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sabato 30 aprile 2016

I dialetti sono da "abolire"?

È ancora fortemente radicata la convinzione in alcune persone – siano esse ‘linguisti’, siano esse persone ‘comuni’ – che i vari dialetti sono una corruzione dell’idioma nazionale ed è necessario ogni sforzo per tentare di eliminarli sostituendoli con la lingua ‘ufficiale’, quella che si dovrebbe parlare dalle Alpi alla Sicilia, passando per la Sardegna, vale a dire la lingua italiana.
    È un’opinione, questa, “senza capo né coda” (a nostro modo di vedere) perché contraria a tutto ciò che sappiamo circa l’origine e la formazione storica dei vari vernacoli, o, meglio, dei dialetti italiani. Essi sono, inoltre, un nostro patrimonio culturale. Una riprova?
Quando l’espansione dell’impero romano portò il latino nei vari Paesi assoggettati a Roma questa lingua fu appresa piú o meno bene da tutte le popolazioni; poi, nei secoli che seguirono alla caduta dell’Impero, si vennero sviluppando nei diversi luoghi varietà dialettali che non sarebbe azzardato definire “autoctone”, dovute soprattutto alle difficoltà di “comunicazioni” derivanti dallo sgretolamento dell’Impero. Queste  “isole linguistiche” relativamente simili tra loro nell’ambito di ciascuna  entità geografica costituiranno – in seguito – le nazioni neolatine, ma non tanto da essere mutuamente intelligibili.
Nel nostro caso, per esempio, considerando le varie regioni  “staterelli autoctoni”, un veneto non capirebbe un siciliano e un calabrese non capirebbe un lombardo senza l’ausilio dell’italiano. Marchigiano e campano, pugliese ed emiliano, insomma tutti i dialetti che si potrebbero elencare perpetuano – sia pure in forme diverse – il latino parlato: nascono dalla  “deformazione” del latino, non della lingua italiana. Il nostro idioma, è risaputo, si potrebbe considerare una  “summa” dei vari dialetti dove quello fiorentino (ma anche romano) fa la parte del leone grazie ai tre grandi del Trecento: Dante, Boccaccio e Petrarca che hanno elevato il fiorentino illustre ai piú alti fastigi. Negli ultimi decenni del Quattrocento e nei primi del Cinquecento tutti cercano di conformarsi ai modelli letterari offerti dai Grandi: nasce – possiamo dire – la lingua  “nazionale”.
Vediamo ora, per sommi capi, il contributo che i vari dialetti hanno dato alla lingua. C’è da dire, innanzi tutto, che nei dialetti dell’Italia meridionale e settentrionale il suffisso piú frequente per indicare i nomi di mestiere si presenta in  “-aro”: carbonaro, pifferaro, benzinaro; solo in Toscana si ha la forma in  “-aio” che ha finito con il prevalere nella lingua nazionale: macellaio, fornaio, pantofolaio, usuraio. Insomma tra i vari idiomi  “fratelli” che si parlavano in tutto lo Stivale una sorta di plebiscito ha dato la supremazia alla lingua toscana senza, però, rifiutare singoli contributi offerti dalle altre  “isole linguistiche”.
La Sicilia ha dato alla lingua nazionale i  “cannoli” e la  “cassata”; l’Emilia il  “birichino” e l’ “aleatico” oltre al  “mezzadro” e  “mezzadria”, forme prevalenti sulle toscane  “mezzaiolo” e “mezzeria”. L’Urbe ha contribuito regalandoci parole affettuose o scherzose come  “pupo”, “racchio”, “sganassone”; sempre dalla Città eterna abbiamo “sbafare” (mangiare gratuitamente) e i gustosi  “maritozzi” (con panna) oltre ai supplí (al ‘telefono’, cosí chiamati perché la mozzarella filante richiama i fili del telefono). La Liguria, per la sua posizione geografica, ci ha dato termini marinari come  “scoglio”,  “darsena”, “boa”, “molo”, “carena” e  “trinchetto”; ligure è anche il nome di quel pesciolino, l’ “acciuga”, ottimo per insaporire la... pizza.
Il Piemonte, oltre ai famosi  “grissini”, ha immesso nella lingua nazionale molti termini militari come la  “ramazza” e il verbo  “bocciare” nell’accezione di  “respingere”. Dai dialetti delle regioni alpine abbiamo il  “camoscio”, per via del commercio che si faceva della pelle di quell’animale e, abbastanza recentemente, parole legate all’alpinismo: “baita”, “croda”, “cengia”. La Lombardia, oltre al famoso panettone, ha immesso nella lingua termini dell’industria casearia: la “robiola”, il  “mascarpone”, l’ “erborinato”. Dall’ex capitale del regno delle Due Sicilie si è diffuso il verbo marinaresco  “ammainare”, propriamente  “inguainare” (sottinteso le vele), cosí pure la  “pizza” e la  “mozzarella”, le  “alici” e le  “vongole”, oltre alla... “iettatura”.
Il Veneto, in particolare Venezia, ha dato alla lingua la  “gondola”, molti nomi di pesci, come il “branzino”, per esempio. Sempre da Venezia abbiamo il  “catasto” e la  “gazzetta” nel significato di  “giornale” perché, sembra, si pagasse una... gazzetta, moneta che si coniava nella città della laguna.
Abbiamo piluccato qua e là, a caso, fra i moltissimi vocaboli che avremmo potuto citare, per dimostrare quanto copiosi e quanto vari siano i contributi che le  “isole linguistiche” hanno dato alla lingua nazionale.
Allorché vi sono locuzioni dialettali che coincidono con l’uso letterario e con quello toscano tutto consiglierebbe di mantenerle, anzi di raccomandarle. Perché, quindi, abolire i dialetti che fanno parte del nostro patrimonio culturale? Preoccupiamoci, invece, di insegnare l’idioma nazionale in modo non "disforme". Ai compilatori dei vocabolari raccomandiamo, inoltre, di non immettere sul "mercato della lingua" spazzatura raccattata in vari siti della rete. A buon intenditor, poche parole!

 
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La parola che segnaliamo, registrata, se non cadiamo in errore, solo dal GRADIT è: idolopeia. È una figura retorica con la quale si fa parlare un defunto celebre.

 

venerdì 29 aprile 2016

L'alfabeto


La parola segnalata  ieri, da "unaparolaalgiorno.it", alfabeto, ci ha richiamato alla mente un nostro articolo sull'argomento. Lo riproponiamo per coloro che fossero interessati. Questo portale propone, invece, un termine relegato nella soffitta della lingua: frustamattoni. Sostantivo maschile che sta per perdigiorno. Indica anche colui che "fa il giro dei negozi senza acquistare nulla". E a proposito di perdigiorno, si può pluralizzare?

giovedì 28 aprile 2016

Complemento di limitazione o di specificazione?

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Marina scrive:

Angelo non ha rivali nel campo dell'elettronica.
"nel campo dell'elettronica" è complemento di limitazione oppure "dell'elettronica" va analizzato a parte come specificazione?


Grazie per il suo tempo.

 

linguista_1 scrive:

nel campo = complemento di limitazione
dell'elettronica = complemento di specificazione

Alessandro Aresti

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 A nostro avviso anche dell'elettronica è complemento di limitazione. Nel campo, da solo, non rappresenta alcun complemento. Come si analizzerebbe, per esempio, la frase "Giuseppe è cieco dell'occhio destro"? Occhio destro = complemento di limitazione, meglio ancora: occhio = complemento di limitazione, destro = attributo del complemento di limitazione. Nel campo dell'informatica si può "tradurre" in campo informatico. Quindi: campo = complemento di limitazione, informatico = attributo del complemento di limitazione. 

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La stampa, con la sua lingua "biforcuta", non finisce mai di stupire.



Per i redattori di un quotidiano in rete "auto(mobile)" e "moto(cicletta)" sono di "sesso" maschile.

«Musa, tu che sei grande e potente, dall’alto della tua magniloquenza, non ci indurre in marronate ma liberaci dalle parole errate. E così sia». Questa la preghiera dei genitori che hanno a cuore l’istruzione linguistica dei propri figli. Come facciamo noi, ogni mattina, quando sfogliamo le pagine dei quotidiani o ascoltiamo i notiziari radiotelevisivi.

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* Cosí nella prima pagina, in quella interna si legge, invece, «Feriti una donna di 30 anni e un uomo della stessa età»

mercoledì 27 aprile 2016

Maleducato e ineducato: sinonimi?


Al quesito del titolo risponde Paolo D'Achille (Crusca).

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Questo portale propone, invece, un sostantivo relegato nella soffitta: ossicrato. Si tratta di una bevanda "terapeutica" composta di acqua, mele e aceto. Si veda anche qui.

martedì 26 aprile 2016

Pietire? Per carità, piatire

La parola proposta ieri da "unaparolaalgiorno.it", piatire, ci ha richiamato alla mente un nostro articolo, che di seguito riproponiamo, per spiegare, anzi per chiarire che il verbo pietire in lingua italiana non esiste.

Abbiamo notato il fatto che moltissime persone, soprattutto quelle che lavorano nelle redazioni dei giornali, sono convinte della bontà del verbo “pietire” nell’accezione di “chiedere una cosa con molta insistenza, piagnucolando e raccomandandosi”: vengo a “pietire” la tua comprensione. No, amici, in buona lingua, anzi, in lingua il verbo “pietire” non esiste. L’argomento ci sembra della massima importanza, vediamo, quindi, di fare un po’ di chiarezza.

 Si dice “piatire”, con la “a”, non con la “e”. Probabilmente coloro che dicono e scrivono “pietire” pensano che questo verbo derivi dal sostantivo “pietà”. Convinzione errata. Vediamo il perché. Il verbo corretto, dunque, è “piatire” che alla lettera significa “contendere in giudizio”, “dibattere” e, per estensione “litigare” ed è un derivato del sostantivo “piato” (lite giudiziaria, controversia). Quest’ultimo sostantivo è il latino “placitum”, participio passato neutro del verbo “placere” (piacere); propriamente il “placitum” è un ‘parere’, una ‘decisione’, un’ ‘opinione’, una ‘sentenza’ e ha acquisito, nel tardo latino, l’accezione di ‘causa’, ‘lite’. Piatire, dunque, significa ‘discutere’, ‘litigare’ (durante il dibattimento in tribunale non si ‘litiga’, non si ‘discute’?). In seguito, attraverso un processo semantico e nell’uso prettamente familiare, piatire ha assunto il significato di – come possiamo leggere nel nuovo vocabolario della lingua italiana Treccani – “lamentarsi con tono querulo, fastidioso”; piatire sulla propria condizione; piatire sulla propria miseria; anche con uso assoluto (da solo): non fa che piatire. Adoperato in senso transitivo e familiarmente vuol dire, per l’appunto, “chiedere con noiosa e fastidiosa insistenza” (quasi litigando, da ‘piato’, lite, come abbiamo visto), assumendo atteggiamenti umili: piatire protezione, piatire favori. Questo verbo, insomma, non ha nulla che vedere con la “pietà” e il “pietismo”. Quest’ultimo termine sta a indicare un “movimento religioso protestante nato nel diciottesimo secolo in polemica contro la concezione dei costumi” e, per estensione, sentimento di pietà non giustificato da valide ragioni. Questo sì, viene da “pietà”, anzi da “pietista”, tratto dal latino “pietas” (‘devozione religiosa’).

Per concludere, cortesi amici “navigatori”, se tenete a parlare e a scrivere correttamente non prendete esempio da ciò che leggete sui giornali i cui articolisti – ci sia consentito – non fanno la lingua. Raramente un giornalista è anche un linguista.

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Numerosi amici blogghisti ci hanno scritto per sapere dove si può reperire il nostro libro "Un tesoro di lingua", edito dalla "Associazione Nazionale 'Nuove Direzioni' Cittadino e Viaggiatore". Il libro non è in vendita ma è liberamente consultabile nel sito dell'associazione (www.nuovedirezioni.it). Il cartaceo si può richiedere, comunque, all'associazione medesima:
50125 FIRENZE via San Niccolo' 21
telefoni : 055 2469343 / 328 8169174
email :
info@nuovedirezioni.it
telefax : 055 2346925

lunedì 25 aprile 2016

Il vaglia



La parola di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it", vaglia, ci ha richiamato alla mente un nostro vecchio intervento, che riproponiamo.


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Ancora un caso di lingua "biforcuta" della stampa, con buona pace dell'Accademia della Crusca. Da un quotidiano in rete:
La donna che esercita la professione forense è avvocata: questa la "sentenza" della Crusca.

domenica 24 aprile 2016

"Miscellanea linguistica"

Chi sa se i nostri amici lettori delle Forze Armate, dell'Esercito in particolare, conoscono l'origine linguistica dell'...  Esercito. È un termine, questo, che viene dal latino "exercitu(m)", participio passato del verbo "exercere",  «tenere fuori (dallo stato di riposo)», quindi "far muovere". Sotto il profilo prettamente etimologico l'esercito, ossia il latino "exercitum", valeva, quindi, «(raggruppamento di uomini) tenuto in esercizio, addestrato, non a riposo». Chi appartiene all'Esercito, insomma, stando all'origine del nome, è sempre in... esercizio, non si riposa mai perché come dice, appunto, il verbo  è "(sempre) in gran movimento".
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Due parole sulla corretta grafia dei sostantivi composti con il verbo "guardare": guardacaccia (e simili). Molti ritengono, erroneamente, che i nomi di questo tipo sono formati con "guardia" e "caccia" e scrivono, per tanto, "guardiacaccia". No, assolutamente, la vocale "i", al centro della parola, è abusiva. Si tratta di un nome composto con un verbo (guardare) e un sostantivo (caccia). Diremo e scriveremo, quindi, guardacaccia, guardaspalle, guardalinee, guardaportone, guardaparco, guardafilo e via discorrendo. La sola eccezione dovrebbe essere "guardiamarina", dove i componenti sono il sostantivo "guardia" e l'aggettivo "marina". Il termine, oltre tutto, è pari pari lo spagnolo 'guardia marina', trasportato nel nostro idioma in grafia univerbata. Negli altri casi, come abbiamo visto, è presente il verbo guardare nel senso di "vigilare".

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Quadrumviro e quadrunviro - entrambe le grafie sono corrette.
Qualchedunoforma popolare, da evitare, per qualcuno.
Qualoracongiunzione che significa se, quando, ogni volta che, dato che, ecc., si scrive senza apostrofo.

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La parola che proponiamo - ripresa dal Treccani - è: tiflògrafo Strumento mediante il quale i ciechi possono scrivere in modo leggibile per i vedenti; è costituito da un regolo mobile che, opportunamente manovrato, permette al cieco di conservare la dirittura delle righe e controllare la successione delle lettere.

sabato 23 aprile 2016

Essere e avere: il loro uso corretto

I verbi essere e avere hanno una coniugazione propria (non appartengono alla prima coniugazione, né alla seconda né alla terza) e sono chiamati verbi ausiliari perché sono di "aiuto" agli altri verbi per la coniugazione dei tempi composti; molto spesso, però, siamo in dubbio su quale dei due ausiliari adoperare. Non è possibile stabilire una regola precisa, è indispensabile, quindi, consultare un buon vocabolario. Possiamo dire però, in linea di massima, che l'ausiliare essere si adopera con i verbi impersonali, con i riflessivi e per la forma passiva dei verbi transitivi. Avere, invece, si usa con i verbi intransitivi che indicano un movimento o moto fine a sé stesso (ho volato, ho camminato, ho corso), con quelli intransitivi che indicano un'attività dello spirito e del corpo (ho pensato, ho dormito) e per formare i tempi composti di tutti i verbi transitivi (ho letto una poesia). Da notare, a margine di queste noterelle, che l'uso dell'uno o dell'altro ausiliare fa cambiare il significato al verbo "principale": ho mancato (ho commesso una colpa), sono mancato (non ero presente).

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La parola (di ieri) proposta da "unaparolaalgiorno.it": ebete. E quella  -  non attesta in molti vocabolari dell'uso - segnalata da questo portale: ciullo. Sostantivo maschile che vale "fanciullo". Usato in funzione aggettivale assume il significato di "inesperto" (come un fanciullo): è una donna ciulla, cioè inesperta.

venerdì 22 aprile 2016

Cartelli "plurilingue" o "plurilingui"?

C'è qualche lettore - dopo aver letto il titolo che fa bella mostra di sé nella prima pagina di un quotidiano in rete - disposto ancora ad accusarci di "vilipendio linguistico" verso gli organi d'informazione (giornali e notiziari radiotelevisivi)?




L'aggettivo "plurilingue", non ci stancheremo mai di ripeterlo, sulla scia degli aggettivi della II classe nella forma plurale muta la desinenza "-e" in "-i": facile/facili; grande/grandi; plurilingue/plurilingui. Sí, l'aggettivo in questione essendo composto con il prefisso "pluri-" e il sostantivo "lingua" nel plurale dovrebbe mutare la "a" in "e": plurilingua/*plurilingue. Le cose non stanno affatto cosí perché  non esiste un singolare "plurilingua". Il singolare corretto, dunque, è plurilingue sul modello di "bilingue", quest'ultimo tratto dal latino bilingue(m) il cui plurale è "bilingui" essendo un aggettivo della seconda classe. Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, non ha dubbi in proposito. Il titolo corretto, dunque, è: cartelli plurilingui.
 
Ma non è finita. Sempre dal  medesimo giornale altro titolo, altra smarronata ortografica:

Unioni civili, pic-nic
per i diritti con le famiglie arcobaleno: "In piazza per il futuro dei nostri figli"
 
 
Il barbarismo in questione (pic-nic) si scrive in grafia univerbata: picnic, come riportano i maggiori vocabolari dell'uso. Vediamo, in proposito, il Treccani: picnìc s. m. [dall’ingl. picnic pìknik›, che a sua volta è dal fr. pique-nique, comp. di piquer nel senso di «spilluzzicare» e prob. di un ant. nique «piccola cosa di scarso valore»]. – Colazione, merenda fatta all’aperto, durante una gita: un p. sull’erba. Per estens., la gita stessa: andare a fare un picnic con gli amici.








 
 


 
 
 
 
 
 
 
 


giovedì 21 aprile 2016

Essere come il latte di gallina

Questa locuzione di uso raro - probabilmente sconosciuta ai piú - si adopera quando si vuol mettere in particolare evidenza il fatto di essere in possesso di una cosa rarissima, praticamente introvabile e, sempre in senso figurato, si definisce "latte di gallina" un cibo o una bevanda squisita e molto rara. Il modo di dire era già in uso nel mondo classico; lo si trova, infatti, in Aristofane che definisce latte di gallina (c'era anche la variante "latte di pavone) una cosa molto ambita, rara e preziosissima. Da questa espressione è nata - per la cronaca - una bevanda simile allo zabaione, composta di latte, uova e zucchero - chiamata, appunto, "latte di gallina"  - cui si può aggiungere dell'acquavite o del vino secco. Ma non è finita. Hanno lo stesso nome una diffusa pianta selvatica della famiglia delle Gigliacee, con fiori bianchi disposti a ombrello, e un ottimo decotto di crusca.

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La parola che segnaliamo all'attenzione dei lettori è: agazzare. Voce verbale, non attestata nei vocabolari dell'uso, che sta per "gioire", "manifestare gioia" e simili. Il vocabolario degli accademici della Crusca non concorda con il TLIO e dà tutt'altro significato al verbo in questione: stizzirsi. A chi dare credito?

mercoledì 20 aprile 2016

Avere la parrucca con la coda


Questo modo di dire, oggi, essendo tramontata (quasi) la moda della parrucca, soprattutto fra gli uomini, è adoperato solo in senso figurato e si dice di persona "perbene" e reazionaria, che detesta le novità e i cambiamenti di carattere sociale e politico, ma soprattutto si usa nei confronti  di una persona bigotta (l'uomo con la parrucca, sotto il profilo semantico, è simile al misoneista). Il modo di dire trae origine dal fatto che nel XVIII secolo la moda imponeva ai gentiluomini l'uso della parrucca, elaboratissima, incipriata e terminante con un "codino", una treccina di capelli - sempre artificiali - che scendeva sotto la nuca. La rivoluzione francese vietò questa usanza prettamente nobile ma i... nobili e i realisti, non curanti, continuarono a seguire la moda per moltissimo tempo dopo. Cosí  parrucca e codino, oltre a identificare il ceto sociale, diventarono il simbolo d'un'epoca e di una precisa mentalità. Coloro che portavano il "codino" erano definiti, infatti, retrogradi, reazionari e non aperti al "progresso". La locuzione si adopera ancor oggi, soprattutto nella variante "essere un codino" e sta a indicare, per l'appunto,  colui che è avverso a ogni novità, un conservatore.

martedì 19 aprile 2016

Il piroconofobo

Con l'avvicinarsi dell'estate è utile rifornirsi di un piroconofobo (o piroconofobi). Ecco, se non cadiamo in errore, un altro sostantivo "snobbato" dai dizionari dell'uso. Ma che cosa è? È un "aggeggio", a forma di cono, che serve per combattere gli insetti, in particolare le zanzare. Si può trovare, comunque, cliccando qui.

lunedì 18 aprile 2016

Tenere il campanuzzo

Chissà quanti nostri lettori - pur non conoscendo questo modo di dire - nel corso della loro vita lavorativa e no lo hanno messo in pratica. Si dice "tenere il campanuzzo", infatti, riferito a tutti coloro che vogliono primeggiare in qualcosa, ma soprattutto si adopera nei confronti di coloro che occupano un posto di comando. La locuzione, ci sembra evidente, è un traslato delle confraternite religiose nelle quali il priore regola tutto a suon di "campanuzzo" e tutti, naturalmente, obbediscono. il modo di dire è ben "visibile" nella quarta novella della "prima cena" del Lasca* dove, in proposito, possiamo leggere: «Ora accadde che, sendo per la prima volta invitato un giovine, amico di tutti, Dionigi nominato, senza esser poi da nessun altro  stato rinvitato, non lasciava mai di non rappresentarsi; e per sorte era il piú ignorante e prosuntuoso  giovane di Firenze, e colui che i piú deboli e sciocchi ragionamenti aveva che uomo del mondo; e per dispetto sempre tener voleva il campanuzzo in mano (...)».

 

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 Caro - quando questo aggettivo accompagna i verbi vendere, pagare, comprare, costare, adoperati nel loro significato proprio, è preferibile lasciarlo invariato con valore avverbiale: li hai pagati caro questi guanti.

domenica 17 aprile 2016

Vanveriere?! Perché no?

Dal sito della "Treccani"

Scrive F. R. che, da tempo, tiene un seguìto Blog su fatti di lingua: invitiamo i lessicografi a prendere nella dovuta considerazione il termine, da noi proposto, "vanveriere", e metterlo a lemma nei dizionari. Non esiste, infatti, un vocabolo atto a indicare una persona che parla a vanvera.
Bè, sì, da vanvera sicuramente non si ha un *vanveratore. Spostandoci dal campo dei segni a quello dei significati, esiste un cianciatore – ma semanticamente sembra più tenue –; sproloquiatore ha le sue brave attestazioni moderne e contemporanee – anche nel nobel Dario Fo – e, tutto sommato, non dispiacerebbe, perché, anche se non registrato nei dizionari, è un virtualmente possibile e naturale nomen agentis, ricavabile senza sforzo da sproloquiare. Da vaniloquio, molto bello perché, a differenza di vanvera, è trasparente, abbiamo l’ottimo vaniloquente (attestato dal 1790). Diciamo dunque che il campo onomasiologico riferito a ’colui che straparla, parla a vanvera, a casaccio, senza costrutto, senza senno’, non è sterile, né deserto. Diamo però per certo che vanveriere è creazione arguta e ben formata. Il suffisso -iere è radicato ed efficace nella nostra lingua. Un’assonanza per contrasto rimanda a vivandiere, evocando un mondo capovolto in cui v’è chi nutre i suoi simili di parole inutili e pure, volendo, moleste (ma sarebbe tanto capovolto, questo mondo? Secondo F. R. no, saremmo proprio nella viva normalità del nostro mondo all’impiedi).
Notiamo, in margine, che il GRADIT accoglie i neologismi verbali vanverare -onomaturgo agli inizi degli anni Ottanta lo scrittore Pier Vittorio Tondelli – e vanvereggiare (datato 1990). Dunque, volendo, si potrebbe promuovere anche l’uso di *vanveratore e *vanvereggiatore, carichi, come vanveriere, di una bella energia espressiva e forti del potente suffisso -tore. Ma chi scrive resta dell’opinione che a decidere saranno l’uso, la quantità e la qualità delle attestazioni. Ogni cosa, anzi, ogni parola, a suo tempo.

Per voi, cacciatrici e cacciatori di parole, è sempre tempo di inviarci le vostre segnalazioni. Alla prossima puntata e, mi raccomando, orecchie e occhi sempre aperti.
Silverio Novelli

sabato 16 aprile 2016

Approcciare






L'Accademia della Crusca ci dice tutto sul verbo approcciare. Il Tommaseo-Bellini, al contrario degli altri vocabolari ("moderni") dell'uso attesta il verbo, stranamente, come voce desueta.

venerdì 15 aprile 2016

La tapinosi

Se non cadiamo in errore,
nessun "sacro testo"
(grammatiche e vocabolari dell'uso) riporta una figura retorica chiamata tapinosi, che consiste nell'adoperare parole "misere", semplici, dimesse (e a volte anche triviali) per riferirsi a cose o a concetti elevati. Si veda qui e qui.

giovedì 14 aprile 2016

Camminare (o andare) a gallina

A notte inoltrata, non appena il rag. Pasquini entrò in casa e mosse i primi passi per recarsi in camera da letto la consorte notò - tra il dormiveglia* - che ancora una volta il marito non aveva resistito alla forte tentazione di andare a gallina con i suoi vecchi amici. Pasquini tentò di rassicurarla dicendole che si sbagliava, ma piú parlava, piú aggravava la situazione: balbettava e inciampava dappertutto. La moglie, dunque, non aveva dubbi: il marito era proprio andato a gallina. L'espressione "camminare (o andare) a gallina" - indubbiamente poco conosciuta - significa ubriacarsi. Non si conosce la provenienza di questo modo di dire; la sua origine, cioè, è sconosciuta agli studiosi e a quanti, per diletto, si interessano di etimologia. La spiegazione che tenteremo di dare circa la sua provenienza è, quindi, strettamente personale e si rifà alla migliore razzolatrice del pollaio che è, appunto, la gallina. Questa, come si sa, quando razzola non va mai dritta nella stessa direzione, ma ora da una parte ora da un'altra. La persona ubriaca, per tanto, "va a gallina", vale a dire che - in senso figurato - si comporta come questa: quando cammina brancola e va ora da una parte ora dall'altra.

* È interessante notare, sotto il profilo linguistico, che nei "tempi andati" questo sostantivo era di genere femminile: la dormiveglia.

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La parola che portiamo all'attenzione dei lettori è: edúlio. Sostantivo maschile, "sfrattato" dai vocabolari dell'uso, che vale "companatico".

mercoledì 13 aprile 2016

Far la veglia del Padella

Ecco un modo di dire - probabilmente poco conosciuto - messo in pratica da tutti coloro che in una discussione non raggiungono mai un accordo oppure si dilungano in chiacchiere sterili senza mai arrivare al "dunque". Per l'origine dell'espressione diamo la "parola" a Pico Luri di Vassano, al secolo Ludovico Passarini. «Narrano le cronachette del popolino di Firenze, che uno soprannominato il "Padella" volle fare anch'esso la su' veglia la sera di Carnevale, e v'invitò tutto il vicinato. Vennero i sonatori co' loro strumenti, e in mezzo alle chiacchiere della brigata il loro capoccia cominciò ad accordarli. Accorda, accorda, accorda, e non andavano mai all'unisono; sí che non si poté attaccare un ballo. Intanto dalli, dalli, venne il sonno ad occupar le ciglia degl'invitati: e ognuno se ne tornò a casa ridendo e dicendo: "La veglia del Padella è andata a finire in accordature"; e il detto diventò proverbio».

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La lingua "biforcuta" della stampa


Cosí titolava un quotidiano in rete. Sarà bene ricordare che il sostantivo "aspirapolvere" non ha plurale perché è composto di una voce verbale e un nome femminile singolare e i sostantivi cosí formati nel plurale restano invariati: il portacenere, i portacenere; l'aspirapolvere, gli aspirapolvere.

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Lo strafalcione è stato corretto (si sono imbattuti in questo sito?)

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Invitiamo l'anonimo lettore che nei commenti al "post" A bizzeffe ha scritto: Lei si contraddice in continuazione. Chiudo qui. a dirci dove e quando ci siamo contraddetti.

martedì 12 aprile 2016

Il trapassato remoto è "vivo e vegeto"?





Si usa ancora il trapassato remoto? Un "pensiero" di Michele Cortelazzo.

lunedì 11 aprile 2016

Laziale e laziese

Ciò che ci accingiamo a scrivere non troverà il "consenso" di qualche linguista o lessicografo qualora si imbattesse  in questo sito. Siamo convinti, tuttavia, della bontà della nostra tesi. Intendiamo parlare del significato di "laziale". Con questo termine si intende, oggi, e l'abitante del Lazio e il tifoso  o l'appartenente all'omonima squadra di calcio. Per non creare ambiguità sarebbe meglio - a nostro avviso -  riservare "laziale" all'appartenente e al tifoso della squadra di calcio. Il suffisso "-ale", infatti, è tipico dei termini che indicano uno stato, una condizione, un'appartenenza: viale, finale, spaziale, stradale, laziale. E chiamare "laziese" l'abitante del Lazio. Il suffisso "-ese" designa un'appartenenza specificamente geografica (città, regioni, nazioni): milanese, piemontese, olandese. Non ci sembra, dunque, una proposta linguisticamente "oscena" chiamare "laziesi" gli abitanti del Lazio.

domenica 10 aprile 2016

"Errori di stampa" (2)

Segnaliamo tre titoli tratti da un quotidiano in rete. Tutti contengono degli errori (mortali e veniali). Non "sveliamo" quali. Invitiamo i cortesi lettori a "scovarli" e a segnalarli nei commenti.




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La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it": dimestichezza. Per altri approfondimenti si veda qui.

sabato 9 aprile 2016

Anche le parole hanno un "sesso"?

I vocaboli, ossia le parole che pronunciamo quando esprimiamo un nostro pensiero hanno un "sesso"? Sembra proprio di sí, e ce lo confermano gli articoli che anteponiamo loro: il, lo, la, gli, le, uno, una. Oggi, però, la distinzione tra i "sessi", vale a dire tra i nomi maschili e femminili, è sentita solamente se questa (la distinzione) risponde a una realtà puramente fisiologica: cane e alunno li "sentiamo" maschili; cagna e alunna, naturalmente, femminili. Se, però, diciamo - per esempio - arancio e arancia, pesco e pesca non pensiamo  minimamente al "sesso" pur classificandoli, ovviamente, tra i sostantivi maschili e femminili. Come è nata, allora, la distinzione di "sesso" tra i vocaboli? Quando la parola è nata il genere, vale a dire il sesso, corrispondeva, con molta probabilità, alla distinzione di "sesso biologico" degli esseri rappresentati dalla parola stessa; per questo motivo nelle lingue antiche - quelle classiche in particolare - esistevano tre generi: il maschile per le persone e gli animali di sesso maschile, appunto, il femminile per l'altra categoria e il genere neutro riservato al "sesso" delle cose (neutro viene dal latino "neuter", né l'uno né l'altro: le cose, infatti, non hanno sesso).  Con il trascorrere del tempo il genere neutro, per il suo carattere... neutrale, ossia indefinito, scomparve nella quasi totalità degli idiomi moderni e i vocaboli acquisirono - senza alcuna regola predefinita - le terminazioni, cioè le desinenze maschili o femminili, assumendo il tal modo un genere grammaticale che non avevano mai avuto e che sotto il profilo, diciamo, fisiologico tuttora non hanno. Il "sesso grammaticale", dunque, è una convenzione che non ha nulla che vedere con il "sesso fisiologico", a eccezione, ovviamente, degli esseri animati. Che la distinzione tra i "sessi grammaticali" sia del tutto irrazionale lo dimostra l' "analisi" di alcune parole che cambiano di genere nelle varie lingue. Il dente, per esempio, è maschile in italiano e femminile in francese; l'arte è femminile in italiano e maschile in francese; il mare è femminile in francese, maschile in italiano e neutro in tedesco. Questo in linea generale. Se prendiamo in esame altri vocaboli, come recluta, guardia, sentinella e soprano - tanto per fare alcuni esempi - notiamo, infatti, che i primi tre sono di "sesso" femminile pur riferendosi a un uomo; mentre il soprano, maschile, si riferisce a una donna. Il genere o "sesso" dei vocaboli  - in linea di massima - è una convenzione fatta dai linguisti e che trova le sue "radici" nella storia della parola stessa.

venerdì 8 aprile 2016

Il sommozzatore

Per scoprire l'origine, vale a dire la "nascita linguistica" del sommozzatore ci affidiamo all'insigne e rimpianto professor Aldo Gabrielli. «Questo vocabolo che potrebbe apparire stravagante, e a cui tutti abbiamo fatto l'orecchio, deriva da un verbo dialettale napoletano (è un sostantivo deverbale, quindi, ndr), "sommozzare", che significa "tuffarsi", "andare a fondo" nell'acqua per pescare. Si tratta precisamente della variante dialettale di "soppozzare", verbo antico, che risale almeno al Trecento. Questo "soppozzare" discende da un latino popolare "supputiare", variante di "subputeare", composto di "sub", sotto e "puteus", pozzo, alla lettera "immergere in un pozzo" e, piú genericamente, "immergere", "affondare" [...]. È anche probabile che la variante napoletana "sommozzare" abbia subito l'influsso del sinonimo "sommergere".  "Sommozzatore", dunque, è colui che "si sommozza", si cala nell'acqua, si affonda. Parola di suono strano quanto si voglia, ma di schietta origine italiana; ed è pertanto inutile chiamare questi uomini coraggiosi con un vocabolo preso dall'inglese e direi  perfino irrispettoso, "uomini-rana"; ricalcato su "frog-man", 'uomo', "man" e 'rana', "frog": per via delle pinne ai piedi».
  E dopo questo autorevole Autore c'è qualcuno che preferisce "uomini-rana", di stampo barbaro, all'italianissimo "sommozzatore"? Chi adopera il termine "barbarico" lo fa soltanto per mera esterofilia  e snobismo linguistico. Sarebbe veramente ora di riscoprire la nostra lingua - ricchissima di vocaboli - e lasciare l'inglese a coloro che, per "darsi un tono", infarciscono i loro scritti e i loro discorsi di termini stranieri di cui, molto spesso, non conoscono neppure il significato. Ma tant'è.

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Apersero la porta

Apersero? Non si dice aprirono? Anche "apersero". Il verbo aprire ( come ricoprire, scoprire, riscoprire, soffrire e altri che ora non ci sovvengono) nella 1^ e 3^ persona singolare e 3^ plurale del passato remoto presenta due forme: una forte e una debole. La forma forte ha l'accentazione sulla radice: io apèrsi; quella debole sulla desinenza: io apríi. Chi preferisce adoperare la forma forte e dire, per esempio, "tutti soffersero quella perdita", in luogo del piú comune soffrirono, non può essere tacciato di ignoranza. È solo questione di gusto stilistico.

giovedì 7 aprile 2016

"Errori di stampa"

Continua la rassegna degli "errori di stampa" (con buona pace dell'accademia della Crusca). Cosí, un quotidiano in rete:



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C' è, anche, "una macchinista" non donna? Forse sí: un/una transessuale. Il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: «... aggredisce una macchinista: fermato». Oppure, ma meno elegante: «... aggredisce un macchinista donna» (sul tipo "donna poliziotto", che, però, aborriamo esistendo il normalissimo sostantivo poliziotta).

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La parola segnalata, ieri, da "unaparolaalgiorno.it": perspicuo.

mercoledì 6 aprile 2016

A bizzeffe

Ieri, il vocabolario Zingarelli ha proposto la parola bizzeffe (facendola provenire da una voce araba):
 
biẓẓèffe /http://dizionari.zanichelli.it/pdg_media/audio.jpg bidˈdzɛffe/
[arabo dial. bizzēf molto av. 1494]
vc.
solo nella loc. avv. a bizzeffe, in grande quantità, in grande abbondanza: avere quattrini a bizzeffe; a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe (A. Manzoni). Il linguista Ottorino Pianigiani, nel suo "Dizionario", propone altre "provenienze etimologiche". Vediamole. Si veda anche qui (Il "Malmantile racquistato").


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Due parole sui verbi:
Espletare – verbo da lasciare al linguaggio burocratico; diremo, correttamente, adempiere, finire e simili.
Evadere – si evade dal carcere, non una pratica o una corrispondenza per le quali useremo i verbi sbrigare, chiudere e simili.



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Ancora una perla della stampa. Un quotidiano in rete titolava:

L'omicidio dopo una lite. L'uomo è stato fermato

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Se lo strangola lo uccide, non vi pare?