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mercoledì 30 novembre 2016

A proposito del «qual'è»


 Alcuni amici lettori hanno ravvisato nel pregevole articolo del prof. Sgroi un apostrofo di troppo (qual'è). A tal proposito pubblichiamo un intervento dello stesso professore in cui spiega, con dovizia di particolari, il "non-errore"  dell'apostrofo.

NON È ERRORE, MA PRONUNCIA DELL’ITALIANO MODERNO
“Qual’è” (sic!) laicamente con apostrofo
 SALVATORE CLAUDIO SGROI *
Nel domenicale del “Sole 24 ore” del 17 febbraio, Giuseppe Antonelli, bravo storico della lingua nonché romanziere e brillante giornalista, ha ricordato che «qualche anno fa, a Roberto Saviano sfuggì - twittando - un apostrofo di troppo: “Qual’è il peso specifico della libertà di parola? ”». Capita, può capitare, specie quando si scrive rapidamente su una tastierina piccola come quella di un telefono. Ma Saviano non volle ammettere l’errore e, rispondendo alle critiche, scrisse «Ho deciso: -) continuerò a scrivere ‘qual’è’ con l’apostrofo come Pirandello, Landolfi”». «Non è così che funziona» è stato il giudizio netto (puristico) di Antonelli. Da cui però dissentiamo in toto, in nome di una “Grammatica laica”. Dando piena ragione a Saviano per la sua scelta. Per motivi diversi. In primo luogo non si tratta affatto di un “errore”. Poi si tratta anche di un uso “codificato”, cioè riconosciuto come corretto da grammatici, per di più puristi. Ancora. Lungi dall’essere un uso sgrammaticato, il “qual’è” è invece un uso dettato da una precisa regola grammaticale di grande vitalità. Per essere considerato un “uso errato”, il “qual’è” (con l’apostrofo) dovrebbe essere prerogativa delle scritture degli incolti. Ma non è affatto così. Saviano giustamente ricordava di trovarsi in compagnia con autori quali Pirandello e Landolfi. Ma la schiera di scriventi doc del ‘900 è facilmente arricchibile. Se si dà un’occhiata al “Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento”, nel Cd-Rom curato da Tullio De Mauro (Utet 2007), costituito da 100 testi del Premio Strega apparsi nel cinquantennio 1947-2003, si scopre la presenza di “qual’è/qual’era” in autori come G. Berto 1947, A. Palazzeschi 1948, C. Malaparte 1950, A. Moravia 1952, I. Calvino 1952, E. Morante 1957, M. Tobino 1962, G. Arpino 1964, G. Parise 1965. Si potrebbe continuare con altre banche dati. E si tratta anche di un uso “codificato”. Un esempio appare ne “La grammatica degl’Italiani” di Trabalza Allodoli (1934 e 1952), dove si trova scritto: “l’interpunzione, qual’è stata stabilita” (p. 332). Tale uso è poi difeso a spada tratta da un purista come Franco Fochi fin dal 1964. Nel suo delizioso “L’italiano facile” Fochi ritiene «giusta, aggiornata, legittima soltanto la grafia qual’è». Infine, la grafia “qual’è” (con l’apostrofo) si spiega in quanto elisione di “quale” dinanzi a vocale. Davanti a consonante nell’italiano d’oggi “quale” non va soggetto ad alcun troncamento. Si dice infatti «quale partito votare? » e non già «*qual partito votare? », «quale lavoro cercare? » e non già «*qual lavoro cercare», ecc. Il troncamento di “quale” dinanzi a consonante è un residuo dell’italiano antico, rimasto in espressioni fossilizzate, come “nel qual caso”, “una certa qual fretta”, “qual piuma al vento”. La grafia “qual’è” riflette quindi la pronuncia dell’italiano moderno, quella senza apostrofo rimane legata all’italiano del tempo che fu.
*Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania.
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L'unghio?

Gentile dott. Raso,  poco fa ho fatto il test sui dialetti italiani elaborato dall'Accademia della Crusca e pubblicato da Repubblica. Nella domanda 4 ho letto "unghio", la cosa mi ha stupito, perché ho sempre creduto che il termine corretto fosse " unghia " (plurale "unghie"). La questione mi incuriosisce molto, perché nella mia regione, la Sicilia, molti dicono "unghio" (plurale "unghia"), abitudine secondo me sbagliata. Mi devo ricredere? Grazie per una sua eventuale risposta e congratulazioni per il suo blog.
Cordiali saluti,
Francesca R.
(Località non specificata)
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Cortese Francesca, grazie a lei che mi onora della sua attenzione. Quanto al suo quesito, le faccio "rispondere" dalla Treccani:
 ùnghio s. m. – Forma rara o scherz. per unghia: per nascondere la propria emozione si grattava un orecchio con il lunghissimo u. del mignolo sinistro (Tomasi di Lampedusa).

martedì 29 novembre 2016

Bada come scrivi o bada a come scrivi? (2)

A proposito di "bada come scrivi" o "bada a come scrivi", pubblichiamo un interessantissimo articolo del  prof. Salvatore Claudio Sgroi.

"BADA (A) COME SCRIVI E (A) COME PARLI!"

Salvatore Claudio Sgroi *

 "Bada a come scrivi", con la "a" aggiunta sopra la riga dopo "Bada" a sottolineare la frase corretta rispetto al possibile "Bada come scrivi", è il titolo di un recentissimo volumetto di dubbi linguistici co-edito dall'Accademia della Crusca e da "la Repubblica". Il che offre lo spunto per dar conto del costrutto con le due varianti, che non è stato analizzato nel testo.  Il primo problema che si pone il lettore comune è: "qual'è la forma corretta?". Risposta: "elementare!" (direbbe Watson). Si tratta di forme entrambe corrette. Per più ragioni. In primo luogo le due forme oscillano in bocca a uno stesso parlante (mediamente acculturato), e non si tratta di usi di "italiano popolare" delle classi incolte. Il parlante potrebbe solo trovare una delle due (per es. il "Bada come scrivi") più "naturale". In secondo luogo, non c'è nessuna ambiguità di significato. In terzo luogo l'esistenza delle due varianti è documentata nell'uso di illustri letterati, come si rileva nel CD-Rom della LIZ/BIZ "Letteratura/Biblioteca Italiana Zanichelli" ricca di 1000 testi letterari dalle origini a metà Novecento (2010) e nel "Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento", 100 testi del Premio Strega del sessantennio 1947-2006, a cura di T. De Mauro (2007). Esempi di "Bada come parli" (del tutto equivalente a "Bada come scrivi") sono infatti documentati in 5 autori con 12 esempi (De Roberto 1891, Pirandello 1895, 1916, 1920, 1922, 1923, 1930, 1930b, Tozzi 1921, I. Calvino 1950, 1950b, Eco 1981). A fronte di 4 autori con 5 esempi di "Bada a come parli" (Pirandello 1927, Berto 1947, Morante 1957, 1957b, La Capria 1961). Si noterà la compresenza in uno stesso autore come Pirandello. Quanto all'avallo dei dizionari, il lettore a parte qualche dizionario che tralascia il costrutto (De Mauro 2000, Gradit 2007, Devoto-Oli 2014), trova testi che registrano o l'uno o l'altro costrutto (e sotto "parlare" anziché sotto "badare" o "come"). Registrano infatti il costrutto senza la preposizione "Bada come parli" 7 dizionari: il "Grande dizionario" storico del Battaglia (1984), il "Diz. Enciclopedico Italiano" (1958), il "Lessico Universale Italiano" (1976), il Duro della Treccani (1989) con il Treccani di Simone (2005), il Palazzi-Folena (1992), il De Felice-Duro (1993). Registrano la forma "Badi a come parli" 4 dizionari: Sabatini-Coletti (2007), Gabrielli-Hoepli (2007), Garzanti (2013), Zingarelli (2016). Solo il Dardano (1981-82), in maniera descrittivamente ineccepibile, indica le due possibilità: "bada (a) come parla!". Più delicato è invece scoprire la "grammatica" alla base dei due costrutti, entrambi corretti, con e senza "a". Analogo è il caso dei sinonimi "attento (a) come parli", "attenzione (a) come parli"; "guarda (a) come parli".  Il "come" vale "in che modo" e può introdurre come avverbio: 1) le interrogative dirette o le esclamative, es. "come [= in che modo] si è comportato?/!", e 2) le interrogative indirette, es. "dimmi come (= in che modo) hai fatto". Da qui: "Bada come (= in che modo) parli".  Ma "come", in quanto congiunzione relativa, significa anche "il modo in cui". Da qui: "Bada a come (= al modo in cui) parli".  Analoghi valori semantici e sintattici assume pure, va rilevato, il costrutto con "dove": 1) "dove", avverbio interrogativo es. "Bada dove (= in quale luogo) metti i piedi!"; e 2) "dove", congiunzione relativa, es. "Bada a dove (= al luogo in cui) metti i piedi". 
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* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania.

lunedì 28 novembre 2016

Bada come scrivi o bada a come scrivi?


Nel primo volume della collana "l'Italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile", dell'Accademia della Crusca, in collaborazione con il quotidiano la Repubblica, un sottotitolo riporta la scritta "bada a come scrivi", dove la "a" è stata aggiunta a mo' di correzione per mettere in evidenza, appunto, che senza la "a" la frase non è corretta. A questo proposito ci piacerebbe sapere se il prof. Nencioni ha sbagliato rispondendo a questo quesito:
Si dice "bada come parli" oppure "bada a come parli"?
#CartolinedallaCrusca #RispostedAutore #LaCruscapervoi #GiovanniNencioni
Il sig. R. C. di Novaggio (Svizzera) scrive:
"Bada come parli": sebbene sia il titolo di un libro scritto da un esperto della lingua italiana, non mi soddisfa affatto. Non si dice forse: "bada ai fatti tuoi", "bada a quel che fai", "bada a non sporcarti"? E allora, perché non "bada a come parli"?
Giovanni Nencioni: Il quesito ci ripropone il tema dei verbi vicari, cioè dei verbi che, sostituendone altri, ne assumono i costrutti. Se io dico "Vedi di far presto", uso il verbo vedere al posto di cercare, e con ciò lo autorizzo ad assumersi il costrutto di + infinito, che non gli spetta quando è usato in modo proprio; così, se io lo faccio vicario di accertare, verificare, posso costruirlo con un se (vedi se tuo fratello è tornato), che non rientra nel quadro delle sue specifiche competenze grammaticali. D’altra parte nel suo uso proprio vedere non ammette logicamente l’uso dell’imperativo: si può comandare di guardare, non di vedere; di vedere si può solo constatare o domandare (tu vedi quel cane; vedi quel cane?). Nella frase "bada come parli" o "bada dove metti i piedi", il verbo badare, che nel suo uso proprio regge il complemento di termine (badare ai bambini, badare ai fatti propri; ma anche il complemento diretto nel senso di sorvegliare, custodire: badare le pecore), può divenire vicario di guardare o cercare, sostituendoli con un più di energia, e allora assumere le relazioni di quei verbi: "bada di non cadere", e "bada come parli" ecc. […].
«La Crusca per voi» n. 9, ottobre 1994
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"Bada come scrivi", non è lo stesso caso di " bada come parli"? Se è cosí, ed è cosí (a nostro avviso), "bada come scrivi" non fa una grinza sotto il profilo sintattico-grammaticale.

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Conoscere la lingua madre è un dovere!

domenica 27 novembre 2016

Un emerito testa di...


Una cortese lettrice delle nostre noterelle (ci ha pregato di non menzionare neanche le iniziali del suo nome e cognome) con una squisita lettera si domanda e ci domanda «per quale motivo quando si vuole mettere in evidenza la stupidità di una persona o la nullità di una cosa si ricorre agli attributi maschili. Non si dice, infatti, sia pure volgarmente, che "quella cosa non vale un..." e che quell'individuo è "un emerito testa di..."?».  Gentile signora, il perché di queste espressioni triviali si perde nella notte dei tempi: da che mondo è mondo, chissà perché, gli organi genitali, nell'immaginario popolare, sono sempre stati considerati sinonimi di imbecillità e di nullità. Ce lo confermano due parole - fra le tante -  di uso comune, anche se dal "sapore" volgare: fesso e fregnone. La prima è voce napoletana, tratta da "fessa", l'organo femminile; la seconda, con la variante eufemistica "frescone", è l'accrescitivo della voce romanesca "fregno", l'organo maschile.
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Disopra e di sopra
Entrambe le grafie, l'univerbata e l'analitica, sono corrette. È meglio, però, usare la scrizione tutt'attaccata quando la locuzione è adoperata in funzione di sostantivo per indicare la parte superiore di qualcosa: il disopra dell'ascensore;  in grafia scissa in funzione avverbiale: abitare al piano di sopra.

sabato 26 novembre 2016

"Imperfezioni grammaticali"


Vediamo, cosí, come ci vengono alla mente - senza un preciso ordine logico - alcune "imperfezioni grammaticali", per non dire strafalcioni, che gli amatori della buona lingua devono assolutamente evitare.  Cominciamo con il verbo "tenere", adoperato, il  piú delle volte, con il significato di "possedere", "avere". Tale uso è da condannare recisamente essendo di origine dialettale meridionale. Il significato proprio del verbo è "sostenere". Non si dirà, per tanto, "tengo" una bella casa ma "possiedo" una bella casa. Da evitare anche, se si vuole parlare e scrivere bene, la locuzione "tenere il letto" nel senso di "stare, rimanere a letto". Il verbo tenere, inoltre, non è sinonimo - come molti erroneamente credono -  dei verbi  "reputare",  "stimare" e "giudicare".  Le espressioni correnti, quindi, "tenere in molto o poco conto", "tenere in molta o poca considerazione" (una persona) sono da gettare decisamente alle ortiche. Sí, sappiamo benissimo che molte cosí dette grandi firme le adoperano a ogni piè sospinto, ma sappiamo anche che molte grandi firme usano la lingua a loro piacimento: non rispettano assolutamente le piú elementari norme grammaticali (per puro snobismo se le conoscono, per crassa ignoranza se non le conoscono).  Voi, amanti del bel parlare e del bello scrivere, non seguite questi esempi negativi.  Non usate - come abbiamo letto in una "grande firma" del giornalismo, che non nominiamo per carità di patria - il verbo tenere nelle accezioni di: importare, desiderare, volere, premere. Sono tutte forme dialettali e, di conseguenza, scorrette. Ancora. Il verbo "marcare", che etimologicamente vale "segnare, contrassegnare con un marchio, bollare", non si può adoperare come sinonimo di "annotare", "registrare", "prendere nota" o con il significato, obbrobrioso, di "rimarcare con la voce". In quest'ultimo caso ci sono altri verbi che fanno alla bisogna: caricare, accentuare, rafforzare. E finiamo con due aggettivi che non vanno mai pluralizzati (anche se qualche vocabolario...): marrone e arancione. Diremo, quindi, guanti  marrone, camicie arancione  perché si sottintende "del colore del marrone", "del colore dell'arancia": scarpe (del colore del) marrone; maglioni arancione.

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I lettori che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali in testi giornalistici possono scrivere a albatr0s@libero.it. Gli "orrori" saranno pubblicati ed esposti al  “pubblico ludibrio”.

venerdì 25 novembre 2016

Alleluia, alleluia


Scartabellando tra le nostre cose ci è capitato tra le mani un articolo scritto oltre venti anni fa. Lo proponiamo ai nostri amici lettori perché è ancora di una "attualità sconvolgente".
Dalle pagine culturali di "Repubblica" apprendiamo una notizia che potremmo definire "storica" e che attendevamo da tempo:  l'Accademia della Crusca lancia un grido d'allarme sulla sciatteria grammaticale che inesorabilmente sta dilagando nella lingua italiana scritta. Sotto accusa libri e giornali dove frequenti sarebbero imprecisioni ed errori. Alleluia, alleluia. Non siamo piú soli, noi, umili linguai, nella battaglia che da anni combattiamo - da queste colonne -  per ridare dignità alla lingua di Dante, un tempo "idioma gentil sonante e puro", per usare le parole di Vittorio Alfieri.  Lingua ridotta, dai cosí detti operatori dell'informazione (soprattutto da quelli sfornati dalla scuola di oggi) a un'accozzaglia di parole errate maritate a un barbarismo inopportuno. Nella sua disamina il presidente della Crusca, il professor Giovanni Nencioni, fa l'esempio della "e" verbo scritta, il piú delle volte, con l'accento acuto in luogo di quello corretto che deve essere grave (è).  «Non di rado - prosegue il prof. Nencioni - si fa confusione fra il "se" congiunzione e il "se" pronome personale, al punto che l'accento viene messo dove non va, oppure viceversa e talvolta non appare mai in ogni caso». Ne approfittiamo per ribadire - ancora una volta - che il "se" pronome deve essere sempre accentato, anche quando è seguito da "stesso" e "medesimo" (sé stesso, sé medesimo). La "legge" scolastica che stabilisce di non accentarlo è un arbitrio. Quanto alla doppia "b" in parole come "obbiettivo" o "obbiezione" - fa sempre notare il presidente dell'Accademia - non è un errore, ma è meglio con una sola "b" cosí i termini appaiono piú vicini alla radice etimologica latina. Non sappiamo se nella "denuncia" del prof. Nencioni siano compresi i barbarismi di cui sono infarciti, sempre di piú,  gli articoli redatti dai cosí detti giornalisti che fanno la lingua, inducendo in errore i lettori sprovveduti. Amici della carta stampata, basta con l' "anglofilia"! Non è concepibile che per leggere un giornale italiano occorre aver frequentato i corsi dell'università di Cambridge. Adoperate la lingua madre e, possibilmente, in modo corretto. Tremiamo al pensiero che i giovani che si avvicinano per la prima volta al mondo della carta stampata possano leggere frasi del tipo «l'aereo è decollato alle 14,30», in cui sono evidenti  due strafalcioni: uno "mortale", l'altro "veniale". L'errore mortale è l'uso dell'ausiliare essere con il verbo decollare, quello veniale è rappresentato dalla virgola che separa le ore dai minuti. "Fior di firme" giornalistiche ignorano completamente le norme grammaticali che regolano l'uso degli ausiliari con i verbi intransitivi che indicano un moto: l'aereo "ha" decollato, questa è la sola forma corretta. Quanto alle ore si devono adoperare i due punti (o un punto) per separarle dai minuti, non la virgola perché non si tratta di numeri decimali (14:30 oppure 14.30). Queste stesse firme scrivono "fidejussione"  (con tanto di "j") ignorando che il termine proviene dal latino classico, che "conosce" solo la "i" normale: fideiussione. Che cosa fare, allora? La Crusca, per bocca del suo presidente, dice che «bisognerebbe che qualcuno avesse autorità di intervenire sugli autori e sulle tipografie in modo da utilizzare un sistema grammaticalmente omogeneo. Ma in Italia, a differenza della Francia, non esiste nessun organismo che regolamenti la lingua e cosí se ne subiscono le conseguenze negative che influiranno sul patrimonio linguistico». Ci consenta, prof. Nencioni, non è necessaria la nascita di un organismo, è sufficiente che la scuola sforni futuri giornalisti che conoscano la lingua, vale a dire che abbiano studiato - con la massima serietà - la grammatica e la sintassi. E i giovani usciti dalla scuola di oggi non sanno distinguere un avverbio da un aggettivo e confondono l'apostrofo con il troncamento. Quante volte leggiamo, infatti, "qual'è" con tanto di apostrofo o "un'elemento" sempre con tanto di apostrofo? C'è da dire, però, che lo "sfascio" della lingua non è da imputare tutto alle nuove leve dei giornali, pur se in queste alberga molta presunzione, ma anche agli stessi docenti che non sanno...  insegnare la lingua perché essi stessi non la conoscono.

giovedì 24 novembre 2016

La lingua e la Crusca


Cosa me ne faccio della dottora, se ho già la dottoressa?
La questione coinvolge avvocatesse, soldatesse, vigilesse e tutte quelle professioni che fino a oggi si sono fatte femminili tramite il suffisso -esse. Nel volume "Il sessismo nella lingua italiana" Alma Sabatini spiegava, già nel 1987, la natura ironica e fortemente dispregiativa di quel suffisso. Ecco perché è preferibile, oggi, procurarsi un'avvocata, arruolarsi come soldata e pregare che la vigile non si accorga che mentre guidate senza cintura, vi state facendo i selfie e state chattando con chiunque. (Si clicchi qui).
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L'Accademia della Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica - come ormai sapete - ha messo a punto alcuni "test" per "saggiare" la conoscenza della lingua italiana, seguiti da alcuni consigli. Peccato, però, il constatare che qualche consiglio di questa prestigiosa istituzione, difensora dell'italico idioma, sia infarcito di parole barbare oltre che di qualche "improprietà" linguistica. Andiamo con ordine. Perché selfie quando c'è l'italianissimo autoscatto? E perché chattando in luogo di chiacchierando? Oltre tutto quest'ultimo termine non è né inglese né italiano... Non sarebbe stato meglio, allora, scrivere, italianamente,"ciattando"? Quanto all'improprietà (per non dire "errore") ci riferiamo al chiunque, non adoperato a dovere in questo contesto. Per non essere tacciati di presunzione diamo la "parola" al linguista Aldo Gabrielli. «(...) Essendo pronome relativo è errore usarlo assoluto, senza che congiunga due proposizioni; non si dirà perciò: "Lo dirò a chiunque", ma: "Lo dirò a chiunque vorrò", "a chiunque vorrà ascoltarmi"; "a chiunque potrò" e simili, o anche si ricorra a "ogni persona, chicchessia, tutti" ecc.».

domenica 20 novembre 2016

L'ailurofobia


Egregio dott. Raso,
un amico, assiduo frequentatore del suo blog, mi ha suggerito di rivolgermi a lei per un quesito. Una mia cugina ha una tremenda paura dei gatti: quando viene "in contatto" con un felino è presa da un vero e proprio attacco di panico. La domanda è: c'è un termine per definire questa "malattia"? Vorrei consultare qualche vocabolario ma non so che parola cercare. Può aiutarmi? Ho messo il suo sito tra i preferiti, naturalmente.
Grazie infinite e cordiali saluti.
Severino A. 
Catania

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Gentile Severino, sí, c'è un termine per indicare la paura che si ha alla vista di un gatto: ailurofobia.  Sostantivo di derivazione greca composto di "àilouros", gatto e "fobia", timore, paura.

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sabato 19 novembre 2016

Guadagnare: il suo uso corretto

Il verbo “guadagnare”, come recitano i vocabolari, significa “ricevere remunerazione del proprio lavoro; Ottenere qualcosa come riconoscimento del proprio impegno, delle proprie qualità”: guadagnare 800 euro il mese; guadagnare la simpatia delle persone ecc. Nel verbo in questione, insomma, è insito e sottinteso un lavoro, una ‘fatica’ fisica o intellettuale. Taluni lo adoperano - col beneplacito di alcuni vocabolari - alla “francese” con il significato di “vincere” e simili: guadagnare 300 euro al gioco; guadagnare una scommessa. In questi esempi dove sta la “fatica” insita nel verbo? È un uso, questo, che gli amatori della buona lingua non debbono seguire. Ancora peggio l’uso di guadagnare - adoperato soprattutto dagli intrattenitori televisivi - con il significato (che non gli è proprio) di ‘raggiungere’, ‘arrivare’, ‘entrare’, ‘giungere’ e simili: se gli ospiti vogliono ‘guadagnare’ l’uscita. Ci sembra che il Pianigiani metta bene in evidenza che si “raggiunge” qualcosa sempre con l’aiuto della forza (fatica) o dell’intelligenza (intelletto).

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Zulu e zulù – senza accento il termine indica la popolazione negra dell’Africa meridionale; con l’accento sulla u, invece, il vocabolo definisce una persona rozza e incivile.

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NON SI DICE: INTRAVVEDERE

INTRAVEDERE

«Questo verbo si vede scritto ora con una sola v, ora con due: “Non riuscii a intravederlo”, “L’ho appena intravvisto”. Qual è la forma corretta? Sempre e soltanto con una vintravedereintravisto (...). Molti prefissi, è vero, richiedono, dopo di loro, il raddoppiamento, come  frasopracontra eccetera, e abbiamo infatti frapporresoprassederecontraddire ecc. Ma intra è proprio uno di quei prefissi che non richiede il raddoppiamento; quindi si dice e si scrive intramezzareintramettereintraprendere e di conseguenza anche intravedereintravisto. Non è eccezione intravvenire, come potrebbe a tutta prima sembrare, perché il verbo non è un composto di intra e venire  ma di intra e avvenire; e non è neppure eccezione intrattenere, che è composto non già di intra e tenere ma di in e trattenere». Questo si legge nel libretto "Il museo degli errori" di Aldo Gabrielli, che viene "smentito", però, dai revisionisti del suo vocabolario (e da altri dizionari), i quali riportano "intravvedere" (con due 'v') variante di "intravedere" (con una sola 'v'). Chi ascoltare? Non i "ritoccatori" del vocabolario, ma l'insigne Maestro.




giovedì 17 novembre 2016

Sicuri di conoscere "perfettamente" la lingua italiana?

Mettete alla prova le vostre conoscenze orto-sintattico-grammaticali dell'italiano con i "test" redatti dall'Accademia della Crusca e pubblicati sul quotidiano la Repubblica.

lunedì 14 novembre 2016

Rassegna stampa quotidiana



Chi è interessato alla rassegna stampa quotidiana può cliccare su questo collegamento e aggiungerlo ai preferiti.

Sull' «abuso» della preposizione "di"



Due parole, due, sull’uso "abusivo" della preposizione “di” che va sostituita con altre che fanno alla bisogna. Come il solito pilucchiamo qua e là mettendo in corsivo la preposizione ‘errata’ e in parentesi quella appropriata. Gentile amico, voglia onorare la cerimonia di inaugurazione del locale della (con la) sua presenza; quel fanciullo è solito di (a, ma meglio ancora senza alcuna preposizione) piangere per un nonnulla; il due novembre tutti i cristiani recitano le preghiere dei (per i ) morti; alla fine dello spettacolo nessuno poté trattenersi di (dall’) applaudire; il giovinetto, anche se preso sul fatto, si guardò bene di (dall’) ammettere la sua colpevolezza; stia tranquillo, gentile cliente, il nostro personale farà  tutto il possibile di (per) accontentarla; la grande sala era pavimentata di (con) marmi di vari colori; di tanto in tanto gli ingranaggi vanno unti di (con) grasso; il bel viale è fiancheggiato di (da) platani maestosi; la gente cominciò a spazientirsi di (da, per) cosí lunga attesa; quel povero barbone era sfinito di (dalla) fame. Un'ultima annotazione (fuori tema). La preposizione "di" non produce geminazione (raddoppiamento fonosintattico): digià (non diggià); difatti (non diffatti) ecc.



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Raccogliere le vele



Chi raccoglie le vele, ovviamente in senso figurato? La persona che abbandona  un atteggiamento solitamente presuntuoso e, per questo, diventa piú accomodante. L'espressione  è tratta dal gergo marinaro (di un tempo). Le vele si raccolgono, vale a dire si abbassano senza toglierle, quando si intende proseguire la navigazione senza rientrare in porto.

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domenica 13 novembre 2016

La sorpresa del quotidiano "la Repubblica" in rete


Ubriaca contromano in autostrada
donna bloccata sull'A24 video


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Cliccando su "video" e sul titolo si apre, invece, il filmato del palazzo di Porta Maggiore, a Roma, fatto sgomberare.



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 Correggeranno il collegamento?


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Mettete alla prova la vostra "lingua" con i "test" preparati dall'Accademia della Crusca per la Repubblica.

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sabato 12 novembre 2016

Vecchio come il cucco


Questo modo di dire che significa "essere molto vecchio" è conosciutissimo e sulla bocca di tutti.  Ma non tutti  sanno, probabilmente, perché si dice cosí e soprattutto non sanno cosa sia questo "cucco". È presto detto, è il cucúlo. La locuzione fa riferimento a questo uccello perché, secondo alcune leggende popolari, può vivere mille anni e passa. E a proposito di cucúlo, ci sono altre espressioni che riguardano questo volatile. Si veda qui e qui.
L'illazione e l'ipotesi
Si presti attenzione a questi due termini perché non sono - come molti  erroneamente ritengono - sinonimi.  Il primo sostantivo indica la conclusione che deriva da una determinata premessa, è, insomma, una deduzione. L'ipotesi, invece, è una supposizione, cioè un "pensiero" su un determinato fatto da cui dedurre delle conseguenze da verificare.

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I lettori che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali in testi giornalistici possono scrivere a albatr0s@libero.it. Gli "orrori" saranno pubblicati ed esposti al  “pubblico ludibrio”.

venerdì 11 novembre 2016

Piú e però


Due parole, due, sulla congiunzione “però” e sull’avverbio e aggettivo “piú”. La prima ha due funzioni fondamentali: avversativa, con il significato di “ma” (è bellissimo, però (ma) è antipatico perché ha un carattere impossibile); concessiva, con il significato di “nondimeno”, “tuttavia” (se non desideri vederlo, devi però (tuttavia) telefonargli; infine esprime un valore causale conclusivo e sta per “quindi”, “perciò”. Quest’ultimo uso è ormai solo letterario. Molto spesso è rafforzata da “ma” e “nondimeno” con cui concorre a formare le locuzioni ma però e nondimeno però che non sono affatto errate come sostengono alcuni linguisti; abbiamo la “testimonianza” di due grandi, Dante e Manzoni. L’avverbio “piú” è il comparativo irregolare di ‘molto’ e si adopera per la formazione del comparativo di maggioranza e il superlativo relativo: piú buono, piú intelligente; il piú buono, il piú intelligente. È tremendamente errato, per tanto, il comparativo piú molto. È adoperato,  molto spesso, al posto di “maggiore”: ci vuole piú (maggiore) volontà. “Piú” viene anche usato con il significato di “inoltre”, “ancora”, “con l’aggiunta di” e simili: 250 euro piú le spese. A volte si adopera a mo’ di aggettivo o sostantivo con il significato di  “la maggioranza”, “la maggior parte”, “parecchi”: siamo stati insieme piú (parecchie) ore; bisogna sentire il parere dei piú.

  
Ieri



Probabilmente pochi sanno che l'avverbio di tempo, "ieri", se unito a "sera", "notte", "mattina" si può troncare formando un'unica parola: iersera, iernotte, iermattina. Si tratta di una sorta di "troncamento interno". A nostro modo di vedere queste forme hanno un "sapore" aulico se confrontate con le cosí dette grafie normali: ieri notte; ieri sera; ieri mattina.


Le legne e il mozzo

Alcune "precisazioni" sui succitati sostantivi. Il primo appartiene alla schiera dei nomi sovrabbondanti perché ha due plurali: le legna e le legne. Il più usato, però, è il primo. Ma nessuno potrà accusarvi di ignoranza se direte o scriverete "voglio un po' di legne per il mio camino". Il secondo cambia di significato a seconda del suono della "o" e della "z". Con la "o" chiusa e la "z" sorda (mózzo) sta per marinaio addetto ai servizi di pulizia e di cucina; con la "o" aperta e la "z" sonora (mòzzo) vale perno, centro della ruota.

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I lettori che ravvisino strafalcioni orto-sintattico-grammaticali in testi giornalistici possono scrivere a albatr0s@libero.it. Gli "orrori" saranno pubblicati ed esposti al  “pubblico ludibrio”.

giovedì 10 novembre 2016

L'affetto e l'affezione


Un cortese  “blogghista” desidera sapere se c’è una relazione etimologica tra l’affezione intesa come  “stato morboso”, “stato patologico”, la classica accezione di  “malattia”, insomma e quella intesa come  “affetto”, “amore”, “tenerezza”, “sentimento”. Questo stesso termine – si domanda il cortese interlocutore – come può indicare due concetti apparentemente in antitesi tra loro? C’è, quindi, una relazione etimologica tra i due significati del termine che ha permesso, per l’appunto, una  “divaricazione semantica” del vocabolo?

Certamente. L’affezione è, infatti, il latino  “affectione(m)”, un derivato di  “afficere”, composto di  “ad” e  “facere” (toccare, impressionare, influire). Nel primo significato l’affezione  “tocca”,  “impressiona”,  “influisce” sul nostro corpo determinando uno stato morboso, patologico (affezione gastrica, per esempio); nel secondo significato l’affezione  “influisce” sul nostro spirito, sul nostro animo dando vita a quel  “sentimento di viva benevolenza, attaccamento a una persona o a una cosa”. Da notare, a questo proposito, che l’affezione, intesa come sentimento, esprime minore intensità che l’ “affetto” sebbene abbiano in comune il medesimo  “padre”. Nei confronti di una persona, insomma, è meglio provare un certo affetto che una certa affezione, anche per non dare adito a... “equivoci semantici”.




Daccanto e d'accanto



Alcuni vocabolari ritengono la forma apostrofata dell'avverbio daccanto una variante di quest'ultimo. A voler sottilizzare, non "sarebbe" proprio cosí. Le due grafie esprimono significati diversi. La forma senza apostrofo sta per "vicino", "presso", "accanto" e simili: mi raccomando, Giulio, stammi sempre daccanto (vicino); la grafia apostrofata (ma si può scrivere anche in due parole, "di accanto") vale, invece,"di torno": Giovanni, mi stai sempre tra i piedi, togliti d'accanto!


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Mettete alla prova la conoscenza del vostro italiano con i "test" preparati dall'Accademia della Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica.


mercoledì 9 novembre 2016


Un sito utile dove si può apprendere come evitare gli errori più comuni di italiano.

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La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it: lurido.

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Sbagliare
In buona lingua italiana è da evitare l'uso riflessivo (pronominale) del verbo, anche se certi vocabolari... "Lei, cortese amico, si sbaglia di grosso". Coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere diranno, 'correttamente', "Lei, cortese amico, sbaglia di grosso".

martedì 8 novembre 2016

"Ci" possiamo giocare?



Vittorio Coletti, Crusca, risponde a questo quesito.

domenica 6 novembre 2016

Avere una buona sponda


Questa locuzione - forse poco adoperata - si riferisce a una persona che può godere di forti protezioni e raccomandazioni. L'espressione, usata in senso figurato, è ripresa - sembra - dal gioco del biliardo dove i quattro lati interni  imbottiti del "tavolo" sono chiamati "sponde".
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Deforme e difforme
Due parole due su questi... due aggettivi (il primo può essere anche sostantivo) perché - sembra inverosimile  - molti li ritengono sinonimi. I due termini hanno, invece, accezioni distinte, pure essendo "parenti". Il primo significa "che si è allontanato dalla forma normale o naturale"; il secondo vale "di forma diversa, differente". Ottorino Pianigiani spiega bene l'origine e la differenza fra i due termini.
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La parola, di ieri, proposta da "Unaparolaalgiorno.it": silurare.

venerdì 4 novembre 2016

Composto "di" o "da"? A seconda...


PAROLE RITROVATE: DIALOGO
Il termine, che proviene dal greco antico, è composto dal nome logos (“discorso”) e dalla preposizione dià (“fra”). Insomma, buon senso e storia delle lingue vorrebbero che a parlare si fosse sempre almeno in due. Il genere umano, è noto, si dimostra spesso restio a imparare dalla sua storia, figuriamoci quindi se presta attenzione alle parole. Accade così sempre più di frequente che come interlocutore si scelga il vento: un ottimo ascoltatore che alle chiacchiere preferisce la tempesta.
 (a cura di Alessandro Masi, dal supplemento Sette del Corriere della Sera)
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Ci piacerebbe sapere perché il prof. Alessandro Masi, della "Dante Alighieri", costruisce il verbo comporre con la preposizione "da" in luogo di quella 'corretta' "di". Il predetto verbo quando sta per  "essere formato", "essere costituito", quando indica, insomma, la "risultanza" dell'unione di determinati elementi, si fa seguire dalla preposizione "di": la mia famiglia è composta di cinque persone; la collezione è composta di dieci pezzi pregiati. Soltanto il participio passato (composto), in funzione aggettivale, può reggere tanto la preposizione "di" quanto la preposizione "da":  un' allegra comitiva composta di cinque persone o da cinque persone.
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Un po' di chiarezza sull'uso corretto dell'avverbio "poco"

Quest'avverbio, dunque, ha il comparativo e il superlativo organici (irregolari): meno e minimamente. Il superlativo assoluto è sostituito, per lo piú, con le forme regolari pochissimo, assai poco, molto poco. Nel superlativo relativo si può adoperare, ma non è consigliabile, il piú poco: dammene il piú poco possibile. Si può apostrofare davanti a sostantivi che cominciano con una vocale: poc'acqua. È obbligatorio l'apostrofo, invece, nella locuzione poc'anzi. E per finire, attenzione a non cadere nell'errore, comunissimo, di dire e scrivere poco a poco. L'espressione corretta è a poco a poco. I due "poco" devono essere sempre preceduti dalla preposizione "a"; omettendo la prima si cade in un francesismo e in lingua italiana è un errore.

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Una "bella" sorpresa. Cliccando su "Parlare Italiano", nel sito dell'Accademia della Crusca, si apre una pagina scritta completamente nella lingua di Albione.

Parlare italiano

Portale che ospita numerosi progetti, corpora linguistici e altri strumenti utili allo studio dell'italiano parlato.
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Per chi è interessato, questo il collegamento "giusto".