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domenica 31 gennaio 2016

Mi vergogno "di" o mi vergogno "a"?

«Gasparri contestato in piazza
"Si deve vergognare a stare qua"», cosí titolava il quotidiano la Repubblica in rete. Allora? si domanderà qualcuno. L' «allora» sta nell'uso errato della preposizione "a" con il verbo vergognare (vergognarsi): ci si vergogna di  qualcuno o di  qualcosa (non a). Il suddetto verbo, anche quando è preceduto da un verbo modale (servile) conserva  le medesime "caratteristiche" che ha quando è verbo "autonomo" e, come detto, una delle caratteristiche sta nel fatto che si costruisce con la preposizione "di". Vediamo, in proposito, ciò che riporta il vocabolario Treccani in rete. È anche interessante la "nota d'uso" di Sapere.it. (De Agostini).

Errore




La parola (di ieri) segnalata da "unaparolaalgiorno.it": errore. Si veda anche qui.

venerdì 29 gennaio 2016

Digrumare

La parola proposta da questo portale: digrumare. Sta per mangiare con voracità.

E quella, "errata", del correttore di Virgilio (Sapere.it): tramviere. È bene ricordare che tutti i composti di "tram" mutano la "m" in "n". La parola corretta, dunque, è tranviere. Si veda anche qui.

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tramviere: Parola Corretta

mercoledì 27 gennaio 2016

L'antracotipia

La parola proposta da questo portale: antracotipía. Strumento, anzi metodo, per ottenere immagini fotografiche attraverso polveri, la fuliggine in particolare. Si veda anche qui.

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Con il "permesso" del fustigatore (si vedano i commenti al "post" di lunedí scorso) segnaliamo ancora una perla del correttore del sito "Virgilio.it" (Sapere.it):

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fidejussione: Parola Corretta 

La parola corretta, o meglio la grafia corretta, è con la "i" (fideiussione).

lunedì 25 gennaio 2016

Il calefattore

La parola proposta oggi è: calefattore. Sostantivo (e aggettivo) tratto dal latino calefacere (riscaldare). Sorta di "pentola" in cui si bolle l'acqua e si cuociono carni e legumi. Il termine, se non cadiamo in errore, non è attestato nei vocabolari dell'uso. Si veda qui.

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Monolito – così si chiama il blocco di granito, non monolìte, e si pronuncia con l’accentazione sdrucciola: monòlito.  Per il correttore virgiliano (Sapere.it) è, invece, parola corretta:

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monolite: Parola Corretta 

domenica 24 gennaio 2016

Tre errori inesistenti

Il sito "grammaticaitaliana.eu" riporta un elenco degli errori piú comuni che si fanno scrivendo. È una lodevole iniziativa; però...  però nell'elenco tre di questi errori non sono tali, ma varianti o rafforzativi, come nel caso di "a me mi piace" e "ma però". Quanto a "nondimeno" si può scrivere anche in tre parole.


Alcuni degli errori d'italiano più comuni:




Errato
Corretto
A me mi piace
A me piace
Daccordo
D'accordo
Tuttaltro
Tutt'altro
Tuttuno
Tutt'uno
Non di meno
Nondimeno
Affianco
A fianco
Propio
Proprio
Accellerare
Accelerare
Si, arrivo!
Sì, arrivo!
-zzione (interrogazzione)
-zione (interrogazione)
Qual'è
Qual è
Un pò
Un po'
Dasse retta / stasse bene
Desse retta / stesse bene
Gli ho imparato a suonare
Gli ho insegnato a suonare





A gratis
Gratis
Entusiasto
Entusiasta (sia al maschile che al femminile)
Pultroppo
Purtroppo
Ogniuno
Ognuno





Sopratutto
Soprattutto
Avvolte capita di...
A volte capita di...





Inerente una cosa
Inerente a una cosa
Ma però
“Ma” o “però” (mai insieme)
Perchè, poichè, ecc.
Perché, poiché, ecc. (accento acuto)


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La parola proposta oggi è: arcoreggiare. Si veda anche qui.

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Altra "perla" del correttore virgiliano in collaborazione con "Sapere.it":



Parole
Correttore ortografico



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Risultati per: beneficienza

beneficienza: Parola Corretta 

Naturalmente la parola veramente corretta è beneficenza, senza la "i".



sabato 23 gennaio 2016

Capire per intendere (e viceversa)

Ci sia consentito, ogni tanto, di peccare di presunzione, anche se non abbiamo la minima intenzione di fare il barbassòro, vale a dire di atteggiarci a persona che crede di avere grande importanza per autorità e per… sapienza. Vogliamo solamente dimostrare che, contrariamente a quanto si creda, i verbi "capire" e "intendere" non sono "completamente" sinonimi: tra i due c’è una leggera sfumatura di significato. Vediamola assieme, sia pure per sommi capi.

Il primo, in senso lato, sta per "contenere"; il secondo, sempre in senso lato, sta per "tendere (l’orecchio)", quindi potremmo dire che equivale a "sentire". Non si dice, infatti, che quel tizio non ha voluto intendere, cioè "sentire" ragioni? Questa personale tesi è suffragata dall’etimologia dei due verbi e dall’autorità del Tommaseo il quale nel suo "dizionario dei sinonimi" scrive: "Quando, assolutamente, diciamo ‘non capisce’, neghiamo a quel tale capacità (da ‘capire’, ndr) di mente a ricevere qualsiasi cosa, almeno di quel genere di cui si ragiona; ‘non intende’ riguarda segnatamente o tali parole o senso di quelle. Ed è men biasimo e spregio anche per questo, che nell’intendere ha parte l’azione, cioè la volontà (non ha voluto ‘intendere’ ragioni, ndr); onde negare l’intendimento di tale o tal cosa non è sempre un negare l’intelligenza; dove il negare che altri capisca è un dire che il vaso è angusto e mal formato, un fare quasi disperata la cosa".

Ma vediamo l’etimologia dei due verbi in esame al fine di… "capire" bene come stanno le cose. Cominciamo proprio da capire. Come il solito, occorre rifarsi al latino. Capire, dunque, è la forma italianizzata del latino "capere" il cui primo significato era quello di "prendere". Una volta passato nella lingua volgare – l’italiano – ha acquisito due distinte forme, una intransitiva e una figurata transitiva, con altrettanti distinti significati. Il primo significato, intransitivo, derivato dall’originaro latino "prendere", fu quello di "entrarci", "esser contenuto", "esser preso dentro qualche cosa" e in questa accezione si adopera ancora oggi, soprattutto in poesia, nella forma originaria latina "capere": questo non ci cape, cioè non c’entra, non può esservi contenuto. Il secondo significato, quello figurato transitivo, vale sempre "prendere", ma con la mente, con l’intelletto, con l’animo: non ti capisco più, vale a dire non ti "prendo più con la mente"; i tuoi discorsi non li capisco, cioè non li comprendo, non mi "entrano nel cervello".

Una persona stupida, quindi, non è in grado di "capire" ma può benissimo "intendere", cioè "sentire", anche se giuridicamente si dice che una persona non è in grado di "intendere (di capire) e di volere". Come si può ben vedere, quindi, la differenza tra intendere e capire è minima. Però, amici, c’è.

E veniamo a "intendere" che, come capire, è figlio del nobile latino. È composto, infatti, della particella "in" (verso) e "tendere" (‘tirare’): "tirare verso qualcosa o qualcuno". In senso figurato "volgere verso un termine", quindi "volgere la mente, gli orecchi verso qualcosa". Di qui i significati figurati di "sentire", "udire", "avere la volontà" e… "capire". Non diciamo, infatti, non voglio "capire" ciò che mi stai suggerendo? Non ho voglia, non ho la volontà di stare a sentirti. Insomma, si perdoni il pasticcio: si può capire e non intendere come si può intendere e non capire. Nell’uso, però, i due verbi si equivalgono. La nostra era solo una "puntualizzazione linguistica" e non volevamo fare, ripetiamo, il barbassòro.

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"Plaudo al" o "plaudo il"?

«I partiti plaudono il finanziamento. Il commissario è l’ultima spiaggia», così titolava un quotidiano a distribuzione gratuita. Allora? si chiederà qualcuno. L’allora sta in un errore. Il verbo plaudire (o plaudere) è intransitivo e si costruisce con la preposizione a. Il titolo, quindi, avrebbe dovuto

 recitare: «... plaudono al finanziamento». Diciamo subito, a scanso di equivoci, che qualche vocabolario attesta il verbo in oggetto come transitivo e intransitivo, ma la quasi totalità degli incunaboli che abbiamo consultato sono perentori: intransitivo.




 

venerdì 22 gennaio 2016

Prendersi uno spaghetto

Esimio dott. Raso,
 mi sono deciso a prendere carta e penna, si fa per dire, visto che ora c'è il computiere, per chiederle, cortesemente, di soddisfare una mia curiosità. Perché si dice "prendersi uno spaghetto" per mettere in evidenza di avere paura? Che cosa è questo "spaghetto"? Non certo quello che si cuoce e si mangia. Grazie se mi onorerà di una sua risposta.
 Cordiali saluti.
 Daniele V.
Venezia Mestre
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Cortese Daniele, il modo di dire in oggetto, probabilmente le sarà sfuggito, se è un assiduo lettore, è stato trattato un po' di tempo fa. Clicchi qui.

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La parola che proponiamo è: scachicchio. Si dice di persona magra, mingherlina.

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Segnaliamo alla cortese attenzione dei lettori un vocabolario in cui si dà anche la pronuncia del lemma cercato. Qui.

mercoledì 20 gennaio 2016

L'accisa

La parola, di ieri, proposta da "unaparolaalgiorno.it", accisa, ci ha richiamato alla mente un nostro vecchio articolo sull'imposta, che ha diverse accezioni. Vediamole, cliccando qui.

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Molto maggiore? Sí, molto maggiore

È giunto il momento di sfatare una regola - inculcataci ai tempi della scuola - secondo la quale non è corretto adoperare molto davanti ai comparativi maggiore, migliore, minore e simili. È una regola del tutto arbitraria e, quindi, da non seguire. Molto davanti ai comparativi assume valore avverbiale con il significato di grandemente, in grande misura. Si può benissimo dire, per esempio, il tuo libro è molto migliore del mio, vale a dire è in grande misura meglio del mio.
Una prova del nove? Si può dire quel libro è molto più grande? Sì. Più grande non è un comparativo che equivale a maggiore? Si attendono smentite
...

lunedì 18 gennaio 2016

Predicare bene e razzolare male

Siamo stati accusati, da un lettore di questo portale, di appartenere a quella categoria di persone che - come recita il modo di dire - predicano bene e razzolano male. Il nostro "mal razzolamento" è consistito - secondo il lettore - nell'aver disatteso alcune norme grammaticali. Il lettore non specifica, però, "quando", "dove" e "come". Questo "rimprovero" ci dà lo spunto, comunque, per trattare dell'origine della locuzione che - come tutti sappiamo - si dice di colui che vorrebbe "moralizzare" l'umanità facendo ottimi "proclami" con i quali, però, non accorda le proprie azioni. Questo modo di dire non è altro che la metafora di un notissimo proverbio: "Fare come il gallo che canta bene e razzola male". La "piú in gamba" 'razzolatrice' del pollaio è, infatti, la gallina che cerca nella terra sassolini e quanto altro può essere utile per "costruire" il guscio delle uova; mentre il gallo, l' "ugola d'oro" del cortile, razzola molto di rado e molto... male. Sarà utile ricordare, forse, che la metafora, in linguistica, è una figura retorica che consiste nell'attribuire a un termine un significato simbolico, diverso dall'accezione propria. Il verbo razzolare, vale a dire raspare il terreno, ci ha richiamato alla mente un'altra locuzione (che forse sarebbe stata "piú propriamente" adatta a noi, interpretando le intenzioni  del lettore che ci ha contestato): "Fare come padre Zappata, che predicava bene e razzolava male". Si dice di persona "virtuosa" solo a parole, perché nei fatti dà esempi  tutt'altro che... lodevoli.

domenica 17 gennaio 2016

Alleluia, alleluia

Sulla "deriva" della lingua italiana proponiamo un nostro modesto articolo pubblicato qualche anno fa sulle colonne del quotidiano Il Giornale d'Italia,  dove eravamo titolari di una rubrica di lingua. Anche se datato il contenuto dell'articolo ci sembra di una "spaventosa" attualità.

Finalmente una notizia che potremmo definire "storica" e che attendevamo da tempo: l'Accademia della Crusca lancia un grido d'allarme sulla sciatteria linguistico-grammaticale che inesorabilmente sta dilagando nella lingua italiana scritta. Sotto accusa libri e giornali dove frequenti sarebbero imprecisioni ed errori. Alleluia, alleluia. Non siamo piú i soli, noi, umili linguaioli, nella battaglia che da tempo combattiamo - da queste colonne - per ridare "dignità" alla lingua di Dante, un tempo "idioma gentil sonante e puro" - per usare le parole di Vittorio Alfieri - ridotta dai cosí detti operatori dell'informazione (soprattutto  quelli "sfornati" dalla scuola odierna) a un'accozzaglia di parole errate maritate a un barbarismo inopportuno. Nella sua disamina il presidente della Crusca fa l'esempio della "e" verbo scritta il piú delle volte con l'accento acuto in luogo di quello corretto, che deve essere grave (è). Ancora.  « Non di rado - prosegue il numero uno dell'Accademia - si fa confusione fra il 'se' congiunzione e il 'se' pronome personale, al punto che l'accento viene messo dove non va, oppure viceversa e talvolta non appare mai in ogni caso». Ne approfittiamo per ribadire - ancora una volta - che il 'sé' pronome deve essere sempre accentato, anche quando è seguito da "stesso" e "medesimo" (sé stesso, sé medesimo).  La "legge scolastica", riportata da alcune grammatiche, secondo la quale "se medesimo" e "se stesso" non si accentano è priva di fondamento;  è, insomma, una legge arbitraria e, in quanto tale, non va rispettata.  Quanto alla doppia "b" in parole come "obbiettivo" o "obbiezione" - fa notare sempre il presidente della Crusca - «non è un errore, ma è meglio una sola "b" cosí i termini appaiono piú vicini alla radice etimologica latina». Alleluia, lo andavamo "predicando" da anni, unica voce, e sempre inascoltata. Non sappiamo se nella "denuncia" dell'alto rappresentante della Crusca siano compresi i barbarismi di cui sono infarciti, sempre di piú, gli articoli redatti dai cosí detti giornalisti che fanno la lingua...   Amici della carta stampata e no, basta con l' "anglofilia"! Adoperate la lingua madre e, possibilmente,  in modo corretto. Tremiamo al pensiero che i giovani che si avvicinano per la prima volta al mondo dei giornali possano leggere frasi del tipo "l'aereo è decollato alle 14,30", in cui sono evidenti due strafalcioni: uno "mortale", l'altro "veniale". L'errore mortale è l'uso dell'ausiliare essere con il verbo "decollare"; quello veniale è rappresentato dalla virgola che separa l'ora dai minuti. Fior di giornalisti - come usa dire - ignorano completamente le norme grammaticali che regolano l'uso dei verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso. L'aereo "ha" decollato, questa la sola forma corretta. Quanto alle ore si scrivono separate dai minuti da un punto o da due punti, non dalla virgola perché non si tratta di numeri decimali (14.30 o 14:30). Queste stesse firme scrivono "fidejussione", con tanto di "j", ignorando che il termine proviene dal latino classico, che non "conosce" la "j" ma solo la normale "i": fideiussione. È lo stesso caso di "sub judice", che si scrive con la "i" non con la "j". Che cosa fare allora? La Crusca, per bocca del suo presidente, dice «bisognerebbe che qualcuno avesse autorità di intervenire sugli autori e sulle tipografie in modo da utilizzare un sistema grammaticale omogeneo. Ma in Italia, a differenza della Francia, non esiste nessun organismo che regolamenti la lingua e cosí se ne subiscono conseguenze negative che influiranno sul patrimonio linguistico». Ci consenta il presidente della Crusca, non è necessaria (anche se auspicabile) la nascita di un organismo, è sufficiente che la scuola sforni futuri giornalisti che conoscano la lingua, vale a dire che abbiano studiato - con la massima serietà - la grammatica e la sintassi. Purtroppo non è cosí.  Dobbiamo constatare il fatto che i giovani usciti dalla scuola di oggi non sanno distinguere un avverbio da un aggettivo e confondono l'apostrofo con il troncamento. C'è da dire, però, che la 'deriva' della lingua non è da imputare solo alle nuove leve dei giornali, anche se in queste alberga molta presunzione. Ci sono docenti che insegnano la lingua italiana pur non conoscendola... Dimenticavamo. Anche "alleluia" si scrive con la "i".

 

 

sabato 16 gennaio 2016

Dai fili alle fila

A proposito di "autoblindi", strafalcione che grida vendetta, di cui abbiamo parlato giovedí scorso, ne proponiamo un altro, anche se sappiamo benissimo di ripeterci, perché continua a campeggiare, in bella vista, sulle pagine dei giornali (tutti, nazionali e locali): le fila, in luogo della forma corretta le file. Quante volte, infatti,  leggiamo (e ascoltiamo nei servizi radiotelevisivi) che il deputato X è uscito dalle fila del partito in cui militava da anni? Anche questo strafalcione grida vendetta al pari di "autoblindi". Si deve dire, correttamente, appunto, le file. E vediamo il motivo. In lingua italiana esiste un sostantivo femminile singolare, fila,  vale a dire "serie di persone o cose piú o meno allineate una dietro l'altra" (la fila all'ufficio postale, per esempio) con il regolare plurale file. Diremo, quindi, che, in occasione dei saldi, davanti a quel negozio si sono formate lunghissime file, (non fila) di persone che attendono di poter entrare; diremo, anche, che i militari rompono le  file, cioè il loro allineamento. Vi è poi - e qui nasce l' "errore"-equivoco - una altro sostantivo di genere maschile, filo, esattamente il prodotto di una filatura (un filo di lana, di cotone ecc.), con due distinti plurali, uno maschile e uno femminile: i fili e le fila. È, quindi, un sostantivo cosí detto sovrabbondante, abbonda, cioè di plurali: uno regolare maschile, l'altro irregolare femminile. Non si usano, però, tirando la monetina: testa  i fili, croce le fila. Il plurale piú comune e, quindi, piú usato è quello regolare maschile (i fili): i banditi hanno tagliato i fili del telefono; la contessa sfoggiava una collana con quattro fili di perle; si sono sfilati i fili delle calze. L'altro, quello irregolare femminile (le fila) si adopera in senso collettivo per indicare "piú fili" presi assieme: le fila del formaggio. Ma piú spesso in senso traslato o figurato: le fila della congiura. Abbiamo, quindi, le file del partito (non le fila) in quanto un partito è formato, idealmente, da tante persone allineate una dietro l'altra. Queste persone, dunque, compongono "le file" del partito, come i militari compongono "le file" di una compagnia.

venerdì 15 gennaio 2016

Aiuto! Come si scrive?

I lettori ci scuseranno se insistiamo nel consigliare loro di prestare molta attenzione sull'uso del correttore ortografico di "Virgilio", con la collaborazione di "Sapere.it". Questo correttore non sempre è affidabile. Ecco, ancora, una riprova. Queste parole, scritte in modo errato, per il correttore virgiliano sono correttissime: tal'altro, frà Peppino, nessun'uomo, suor'Angela.

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tal'altro: Parola Corretta 
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frà Peppino: Parola Corretta 
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nessun'uomo: Parola Corretta 
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suor'Angela: Parola Corretta 
 
 
***
 
La parola, di ieri, segnalata da "unaparolaalgiorno.it: apota.
 
 
 

giovedì 14 gennaio 2016

«Gli autoblindi»

Abbiamo avuto bisogno di un cardiotonico quando - qualche giorno fa - su un giornale di provincia (ma che "fa opinione") abbiamo letto che, per un'esercitazione militare, la città era stata invasa dagli autoblindi. Il cronista non ha avuto dubbio alcuno: autoblindo, sostantivo terminante in "-o" è maschile e, in quanto tale, nella forma plurale muta la desinenza "-o" in "-i". Come si dovrebbe sapere, invece, il sostantivo in oggetto è di genere femminile essendo la forma  troncata di "autoblindomitragliatrice". Poiché abbiamo la mania di "potare" le parole, da "autoblindomitragliatrice" sono stati fatti nascere i termini "autoblindo" e "autoblinda", entrambi femminili,  come la parola madre che li ha partoriti. I problemi sorgono quando si deve fare il plurale se non adoperiamo la parola madre in quanto va da sé che il plurale è, regolarmente, "autoblindomitragliatrici". Per le forme accorciate - fermo restando il fatto che sono sempre di genere femminile, anche se qualche vocabolario dà maschile "autoblindo", occorre fare un distinguo: autoblindo resterà invariato, le autoblindo, sul modello di "le radio", "le moto", "le foto" ecc. Autoblinda, invece, prenderà la normale desinenza plurale "-e": le autoblinde. Per evitare dubbi e  non incorrere in strafalcioni come "gli autoblindi", non sarebbe meglio dire e scrivere un' "autoblindata con mitragliatrice", con il normale plurale? C'è anche da dire, però, che molti dizionari non sono d'aiuto nel dissipare il dubbio che inevitabilmente ti assale quando devi pluralizzare il sostantivo in oggetto. Uno dei tanti vocabolari che abbiamo consultato riporta: «autoblinda (o autoblindo), sostantivo femminile»; non specifica, però, che la forma in parentesi (autoblindo) nel plurale resta invariata. Ma tant'è. Forse pretendiamo troppo dai dizionari, che non possono sopperire a tutte le "deficienze linguistiche", questo è compito della scuola. E la scuola odierna (e l'università), non ci stancheremo mai di ripeterlo, non sempre ha docenti degni di tale nome. Una riprova? Un'amica giornalista ci ha raccontato, in proposito, una cosa che ci ha lasciato senza parole: una sua insegnante di lettere le spiegò la "regola del qual è" a modo suo. Qual è, si sa, è un troncamento, quindi non si apostrofa. Per la docente, invece, si apostrofa davanti ai sostantivi femminili: qual'è la tua penna? Se questi sono i "pilastri" della scuola non lamentiamoci, poi, se i giornali sono pieni di strafalcioni.

mercoledì 13 gennaio 2016

Levarsi (o alzarsi) all'alba dei tafàni

«Domani è festa, finalmente!  - non poté fare a meno di esclamare Enrico, fuori di sé per la gioia - potrò alzarmi all'alba dei tafàni, non ho problemi di orari; la sveglia la getterò dal comodino, ho proprio bisogno di riposarmi». Avrete senz'altro capito, amici lettori, che l'espressione adoperata da Enrico ("alzarsi o levarsi all'alba dei tafàni") vuole mettere in evidenza il fatto che una persona si alza molto tardi, a mattinata inoltrata. Quante volte, anche voi, senza saperlo, avete messo in pratica questo modo di dire? Per la spiegazione ricorriamo all'ausilio di Puccio Lamoni, uno dei notisti al "Malmantile racquistato", che cosí scrive: «All'alba dei tafàni (il tafàno è un insetto dei ditteri, simile alla vespa, le cui femmine si attaccano alla carne dei bovini e dei cavalli per succhiarne il sangue lasciando sulla piaga germi di malattie parassitarie, ndr) si dice quell'ora del giorno che il sole è nel suo maggior vigore, nella qual ora i tafàni sono piú vivaci... sicché levarsi all'alba dei tafàni  s'intende levarsi di là da mezzogiorno».

***

Il "ché" e il...  "chè"

Se non cadiamo in errore nessun "sacro testo" grammaticale in nostro possesso, a eccezione del "Dizionario Grammaticale" di Vincenzo Ceppellini, spiega che esistono due che accentati, uno con l'accento acuto l'altro con quello grave e cambiano di significato a seconda dell'accento. Riportiamo dal Ceppellini: «(Ché) con l'accento acuto è aferesi di  perché. Congiunzione causale. Esempio: Me ne vado, ché non ne posso piú. Con l'accento grave (chè) si usa nelle esclamazioni per indicare meraviglia. Esempio: Chè! Non ti fermi un poco?; Chè!, te la prendi per cosí poco?».