruppo di bambini giocava in giardino" sia "un gruppo di bambini giocavano in giardino". Dal sito in questione:
Che verbo useremo per un nome collettivo? Ho voluto scrivere questo post perché noto spesso, sia leggendo qua e là che ascoltando le perle di saggezza alla televisione, l’uso della persona singolare, quando invece ci vorrebbe il plurale.
Facciamo degli esempi per chiarire la situazione.
·         Una massa di dimostranti irruppero in piazza: è l’errore più comune. Il soggetto è “una massa” e è singolare. Quindi vuole il verbo al singolare. La frase corretta è: una massa di dimostranti irruppe in piazza.
·         Un’orda di uomini armati che urlavano: qui va bene l’uso del plurale, perché c’è il “che”, pronome relativo che lega gli uomini armati al verbo urlare. Se avessimo accostato il verbo al soggetto “orda”, la frase sarebbe risultata un po’ stonata: un’orda di uomini armati che urlava. Differente il risultato in quest’altra frase: l’orda di uomini armati fu distrutta. In questo caso il verbo da usare è solo il singolare.
·         Un mucchio di macerie ostacolavano la strada: altro errore frequente. D’accordo che sono le macerie a ostacolare la strada, ma non tutte, soltanto un mucchio. Il soggetto è singolare e il verbo va quindi al singolare: un mucchio di macerie ostacolava la strada. In alternativa si può scrivere: un mucchio di macerie, che ostacolavano la strada, fu tolto da un mezzo dei soccorsi. Di nuovo l’uso del pronome “che” collega il plurale di macerie al verbo plurale.
In conclusione, per non sbagliare, fate sempre attenzione al soggetto della frase, a cui deve seguire una forma verbale adatta.
Quanti di voi fanno spesso questo errore coi nomi collettivi?
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No, amici, ribadiamo: con i nomi collettivi il verbo può essere tanto al singolare quanto al plurale. Nessun errore, dunque.


 



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mercoledì 24 maggio 2017

"Pedanterie linguistiche"


Darsi la pena di...

Quanto stiamo per scrivere - siamo certi - non avrà l’ «approvazione» di qualche linguista che dovesse imbattersi, per caso, in questo sito. Comunque...
Il sostantivo femminile “pena” che, a seconda del contesto, può significare “castigo”, “punizione”, “sanzione”, “tormento”, “compassione” ricorre in numerose locuzioni “francesizzanti” che in buona lingua andrebbero evitate, anche se “immortalate” negli scritti di autori classici. Vediamole. “Prendersi la pena di...” o “Darsi la pena di...”: Giovanni si dia la pena di rispondermi al piú presto. In buona lingua meglio: Giovanni si prenda la briga di (o locuzioni simili) rispondermi al piú presto; “Aver pena a...”: Luigi non avrà troppa pena a fare quel lavoro. Molto meglio: Luigi non avrà troppa difficoltà a fare quel lavoro; “Valer la pena di...”: Vale la pena di ignorare tutto ciò che dice. In lingua sorvegliata si dirà: Conviene, è meglio ignorare tutto ciò che dice; “A pena di...”: I trasgressori sono soggetti a pena di multa. Meglio: I trasgressori sono soggetti a una multa.
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Adempiere e adempire
Il verbo “adempiere” appartiene alla schiera dei cosí detti verbi sovrabbondanti perché ‘abbonda’ di coniugazioni: adempiere e adempire. Entrambi i verbi significano “soddisfare”, “eseguire”, “esaudire, “mantenere” e simili. Buona parte dei vocabolari, sbrigativamente, classificano il verbo tra quelli della seconda coniugazione. No, amici, adempiere, finendo in “-ere” è, sí, della seconda ma non adempire che, terminando in “-ire” si classifica tra i verbi della III coniugazione. Adempiere e adempire, insomma, pur essendo fratelli, seguono due coniugazioni diverse. Adempiere segue la II coniugazione, come ‘temere’; adempire segue la III terza come ‘finire’ e come quest’ultimo in alcune voci prende l’infisso “-isc-” tra il tema e la desinenza. Entrambi sono transitivi. Si sconsiglia, quindi, l’uso “imperante” di adoperarli intransitivamente: adempiere a un dovere. Si dirà, correttamente, adempiere un dovere. Nei tempi composti si adopera l’ausiliare avere. I coniugatori di verbi in rete non fanno distinzione alcuna “mischiando” le due coniugazioni. 
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Scrittoio e scrivania

I due sostantivi (scrittoio e scrivania) - anche se i vocabolari ci smentiscono - non sono l’uno sinonimo dell’altro; non si “potrebbero”, quindi, adoperare indifferentemente. Il primo termine indica lo studio, la stanza, cioè, dove si scrive. Deriva, infatti, dal tardo latino “scriptorium”, di qui l’italiano antico “scrittorio”. Lo “scriptorium”, dunque, era la sala del convento dove i frati amanuensi copiavano i manoscritti. La scrivania, invece, indica il tavolino, la tavola, il mobile per scrivere ed è un denominale provenendo da “scrivano”, il “tavolino dello scrivano”. Dovremmo dire, per tanto, volendo essere particolarmente pedanti, rispettando l'etimologia, “che il dr Pasquali si è recato nello scrittoio per prendere gli occhiali dimenticati sulla scrivania”.
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Per la serie "la lingua biforcuta della stampa"
Quindici giorni, la prognosi diagnosticata dai medici.
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Povera prognosi, sempre maltrattata dalla stampa. O la fanno diventare un reparto ospedaliero (che non è, ovviamente) o, addirittura, un trauma o una malattia.

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Il nostro libro, scaricabile, gratuitamente, dalla rete.




lunedì 22 maggio 2017

Una degustazione di grammatica moderna. S.C. Sgroi


 

di Salvatore Claudio Sgroi *

 Il volumetto di Alvise Andreose, Nuove grammatiche dell'italiano. Le prospettive della linguistica contemporanea (Carocci 2017, pp. 166) si caratterizza come un avviamento selettivo alla moderna grammatica dell'italiano, soprattutto la sintassi (pp. 33-134) rispetto alla morfologia (pp. 135-40) e alla fonologia (pp. 141-50), a parte una introduzione storico-teorica su nozioni saussuriane e chomskyane (pp. 11-32) e una aggiornata bibl. ragionata (pp. 151-66). Ma manca un indice delle parole tecniche e degli ess., utile per una consultazione pur occasionale. Destinatari del testo chi voglia cogliere le differenze tra la tradizionale grammatica scolastica e la teoria grammaticale moderna degli ultimi 30 anni. Lo sforzo del lettore sarà quindi duplice. Capire termini, definizioni teoriche moderne (con inevitabili divergenze terminologiche) e nel contempo confrontare tali nozioni con quanto egli ha depositato nella sua coscienza metalinguistica lungo il suo percorso scolastico (13/17 anni, se diplomato/laureato). Il bilancio sarà positivo se grazie alla nuova teoria sarà in grado di superare le contraddizioni della grammatica tradizionale e soprattutto se riuscirà a cogliere meglio il funzionamento della lingua nazionale, o evidenziare i punti ancora poco chiari. Dell'italiano si privilegiano qui gli usi più istituzionali, normativamente "corretti", rispetto a quelli più variabili, pur qua e là accennati.
Chi preferisce a un'analisi selettiva una trattazione più sistematica potrebbe ricorrere per es. alla "Grammatica: parole, frasi, testi dell'italiano" di Angela Ferrari e Luciano Zampese (Carocci pp. 406) (su cui cfr. La grammatica? Una teoria al servizio della lingua).
L'A. si rifà soprattutto alle grammatiche particolarmente innovative (soprattutto Renzi-Salvi-Cardinaletti 1988-19951/20012, Schwarze 1988 tr. it. 2009, Andorno 2003, Salvi-Vanelli 2004, Prandi-De Santis 2004-2011, Simone-Berruto-D'Achille 2010-11, ecc. Scarta quindi quelle più tradizionali: Serianni 1988, Dardano-Trifone 1983-1997, ecc. Ma omette anche Vittorio Coletti Grammatica dell'italiano adulto (il Mulino 2015), pur sensibile alle "valenze".
In un'ottica contrastiva rispetto alla grammatica scolastica Andreose distingue (cap. 9.1), all'interno delle frasi (genericamente) "subordinate" o "dipendenti", due tipi. (A) le frasi "nucleari" o "argomentali", perché secondarie sì ma essenziali alla principale, es. (i) Piero vuole [che tu gli dia il gelato], (ii) [Comportarsi] così è inutile, (iii) Ritengo [di essere innocente], (iv) Non so [che cosa pensi] e (B) le "frasi extra-nucleari" realmente secondarie in quanto non necessarie alla principale, a loro volta distinte in (B-1) "avverbiali" o "circostanziali" o "margini", così le causali, le finali, le temporali, ecc., per es. [Dopo essere arrivato] mi ha telefonato, ecc. E ancora (B-2) le "attributive" ovvero le relative appositive, es. Passami l'incartamento [che ti riguarda]".
Particolarmente illuminante è l'analisi dei verbi intransitivi (cap. 7), ora distinti in "inergativi" i.e. intr. con avere, es. ho telefonato e in "inaccusativi" i.e. intr. con essere, es. sono partito. La distinzione consente ora di capire le possibili trasformazioni sintattiche con i due tipi di verbi: (a) Ne sono partiti due (cfr. ne guadagna molti) ma non *ne hanno telefonato; (b) Partita Alessandra (cfr. accompagnata Alessandra), sono uscito, ma non *Telefonato/a Alessandra, sono uscito; (c) È tornata la luce Versus Il bambino tossiva (anziché *Tossiva il bambino), ecc.
Innovative sono altresì le nozioni di "tema" (o "topic") e "rema" (cap. 8.1), che ora fanno capire meglio la differenza pragmatico-comunicativa tra l'attivo e il passivo, in frasi come (i) "Elisa [tema, oltre che soggetto sintattico, esperiente semantico] non ha visto Giovanni [rema]" e "Giovanni [tema, ecc.], non è stato visto da Elisa [rema]" (pp. 97-98).
Il lettore potrà anche stupirsi di ritrovare la nozione di "soggetto semantico", che richiama inevitabilmente la vecchia nozione di "soggetto logico", riferita a dativi quali "A Maria", "mi", "A Paola" negli ess. A Maria piacciono molto i bambini e Mi interessano molto questo argomento (p. 99), A Paola, rincresceva molto della situazione (p. 100).
Ma anche l'oggetto sintattico ("lo") e il dativo ("gli") sono etichettati come "soggetto semantico" in frasi con soggetto indefinito, quali "Lo hanno tamponato in tangenziale" e "Gli hanno dato una multa".
Nuova anche l'analisi delle "frasi ridotte" (cap. 9.4), tradizionalmente "complementi predicativi dell'oggetto", es. "immaturo" in "Silvia ritiene Tobia [(che sia) immaturo]"; e "soddisfatto" in "Matteo sembra [soddisfatto]" a partire da "Sembra che Matteo sia soddisfatto".  Ma è "frase ridotta" anche il compl. "al mare" in frasi quali "Ti credevo [(che tu fossi) al mare]".
I cosiddetti "verbi a ristrutturazione" (cap. 9.3.2) con "risalita del clitico", caratterizzano ess. quali "lo posso vedere" (mono-frasale), più frequenti nell'italiano meridionale, Versus "posso farlo" (bi-frasale).
Notevoli anche le "costruzioni fattitive / percettive" (cap. 9.3.1), es. "L'ho visto / scalare il muro" bi-frasale Versus "Gli ho visto scalare il muro" monofrasale con un "gli" dativo non proprio facile da spiegare, probabilmente analogico sul fattitivo Gli faccio scalare il muro.
Le frasi "copulative" (con essere) (cap. 8.4) sono distinte in "predicative" (es. Irene è la titolare della cattedra), "locative" (es. Le chiavi sono sul tavolo, l'appuntamento è tra poco), "specificative" (es. La titolare della cattedra è Irene), "presentative" (es. sul tavolo ci sono le chiavi) e "identificative" (es. L'uomo col basco è mio fratello p. 105).
Il lettore potrà continuare la degustazione, se ha ancora voglia, con le "costruzioni marcate", i.e.  frasi dislocate, a destra e a sinistra, tema sospeso, anteposizione contrastiva, frasi scisse, la deissi, e tutto il resto.

* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di

--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);

-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);

--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);

-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)

domenica 21 maggio 2017

Insolentire e prorogare


Due parole su un verbo non comune: insolentire. Questo verbo, deaggettivale, può essere tanto intransitivo quanto transitivo e a seconda del significato, nei tempi composti, prende lausiliare essere o avere. Quando sta per diventare insolente” si coniugherà con essere”: Giovanni, crescendo, è insolentito. Prenderà lausiliare avere” quando vale adoperare parole insolenti, “inveire contro qualcuno”: Giuseppe, essendo stato contraddetto, ha insolentito contro tutti i presenti. In questultimo caso si può costruire anche transitivamente significando, appunto, offendere, oltraggiare” e simili: Giuseppe, essendo stato contraddetto, ha insolentito tutti i presenti.


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Abbiamo notato che molte persone danno al verbo “prorogare” un significato che non ha: rimandare, differire, aggiornare, rinviare e simili. Il verbo in oggetto significa “prolungare nel tempo, continuare oltre il tempo stabilito. È usato correttamente, quindi, in frasi tipo “i termini di scadenza sono stati prorogati al 5 settembre” (prima il termine fissato era il 28 agosto, per esempio). Non è usato correttamente, invece, in espressioni tipo “ludienza è stata prorogata a data da destinarsi (come si legge spesso sulla stampa). In questi casi il verbo corretto da usare è “rinviare, “rimandare, aggiornare. Voi, amici cari, cercate di non cadere in questo...  trabocchetto tollerato da certi vocabolari.

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E sempre a proposito di verbi, alcuni vocabolari attestano "mancare" intransitivo, altri transitivo e altri ancora "ambivalente", ovvero transitivo e intransitivo. Da parte nostra seguiamo le indicazioni del vocabolario Palazzi, che lo attesta esclusivamente intransitivo specificando che «essendo intransitivo è errore usarlo col complemento oggetto; perciò non dirai: mancare il colpo, ma fallirlo ; mancare lo scopo, ma non riuscire allo scopo; mancare una promessa, ma venir meno alla promessa, mancare alla promessa; mancare una speranza, deluderla. Sulla stessa linea il "Dizionario Grammaticale" di Vincenzo Ceppellini.

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La parola proposta da questo portale e non "lemmata" in buona parte dei vocabolari dell'uso: acanino. Aggettivo, non schiettamente italiano, che vale bello, dolce, caro, amato, soave e simili. È tratto dal siciliano "acaninu" e questo dall'arabo "hanin" (caro).




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Sempre per la serie "la lingua biforcuta della stampa"


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Il verbo "vantare" è transitivo, regge, quindi, il complemento oggetto: vantare qualcosa. Nella forma riflessiva deve essere seguito da un infinito preceduto dalla preposizione "di": si vantava di...

(Nella pagina interna il titolo è stato opportunamente emendato)