Visite dal primo febbraio 2017

lunedì 20 novembre 2017

Che zagaglia!


La parola, ripresa dal Treccani, proposta da questo portale: zagaglia. Sostantivo femminile; indica un'arma simile alla lancia.

domenica 19 novembre 2017

"La lingua della musica"


Anche i "quiz" di questa settimana - proposti dalla Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica - hanno poco che vedere - a nostro parere -  con «l'Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile», come recita il titolo dei volumi redatti dalla stessa accademia. Su 8 domande solo 3 fanno riferimento alla lingua di Dante. Di queste, la sesta - che riportiamo - ci lascia perplessi perché la risposta che si deve dare ("zeppa") non si trova in nessuno dei "sacri testi grammaticali" in nostro possesso. La riportano solo i dizionari (ma bisogna saperlo, ovviamente) tra cui il vocabolario Treccani in rete, al punto 2/b.
Nel verso volare, oh oh, come si chiama quell’oh, oh?
onomatopea     zeppa

***

La parola proposta da questo portale: omeomeria. Sostantivo femminile del linguaggio filosofico; sta per "somiglianza".

venerdì 17 novembre 2017

Osservazioni... (4)


Probabilmente non tutti saranno d’accordo su quanto stiamo per scrivere (ogni giudizio, ovviamente, è soggettivo). Nel nostro lessico c’è un verbo che  “sa” troppo di burocrazia e andrebbe,  a nostro modo di vedere, sostituito con altri piú  “consoni”. Il verbo incriminato è  “declinare”. Non dimentichiamo che l’accezione primaria del suddetto verbo è  “volgere, tendere gradatamente al basso” derivando dal latino “chinare” (inclinare): la montagna ‘declina’ verso la pianura. Adoperarlo nel senso di  “rendere noto” o di “respingere” ci sembra, per l’appunto, un  “abuso linguistico”. Spesso, anzi sempre, si sente dire o si legge “declinò le generalità” (le rese note); la direzione “declina ogni responsabilità”; Mario “ha declinato l’invito”. Non è meglio dire “respinge” ogni responsabilità; “dette” (o riferí) le generalità e “ha rifiutato, non ha accettato” l’invito? Declinare, insomma, è un verbo che, a nostro avviso, meno si usa nelle accezioni “incriminate” meglio è per il  “bene” della lingua di Dante.

Le cronache dei giornali ci hanno abituato, purtroppo, a convivere con un bruttissimo barbarismo: cappottare. Leggiamo, sovente, frasi del tipo: l’automobile, dopo il pauroso scontro, si è cappottata e tutti gli occupanti sono deceduti sul colpo. Premesso che non vorremmo mai leggere notizie di questo tenore, vogliamo spendere due parole sull’origine e sull’uso di questa orribile... parola. Innanzi tutto è un francesismo e in quanto tale in buon italiano non si dovrebbe adoperare. Ci sono termini italianissimi  che fanno alla bisogna: capovolgere e ribaltare. Il francese “capoter”, da cui l’italiano “cappottare”, è un termine di origine marinaresca e sta a indicare il rovesciarsi di una nave. Dalle navi il vocabolo è passato, consolidandosi, al linguaggio automobilistico e aeronautico. Se proprio lo si vuole adoperare lo si usi, almeno, con una sola “p”: capottare. Cosí facendo si ferisce una sola lingua, non due. “Cappottare”, a nostro modo di vedere, è un termine ibrido: né francese né italiano. Dimenticavamo una cosa ancora piú importante, se proprio si vuole adoperare questo verbo barbaro: il suo ausiliare “naturale” è ‘avere’ (non essere); l’auto ‘ha’ capottato. Perché? Perché come tutti i verbi che indicano un moto fine a sé stesso si deve coniugare con l’ausiliare avere.

 ***

 La parola proposta da questo portale: cachinnare. Verbo - derivato di cachinno - che vale "ridere sguaiatamente,  rumorosamente". Nella lessicografia della Crusca troviamo l'avverbio squaccheratamente, vale a dire "ridere sconciamente, con grande strepito". Si veda anche qui.

giovedì 16 novembre 2017

"Non ancora..." o "ancora non..."?



Un interessante articolo della Crusca su: «Non ancora» e «ancora non».

***

Divertitevi con la lingua italiana cliccando qui.

mercoledì 15 novembre 2017

Il "sesso" del/della carcere


Il figliolo di un nostro amico ha “rimediato” un’insufficienza in un componimento in classe perché ha scritto “una” carcere anziché  “un” carcere, come gli ha fatto rilevare il suo professore di lingua e letteratura italiana. Ci dispiace immensamente per il figlio del nostro amico, ma ci dispiace ancora di piú per la “pochezza linguistica” dell’insegnante di scuola media superiore: l’alunno “sbagliando” non ha... sbagliato. Ci spieghiamo meglio.  Carcere – e il professore dovrebbe saperlo – nel singolare può essere tanto di genere maschile quanto di genere femminile, anche se quest’ultimo è di uso, per lo piú, letterario (nel plurale è tassativamente femminile: ahi, la stampa: *i carceri!). Vediamo, per sommi capi, la sua storia per capire la  “nascita” dei due generi.  Il termine carcere, dunque, indica contemporaneamente il luogo, o meglio l’edificio, ove viene scontata la pena e la pena medesima: lo hanno rinchiuso in carcere; gli hanno dato due anni di carcere. In quest’ultimo senso era molto comune, nei tempi andati, l’espressione  “carcere duro” (e ciò spiegherebbe il genere maschile) con cui veniva indicata una pena particolarmente rigorosa. Silvio Pellico, nelle  “Mie prigioni”, descrive minuziosamente questo tipo di pena: “Essere obbligato al lavoro, portare la catena ai piedi, dormire su rudi tavolacci, e mangiare il piú povero cibo immaginabile”. Da questa  espressione singolare maschile è nato il normale plurale maschile: carceri duri. Carcere, quindi, nel singolare può essere sia maschile sia femminile, in quest’ultimo caso rispetta la  “regola” dei sostantivi in  “-e” che sono, in buona parte, di genere femminile. Per concludere possiamo affermare che ‘carcere’ nel singolare è maschile se indica la pena: cinque anni di carcere; carcere preventivo; femminile se indica il luogo: una carcere fatiscente. C’è da dire, però, che nell’uso i due generi si confondono (e “confondono” i professori) con una netta prevalenza del maschile. Nel plurale sarà tassativamente femminile: le carceri. Per quanto attiene all'etimologia, diamo la "parola" a Ottorino Pianigiani, anche se ritenuto non fededegno da (quasi) tutti i linguisti.

sabato 11 novembre 2017

La lingua e la Crusca

------------------
Probabilmente siamo un po' tardi di  "comprendonio", ma proprio non riusciamo a capire il nesso tra i nuovi  "quiz", redatti dall'Accademia della Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica, e «l'Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile», come recita il titolo dei volumi redatti dalla stessa accademia. Saremo grati a chi ci illuminerà in merito.

***
Una (mezza)* mostruosità linguistica scovata in rete:

Coniugazione del verbo redarre

www.coniugazione.eu/verbo/redarre
Coniugazione del verbo redarre, indicativo, congiuntivo del verbo redarre, condizionale e participio del verbo redarre, significato del verbo redarre.
----------
* Mezza perché, fortunatamente, le altre voci verbali, escludendo l'infinito, sono corrette.



venerdì 10 novembre 2017

Osservazioni... (3)





AI TEMPI, ormai lontani, della scuola ci hanno insegnato (e, forse, insegnano ancora) una grande baggianata: l’aggettivo gratuito si deve pronunciare “perentoriamente” con l’accento sulla “ú” (gratúito). No, amici, questo aggettivo ha due pronunce, una alla greca e una alla latina: gratúito e gratuíto. La piú comune, però, è la prima: gratúito. Non lo sostiene l’estensore di queste noterelle, lo sostengono i sacri testi.
Sabatini Coletti: gratuito [gra-tùi-to, meno freq. …-tu-ì-…] agg.
Gabrielli: gratuito  [gra-tù-i-to] raro, poet. [gra-tu-ì-to]
Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia).

IL VERBO dire non è un verbo “tuttofare” e spesso si adopera al posto di altri verbi piú appropriati. Come sempre pilucchiamo qua e là dai vari giornali e riviste. In corsivo il verbo dire e in parentesi quello “appropriato”. Molti sono i concorrenti, disse (annunciò) il direttore, e qui disse (snocciolò) una serie di nomi; il giocatore ha avuto da dire  (un diverbio) con l’arbitro; l’imputato, interrogato dal giudice, si è detto (dichiarato, protestato) innocente; amici cari, ora vi dirò (spiattellerò) in faccia la verità; Mario ha detto (proposto) a Federico di fare una gita al mare; ti dico (assicuro),  mio caro, che le cose sono andate come ti ho detto (raccontato); il candidato, se eletto, ha detto (assicurato) che manterrà le promesse; credo che le cose siano andate in questo modo, ma non lo posso dire (affermare) con certezza; Giuseppe gli disse (confidò) in tutta segretezza ciò che aveva appreso.
 
È IMPROPRIO l’uso del termine conseguente nell’accezione di coerente e simili (anche se questo uso ha la "benedizione "di qualche vocabolario). Il vocabolo significa che vien dietro a qualcosa. Non scriveremo o diremo, quindi, sii conseguente con quello che dici ma, correttamente: sii coerente con ciò che dici.
ALCUNI ritengono i verbi  “accentare” e  “accentuare” l’uno sinonimo dell’altro e li adoperano indifferentemente. Le cose non stanno affatto cosí; facciamo, dunque, un po’ di chiarezza. Il primo (accentare) significa “mettere l’accento”: accentare i giorni della settimana; il secondo sta per “aumentare”, “mettere in evidenza”, “rendere piú marcato”: il freddo, in questi giorni, si va accentuando.  Alcuni vocabolari però...  Se amate la lingua non seguiteli.
UN GIORNALE locale titolava: “È una ragazza mezzo matta”. Perché “mezzo” e non  “mezza”? È corretto il titolo? Correttissimo, gentili amici. Mezzo, come aggettivo, concorda nel genere e nel numero con il sostantivo al quale è preposto: mezza mela; mezzi sigari; mezze pagine; mezzi fogli. Quando, invece, è posposto al sostantivo al quale è unito con la congiunzione  “e” resta invariato perché assume il valore di sostantivo con il significato di  “una metà”: due ore e mezzo, vale a dire due ore e “una metà” di un’ora; cinque chili e mezzo, cioè cinque chili e  “una metà” di un chilo. Resta altresí invariato, con valore avverbiale e significato di  “a metà”, quando è unito a un aggettivo per attenuarne il significato: ragazze  “mezzo” matte, vale a dire matte  “a metà”; la casa era  “mezzo” diroccata, cioè diroccata  “a metà”; le luci sono  “mezzo” spente, ossia spente  “a metà”; aveva gli occhi  “mezzo” chiusi, non chiusi interamente. Nell’uso, però, queste distinzioni non vengono osservate anche se è un errore (e non tutti i linguisti concordano) scrivere, per esempio, le cinque e mezza. Un plauso, quindi, al giornale che – una volta tanto – ha rispettato le leggi grammaticali lasciando mezzo invariato: ragazza  “mezzo” matta.


giovedì 9 novembre 2017

Una scoperta (quasi) "senzazionale"

Sovente veniamo accusati di "maltrattare" giornalisti e scrittori (non tutti, ovviamente) perché usano la lingua di Dante in modo errato, mettendo a repentaglio l' "incolumità linguistica" delle persone poco avvezze all'italico idioma. E a questo proposito -  navigando in rete - abbiamo fatto una scoperta (quasi) "senzazionale". Giudicate voi, amici amatori del bel parlare e del bello scrivere. Riteniamo superfluo precisare che la parola corretta è "sensazionale".

martedì 7 novembre 2017

Abbassare la buffa


Pochi, forse, conoscono questo modo di dire - per la verità relegato nella soffitta della lingua - anche se lo adoperano inconsciamente tutte le volte che si lasciano prendere dalla collera e “combattono” contro coloro che – a loro dire – sono rei di gravi offese. L’espressione è una metafora tratta dall’atto che facevano i cavalieri prima di affrontare un combattimento: abbassavano la buffa, cioè la visiera. Con la buffa calata il cavaliere si sentiva più libero, ardito e pronto a ferire e a difendersi. Il modo di dire, però, oggi ha acquisito un significato un po’ diverso: smascherarsi. Si dice, infatti, di chi a un certo punto si fa riconoscere per quello che realmente è.

 ***

La parola proposta da questo portale e non a lemma nei vocabolari dell'uso: ossicràto. Sostantivo maschile con il quale si indica una bevanda farmacologica composta con acqua, aceto e miele.
-------
Errata corrige: ho fatto un po' di confusione circa il modo di dire "Abbassare la buffa". Oggi si adopera l'espressione 'ritoccata' "togliersi la buffa", vale a dire "smascherarsi", mostrarsi come si è realmente.

domenica 5 novembre 2017

I "segreti" della lingua

Cortese professore,
continui  pure con le sue "inquietanti restrizioni", non prenda in considerazione il commento del  lettore Gilberto (post "Osservazioni..." 2).  Le sue "restrizioni" hanno consentito a mio figlio, che con me segue assiduamente il suo blog, di apprendere molti "segreti" della lingua italiana e di ottenere ottimi risultati scolastici. Molti di questi  "segreti" sono riportati anche nel suo meraviglioso e istruttivo libro "Un tesoro di lingua", per questo non finirò, anzi finiremo, mai di ringraziarla. Tra i tanti "segreti" ci piacerebbe sapere perché il mezzo di trasporto pubblico, prima dell'avvento del treno e dei veicoli a motore, si chiamava "diligenza", quella, per intenderci, che si vede nei film. Grazie se questa mail avrà una risposta.
Con viva cordialità
Antonio S.
Trieste
-------------------------

Gentilissimo Antonio, arrossisco e la ringrazio. Il "segreto" di cui in oggetto è stato trattato tempo fa. Le faccio il copincolla.

Vi siete mai soffermati a riflettere sul motivo per
cui la carrozza a due o più cavalli che un tempo
serviva per il regolare trasporto di persone da un
luogo all’altro si chiama (o chiamava) diligenza?
No?! Bene. Allora approfittiamone e viaggiamo
assieme, con la fantasia, sulla diligenza che ci
condurrà al mare. Durante il percorso, breve, vedremo
come è nato il nome di questa vettura che
ha sempre un suo intramontabile fascino.
Come la grande maggioranza delle parole anche
“diligenza” si rifà al padre della nostra lingua:
il latino. E dal latino “diligentia”, appunto, è
nato il termine italiano con due significati diversi
ma strettamente in rapporto tra loro (anche se,
per la verità, diligenza nel significato di “vettura”
ci è giunto dal francese “diligence”: il francese
non è figlio del latino?). Ma andiamo con ordine.
Nella prima accezione il termine diligenza ha
conservato lo stesso significato che aveva il latino
“diligentia”, vale a dire ‘cura’, ‘zelo’, ‘premura’ e
perché no? ‘fretta’. In seguito ha assunto anche
il significato di “vettura”, “carrozza”. Ma che
rapporto intercorre tra diligenza nel significato
di ‘premura’ e quello di ‘carrozza’? Un rapporto
strettissimo. In Francia, tra il Seicento e il
Settecento, si chiamò “carrosse de diligence” un
mezzo di trasporto rapido che viaggiasse con la
massima ‘premura’ (‘diligence’). Con il trascorrere
del tempo, come accade spesso in fatto di
lingua, si tralasciò “carrosse de diligence” e restò
solo ‘diligence’, donde la nostra “diligenza”.



***
Ancora sulla "lingua" della stampa


E’ gravissimo il quadro che emerge dall’inchiesta della Procura di Lecce sugli abusi subiti da un’adolescente di un paese della provincia di  Lecce, che è stata recentemente allontanata dalla casa familiare per sottrarla a un clima di omertà che gli inquirenti ritengono pericoloso.

---------------
Il periodo che avete appena letto, tratto da un articolo di un giornale in rete, contiene due errori; uno veniale (matita rossa) l'altro mortale (matita blu). Il veniale è la "e" verbo con l'apostrofo e non, correttamente, con l'accento (È); l'altro, mortale, è la collocazione del  pronome relativo, che in buona lingua italiana si riferisce sempre all'antecedente, in questo caso alla città di Lecce. Stando alla lingua, quindi, dalla casa familiare non è stata allontanata la fanciulla, ma la città di Lecce. Attendiamo, naturalmente, di essere smentiti dai soliti linguisti "d'assalto".


sabato 4 novembre 2017

La Crusca e il "web"




Repubblica e l'Accademia della Crusca presentano una nuova collana che ti farà innamorare della lingua italiana.
Dalle basi della grammatica all'italiano nell'era digitale, con tanti consigli utili per scrivere e parlare correttamente.
E, in ogni volume, una serie di giochi per metterti alla prova. Riscopri la ricchezza e la bellezza della nostra lingua.

-------------------

Onestamente non capiamo come facciamo a riscoprire la bellezza della nostra lingua se la difensora dell'italico idioma continua a proporre dei "quiz" sulla conoscenza della lingua della perfida Albione. Si clicchi qui.

***

La parola (non attestata nei vocabolari dell'uso) che proponiamo è: paffa (minestra). Di qui paffuto. In senso figurato "fa la paffa" colui che conduce una vita agiata e oziosa.



***
La "lingua" della stampa


--------------------
Ciuffeche, non cioffeche, sostantivo femminile (di ambito regionale). Si veda qui e qui.


venerdì 3 novembre 2017

Sgroi - Papa Francesco onomaturgo italofono 'ispirato' dallo spagnolo



Un articolo del prof. Salvatore Claudio Sgroi, dell'Università di Catania, pubblicato sul sito dell'Accademia della Crusca.






«'I Re Magi erano "nostalgiosi" di Dio': il Papa conia un nuovo neologismo» ‒ è il titolo di un intervento on line della giornalista Franca Giansoldati. Nell'omelia per la festa dell'Epifania (6.I.2017) Papa Francesco si è infatti così espresso:

 "il credente nostalgioso spinto dalla sua fede va in cerca di Dio come i magi nei luoghi più reconditi della storia perché sa in cor suo che là l'aspetta il Signore".

 Un'occasione ghiotta anche per "Il Messaggero.it" e il "Corriere TV Roma" per sottolineare che il Papa "conia il termine nostalgioso", ovvero che "dopo petaloso arriva il nuovo termine".

Il rapporto così tra la nozione di "coniazione", "neologismo" e petaloso suggerito per il termine di Bergoglio nostalgioso è invero fuorviante. Si suggerisce infatti che, -- dopo il, anzi, a seguito del neologismo-conio petaloso da parte del bambino italiano, che ha chiesto un parere all’Accademia della Crusca con grande eco mediatica, -- anche il Papa avrebbe formato da nostalgia l'aggettivo denominale nostalgioso. Il tutto secondo una regola di derivazione assai vitale in italiano, ricco al riguardo di un migliaio di derivati in -oso (es. annoso, famoso, fascinoso ecc.) con le varianti -uoso (es. talentuoso, affettuoso, fruttuoso) e -ioso (bilioso, grandioso, licenzioso).

In realtà, però l'agg. nostalgioso esisteva (prima che in italiano) già in spagnolo. Con il significato di 'nostalgico', anzi come sua variante. La conferma non viene dalla consultazione dei dizionari bilingui spagnolo-italiano (Zanichelli 2012, Hoepli 2009, Garzanti 2009). E neanche dai monolingui spagnoli a partire dallo stesso Diccionario de la Real Academia Española (DRAE 2014), o dal Gran Diccionario de uso del Español actual (GDUEA 2001) o dalla Moliner (1966-67). La conferma ci viene invece dal Diccionario del español actual di Seco - Andrés - Ramos (2011), che documenta l'aggettivo come "raro" e come variante di nostálgico, con due ess.: (i) "nostalgiosa seguridad" di Zunzunegui del 1956; e (ii) "alma nostalgiosa" in Abc 12.5.93.

Il ricorso a Internet consente di identificare altri due ess.: (i) del 1957 "Será, tal vez, que lo nostalgioso no nos resulta constructivo" (in Dinámica social) e (ii) del 2005 "un folklore tradicional, telurista, descriptivo y nostalgioso" (in Studi latinoamericani).

Ma già nel 1938 il termine appariva in Ecuador, sdoganato da Justino Cornejo Fuera del diccionario:

"El Diccionario no trae sino nostálgico-a [...]. Mas, existe, autorizado por el uso, estotro adjetivo, homólogo del anterior: nostalgioso-a".

In Cile lo documenta Charles Emil Kany 1962 (in Semántica hispanoamericana): "nostalgioso (Chile) 'nostálgico', como me 'parecía nostalgioso del mar' (Azocar)".

La documentazione più ampia è poi quella del Corpus del Español del Siglo XXI, che fornisce ben 9 ess. tra il 2003 e il 2009. Di cui 6 nell'Argentina di Bergoglio: (i) "Nostalgioso. Hablaba de fútbol"; (ii) "Ahora quedamos nostalgiosas"; (iii) "TV nostalgiosa"; (iv) "pizzas nostalgiosas"; (v) "un peludo nostalgioso de aquellos años"; (vi) "un fino repertorio, muy nostalgioso"). Uno in Bolivia: "hacer empanadas nostalgiosas y tristes". E 2 in Colombia: "ya estoy nostalgiosa", con il significativo commento metalinguistico: "De esa escena me queda el adjetivo nostalgiosa, en lugar de nostálgica. No será castizo pero suena lindo".

Morale della favola. L'agg. nostalgioso adoperato dal Papa è sì un "neologismo" in italiano, ma non in quanto "conio" o sua "neoformazione", ma in quanto prestito o dono dello spagnolo d'America in seguito a transfert.

Un transfert strutturalmente compatibile in italiano, che condivide con lo spagnolo la formazione di suffissati in -oso (cfr. preci-oso, malici-oso, peligr-oso, dud-oso, afect-uoso, ecc.).

Si potrebbe anche dire che in italiano, prima dell'uso del Papa, nostalgioso esisteva potenzialmente, nel sistema, in virtù della regola di derivazione condivisa con lo spagnolo, ma è grazie all'uso di papa Francesco, che si è realizzato in italiano, diventando quindi, come direbbe Eugenio Coseriu, "norma" e con un avvenire assai promettente dinanzi a sé grazie al prestigio del Sommo Locutore.





giovedì 2 novembre 2017

Osservazioni... (2)



I GRAMMATICI usano dividere le sillabe in “aperte” quando finiscono con una vocale: ma-re; te-so-ro e in “chiuse” quando, invece, finiscono con una consonante: al-cher-mes. Una parola può essere costituita, quindi, di tutte sillabe aperte o di tutte sillabe chiuse; la maggior parte dei vocaboli, però, è composta di sillabe che chiameremo “miste” (aperte e chiuse): bab-bo; sin-da-co; mam-ma; sol-do. A questo punto il discorso ci porta a spendere due… parole sulla divisione delle sillabe in fin di riga (o di rigo); come si va “a capo”, insomma, con le parole formate con prefissi “speciali”: ben-, in-, mal-, cis-, dis-, pos-, trans- o tras-. Le parole così composte possono dividersi in sillaba senza tener conto del prefisso (che fa sillaba a sé) oppure considerare il prefisso parte integrante della parola. Ci spieghiamo meglio con un esempio. Dispiacere si può dividere considerando il prefisso sillaba a sé; avremo, quindi, dis-pia-ce-re, oppure, “normalmente”, di-spia-ce-re. Trastevere – altro esempio – si può dividere secondo l’una o l’altra “regola”: Tras-te-ve-re o Tra-ste-ve-re. Consigliamo vivamente, a coloro che non sono in grado di distinguere con assoluta certezza i prefissi componenti, di attenersi – nell’andare “a capo” – alla normale divisione sillabica. Eviteranno, in questo modo, di incorrere in spiacevoli strafalcioni. In caso di dubbio si può consultare una buona grammatica dove, nel “sillabo”, sono riportati tutti gli argomenti trattati, messi anche in ordine alfabetico.


STUPISCE il constatare che molte persone confondono la preposizione con la proposizione, ritengono, cioè, i due termini l’uno sinonimo dell’altro. Vediamo, quindi – sia pure per sommi capi – che cosa è la “proposizione” (con la “o”). Ce lo dice la stessa parola latina dalla quale deriva (“propositio”, ‘cosa proposta’ alla considerazione, alla discussione e, per tanto, “argomento”, “concetto”) vale a dire “gruppo di parole unito a un verbo che esprima un pensiero riguardo a un dato argomento”, insomma una frase: Giovanni legge attentamente; Paolo rimira le stelle; Giuliano risolve i cruciverba. In tutti questi esempi ogni parola è unita a un verbo e forma, o meglio esprime un concetto “proposto” (‘proposizione’) alla nostra attenzione. Gli “ingredienti” essenziali di una proposizione sono il soggetto e il verbo, senza quest’ultimo, anzi, non si ha alcuna proposizione in quanto il gruppo di parole risulterebbe “slegato”. Ma cos’è il soggetto, elemento “principe” – dopo il verbo – di una proposizione? Semplicissimo: è la persona, l’animale o la cosa di cui si parla. Viene dal latino “subiectus” ed è l’elemento “sottoposto” a un giudizio, vale a dire – per usare le parole del linguista Francesco Ugolini – “il termine di cui si afferma una maniera d’essere o d’agire”. Negli esempi sopra riportati “affermiamo” che Giovanni legge attentamente, che Paolo rimira le stelle e che Giuliano risolve i cruciverba; Giovanni, Paolo e Giuliano sono, per tanto, “elementi sottoposti” a una nostra considerazione. Attenzione, quindi, non si confonda la “preposizione” con la “proposizione”: il figlio di un nostro conoscente ha scritto – in un compito in classe – che trovava “difficoltoso riconoscere i vari complementi contenuti in una preposizione”. Riteniamo superfluo riportare il giudizio negativo dell’insegnante, fortunatamente di quelli con la “i” maiuscola. E visto che siamo in tema di proposizioni evitate – se desiderate scrivere forbitamente – di adoperare l’avverbio “onde” seguito da un infinito (anche se usato da “firme eccellenti”): ti scrivo onde avvertirti del mio arrivo. Si dirà, correttamente, ti scrivo “per” avvertirti del mio arrivo. Sí, siamo caduti nella pedanteria, ma non importa. Onde, è bene ricordarlo, è un avverbio di luogo, precisamente di moto da luogo, è il latino “unde” e vale “da dove”; non ci sembra corretto adoperarlo, quindi, per introdurre una proposizione finale o causale. Non è, insomma, una parolina ‘multiuso’ anche se molte cosí dette grandi firme non si fanno scrupolo alcuno dell’uso improprio. Abbiamo sempre detto, infatti, che non tutti gli scrittori sono linguisti e che non tutti i giornalisti sanno adoperare la lingua a dovere. Voi, amici, seguite chi volete; se desiderate, però, scrivere (e parlare) correttamente diffidate di queste “firme illustri”.



DORMENTE e dormiente sono entrambe le forme del participio presente del verbo dormire e, in quanto tali, si possono adoperare indifferentemente. La prima forma è quella piú comune e "piú regolare" perché segue la "regola" del paradigma dei verbi della III coniugazione che formano il participio presente aggiungendo al tema la desinenza "-ente": "dorm" (tema), "-ente" (desinenza). La seconda rispecchia la forma latina, cioè "dormiens, dormientis": dormiente(m). Nell'uso, però, si tende ad adoperare la forma latineggiante (dormiente) in funzione di sostantivo: il dormiente, i dormienti.

***

La parola proposta da questo portale e non a lemma nei vocabolari dell'uso:  ferraguto.  Aggettivo  sostantivato  che sta per  "ladro di campagna".







martedì 31 ottobre 2017

Modi di dire poco conosciuti


Aspettare il porco alla quercia
Chi aspetta il porco alla quercia?, come recita il modo di dire che avete appena letto. Colui che aspetta l’occasione buona per fare qualcosa, in particolare per vendicarsi di qualcuno, partendo dal presupposto che l’occasione prima o poi arriverà. E il maiale che cosa c’entra? L’immagine è quella della persona che sta vicino a una quercia aspettando il porco, che arriverà certamente perché ghiottissimo di ghiande.
Al barlocchio non far mai condurre il cocchio.
Forse pochi conoscono questo proverbio in quanto “barlocchio” non è attestato nei comuni vocabolari. Questo sostantivo si riferisce a una persona che ha la vista debole. In senso figurato, quindi, barlocchio si dice di una persona poco affidabile. Non si affidi, per tanto, il governo di alcunché a un barlocchio *.

* Barlocchio

Levare il vino dai fiaschi

Quest’espressione viene adoperata, ovviamente in senso figurato, quando si invita una persona a fare chiarezza su una questione rimasta in sospeso o a “prendere di petto” e definitivamente una situazione in modo da concluderla. Il modo di dire fa riferimento al vino perché la qualità si verifica solo al momento in cui si toglie dal fiasco e si consuma.
Passare in razza
Chi passa in razza? Colui (o colei) che riceve una carica puramente onorifica ma che in realtà comporta le “dimissioni” da incarichi importanti espletati fino a quel momento. Il modo di dire si rifà al trattamento riservato agli animali da competizione, soprattutto cavalli e cani: alla fine della “carriera” sportiva vengono adibiti esclusivamente alla riproduzione.
Fare come quello che portò il cacio al padrone
Questo modo di dire, di uso raro e probabilmente poco conosciuto, si riferisce a una persona che elargisce regali a destra e a manca ma, in seguito, se li riprende in altra forma. L’espressione è tratta da un racconto di origine popolare. Un contadino andò a far visita al padrone del podere portandogli in dono una forma di formaggio. Apprezzando molto il pensiero, l’uomo invitò il contadino a fare uno spuntino con il suo stesso formaggio; quest’ultimo, con mille ringraziamenti e salamelecchi, se lo finí tutto.


***

Ecco una parola che ci piacerebbe fosse rispolverata e rimessa a lemma nei vocabolari dell'uso: infrunito.  Aggettivo che sta per dissennato, stolto e simili.

lunedì 30 ottobre 2017

Al riparo "di" o al riparo "da"?




-----------------

A nostro avviso il titolo in oggetto contiene due errori: uno "veniale" (matita rossa) l'altro "mortale" (matita blu). Il veniale è l'univerbazione di "malagestione", che significa - come si sa - 'cattiva gestione'. La grafia da preferire, per tanto, è quella analitica (scissa) perché "mala" è il femminile singolare dell'aggettivo "malo" (cattivo, riprovevole): mala (cattiva) gestione. Qualcuno scriverebbe "cattivagestione"? L'errore mortale è l'uso della preposizione "di" (del) preceduta dal sostantivo riparo; la preposizione corretta è "da" (dal) perché si è al riparo "da qualcosa", non "di qualcosa".  Sembra che i vocabolari ci diano ragione. Un dubbio: i titolisti, forse, con la locuzione "al riparo del" intendevano dire "protetta dal" suo statuto speciale? Se è cosí hanno scritto - secondo la lingua italiana - tutto il contrario.

***

Due le parole che proponiamo, una - ripresa dal Treccani - è precone e sta per "banditore", l'altra, non a lemma nei vocabolari dell'uso, è cinquantare, vale a dire "esagerare".

domenica 29 ottobre 2017

Osservazioni...


DUE PAROLE, due, sull’uso di un aggettivo che a nostro modo di vedere molto spesso viene adoperato a sproposito: nutrito. Questo aggettivo, dunque, è il participio passato del verbo “nutrire” e significa ‘pasciuto’,‘robusto’,‘ben nutrito’ e simili: è un ragazzo ‘nutrito’, cioè pasciuto. Molto spesso si usa, invece, con un significato che non ha: ‘caloroso’, ‘forte’, ‘insistente’, ‘scrosciante’ e simili: la cantante è stata accolta con un nutrito applauso. Quest’uso, se non scorretto, ci sembra, per lo meno, ridicolo. Gli applausi possono essere ‘nutriti’, cioè pasciuti, robusti? Certamente no. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere ha altri aggettivi che fanno alla bisogna in casi del genere: caloroso, lungo, forte, fragoroso, scrosciante, incessante ecc.

ANCORA una volta ci preme ricordare che il verbo “arricchire” si costruisce con le preposizioni “di” o “con”. I “dicitori” dei notiziari radiotelevisivi, imperterriti, continuano a utilizzare la preposizione “da”, che, ripetiamo, è scorretta inducendo, quindi, in errore gli ascoltatori sprovveduti in fatto di lingua.

IN PRESENZA DI è un'espressione non molto corretta se chi parla o scrive non si riferisce a persone. Spesso ci capita di leggere sulla stampa frasi tipo "Tizio è stato condannato in presenza delle prove acquisite.

ANURIA e ANURÍA. Si presti attenzione a questi due sostantivi perché non sono sinonimi ma cambiano di significato a seconda dell'accentazione. Quando l'accento cade sulla "u" il termine indica un arresto della secrezione urinaria: quel paziente è affetto da anuria; se, invece, l'accento cade sulla "i" il vocabolo designa la mancanza di coda in un animale.

MAI. Avverbio di tempo con due accezioni distinte: qualche volta (una volta) e nessuna volta.  Quando sta per una volta non richiede la negazione non: dicesse mai (una volta) la verità. Deve essere necessariamente preceduto dalla negazione (non) quando vale nessuna volta: non l'ho mai incontrato; nell'uso corrente si tende a omettere il "non": mai incontrato, meglio non l'ho mai incontrato.

venerdì 27 ottobre 2017

Gli italiani e gli errori grammaticali piú comuni

In occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo, ecco gli errori più comuni che si commettono quando non si utilizza nel modo opportuno la lingua italiana… (si clicchi qui).

***

Due parole, due, sull'avverbio "invece", che si può scrivere in grafia analitica  (in vece) e in grafia univerbata (invece), naturalmente non a caso. In  grafia scissa quando l'avverbio in questione assume il significato di "in luogo di", "al posto di": alla cerimonia era presente l'assessore alla cultura in vece (al posto) del sindaco. In grafia univerbata se l'avverbio ha il significato di "al contrario", "all'opposto" e simili: sembrava un galantuomo, invece si è rivelato un mascalzone. Nell'uso corrente è spesso rafforzato dalle congiunzioni "ma" o "mentre": ha detto di essere uscito, mentre invece è rimasto tutto il giorno chiuso in casa. È un uso prettamente familiare che - in buona lingua italiana - è meglio evitare.


***

Le nuove domande redatte dall'Accademia della Crusca: servono a farci "innamorare della nostra lingua"?

giovedì 26 ottobre 2017

Verbi: inergativi e inaccusativi


Gentile dott. Fausto Raso,

anch'io, come il lettore di Crotone, ho scaricato da Internet il suo meraviglioso libro (peccato che non sia in commercio) dal quale sto apprendendo molte "curiosità linguistico-grammaticali" non riportate nei libri di lingua in mio possesso. La sua fatica, quindi,  è veramente encomiabile. Dirle grazie è poco. Ho visto che risponde ai quesiti posti dai lettori. Ne approfitto anch'io. Sull'autobus, mentre mi recavo in ufficio, alcuni studenti stavano ripassando le lezioni e parlavano di verbi "inergativi" e "inaccusativi". Confesso, non ho mai sentito, quando andavo a scuola, questi termini. Può, cortesemente, dirmi di che genere di verbi si tratta?

La ringrazio anticipatamente e le porgo i miei più cordiali saluti.

Osvaldo P.

Trento

--------------------

Cortese Osvaldo, la ringrazio per le sue belle parole. Quanto al suo quesito, le faccio "rispondere" dagli esperti dell'enciclopedia Treccani che saranno, senza alcun dubbio, piú chiari ed esaustivi di quanto possa essere il sottoscritto.



***

Ancora sulla "lingua" della stampa




------------------------


"Fila" questo titolo? Ha un senso? Rispetta le regole grammaticali? Il verbo in parentesi è come se non ci fosse, la frase, per tanto, risulta sgrammaticata: Viaggio negli spot che offendere tutti. Attendiamo, naturalmente, che qualcuno ci  "sbugiardi".


mercoledì 25 ottobre 2017

Sgroi - Il plurale di "fondovalle"? Uno psicodramma...



Alcune persone hanno chiesto alla consulenza linguistica della Crusca quale è il plurale corretto di "fondovalle".
Ha risposto il prof. Salvatore Claudio Sgroi, in un articolo pubblicato su "La Crusca per voi".


1. Pluri-richiesta


Il quesito intriga ben 6 lettori con domande in parte diverse, tra il descrittivista e la richiesta scopertamente normativista.

"Qual'è?"/"qual è?" il plurale del composto chiedono Luca Gemignani di Torre del Lago (LU) e Roberto Burini di Bergamo; e con preoccupazione normativista: quale "la forma corretta"? (Maurizio Bruno di Torino) o il plurale "corretto"? (Giorgio Bernardi di Cuneo, Nicola Gabellieri di Volterra, Anna Rita di Cerbo di Rho).


1.1. Presupposizioni (diverse)

 Faccio una premessa. Il parlante che (si) chiede se si dice "in questo o in quel modo?", muove da una presupposizione, ovvero che delle due alternative che si pone, solo una è/sia corretta. Il dubbio è vissuto quasi con un 'senso di colpa'. Propongo invece di muovere da un'altra presupposizione: eliminare i 'sensi di colpa' e ipotizzare che le due alternative siano indizio di ricchezza, generate da due diverse regole, che si tratta in primo luogo di individuare. Il parlante poi sceglierà (normativamente) l'alternativa che riterrà più opportuna sulla base di due criteri:

a) scegliere la forma non ambigua,

b) scegliere quella dei parlanti colti o mediamente colti,

c) scartare invece la forma non-ambigua ma tipica dei parlanti popolari, incolti o semi-colti.

Se invece, per individuare la forma più adeguata, si vuole affidare ai testi "istituzionali" della norma linguistica, quali sono i dizionari, ebbene accetti le loro indicazioni. E se i dizionari indicano non una ma più norme, vuol dire che vanno entrambe bene. Non pretenda che la forma "corretta" sia solo una, "unanimamente riconosciuta", come vorrebbe la lettrice Anna Rita Di Cerbo. Le lingue sono al servizio della "massa parlante" e sono quindi per natura multiformi per poterne soddisfare gli infiniti bisogni espressivo-comunicativi e stilistici.


2. Le 4 possibili pluralizzazioni del composto


Per quanto riguarda il composto (bi)nominale fondovalle, "Nome + nome", esso presenta quattro possibilità teoriche, astratte di pluralizzazione: o

(i) resta invar. nei due costituenti (i fondovalle), o

(ii) varia solo nel primo (i fondivalle), o

(iii) varia solo nel secondo (i fondovalli), o

(iv) varia in entrambi (i fondivalli).

Tre dei sei lettori dichiarano di aver consultato più dizionari trovando risposte diverse. Una ricerca ammirevole è quella di Anna Rita Di Cerbo che ha compulsato ben 8 dizionari: Garzanti 2009 e on-line, Hoepli on line, il nuovo De Mauro on line, Sabatini-Coletti on line, Treccani on-line, Devoto-Oli 1981, Collins-Dini 1998. N. Gabellieri ha consultato la Treccani e Garzanti, Roberto Buri "alcuni dizionari" non meglio identificati.


2.1. Solo 2 pluralizzazioni documentate nei dizionari


Delle 4 possibilità teoriche di pluralizzazione, quelle documentate nei dizionari sono solo due:

(i) la forma invariabile nei due costituenti (i fondovalle), in Garzanti e Sabatini-Coletti e

 (ii) variabile solo nel primo (i fondivalle), in Treccani, Devoto-Oli, Hoepli; ma anche in Garzanti e (aggiungo io) nel De Mauro 2000 cartaceo.

Questa variabilità ha messo "in agitazione" i nostri lettori. "Che pesci pigliare?", si sono chiesti. Tutte e due le soluzioni sono ‒ direi io ‒ "corrette" in quanto garantite dai dizionari. Il lettore sceglierà quella che preferisce. Pretendere di trovare una sola e stessa risposta, significherebbe pretendere ‒ irrealisticamente ‒ che la lingua sia monolitica. La variatio è costituzionale nella lingua e quella che caratterizza i parlanti colti è corretta.

Così la lettrice Anna Rita Di Cerbo, che "dopo anni che us[a] “fondivalle” come plurale, nell'ambito della [...] attività formativa e professionale scientifica", non deve, a mio giudizio, "convertir[si] a “fondovalle” per utilizzare un termine linguisticamente corretto"; può invece benissimo andare "avanti così" con il non meno corretto i fondivalle, garantito da ben sei dizionari, e considerare "risolto il caso".

Nicola Gabellieri scriva pure da parte sua il suo "articolo sulla coltivazione dei fondovalle nel XX secolo".

Maurizio Bruno e il suo amico non "litighino" perché hanno entrambi "ragione".


2.1.1. Il perché delle due pluralizzazioni dizionaristiche


Il lettore, avendo soddisfatto la sua (legittima) "pulsione" normativa, può a questo punto porsi anche domande più complesse sul perché di quelle due regole, e sul funzionamento strutturale dell'italiano. La teoria è in realtà problematica, data anche la variabilità dei comportamenti linguistici dei parlanti riguardo al plurale dei composti. Il criterio più pertinente e decisivo nella grammatica dei composti è, direi, quello semantico della "Testa".


2.1.2. La "testa" del composto. Ce l'ha? E dov'è?


La regola "naturale" nei composti (bi)nominali è che vari solo la "Testa" del composto. Che cos'è la "Testa"?; la "Testa" di "Fondovalle" si identifica rispondendo alla domanda: "Il Fondovalle è un "fondo" o è una "valle"? Chiaramente non si tratta di una "valle" ma del "Fondo (di una valle)". "Fondo è quindi la Testa"; il composto è sintatticamente un composto "endocentrico" con testa tipicamente a sinistra. E infatti il plurale (naturale) per molti parlanti è "i Fondivalle".

La conseguenza e la conferma di ciò è che il genere grammaticale delle Testa (qui fondo s.m) si trasferisce (ovvero con l'anglo-tecnicismo "percola") a tutto il composto, che è infatti s.m. (e non già s.f. *la fondoValle).

Il plur. i Fondivalle è trasparente avendo il valore di "i Fondi della valle", il composto essendo sintatticamente un composto con valore subordinativo quanto al determinante "(della) valle". Non è un caso che tale plurale è quello presente in tutti i dizionari.


2.1.2.1. La variante invar. i Fondovalle  minoritaria


La variante invar. i Fondovalle è decisamente minoritaria, ignorata in 6 dizz. su 8; solo il Garzanti indica le due possibilità. E quasi paradossalmente è la sola forma indicata nel Sabatini-Coletti. Strutturalmente i fondovalle invariabile suggerisce che si tratta di un composto senza Testa, come dire il fondovalle è "lo spazio che si trova 'al fondo della valle ". Cfr. "la coltivazione dei fondovalle nel XIX secolo" del lettore Nicola Gabellieri.

In altri composti fondo è invero ciò che è 'in fondo a', così il fondo schiena indica 'la parte del corpo che si trova in fondo alla schiena', ovvero 'il sedere', plur. invar. i fondoschiena.

In altri composti con fondo- quali i fondocampo e i fondotinta la possibile oscillazione nel plur. si può interpretare come dovuta a tale oscillazione nella identificazione della testa del composto: o senza testa (e quindi invar.) o con testa (e quindi variabile).


2.1.2.2. Altre due pluralizzazioni: (iii) i fondovalli e (iv) i fondivalli

 Quanto agli altri due possibili plurali (iii) i fondovalli con variazione del solo secondo costituente e (iv) i fondivalli con variazione di entrambi i costituenti, non documentati nella lessicografia, la lacuna lessicografica è colmabile ormai con Google ricerca avanzata. La quale consente di stabilire la seguente classifica di vitalità, sulla scorta del numero delle attestazioni nell'arco temporale 1900-2017 ("Google libri, Ricerca avanzata", del 6 febb. 2017):

 (I)  ‒ ‒ i fondovalle 1900-2017: 44 attest.; (II) + ‒ i fondivalle 1900-2017: 28 attestazioni; (III) ‒ + i fondovalli 1900-2017: 25 attest.; (IV) ++ i fondivalli 1900-2017: 19 attest.

Il composto (iii) i fondovalli con variazione del solo determinante a destra, rivela che si è opacizzato morfologicamente, si è fossilizzato, diventando  uno dei tanti lessemi in -e, con pl. quindi in /-i/. Analogo processo ha riguardato per es. il composto palcoscenico pl. palcoscenic-i (piuttosto che palchiscenici) (cfr. Sgroi 2012).

Il composto (iv) i fondivalli, con entrambi i costituenti variabili, sta a indicare che il determinante a destra, nome subordinato ("della valle"), è interpretato come agg. di relazione ("della valle" = "vallivo") e quindi è fatto variare al plurale in parallelo con la testa: "i fondi (delle) valli" ovvero "i fondi valli" o "fondi vallivi".


3. Retrodatazioni

 Google libri consente altresì di retrodatare il s. fondovalle dal 1929 (nel DELI e nel Battaglia) al 1875: "anche a Vayes il riparo sottoroccia si trovava probabilmente prospicente ad un fondovalle in queste condizioni" (Bullettino di paletnologia italiana, vol. 23, p. 109).


4. Per saperne di più

 Ma la tipologia dei composti è notevole e per conseguenza variabile la pluralizzazione, in dipendenza dell'interpretazione del parlante. La Nuova Grammatica italiana di G. Salvi - L. Vanelli (2004) risponde in maniera soddisfacente a tale problema. Il lettore più esigente si rifarà naturalmente al trattato istituzionale sul tema: La formazione delle parole in italiano, a cura di M. Grossmann - F. Rainer (2004).