Visite dal primo febbraio 2017

mercoledì 19 luglio 2017

La crasi e l'agglutinazione


Nella rubrica di lingua dell'Espresso abbiamo riscontrato una "svista" prontamente segnalata all'articolista.

«Il solleone invece è una crasi, cioè una parola nata dalla fusione di due parole preesistenti».

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Gentile Prof.ssa,

nel suo articolo "Parole estive" è incorsa in una "svista" che andrebbe emendata. Solleone non è una crasi ma una agglutinazione.

Si veda anche qui e qui.


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Due le parole  proposte da questo portale:  glottogonía e petricore. La prima, ripresa dal Treccani, è un sostantivo femminile con il quale si indica lo studio e l'osservazione sulle origini delle lingue e del linguaggio umano. Per approfondimenti si veda qui. Con la seconda si designa il classico "odore" di pioggia dopo un periodo di siccità.






lunedì 17 luglio 2017

Sgroi - L'edizione millesimata dello "Zingarelli 2018"



di Salvatore Claudio Sgroi *

 Immancabilmente, anche quest'anno (2017) la Zanichelli ha lanciato, col titolo in copertina lo Zingarelli 2018 (pp. 2690), l'edizione "millesimata" (i.e. 'annualmente rinnovata') del Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, a cura di Mario Cannella e di Beata Lazzarini, con una équipe di 300 collaboratori.

Il DVD-Rom che correda il dizionario contiene tra l'altro anche due monumenti della lessicografia storica italiana: il Vocabolario della Crusca (1612) e il Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini 1861-1879 (8 voll.).

Il 2017 è però per lo Zingarelli un anno storico in quanto, giusto 100 anni fa, usciva a dispense (1917-1921) la prima edizione del Vocabolario «compilato» da un solo autore per la Bietti. E c'è da augurarsi, magari per il prossimo anno, una digitalizzazione di tale edizione da affiancare agli altri due dizionari nel DVD.

Un dizionario è come una "foto" degli usi della lingua infinita di una comunità di parlanti, che vengono così riconosciuti e legittimati nella loro identità culturale. E non può non essere selettivo. Un limite teorico e pratico, questo, di cui l'utente deve tener conto se non vuole andar incontro a delusioni lessicografiche. E nello stesso tempo per non sottovalutare la propria competenza linguistica, superiore e a un tempo inferiore a quella di un dizionario.

Lo Zingarelli registra ben 145mila voci. Definizioni, distinte mediante numerazione, ed esempi (oltre 12.000 quelli letterari di 133 autori dal '200 a Dario Fo) con 45mila locuzioni e frasi idiomatiche, -- sono lo zoccolo duro del dizionario.

Per dare una idea della struttura della lingua il dizionario indica altresì 964 (preziose) schede di «sfumature di significato», ovvero di sinonimi analizzati nelle loro definizioni pur senza esempi (per es. in filosofia assioma è principio evidente, postulato principio non evidente; in religione dogma è principio "indiscutibile").

E ancora ci sono 9.300 «sinonimi», 2.000 «contrari» e 2.500 «analoghi» (p. 9 «cfr.» ma l'accezione è omessa) alla fine del lemma.

Le (utilissime) 118 tavole di «Nomenclatura» ne fanno anche un dizionario analogico (cfr. aeromobile).

E non mancano Appendici di sigle, nomi personali, geografici, abitanti, locuzioni latine (pp. 2635-88).

La variabilità del lessico a livello sincronico (geografico, comprensivo degli elvetismi (p. 3), situazionale, settoriale, registri, ecc.) è indicata mediante opportune «abbreviazioni» e «simboli» (pp. 4-5). Con un rombo sono contrassegnate le parole dell'«italiano fondamentale» (p. 5), ovvero le «circa 5500 parole di uso più frequente» (p. 3).

Una scelta da "nostalgici" della lingua d'antan sono le oltre 3000 «parole da salvare» precedute da un fiore, in quanto scartate a favore di sinonimi più comuni.

La storia del lessico è ricavabile dall'etimologia (diacronica) che segue il lemma, nonché dalle date di prima attestazione del primo significato del termine. Questa edizione si avvale di retrodatazioni e di nuove datazioni, inevitabilmente tacite e non documentate. La datazione di ogni significato, sul modello del DELI di Cortelazzo-Zolli (edito dalla stessa Zanichelli), omessa per «economicità» (pp. 10-11), avrebbe invero comportato un notevole impegno redazionale.

L'etimologia sincronica tende invece ad essere omessa per ragioni di spazio, o perché si presume nota al parlante comune.

La componente normativa-prescrittiva, decisamente di stampo tradizionale, è presente in «Note» che accompagnano i lemmi (per es. una amalgama («scorretto»), qual'è, redarre («da evitare», ecc.).

Questa nuova edizione registra circa 1000 parole o significati nuovi. Il lettore può verificare, anche come utile esercizio cognitivo, il livello di adeguatezza del proprio dizionario confrontando parole e significati presenti in testi che gli capita di leggere. Manca per es. l'espressione lingua di plastica, mentre c'è il tecnicismo plastismo (1993) (o cliché), mancano italiano neostandard (o medio), il punto G, ma ci sono frasi fatte, iperfrequenti, per es. "essere con l'acqua alla gola", "minestra riscaldata", "blitz (di polizia)", "sottoposti al vaglio degli inquirenti", "indagini a 360 gradi", "il lato B (di una donna) «(est., scherz.' fondoschiena')», "essere fuori di testa", "(pubblicità) virale", ecc. Passibili sì di generare fastidio nel lettore e quindi "denunciati" da Rosario Coluccia nella sua rubrica Parole al sole del «Nuovo Quotidiano di Puglia». Ma in quanto frasi fatte punti di riferimento sicuri per i nativofoni e, se note per es. ad un italofono straniero, indizio anche di una buona competenza della lingua.

Una novità dello Zingarelli sono le 115 definizioni a volte "sorprendenti" d'autori eccellenti (già nella precedente edizione). Il che fa dello Zingarelli un testo di lettura (e non solo di consultazione). Alla brillante definizione scientifica di Lingua di Claudio Marazzini si contrappone per es. quella tutta ideologica di Dialetto di A. Camilleri ad usum delphini con la presupposizione dell'affinità pirandelliana: «Cominciai a chiedermi perché l'italiano non mi bastava e studiai come Pirandello faceva parlare i suoi personaggi».

E fa riflettere la definizione, in realtà relativistica, di obiettività di E. Mentana: «Se sei obiettivo sai anche di non essere depositario della verità: puoi inquadrare la realtà che vedi, ma fuori campo resta sempre qualcosa che non sei riuscito a cogliere [...]». Ecc.



* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di

--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);

-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);

--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);
-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)










sabato 15 luglio 2017

Anti-italiano? No, antitaliano (o antiitaliano)

Riproponiamo un nostro vecchio intervento sul corretto uso del prefisso perché - come potete vedere - la stampa continua a disattendere - per "snobismo" o per ignoranza? - le norme che lo riguardano:  "Proposta fuori dalle regole". La replica: "Ha pregiudizio anti-italiano"

Pregiatissimo Direttore, visto che il suo “blog” è interamente dedicato ai problemi del nostro bell’idioma, mi permetta di scrivere questa lettera aperta indirizzata a tutti coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere.

Mi presento. Sono il prefisso Ante e la mia funzione l’ “annuncia” la stessa parola: ‘fissato prima’. Il prefisso, dunque, come dicono i miei biografi, vale a dire i grammatici, è ciascuna di quelle parolette, solitamente avverbi o preposizioni, che si mettono prima (dal latino “prae”, innanzi e “fixus”, fissato) della radice di una parola per modificarne tutto o in parte il significato. Io, quindi, sono una parolina che modifica il significato di un vocabolo e in quanto tale discendo – come quasi tutti i prefissi – dal greco o dal latino. Io, in particolare, posso vantare una doppia “cittadinanza linguistica” nel senso che, secondo i vocaboli che modifico, posso essere ora latino ora greco.

Sono latino, Ante, quando assumo il significato di “prima”, “avanti” e modifico la parola in senso temporale o spaziale: anteguerra (“prima” della guerra); anteposto (posto “prima”). Godo della cittadinanza ellenica, Anti (non Ante), quando acquisisco il significato di “contro” o “di fronte” e modifico la parola alla quale sono premesso in senso, diciamo “battagliero”: antidroga (“contro” la droga); anticostituzionale (“contro” la costituzione). La cittadinanza greca (antì) è quella che preferisco, per la verità, in quanto mi offre la possibilità di sbizzarrirmi con un numero di parole pressoché illimitato. Dimenticavo di dire, però, che non debbo essere confuso con il latino “ante” il quale, in alcune parole, per “legge linguistica” muta la desinenza “e” in “i”: antibagno, anticamera. Per essere estremamente chiari, insomma, quando acquisisco la cittadinanza greca sono sempre Anti: anticomunista (“contro” il comunismo); allorché assumo la cittadinanza latina posso essere ora Ante ora Anti: antefatto (“prima” del fatto); anticamera (“prima” della camera).

Ciò che mi preme sottoporre alla vostra attenzione, gentili amici, ed ecco il motivo della lettera aperta, è il fatto che non gradisco essere attaccato alla parola che precedo tramite il trattino. La cosa mi manda letteralmente in bestia. Il prefisso, qualunque prefisso, si unisce direttamente alla parola. Coloro che scrivono anti-inflazione, per esempio, dovrebbero scrivere, per coerenza linguistico-ortografica, “ante-nato”; “anti-patia”; “anti-papa”. Non vi pare? Pedanteria? No, semplice ragionamento.

E sempre a proposito del mio uso corretto – e dell’uso del prefisso in genere – mi piace ricordare a coloro che, come me amano la lingua, che mi manderanno in visibilio se avranno l’accortezza di ricorrere alla crasi ogni volta che ciò è possibile. Ma cos’è questa crasi? Molti, forse, sentono questo termine per la prima volta. La crasi, dunque, è la fusione di due parole in una, in modo che l’ultima vocale della prima parola si unisca alla prima dell’altra; è, in parole povere, la fusione di due suoni vocalici in uno: medievale per medioevale; fuoruscito per fuoriuscito. Negli esempi sopra citati la vocale “o” di medio si è fusa con la vocale “e” di evo; la “i” di fuori si è fusa con la “u” di uscito. Tutte le persone che intendono rispettare le norme grammaticali devono attenersi alla crasi, come raccomandano i maggiori glottologi.. Scrivete, dunque, antitaliano, non “antiitaliano” o, peggio ancora “anti-italiano”. Lo stesso discorso vale anche per i miei colleghi prefissi che preferiscono la crasi là ove è possibile: filoisraeliano è meno elegante della forma “crasica” filisraeliano; filindiano è più bello di filoindiano. La crasi, insomma, dà ai vostri scritti un tocco di classe. E io alla classe ci tengo.

Ringraziandovi sentitamente della vostra cortese attenzione, vi porgo i miei più cordiali saluti. Il vostro amico

Ante

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Gentili amiche e cortesi amici, sedetevi comodamente in poltrona e procuratevi un cardiotonico (ne avrete senz'altro bisogno) prima di aprire il collegamento che vi segnaliamo.



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Per la serie "la lingua biforcuta..."




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 Forse è il caso di "ricordare" ai titolisti che Sabaudia è una cittadina del litorale pontino (Latina), non romano.
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L'orrore geografico è stato emendato. Che i redattori si siano imbattuti in questo sito?

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Sempre sulla "lingua biforcuta della stampa"

Centocelle, in fiamme un autodemolitore 
nube nera sul quartiere e 3 feriti

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Correttamente: Un'autodemolizione


Dal Treccani (non da chi scrive):
autodemolizióne s. f. [comp. di auto-2 e demolizione]. – Propr., demolizione di autoveicoli (vecchi o inservibili); comunem. il termine viene usato, per lo più al plur., per indicare officine o centri che provvedono alla raccolta e alla demolizione (con eventuale riutilizzazione delle parti ancora valide) di autoveicoli in disuso.

autodemolitóre s. m. [tratto da autodemolizione]. – Chi esercita il mestiere, o comunque opera nel settore di attività dell’autodemolizione.

Ma non finisce qui. Sempre lo stesso quotidiano scrive: È la terza volta che uno sfasciacarrozze, nell'ultimo mese e mezzo, prende fuoco [...]. Speriamo che il poveretto non abbia riportato gravi ustioni.

Sempre dal Treccani:
fasciacarròzze s. m. e f. [comp. di sfasciare2 e carrozza], invar. – Nell’Italia centr., chi acquista autoveicoli fuori uso per demolirli e rivenderne i rottami e le parti ancora utilizzabili come pezzi di ricambio; equivale a demolitore di auto o autodemolitore.


Ancora:

 Nonostante il tetto ai compensi introdotto nel 2014 lo stipendio dei mandarini italiani è superato solo dagli australiani. Intanto una pioggia di ricorsi blocca la pubblicazione dei patrimoni.

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In lingua italiana il termine "mandarino" - come fa notare il Treccani - è adoperato per lo più in senso spregiativo.

 mandarino1 s. m. e agg. [dal port. mandarim, alteraz. del malese mantri, a sua volta dal sanscr. mantrin- «consigliere»]. – 1. s. m. a. Termine usato un tempo dagli stranieri per designare i funzionarî civili e militari dell’Impero cinese: la casta dei mandarini. b. Per estens., con riferimento ad altri paesi e in senso per lo più spreg., personaggio potente e influente, e in partic. alto funzionario che vorrebbe conservare e far valere a ogni costo i privilegi più esclusivi della sua carica. 2. agg. Lingua mandarina, espressione con cui era indicato il principale dialetto della Cina, parlato a Pechino e in gran parte del paese; durante l’Impero fu lingua burocratica e letteraria, usata dalla corte e dai mandarini.



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Nei mesi di luglio e agosto, per motivi non dipendenti dalla nostra volontà, questo portale sarà "aggiornato" saltuariamente. Ci scusiamo con le amiche e con gli amici che seguono con assiduità le nostre modeste noterelle e auguriamo loro una serena estate.

lunedì 10 luglio 2017

Sgroi - Titolista: un mestiere rischioso


di Salvatore Claudio Sgroi *

 Il titolista, come precisa il dizionario di T. De Mauro, in quanto «TS giorn.», ovvero termine settoriale del giornalismo, indica il «redattore addetto alla formulazione dei titoli di un giornale». Dare un titolo è un'operazione assai delicata, perché, come chiarì il grande psicolinguista russo Lev Semenovic Vygotskij nel 1934 in Pensiero e linguaggio, «Il titolo esprime tutto il senso dell'opera e ne è il coronamento», ossia «in una sola parola è contenuto realmente il contenuto di senso di tutta l'opera» (trad. it. Laterza 1990, p. 383).

La titolazione degli articoli dei giornali si rivela quindi una operazione assai delicata tanto più in quanto la scelta dei titoli, di norma «attiene proprio alla valutazione del redattore» e non dell'autore. Sicché da un lato l'autore è come dire deresponsabilizzato dalla correttezza di un titolo, dall'altro però rischia di essere 'vittima' del titolista, quando il titolo non rispecchia il suo pensiero, o addirittura ribalta il senso (il 'messaggio') dell'articolo.

La scelta di un titolo -- una breve frase verbale o nominale, in terza o seconda (più diretta) persona, in forma assertiva o interrogativa  -- focalizza necessariamente un aspetto di un testo, quello che all'autore sembra più pertinente. E crea delle attese nel lettore, che devono essere però confermate dalla lettura integrale del testo. Diversamente, si crea una stortura tra messaggio veicolato dal titolo e messaggio trasmesso dall'articolo.

Facciamo alcuni esempi concreti di titoli proposti dall'autore, variamente "manipolati" dal redattore, naturalmente in buona fede, ma con conseguenze diverse sul piano del significato.

Esempio n. 1. L'originale titolo nominale «Il Pontefice tra "disperazione" e "disisperanza"» (48 caratteri) è scorciato in «Il Papa tra “disperazione” e “disisperanza”» (43 lettere). Qui la sostituzione lessicale del redattore ha invero il vantaggio di un termine più comune ("Papa") rispetto a quello un pò più formale ("Pontefice").

Esempio n. 2. La frase verbale con invocazione diretta «Italiani, vi esorto alla “allocuzione inversa», (es. Stefania, mi raccomando, papà) – chiaramente ammiccante al Foscolo (“Italiani, vi esorto alla Storia”) –, viene banalizzata nella frase nominale «Esortazione all’allocuzione inversa». Frase forse troppo lunga (45 caratteri) la prima rispetto alla seconda (35 caratteri). Ma risolvibile in una variante più breve, scartata dal redattore, senza sacrificare l'efficacia comunicativa, quale: “Italiani, vi esorto al vocativo inverso” (39 caratteri).

Esempio n. 3. L'originale titolo «Perché mai un "giudizio impressivo"?» (36 lettere) è redazionalmente stravolto in «Perché non fidarsi di un giudizio “impressivo”» (46 lettere).

Tecnicamente l'originario titolo metalinguistico, che riguarda cioè l’espressione «giudizio impressivo» e la sua correttezza semantico-lessicale-etimologica, è diventato un "bel" titolo referenziale, riguardante cioè "il contenuto" del giudizio (impressivo). Il titolo redazionale è così diventato estremamente ambiguo, perché fa pensare che l'autore dell'articolo sia contro l’espressione «Giudizio impressivo» anglicizzante analizzata nel testo. Che è esattamente l’opposto di quanto sostenuto e dimostrato nell'articolo. Il titolo redazionale, come confermato anche dalla reazione di un lettore, «non solo ribalta il [...] punto di vista [dell'autore] ma confonde il lettore, infatti [...] è sembrato di capire che [l'autore] afferma il contrario: cioè che l’influenza della parola inglese sulla storica [della lingua] non ha comunque alterato il significato della sua affermazione. In conclusione ci si può fidare!».

Morale della favola, per uscire dall'impasse autore-redattore, non resta che la "negoziazione" tra i due. «Il linguaggio esiste solo nel dialogo», ricordava H.G. Gadamer (1995). Solo dialogando e negoziando si possono ridurre le distanze tra due interlocutori. Se poi il redattore non può o non vuole «per ragioni di tempo» o per altri motivi, dialogare, allora l'etica della comunicazione gli impone di rispettare il punto di vista dell'autore e di non modificare i titoli da lui indicati per i propri articoli.



* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di

--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);
-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);
--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);
-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)


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martedì 4 luglio 2017

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lunedì 3 luglio 2017

Sgroi - Perché mai un "giudizio impressivo"?


di Salvatore Claudio Sgroi *



 1. L'evento. Nella rubrica «Il Tema» del mese di giugno, nel sito dell'Accademia della Crusca, dedicato a «I luoghi comuni sulla lingua sono duri a morire: meglio però sarebbe non insegnarli alla RAI», l'Autrice, nota accademica e storica della lingua, a un certo punto della sua più che opportuna denuncia si è così espressa:

«definire una lingua come più o meno raffinata, o anche più o meno pura, significa esprimere solo un giudizio impressivo, non dimostrabile sulla base di analisi linguistiche».

L'espressione «giudizio impressivo» in tale contesto -- ha fatto subito rilevare un lettore -- risulta adoperata col significato di «giudizio impressionistico», cioè basato «sull'impressione», «superficial[e], non comprovat[o] da alcun dato documentario». Tale uso è stato quindi ritenuto errato, sbagliato, (eufemisticamente) «poco accorto» sia perché a lui non familiare sia perché non confermato da un testo di riferimento come il dizionario di De Mauro (2000). Il termine "impressivo", raro, ovvero di basso uso, vale infatti dizionaristicamente: (i) «atto a comunicare un impulso o a trasmettere un movimento» e (ii) «fig., capace di suscitare un'impressione; impressionare, commuovere». E non già (iii) "impressionistico". Conclusione secca del lettore sulla scelta lessicale dell'Accademica: «mi pare che "meglio però sarebbe" avere anche più accortezza nell'uso del lessico, tanto più per un recensore accademico di puntate sbagliate, tanto più alla Crusca».

2. Un'analisi "laica". Il giudizio del lettore può essere definito "neopuristico", in quanto, come accennato, basato sul duplice criterio dell'autorità del dizionario (che non conferma l'accezione "impressionistico") e della competenza del parlante che non si riconosce in tale uso.

Quanto al costrutto «giudizio impressivo», il linguista (laico) si chiede però se si tratta di un uso strettamente personale, idiolettale dell'Accademica, un fatto "di parole" per dirla con Saussure (ovvero "di habla" secondo E. Coseriu), oppure di un uso "di langue", documentabile in altri parlanti.

Grazie a "Google (libri)", è in realtà possibile citare almeno tre precedenti esempi, in testi e di utenti non proprio incolti:

(i) Giorgio Bárberi Squarotti 1965: «il Manzoni appone continuamente il suo giudizio impressivo accanto agli eventi che ne vengono serrati in una necessità di [...]» (in Teoria e prove dello stile del Manzoni, Genova, Silva, p. 116).

(ii) Adriana Chemello 1995: «Un giudizio impressivo e fortemente sintetico si esplica attraverso il sensorio degli occhi» (Libri di lettura per le donne. L'etica del lavoro nella letteratura, Alessandria, Edizioni dell'Orso, p. 11).

(iii) Fabio Sangiovanni [2012]: «Si tratta della "chanson la plus enchanteresse en ancien français" – e classificata tra le reverdies – secondo il giudizio impressivo di Rosenberg che si accosta alla serie avviata da Gaston Paris per cui ci si troverebbe di fronte ad un "chef d’oeuvre de cette poésie printanière"» (Stati di imperfezione Indagini metriche (ed ecdotiche) sull’anisosillabismo nella versificazione romanza medievale con particolare riferimento alla lirica oitanica, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Padova, p. 278).

Se poi ci si interroga sull'origine di tale costrutto, il sospetto che possa trattarsi di un adattamento-calco sull'inglese "impressive judgment" è più che giustificato sia dalle numerose attestazioni in Google, che dal giudizio di una anglo-nativofona, da noi interpellata, per la quale "an impressive judgement" vale «che colpisce positivamente», ovvero «forte», anche «autorevole».

E se tale è l'accezione positiva di «giudizio impressivo» nei tre ess. di Google, il confronto con quello dell'Accademica fa emergere invece la differenza semantica, quasi idiolettale di quest'ultima. A questo punto, si può ipotizzare il processo, inconscio, della sottile pressione esercitata dall'inglese sulla storica della lingua. Percependo «giudizio impressionistico» come banale, la parlante è stata attratta dall'inglese "impressive judgement", di cui ha adottato il solo significante /impressive/ adattato fonicamente come [impressivo]. Un calco quindi fonico «giudizio impressivo», che ha sostituito il "giudizio impressionistico". Strutturalmente impress-ivo è aggettivo departicipiale (cfr. persuas-ivo, aggress-ivo, offens-ivo, permiss-ivo, ecc.) vs impression-istico aggettivo denominale.

Se questo è il possibile processo di formazione del sintagma nella grammatica inconscia della parlante, in termini strettamente normativi, c'è da chiedersi se tale uso idiolettale sia corretto. A nostro giudizio, sì: perché il significato è contestualmente chiaro, e perché il processo è proposto da un parlante non certamente incolto. Che poi tale uso possa diffondersi, lo deciderà la «massa parlante» della comunità.



* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di
--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);
-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);
--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);
-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)