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martedì 25 aprile 2017

Gli «aspirapolveri»


Sarebbe interessante conoscere su quali basi "logico-linguistiche" la rubrica "Una parola al giorno" della Zanichelli, del 19 scorso, consente il plurale del sostantivo "aspirapolvere".

La parola di oggi è: aspirapolvere

 SILLABAZIONE: a–spi–ra–pól–ve–re
aspirapólvere /http://dizionari.zanichelli.it/pdg_media/audio.jpg aspiraˈpolvere/
[comp. di aspira(re) polvere  1942]
s. m. (pl. inv. -i)
 elettrodomestico che aspira la polvere e i piccoli rifiuti depositandoli in un apposito contenitore: passare l'aspirapolvere.

Tutti i vocabolari che abbiamo consultato (De Mauro, Devoto-Oli, DOP, Gabrielli, Garzanti, Treccani, Palazzi, Sabatini Coletti, De Agostini) non ammettono il plurale del sostantivo in oggetto. E il motivo ci rimanda alla formazione del plurale dei nomi composti, che restano invariati quando sono formati con una voce verbale (aspirare) e un nome femminile singolare (polvere). Abbiamo, infatti, il posacenere / i posacenere; lo spazzaneve / gli spazzaneve; lo scioglilingua / gli scioglilingua; il cavalcavia / i cavalcavia; l'aspirapolvere... gli aspirapolvere.

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Esser doppio come le cipolle

Ecco un modo di dire - forse poco conosciuto ai piú - che rende magistralmente l'idea di una persona falsa, ipocrita. Si dice, in particolare, di una persona che non fa mai capire ciò che pensa, che nasconde sempre qualcosa. L'origine della locuzione - adoperata in senso figurato, naturalmente - ci sembra quanto mai intuitiva: l'ipocrito viene paragonato alla cipolla, che si compone di molteplici strati sovrapposti. E a proposito di cipolla, come non accennare a un altro modo di dire - anche questo poco conosciuto - ma messo in atto da molte persone nel periodo invernale: "coperto come una cipolla"? Si dice cosí, infatti, di una persona che, per ripararsi dal freddo, indossa molti indumenti, messi uno sopra l'altro. Anche in questo caso - ci sembra evidente - gli indumenti vengono paragonati ai vari strati della cipolla.




lunedì 24 aprile 2017

Totò o il trionfo della grammatica


di Salvatore Claudio Sgroi *

È un vero capolavoro di "verbalizzazione" la notissima scena del film (Totò, Peppino e la malafemmena del 1956), in cui Totò detta a Peppino una lettera destinata a una signorina perché, dietro compenso di una somma, lasci il nipote che per lei ha perduto la testa, compromettendo il proprio futuro.

Tutta la comicità di Toto è giocata a un tempo sulla sua mimica e sull'uso dell'italiano così come veniva realizzato dagli italiani, nativofoni dialettali e italofoni alle prime armi. Un italiano quindi di stampo popolare con interferenze dialettali, processi vari di semplificazione soprattutto morfologica, e mescolanza di stili e registri eterogenei, alti e bassi, particolarmente marcati nell'uso scritto.

Nel corso della dettatura della lettera a un certo punto Totò così si esprime:

«Signorina, [...] Questa moneta servono, [...] a che voi vi consolate [...] dai dispiacere, dai dispiacere che avreta... che avreta... che avreta (e già è femmina, e femminile), che avreta, perché... dovete lasciare nostro nipote».

Ciò che qui colpisce è la presenza della marca del femminile nella desinenza verbale ("avret-a"), ben 4 volte, con piena consapevolezza metalinguistica. L'osservazione potrebbe sembrare stravagante se non gratuita. In realtà, si rivela di estremo interesse, perché lascia trasparire una notevole sensibilità linguistico-grammaticale da parte di un "laico". Insomma un Totò originale, se non geniale "linguista".

L'italiano marca infatti il femm. solo nei nomi, nei pronomi e nei loro accordi con gli aggettivi, gli articoli, i clitici (per es. "una bella ragazza"; "lei è proprio bella", "la compro, la macchina"),  e con i participi passati ("Stefania è uscita").

Il futuro "avret-e" è diventato nella lettera di Totò "avret-a" probabilmente perché legato alla pronuncia regionale dell'italiano in Campania, in cui le "-e" finali atone tendono a diventare vocali un po' evanescenti, alla francese. Volendo quindi dare una piena identità italiana alla "-e", Totò ha reinterpretato la "-e" evanescente come una vocale piena, di massima apertura, ovvero come "-a". E a questo punto, essendo la /-a/ nei sostantivi italiani, per l'87% dei casi, la vocale tipica delle parole femminili, Totò si è lasciato andare al commento di "avret-a" come termine femminile che concorda col soggetto appunto femminile (la signorina, cioè, per la quale il nipote aveva perduto la testa).

Il marcare il genere nel verbo, non è però una stravaganza. Si tratta infatti di una caratteristica del 16% delle lingue del mondo, stando a uno studio della Bybee del 1995. Totò ha quindi creato una neo-regola dell'italiano relativa al femminile, trasferendola dai nominali al verbo. Per curiosità del lettore, sulla scorta di studi di E. Di Domenico (1997) e da ultimo di G. Schirru (2016), possiamo documentare tale uso in alcune lingue del mondo. Dove ha peraltro origini diverse. In alcune lingue le desinenze personali del verbo rappresentano l'agglutinazione dei pronomi liberi (così in arabo). In altre invece si spiegano con l'originario participio passato (così in russo e nell'indo-iranico). O ancora in maniera diversa. (Per ulteriore esemplificazione il lettore  curioso si potrà rifare al testo istituzionale di G.G. Corbett (1991) Gender, basato su un campione di oltre 200 lingue del mondo).

In primo luogo (Schirru 2016), il genere coniugato è documentato nell'arabo standard e nell'arabo classico: (i) fa'alta 'facevi [tu Masch.]' Versus fa'alti 'facevi [tu Femm.]'; ('tu' Masch. = 'anta > -ta Versus 'tu' Femm. = 'anti > -ti); -- (ii) fa'ala 'faceva [lui]' Versus fa'alat 'faceva [lei]'; -- (iii) fa'altum 'facevate [voialtri]' Versus fa'altunna 'facevate [voialtre]'; -- 'voialtri'  'antum > -tum Versus 'voialtre' 'antunna > -tunna; -- (iv) fa'alū 'facevano [essi]' Versus fa'alna 'facevano [esse]'; -- (v) DUALE: fa'alā 'facevano [essi-due]' Versus fa'ala'facevano [esse-due]'.

Poi in russo: (i) (ja) napisa-l prijatelju '(io) scrissi [Masch.] a un amico' Versus (ja) napisa-l-a prijatelju '(io) scrissi [Femm.] a un amico'; -- (ii) ležal-Ø 'stava [lui]' Versus ležal-a 'stava [lei]' Versus ležal-o 'stava [esso]'.

E in indo-iranico - in persiano - in part. nel dialetto di Abyane: bakat-Ø '[è] cad-uto' > 'cadde [lui]' Versus bakat-a '[è] cad-uta' > 'cadde [lei]'. E nel dialetto del Takestan: mivrij'corre [lui]' Versus mivrij-ía 'corre [lei]'.

Quindi in somalo (Di Domenico 1997): joogaa/joogá 'è là [lui]' Versus joogtaa/joog 'è là [lei]' (ignota l'origine).

Come prefissato in abkhaz (lingua caucasica nord-occ.): (i) -q'awp' '[tu Masch.] sei' Versus -q'awp' '[tu Femm.] sei'; -- (ii) -q'awp' '[lui/lei] è Versus q'awp' '[esso/a] è'.

E in lak (lingua caucasica settentr.): Ø-ur-i  '[lui] è' Versus d-ur-i '[lei] è' Versus b-ur-i '[esso/a] è'.

Ritornando in Italia, il fenomeno è presente nel dialetto delle Marche (il ripano di Ripatransone): (i) [i/tu/issu 'io/tu/lui'] magn-u 'mangio' (Masch.) Versus [i/tu/esse 'io/tu/lei'] magn-e (Femm.); -- (ii) [nui 'noialtri'] magn-emi (M.) Versus [nui 'noialtre'] magn-ema (F.); -- (iii) [vui 'voialtri'] magn-eti (M.) Versus [vui 'voialtre'] magn-eta (F.); -- (iv) [isci 'essi'] magn-u (M.) Versus [essa 'esse'] magn-a (F.); -- (v) [issu] ved-u '[lui] vede' (M.) Versus [esse] ved-e 'vede (F.) ' Versus sǝ ved-ǝ'si vede che' (Neutro).

E nei dialetti veneti del Trentino (dialetto di Roncone): è 'è' (Masch.) Versus èi 'è' (Femm.), originariamente in variazione libera; -- el lat l'è vignù àgher 'il latte l'è diventato acido' Versus l'èi propi na bela giornada 'l'è proprio una bella giornata'.

In conclusione, Totò, con le parole e i gesti, si rivela un grande comico che insegna agli italiani, con notevole sensibilità linguistica e teorica, a riflettere sulla poliedricità della lingua e della Grammatica italiana, e non solo.

* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania


Autore tra l'altro di

--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);

-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);

--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);

-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)

domenica 23 aprile 2017

L'articolo è sempre obbligatorio?


La norma generale impone l’articolo davanti a tutti i nomi comuni; si omette, però, e l’omissione è obbligatoria, in numerose locuzioni o espressioni particolari come, per esempio, “aver sonno”, “far paura”, “andare a cavallo”, “camicia da notte”, “sopportare con pazienza” ecc. Dei nomi propri richiedono l’articolo determinativo, solo quello, si badi bene, i nomi dei monti: il Cervino, il Bianco; i nomi dei fiumi: il Po, il Tevere; i nomi di regione, di nazione, di continente: il Lazio, la Grecia, l’Asia. È altresí necessario l’uso dell’articolo davanti ai cognomi: il Bianchi, il Rossi, il Ferrari. Davanti ai cognomi di personaggi illustri e conosciuti l’articolo si può porre o omettere, dipende dal gusto di chi scrive o parla: Manzoni o il Manzoni, Leopardi o il Leopardi.
Rifiutano categoricamente l’articolo i nomi di città, salvo quelli in cui l’articolo – per “consuetudine popolare” – è diventato parte integrante del nome: La Spezia, L’Aquila, La Valletta ecc. È consigliabile, anzi, “obbligatorio” l’articolo davanti ai nomi di città se sono preceduti da un aggettivo o accompagnati con una specificazione: la Roma umbertina, la Firenze medievale, la dotta Bologna. E a proposito dei nomi geografici, dei fiumi in particolare, alcune volte ci troviamo di fronte al dubbio amletico circa il genere di articolo da adoperare: maschile o femminile?
Si dice, generalmente, che i nomi dei fiumi che terminano in “-o”, in “-e” e in “-i” sono di genere maschile: il Tevere, il Tamigi, il Ticino; quelli la cui terminazione è in “-a” sono, prevalentemente, femminili: la Senna, la Garonna. Ma come la mettiamo con il fiume Volga? Stando alla “regola” dovrebbe essere femminile: la Volga. Nell’uso comune sentiamo, invece, il Volga. Perché? Il motivo è semplicissimo: Volga è femminile in russo e in francese; maschile in spagnolo e in questo genere si usa, generalmente, anche in italiano. La forma originaria femminile si incontra, però, presso alcuni scrittori come il D’Annunzio che scrive “dalla Volga al Golfo Persico”. Il genere femminile, per tanto, non è da considerare erroneo perché rispecchia la forma originaria russa come usano, soprattutto, gli slavisti. Ma anche il nostro fiume Piave è “ambisesso”: la Piave e il Piave. In alcuni vecchi libri prevale il femminile, come si può notare leggendo Antonio Stoppani, Gasaparo Gozzi e il “moderno” Paolo Monelli. Il Carducci e in particolare Gabriele D’Annunzio “mascolinizzarono” il fiume sacro alla Patria tanto è vero che la famosissima canzone della Grande Guerra recita: il Piave mormorò…


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La parola proposta da questo portale: sciomachia. Sostantivo atto a indicare un finto combattimento, quindi una manovra militare d'addestramento.

sabato 22 aprile 2017

Sí, si può dire, "ma però" non è uno strafalcione


Mercoledí scorso, nel nostro intervento dal titolo «"Punti di vista" grammaticali», invitavamo gli amici lettori a diffidare delle grammatiche redatte da illustri sconosciuti, amici di editori "compiacenti". E avevamo ragione da vendere. Ci  è capitata fra le mani una di queste "grammatiche". L'abbiamo "spulciata" e... abbiamo scoperto che condanna l'espressione (correttissima, invece) "ma  però". Questo sacro testo, scritto a due mani, sostiene la tesi secondo la quale la locuzione suddetta è errata perché il "ma", congiunzione avversativa, è unito a "però", un'altra congiunzione avversativa; bisogna scegliere, quindi, nel parlare e nello scrivere, o l'una o l'altra congiunzione. Osservazione priva di fondamento perché la ripetizione delle due congiunzioni  ha soltanto una funzione rafforzativa come, per esempio, "ma pure", "ma tuttavia", "ma nondimeno"; espressioni che nessun grammatico (con la "G" maiuscola) ritiene di dover censurare. Vogliamo condannare anche il Manzoni, "principe" degli scrittori, là dove scrive «ma però c'era abbondantemente da fare una mangiatina»? E prima di lui il Divino: «... ma però di levarsi era neente» (Inferno, XXII).  Gli "autorevoli" estensori di siffatte grammatiche dovrebbero documentarsi prima di dare alle stampe testi infarciti di simili sciocchezze, ben sapendo che  circoleranno nelle scuole e i "fruitori" prenderanno per oro colato quel che leggeranno.
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La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it": displuvio.

venerdì 21 aprile 2017

Fare le parti del leone


Quest'espressione è talmente conosciuta che quasi ci sembra di offendere l'intelligenza dei lettori il riproporla con la relativa spiegazione. L'esperienza ci dice, però, che molto spesso alcuni adoperano i modi di dire "pappagallescamente", senza conoscerne, cioè, la provenienza e il significato "recondito". Questa locuzione, dunque, si usa quando si vuole mettere in evidenza il fatto che una persona divide a proprio vantaggio qualcosa da spartire; oppure quando prende la parte migliore di alcunché (e piú abbondante) con la... forza. L'espressione si adopera anche riferita a persone che in una determinata situazione assumono - di propria iniziativa - un ruolo importante, di prestigio, lasciando gli altri "in ombra". Il modo di dire è tratto da alcune favole di Esopo (ma anche di Fedro e La Fontaine) in cui un leone, dopo essere andato a caccia con un asino, divide la preda in tre parti, dicendo: «La prima spetta al primo, vale a dire a me che sono il re. La seconda mi spetta in qualità di socio, quanto alla terza saranno guai tremendi per te se non ti decidi a squagliartela».
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Ci viene da ridere quando alla radio o alla TV sentiamo giornalisti (ma anche ospiti "eccellenti") dire: grazie, grazie davvero. Davvero è un avverbio che significa "sul serio" e simili. Chi ringrazia, quindi, sente la necessità di  specificare che il suo non è un "ringraziamento per scherzo"?  Lo confessiamo: non sapevamo che si potesse ringraziare anche per celia.
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Per la serie "la lingua biforcuta della stampa"

Ricordiamo ai redattori di un quotidiano in rete che i prefissi si scrivono "attaccati" alla parola che segue .  Il titolo sottostante, quindi, è errato.

Maxi ordine di medicine sbagliate: trovato l'accordo con l'industria farmaceutica


Correttamente: maxiordine. Dal Treccani in rete: maxi-. – Primo elemento di parole composte formate modernamente, tratto dal lat. maxĭmus «massimo» per tramite dell’inglese e in contrapp. a mini-, usato per indicare dimensioni o lunghezze superiori al normale; originariamente adoperato nel linguaggio della moda (per es., maxigonna, maxicappotto) e anche nel linguaggio sport. (per es., maximoto), è molto frequente in ambito giornalistico e nell’uso com. in luogo di perifrasi di analogo sign.: maxitruffa, maxitamponamento, maxirissa.





giovedì 20 aprile 2017

Il nepoticida


Nel vocabolario italiano - ci sembra - non c'è un termine atto a definire la persona che uccide un nipote. Proponiamo, per tanto, ai vocabolaristi il neologismo lessicale "nepoticida" (o "nepotecida"). Il sostantivo proposto è formato con le voci latine "nepote(m)" e il suffisso  "-cida", tratto dal verbo "caedere" (tagliare, uccidere).

mercoledì 19 aprile 2017

«Punti di vista» grammaticali

Alcuni insegnanti, "spalleggiati" da... alcune grammatiche, ritengono errato cominciare un periodo con la congiunzione "ma" perché essendo avversativa il suo uso è corretto solo con frasi (o due elementi) che indicano contrasto come, per esempio, «era bello 'ma' non elegante». E dove sta scritto? Si può benissimo, ed è formalmente corretto, cominciare una frase o un periodo con il "ma" in quanto questa congiunzione indica la conclusione o l'interruzione di un discorso per passare a un altro. E come liquidiamo la questione della virgola dopo il "ma"? Ci spieghiamo. I soliti "grammatici" ritengono errato l'uso della virgola dopo la predetta congiunzione avversativa.  A questi "soloni della lingua" ricordiamo che se la congiunzione avversativa (ma) precede una frase parentetica  la virgola non solo è corretta ma è... d'obbligo: avrei voluto telefonarti ma, visti i precedenti, non ho avuto il coraggio. Nell'esempio riportato,  l'espressione "visti i precedenti" è una frase parentetica, la virgola dopo il ma è, per tanto, obbligatoria. Dunque, cari amici, quando avete dei dubbi grammaticali non consultate testi di lingua scritti da illustri sconosciuti, amici di editori "compiacenti": troppo spesso questi "sacri testi" sono l'esempio della contraddizione, per non dire delle "mostruosità linguistiche".  Sarebbe auspicabile e utile, in questo campo, l'intervento dell'Accademia della Crusca. Tutte le pubblicazioni scolastiche dovrebbero avere l' «imprimatur» della suddetta Accademia: in questo modo si raggiungerebbe - senza la nascita di un apposito organismo - quell'uniformità linguistica invocata, anni fa, dall'insigne prof. Nencioni. I testi, infatti - seppure scritti con stile personale - conterrebbero le medesime regole e i "fruitori" non avrebbero possibilità di errore.

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"Pedana per disabili fuorilegge": vigili chiudono locale per tre giorni al Pigneto

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Siamo solidali con le persone disabili, che i titolisti di un quotidiano in rete hanno dipinto come banditi, delinquenti. Il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: "Fuori legge pedana per disabili". Siamo in presenza di un classico caso di anfibologia  che, in buona lingua, è assolutamente da evitare. Si veda anche qui.

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La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it": polemogeno.


martedì 18 aprile 2017

Un "quiz ortografico"

Il pregevole articolo di ieri, del prof. Sgroi, ci ha dato l'idea di sottoporre a  un "quiz ortografico" i nostri amici lettori. Stampate lo scritto sottostante  (o ricopiatelo su un foglio) e sottolineate le parole che ritenete essere scritte correttamente; poi confrontatele con quelle riportate in un buon vocabolario. Se avete sbagliato piú di cinque parole, dopo il "confronto", la vostra conoscenza dell'ortografia italiana lascia a desiderare.

Acchito  acchitto; pic nic  pic-nic   picnic; daccordo  d'accordo; beneficienza  beneficenza; ufficietto  ufficetto; pressapoco  pressappoco; cosidetto  cosiddetto; scalfitura  scalfittura; un'albero  un albero  uno albero; colluttorio  collutorio; suppletivo  supplettivo; ossequente  ossequiente; propaggine  propagine; birichino  biricchino; sopratutto  soprattutto; tramviere  tranviere; reboante  roboante; scenziato  scienziato; sufficente  sufficiente; suor'Elena  suor Elena; pover'uomo  pover uomo; un scolaro  uno scolaro; sanpietrino  sampietrino; artificiere  artificere; fra' Giovanni  fra Giovanni; noi muoriamo  noi moriamo; beneficierò  beneficerò; un amica  un'amica; nociuto  nuociuto; siggillo  sigillo; parmigiano  parmiggiano; stagione  staggione; sugellare  suggellare; metereologo  meteorologo; areazione  aerazione; subito  subbito; tuttora  tutt'ora; finora  fin'ora; tuttuno  tutt'uno; (le) facce  (le) faccie; te    the (bevanda); d'altronde  daltronde; equo  ecuo; innocuo  innoquo; pressocché  pressoché; ovverosia  ovverossia; senz'altro  senzaltro; l'altranno  l'altr'anno; pedissequo  pedissecuo; bretone  brettone; pretenzioso  pretensioso;  ubbriaco  ubriaco; obbrobrio  obbrobbrio; ebrezza  ebbrezza; ebro  ebbro;  scorazzare  scorrazzare; anzi che  anzicché  anziché; obbedire  obedire; grattuggia  grattugia; soprasedere  soprassedere; gran che  granché  gran ché; digià  diggià; ostensione  ostenzione; israelita  isdraelita; esquimese  eschimese; l'etargo  letargo; accensione  accenzione; aqutezza  acutezza; assunsione  assunzione; (l')aradio  (la) radio; gattabbuia  gattabuia; ossecuiare  ossequiare; solluchero  sollucchero; bugia  buggia; psicologhi  psicologi; soddisfava  soddisfaceva; stomachi  stomaci; rivangare  rinvangare; estortore  estorsore; ecuadoriano  ecuadoregno; manutensione  manutenzione; fibia  fibbia; surettizio  surrettizio  suretizio; eclettico  ecclettico; ogniuno  ognuno; zabaione  zabaglione; quisquiglia  quisquilia; biliardo  bigliardo; sommergibbile  somergibile  sommergibile; elementarietà  elementarità; quotidianeità  quotidianità; quiescenza  quiescienza; salsiccia  salciccia; presciutto  prosciutto.
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Quando scriviamo - per restare in argomento - cerchiamo, dunque, di non CACOGRAFIZZARE.
Qui la coniugazione completa del verbo.

lunedì 17 aprile 2017

Norma ortografica e competenza linguistica


di Salvatore Claudio Sgroi *

È indubbio che, nella cultura italiana e non solo, un errore ortografico suscita spesso nel lettore una severa censura. E se l'errore può essere giustificato come "lapsus" in uno scrittore, non lo è certamente per il comune scrivente.
Eppure, l'errore di ortografia raramente può compromettere la comprensione di un testo, a differenza di un errore lessicale, o sintattico o testuale con contraddizioni, controsensi, oscurità, salti logici di tipo diverso. Il che dovrebbe far riflettere sull'opportunità di dedurre dal banale errore ortografico la "incompetenza linguistica" tout court. La riprova che l'errore ortografico è in realtà un errore, sì ma "veniale", è fornita proprio dagli scrittori, che non sono esenti da peccati ortografici, magari corretti, tacitamente o meno, da solerti editori.
La esemplificazione è agevole e facilmente arricchibile da parte del lettore.
Nell''800 c'è Verga: «diriggere un giornale» (1882), «diriggere le prove» (1882 e 1885), «diriggere l’esecuzione» (1888), «t’immaggini» (1878), «leggittimo» (1888), «leggittima aspettativa» (1876), «il privileggio» (1882); -- «cominciavo a dubbitare» (1887), «Non dubbiti»; -- «non transiggo» (1888), «Diriggo la presente a Catania» (1902); -- il segnaccento (di frase): «Te ne dò notizia» (1872), «Ti dò ancora a te questo altro incomodo del recapito» (1883); − su «quì» nei "Malavoglia" (1881) e su «quà» nel "Mastro-don Gesualdo 1888"; -- l’omissione del segnaccento sull’avverbio «si» (per ) ancora nel "Mastro".
Non diversamente Luigi Capuana: «esiggere delle migliaia di lire» (1881), «tale presaggio» (1879), «un tubo di latta siggillato» (1883); -- «Io lo esiggo» (1884), «con la salute non transiggo» (1883); -- il segnaccento:  «io non dò un’occhiata al ms!» (1882), «io mi dò di sprone ai fianchi» (1882), «Intanto ti dò una preghiera» (1883).
E pure L. Pirandello: «induggia» (1889?); -- «Non dubbitare, non dubbitiate, miei cari» (1890); -- «malandrini e biricchini» (1886), col derivato «biricchinata»; -- «anzicchè» (1891).
Il suffissato «ingegn-iere» per "ingegnere" è in Capuana: «potresti fare l’ingegniere e arricchirti» (1888). Nel '900 continua con L. Sciascia in "Il signor T protegge il paese" (1947): «un ingegniere francese», «un ingegniere ricco», e ne "La trovatura" (1961): «ingegnieri inglesi», «quell’ignegniere» (puristicamente emendati nella ried. adelphiana del 2010 pp. 209 e 197).
Il «qual'è», si potrebbe dire, è oggetto di continuo "stalking". Ma il qual'è si trova in scritti di due presidenti dell'Accademia della Crusca. G. Nencioni 1945: «Ma cos’è, in concreto la storia d’una lingua? Qual’è [sic!] il suo oggetto, quali i suoi limiti?» (Lezioni di Glottologia, Roma, p. 208). E G. Devoto 1955: «Qual'è la differenza tra dialetto e lingua?» (Il passaggio dal dialetto alla lingua, in "Scuola di base", p. 41). Senza dire dell'es. ne La grammatica degl’Italiani di Trabalza-Allodoli (1934): «l’interpunzione, qual’è stata stabilita» (p. 332), non refuso in quanto ritorna in tutte le riedizioni (fino al 1952).
Negli scrittori del Premio Strega ben 12 sono le occorrenze di «qual'è/qual'era» in 9 autori: da Berto (1947) a Parise (1965), passando per Palazzeschi (1948), Malaparte (1950), Moravia (1952), Calvino (1952), Morante (1957), Tobino (1962), Arpino (1964).
Inevitabilmente, l'apostrofo può "far senso" nell'es. «un'idioma» (col valore di "un'espressione idiomatica"), ripetuto due volte, in un saggio accademico (La linguistica italiana 1997-2010, Bulzoni 2013, p. 871), femminilizzato per (sospetta) influenza dell'87% dei femminili in "-a". Nello stesso scritto appare anche (due volte) «la sessione» del saggio (pp. 860, 861), con estensione semantica, a dir poco "osé(e)", del significato di «sessione» da temporale ("periodo") a spaziale ("sezione, paragrafo, §"). Errore non ortografico (di origine emiliana) ma semantico, decisamente popolareggiante.
Diciamo subito, per tranquillizzare il lettore e fugare il sospetto del "buonismo ortografico", che per conseguire una buona competenza ortografica, la strategia più redditizia sembra essere quella della (banale) abituale lettura. Chi legge poco è più portato a sbagliare la (orto)grafia delle parole. Grazie alle buone letture il parlante si abitua a interiorizzare la corretta corrispondenza "significato"/ "significante ortografico", ovvero a passare dal significante sonoro/ a "quello ortografico". È esperienza comune accertarsi della correttezza grafica di una parola non tanto pronunciandola quanto piuttosto vedendola scritta. Diciamo /abbile/, /raggione/, /azzione/, /penzare/, ma le (orto)grafie che si trovano leggendo sono quelle canoniche con una sola consonante o col nesso  'ns' . Ovviamente le parole rare o poco note sono a rischio, in quanto suscettibili di andare incontro a inconvenienti grafici, per es. "la recenZione (di un libro)"; "la intenSione (dei logici)" ma "la intenZione del parlante". Le regole esplicite, di ordine etimologico o funzionale (interferenza con la pronuncia regionale), possono naturalmente favorire l'apprendimento, ma solo secondariamente, e sviluppano più che altro i livelli cognitivi e metalinguistici dello scrivente. (Al riguardo una lettura salutare per tutti gli insegnanti dovrebbe essere il vecchio ma insuperato e attualissimo saggio del 1969 di T. De Mauro, "Scripta sequentur (a proposito degli «sbagli» di ortografia)", ristampato per es. in Scuola e linguaggio, Editori Riuniti 1977, pp. 55-65).
In altra occasione proveremo a indicare dei criteri di valutazione (con i voti) degli "errori/sbagli" di ortografia. Che non dovrebbero insomma impedire di valutare la validità del contenuto di un testo. Il problema vero del parlante, scrittore o meno, è quello della "verbalizzazione" del trovare cioè le parole più adatte per dare forma ai propri pensieri, in maniera soddisfacente e comprensibile per sé e per gli altri. Un lavorio 'eterno' e perfettibile, all'infinito. I "nèi" ortografici per brutti che siano sono solo dei "nèi".


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di
--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);
-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);
--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);
-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)

domenica 16 aprile 2017

Buona Pasqua



Una serena Pasqua agli amici lettori, amatori del bel parlare e del bello scrivere

sabato 15 aprile 2017

Ancora sulla "vigilessa"


 Da un quotidiano in rete:


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Non c'è nulla da fare, inutile continuare a "sgolarsi"? No, non è inutile, assolutamente no! Continueremo fino alla nausea, fino a quando la stampa non avrà "capito" - una volta per tutte - che una donna appartenente al corpo dei vigili urbani, in lingua italiana (non cispadana) si chiama "vigile", come la preside e la presidente. Quindi:  una vigile. I sostantivi in "-e" (non in "-iere", tipo consigliere, si badi bene) sono "ermafroditi": il loro "sesso" è dato dall'articolo. Il vigile/la vigile; il preside/la preside; il presidente/la presidente, il giudice/la giudice. Buona parte dei vocabolari dell'uso sembrano concordare.
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Far la vita di Michelaccio

Molti nostri lettori - siamo sicuri - vorrebbero poter mettere in pratica il modo di dire di cui sopra. Perché? Perché l'espressione si riferisce a colui che vive "beatamente" campando sulle spalle degli altri. La locuzione ha una duplice origine. Scopriamola assieme. Un antico aneddoto, di autore ignoto, identificherebbe Michelaccio o Michelasso in un certo fiorentino - tale Michele Panichi - il quale, dopo una vita dedicata interamente al lavoro, si ritirò dagli affari e scelse di vivere... "beatamente". Secondo altri insigni Autori, invece, l'espressione deriverebbe da "miquelet", termine con il quale in Francia e in Ispagna si indicava la guida che accompagnava i pellegrini (o il pellegrino stesso) al santuario di San Michele; come dire, quindi, che le guide non lavorano, vivendo sulle spalle dei... "guidati". Aggiungiamo  - per curiosità e per completezza d'informazione - che il vocabolo su menzionato ha acquisito, in seguito, l'accezione spregiativa di "vagabondo", "brigante":  «Per carità, figliolo, guardati da quell'individuo, è un vero 'miquelet'!». Di significato pressoché affine l'espressione "essere di spalla tonda". Il tondo, in senso figurato, è sinonimo di "vagabondaggine".

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La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it": apoftegma.

venerdì 14 aprile 2017

Attenzione alle "fila"





Sí, lo sappiamo, ci ripetiamo, come nel caso della prognosi, che la stampa continua - sbagliando, ovviamente - a ritenerla un reparto ospedaliero cosí come - imperterrita - continua a scrivere "le fila" del partito dove quel plurale "fila" è orrendamente errato. E vediamo, appunto, il perché. Non c’è discorso in cui l’illustre oratore non inciampi nelle “fila del partito” o non inviti i suoi sostenitori a “stringere le fila” dove questo “fila” è errato. La nostra lingua, si sa, è piena di regole e sottoregole, di eccezioni e controeccezioni, ma forse è troppo ignorata anche da chi, per mestiere, non dovrebbe farlo: la stampa. Giorni orsono, su un grande giornale d’informazione, abbiamo letto un “serrare le fila” che ci ha fatto strabuzzare gli occhi. Vediamo, quindi, di fare un po’ di chiarezza.
In italiano esiste un sostantivo femminile singolare “la fila”, cioè una “serie di persone o cose più o meno allineate una dietro l’altra” (la fila all’ufficio postale, per esempio), che ha un plurale “le file”. Diremo, perciò, che davanti a quel negozio – in occasione dei saldi – si sono formate lunghissime file (non “fila”) di persone, e che i militari rompono “le file”, rompono, cioè, il loro allineamento. Vi è, poi, un altro sostantivo di genere maschile, “il filo”, esattamente il prodotto di una filatura (un filo di lana, di cotone ecc.) con due plurali, uno regolare maschile e uno irregolare femminile: i fili e le fila. Il plurale più comune e, per tanto, più adoperato è quello regolare: i banditi hanno tagliato i fili del telefono; alla signora hanno rubato quattro fili di perle; si sono sfilati tutti i fili delle calze. L’altro, quello irregolare (il femminile “le fila”), si adopera, generalmente, in senso collettivo per indicare più fili presi assieme: le fila del formaggio. Ma più spesso in senso figurato o traslato: le fila della congiura. Attenzione, quindi, amici, abbiamo “le file” del partito, di un’associazione ecc., non le fila in quanto un partito (o un'associazione) è composto, idealmente, da tante persone allineate una dietro l'altra.

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Per rimanere in tema di errori, la parola che proponiamo è: granciporro.

giovedì 13 aprile 2017

Uso e «abuso» del suffisso "-issimo"


Riproponiamo un nostro articolo sui troppi "-issimi"

Il nostro mestiere, per "vocazione", ci porta a spulciare, qua e là, tra le varie opere di gente di cultura e “grandi firme” del giornalismo. Bene. Abbiamo notato il fatto che, molto spesso, i loro scritti abbondano di parole terminanti in “-issimo”; abbondano, insomma, di superlativi. Ciò non sempre a vantaggio della scorrevolezza e della bellezza stilistica del periodo. Sappiamo benissimo – chi può negarlo? – che alcune volte il superlativo è indispensabile per esprimere lo stato d’animo in cui veniamo a trovarci nel momento in cui scriviamo e desideriamo, quindi, metterlo nella massima evidenza con quelle parole terminanti in “-issimo”: bellissimo; carissimo; lodevolissimo e via dicendo. Il superlativo, insomma, a volte è sommamente indispensabile. Come fare, allora, per evitare tutti quegli “-issimi” che rovinano i nostri pur pregevoli scritti? “Semplicissimo”. Basta abituarsi a usare – per quel senso di misura che, come tutte le attività umane, anche nella lingua è fondamento di bellezza e di chiarezza – più frequentemente gli avverbi “molto” e “assai” per formare, appunto, il superlativo. Così facendo molti “-issimi” scompariranno d’incanto rendendo il periodo più bello e soprattutto più scorrevole. Gli avverbi “molto” e “assai”, oltre tutto, vengono in nostro aiuto specialmente quando con la desinenza “issimo” si renderebbe l’aggettivo di brutta o difficile pronuncia. Perché dire, per esempio, “variissimo”; “stufissimo”; “restiissimo” quando la nostra lingua ci dà la possibilità di dire – e con un certo effetto – molto vario; assai carico, assai stufo; molto restio? Ci sono, insomma, tanti altri modi per esprimere il grado del superlativo assoluto senza “incaponirsi” con gli “-issimi”. Se non piacciono gli avverbi molto e assai se ne possono adoperare altri come “enormemente”; “sommamente”; “eccessivamente”; “straordinariamente” e via dicendo: sommamente ricco; estremamente intelligente. Anche in questo caso, tuttavia, è bene adoperarli con parsimonia. Il troppo…

Concludiamo queste modestissime noterelle, anzi assai modeste (altrimenti predichiamo bene e razzoliamo male) ricordando anche che si può ovviare all’uso eccessivo degli “-issimi” con alcuni prefissi: “arci-”; “ultra-”; “super-”; “extra-”. Possiamo dire, quindi: ultrarapido; superveloce; arcistufo. La cosa importante – e da non dimenticare – consiste, in questo caso, nello scrivere il prefisso attaccato all’aggettivo (mai con il trattino). Lo dice la stessa parola “prefisso”: attaccato, fissato prima.

La lingua, insomma, ci offre ampia possibilità di scelta per la formazione del superlativo assoluto, non ultima il raddoppio degli aggettivi stessi: sono stanco stanco (cioè: stanchissimo); il bimbo era buono buono, vale a dire buonissimo. Perché, dunque, tutti quegli “-issimi”?

  

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 Per la serie "la lingua biforcuta della stampa"



Il lavoro nelle fabbriche che non c'è piú



Questo titolo faceva bella mostra di sé sullo schermo del televisore nella trasmissione "L'aria che tira" (di ieri mattina) dell'emittente "La7". Allora? Dirà qualcuno. Allora... il titolo è agrammaticale. Il pronome "che"  - secondo le norme grammaticali - si riferisce all'antecedente (la parola che lo precede), quindi la frase non "funziona".



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Abbiamo segnalato alla redazione del vocabolario Treccani in rete una certa "confusione" nella transitività e intransitività del verbo decollare. Si vedano le evidenziazioni in giallo.

 decollare1 v. tr. [dal lat. decollare, der. di collum «collo»] (io decòllo, ecc.). – Decapitare; usato soprattutto nel part. pass.: san Giovanni decollato, san Giovanni Battista a cui fu tagliato il capo.

 decollare2 v. intr. [dal fr. décoller (comp. di - «dis-1» e coller «incollare»), che oltre al sign. intr. di cui al n. 1 ha quello trans. di «scollare, staccare»] (io decòllo, ecc.; aus. avere). – 1. Di un aeromobile, staccarsi da terra o dall’acqua per alzarsi in volo. 2. In senso fig., avviarsi verso lo sviluppo, fare i primi decisivi progressi (v. decollo).

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A proposito di svarioni orto-sintattico-grammaticali, commessi un po' da tutti (stampa in prima linea), si veda qui.