Visite dal primo febbraio 2017

martedì 31 marzo 2015

Daghesciare

Probabilmente la maggior parte dei nostri cortesi lettori si imbatte per la prima volta nel verbo in oggetto perché non è attestato nei comuni vocabolari dell'uso. Eppure tutti i lettori lo "conoscono" e lo mettono in pratica, sia pure inconsciamente. Quando? Quando nel parlare raddoppiano le lettere: noonn caappiissccii nniieennttee. Si veda qui, qui e ancora qui.

domenica 29 marzo 2015

Arare col bue e con l'asino

Quest'espressione - probabilmente poco conosciuta - ha moltissimi significati figurati e ci è stata "consegnata" - manco a dirlo - dal mondo contadino: l'agricoltore (di un tempo), per raggiungere lo scopo, non fa distinzione di sorta e ara sia con l'asino sia con il bue. L'espressione si tira in ballo soprattutto nei confronti di un uomo che corteggia tutte le donne, senza distinzione alcuna, ma anche nei confronti di colui (o colei) che per arrivare al traguardo prefissosi non distingue il bene dal male. La locuzione sembra particolarmente azzeccata se riferita alla persona che cambia atteggiamento o idea secondo l'opportunità del momento o a colui che vuole mantenere buoni rapporti con persone rivali tra loro o, ancora, riferita alla persona che vuol fare contemporaneamente gli interessi di due parti avverse. Voi, cortesi amici, quanti "aratori" conoscete?

***

Gincana o gimcana - queste le grafie corrette, non gimkana, vocabolo ibrido non essendo né italiano né inglese. La grafia inglese è, infatti, gymkhana.











 

 

 
 
 

sabato 28 marzo 2015

Fare e dire


Da "Domande e risposte" del sito "Treccani":
Il verbo “fare” a quale coniugazione appartiene (alla prima secondo la desinenza italiana, o alla seconda secondo la derivazione latina)?

Il verbo fare è un verbo italiano, dunque risponde alle categorizzazioni grammaticali della lingua italiana. Si tratta di un verbo irregolare della prima coniugazione.
------------
Ci spiace dissentire dagli esperti della "Treccani", il verbo fare, assieme al verbo dire, appartiene alla II coniugazione. Entrambi i verbi sono, infatti, le forme contratte delle voci latine fa(ce)re e di(ce)re. Sono, per tanto, verbi irregolari della seconda coniugazione.

 

 

venerdì 27 marzo 2015

Una bella «bustorfieria»

Chissà quanti critici letterari dei vari giornali sono convinti di scrivere una bella "bustorfieria", non sanno invece che la loro critica non ha quel successo tanto agognato. Vogliamo malignare, anzi. Siamo sicuri che molti di questi "esperti" non sanno neanche di che cosa stiamo parlando. Che cosa è, dunque, questa "bustorfieria"? Per scoprirlo basta cliccare qui e qui.

giovedì 26 marzo 2015

Tranellare

Gentile dr Raso,
 mi diletto a scrivere favole per bambini, favole che non vengono pubblicate ma fotocopiate e distribuite ai compagni di scuola di mio figlio. L'insegnante e il dirigente scolastico sono, mi sembra, entusiasti dell'iniziativa. Mi rivolgo a lei per un consiglio. Nella mia ultima "fatica", il protagonista cade in un tranello tesogli da una strega cattiva. Vorrei usare un verbo per esprimere il concetto: "tranellare". So perfettamente che non esiste, ma mi piacerebbe adoperarlo. Che ne pensa?
 Grazie per l'attenzione e per l'eventuale risposta.
Amerigo T.
 Sondrio

---------
Cortese Amerigo, il verbo da lei proposto esisteva ma è stato relegato nella soffitta della lingua. A mio avviso può "rispolverarlo" e usarlo come e quando vuole. A un eventuale contestatore - per farlo rientrare nei ranghi - può far visitare questo collegamento.


***

Comparire - si adopera la forma incoativa in "-sco-" (comparisco) quando significa "far bella figura": questo vestito comparisce bene. Lo stesso discorso vale per il verbo scomparire (far brutta figura): scomparisci sempre davanti agli altri.



***

Da "Domande e risposte" del sito Treccani:

PER INDICARE "INTINGERE DI NUOVO" COME È CORRETTO DIRE: "REINTINGERE" O "RINTINGERE"?

Non essendovi una regola per la selezione della forma del prefisso indicante ripetizione (re- o ri-), il consiglio è sempre quello di consultare un buon dizionario. Spesso, però, le parole meno comuni non vengono registrate nei dizionari, o non in tutti: ridare, molto comune, si trova dappertutto, mentre reintingere o rintingere no.

Ci affidiamo allora al GRADIT diretto da Tullio De Mauro, che registra come unica forma rintingere
--------------
Rintingere si trova anche nel vocabolario del Tommaseo e "immortalato" in un libro, del 1951, di Arnolfo Santelli.


 




 
 

lunedì 23 marzo 2015

Prendersi uno spaghetto...

... vale a dire spaventarsi, provare un momento di grandissima paura: la strada era deserta e pioveva a dirotto, a un tratto ho visto un'ombra che si avvicinava verso di me; non vi dico che spaghetto mi son preso! Per alcuni autori questo modo di dire familiare, particolarmente adoperato in Toscana, deriverebbe verosimilmente dall'immagine di una persona che si contrae su sé stessa per gli spasimi della paura, oppure che si "raggomitola" per ripararsi da un pericolo, proprio come si avvolge uno spago sul gomitolo. Piú aderente alla "realtà linguistica", a nostro avviso, la spiegazione che dà, invece, Ottorino Pianigiani:




***

Come al solito – locuzione di uso popolare per come il solito . Nella predetta espressione l’aggettivo solito acquista il valore di sostantivo con l’accezione di costume, abitudine e simili e si fa precedere dall’articolo, non dalla preposizione: sei sempre in ritardo, come il solito (come è tua abitudine). Se si vuole adoperare la preposizione al si deve omettere il come: al solito, sei sempre in ritardo.

 

***
 
Suonare (o batter) la diana.
 
 “Mi raccomando, questa sera non andare a letto molto tardi, come il tuo solito – fece il padre al figliolo piú grande – domani devi batter la diana per tutta la famiglia e a me, lo sai benissimo, non mi piace arrivare in ritardo agli appuntamenti: i tuoi zii ci attendono per le nove, al massimo”.
Questo modo di dire, “battere la diana”, era sconosciuto a Giovanni, il figliolo, il quale – per non fare brutta figura nei confronti del padre – si affrettò a consultare un vocabolario e scoprí, cosí, che l’espressione significa “dare la sveglia”.
Nel gergo militare di un tempo si adoperava questa locuzione perché la sveglia era data col suono del tamburo o della tromba proprio all’apparire – a oriente – della stella (Diana) prima della levata del sole, all’alba.
Oggi questo modo di dire è adoperato, per lo piú, nel senso di incitare qualcuno all’azione, alla riscossa, a “darsi una mossa”, insomma, e anche nel significato di battere i denti per il freddo: durante l’ora di diana, prima della levata del sole, l’aria non è molto calda e fa piuttosto freddo.
Con lo stesso significato di sentir freddo si adoperano anche le locuzioni “tremare come una foglia” e “tremare verga a verga” le cui origini non abbisognano di spiegazioni essendo intuitive.


***

Un altro "orrore" del "Nuovo De Mauro" in rete:
plu|ri|lìn|gue
agg.inv.
1958; comp. di pluri- e -lingue. 
CO TS ling.
1. di persona, di gruppo etnico, ecc., che parla correntemente più di una lingua
2. di territorio, in cui si parlano più lingue
3. di un testo, redatto in più lingue: documento plurilingue.
----------
L'aggettivo in oggetto non è invariabile, si pluralizza normalmente: plurilingui.

 

 
 


 

sabato 21 marzo 2015

Il guardapiedi

Ecco un altro vocabolo, relegato nella soffitta della lingua, che ci piacerebbe fosse rispolverato e rimesso a lemma nei vocabolari: guardapiedi, sostantivo maschile invariabile. È una sorta di borsa di pelo per infilarci i piedi e tenerli caldi. È un sinonimo approssimativo di scaldapiedi.

mercoledì 18 marzo 2015

La lingua e la sua "evoluzione"

Gli appassionati di lingua sanno benissimo che ogni… lingua è in perpetua formazione. Ogni secolo della nostra cultura e della nostra storia ha, infatti, lasciato un segno indelebile nel lessico, e gli studiosi di linguistica, per la precisione gli “scienziati” che si interessano della grammatica storica, sono in grado di stabilire – con la massima certezza – in quale periodo storico e alcune volte anche in quale anno e per quale occasione si è cominciato ad adoperare un determinato vocabolo relegando nella “soffitta della lingua”, nel contempo, le parole ritenute “superate dai tempi” e bollate, quindi, come arcaiche o desuete. Un esempio per tutti: la tolda. Questa è, anzi era, il ponte superiore scoperto delle navi a vela; non ha senso, quindi, adoperare questo termine nell’èra dei sottomarini. Nell’epoca in cui viviamo, dunque, il progresso ha dato la stura alla creazione di nuovi vocaboli, e tutti i giorni possiamo assistere alla nascita – a noi piace dire “genesi” – di qualche nome nuovo (i cosí detti neologismi). Anche in questo caso un esempio per tutti: la televisione (ormai, però, il termine ha perso l’appellativo di neologismo). A questo proposito riteniamo molto interessanti i sostantivi coniati con i prefissi “stra-” e “super-”, per esempio; oppure con il suffisso “-issimo”, quest’ultimo, però, secondo le norme grammaticali, piú “adatto” per la formazione del superlativo assoluto degli aggettivi. Una corazzata enorme, quindi, è una “supercorazzata”; un cannone di grosso calibro diventa un “cannonissimo” o un “supercannone”. La vita semplice dei paesi è chiamata “strapaese”; mentre quella tumultuosa delle grandi città diviene “stracittà”. Gli amanti, meglio “amatori”, del teatro conoscono benissimo la “poltronissima”, che non è altro che una poltrona piú vicina al palcoscenico e ha un prezzo piú elevato delle altre comuni poltrone. Ma vediamo ancora. Per indicare il fiocco tessile ricavato dalla ginestra è stato inventato il “ginfiocco”; e per denominare la lana sintetica derivata dalla caseina è stato coniato il “lanital”. L’ultimo conflitto mondiale ha regalato alla nostra lingua il termine “picchiatelli” per designare gli aviatori che bombardano gli obiettivi nemici “in picchiata” (in gergo aviatorio la “picchiata” è la discesa molto veloce di un aereo secondo una traiettoria piú o meno perpendicolare al suolo, ndr). Occorre ricordare, però, per amore della “verità linguistica”, che “picchiatello” già esisteva nel nostro idioma ed aveva (ed ha) un’accezione diversa: pazzerello. Sempre dall’ultimo conflitto mondiale ci viene la “quinta colonna”, termini con i quali si indicano i fautori di una nazione in guerra i quali vivono ed operano a favore di questa nel territorio nemico. È interessante vedere la “genesi” storica (oltre che linguistica) di quest’ultima espressione. Diciamo subito che la locuzione è di matrice iberica. Durante la guerra civile di Spagna quattro colonne del generalissimo Franco mossero all’assalto; con molta probabilità l’azione bellica non sarebbe riuscita senza l’apporto, efficacissimo, dei sostenitori del caudillo, restati nelle città occupate dai “rossi”. Questi amici di Franco formavano, per tanto, un’altra colonna, chiamata “quinta” per distinguerla dalle altre quattro che davano l’assalto. L’espressione piacque moltissimo e trovò la sua “fortuna linguistica” tanto che restò (e resta) a indicare l’insieme dei sostenitori di un esercito anche quando quest’ultimo è composto di piú di quattro colonne. Potremmo continuare ancora, ma crediamo che questi pochi esempi siano sufficienti a mettere in evidenza la “perpetua” formazione di una lingua ma anche, e forse soprattutto, la sua evoluzione.

martedì 17 marzo 2015

Il "misoponísta"

Il termine che avete appena letto non è attestato in alcun vocabolario dell'uso, lo proponiamo ai lessicografi perché lo prendano in considerazione in quanto è atto a indicare colui (o colei) che avverte una forte avversione al lavoro. Il "misoponista", insomma, si può considerare un neologismo lessicale sinonimo di assenteista. Il vocabolo si può far derivare da "misoponía", lemma non registrato nei comuni vocabolari ma "rintracciabile" qui.


***

Caro - quando questo aggettivo accompagna i verbi vendere, pagare, comprare, costare, adoperati nel loro significato proprio, è preferibile lasciarlo invariato con valore avverbiale: li hai pagati caro questi guanti.

 

domenica 15 marzo 2015

Gentili Signore, usate ancora l' «assassina»?

Chissà se ancora oggi le signore della cosí detta alta società usano ritoccare il loro volto, soprattutto vicino agli occhi, con una bella "assassina"? Il termine in oggetto, oltre ad essere il femminile singolare di assassino, indica anche un neo artificiale. Non siamo in grado, però, e ci scusiamo, di risalire all'origine e spiegare, quindi, il motivo di tale nome.

***

Tra i termini che non tutti i vocabolari riportano ci piace segnalare "mecco" (o meco). Chi è costui (parafrasando il Manzoni)? L'adultero e, per estensione, ladro e stupratore.

venerdì 13 marzo 2015

Io dò? E chi lo vieta?


Da "Domande e risposte" del sito Treccani in rete:

Verbo dare. Si accenta “do”, “dai”? E l'espressione “dai” col significato di su, forza?

Non si accenta do, la prima persona dell'indicativo presente del verbo dare. A che cosa servirebbe? A distinguere la forma verbale dalla nota musicale do? Ma non si accenta il pronome mi, nonostante esista la nota mi; né si accenta il pronome si per distinguerlo dalla nota si o il sostantivo re per distinguerlo dal re musicale, ecc. Dunque (io) do si scrive senza accento.

Allo stesso modo, dai non ha bisogno di accento grafico. Per distinguerlo dalla preposizione articolata? Ma sarà il contesto a sciogliere immediatamente ogni ambiguità. E sempre il contesto ci farà subito capire se dai è indicativo presente (Se dai, riceverai), imperativo presente (Dai subito la penna a tuo fratello!)o interiezione (E dai, smettila; sto bene, dai).
------------
Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, contraddice l'apodittica risposta degli esperti della Treccani: la prima persona singolare del presente indicativo del verbo "dare" si può anche accentare. Chi scrive, dunque, io dò (con tanto di accento) non commette alcun errore. Quanto al "dai" interiezione (dai esortativo), si può leggere sul vocabolario Sandron: «... non di rado si usa scrivere questo termine con l'accento sulla "a" specialmente quando sia possibile l'equivoco con "dai" preposizione». Anche in questo caso, dunque, chi usa accentare l'interiezione non commette alcun "reato linguistico".

giovedì 12 marzo 2015

Osservazioni orto-sintattico-grammaticali

Alcune osservazioni "orto-sintattico-grammaticali" ignorate o quasi dai testi di lingua italiana. L'avverbio "alfine" si scrive in grafia univerbata (tutta una parola) quando sta per "infine", "finalmente" e simili: il tanto sospirato giorno alfine arrivò; in grafia rigorosamente scissa allorché vale "allo scopo di...": i gentili clienti sono pregati di rispettare il proprio turno al fine di evitare un cortese rifiuto.
  L'aggettivo "capace", nell'accezione di "essere in grado", quando è seguito da un verbo di modo infinito può reggere, indifferentemente, le preposizioni "di" e "a". In uno scritto formale, però, è consigliabile la preposizione "di": neanche in quell'occasione sei stato capace di reagire. La preposizione "a", infatti, è di uso prettamente colloquiale o regionale. Si adopererà tassativamente la preposizione "di" quando l'aggettivo in oggetto è seguito da un complemento di specificazione: Giovanni è capace di atti inconsulti.
Le grammatiche sono solite raggruppare gli aggettivi in due classi. Alla I classe quelli che hanno quattro desinenze: due per il maschile singolare e plurale e due per il femminile singolare e plurale (buonO, buonI, buonA, buonE); alla II quelli che hanno due desinenze sia per il maschile singolare e plurale sia per il femminile singolare e plurale (facilE, facilI). Esiste anche una terza classe, nella quale sono raggruppati gli aggettivi che hanno un'unica desinenza singolare per il maschile e femminile ma due per il plurale: una per il maschile e una per il femminile. Fanno riferimento a questa classe gli aggettivi in "-a". Appartengono a questa categoria, insomma, gli aggettivi che finiscono in "-asta", "-cida", "-ista", "-ita", "-ota" (altruista, ipocrita, idiota ecc.)

***

Tra le parole che non tutti i vocabolari attestano segnaliamo dattiloteca (o dattilioteca): "ripostiglio" dove si conservano gli anelli.

martedì 10 marzo 2015

In pompa magna (mettersi)

La locuzione che avete appena letto - chi non lo sa? - significa «vestire con eleganza e ricercatezza» ma non ha nulla che vedere con la... pompa nell'accezione a tutti nota. L'espressione, di uso comune, deriva dalla voce latina "pompa", tratta dal greco "pompé", che significa "invio", "impulso", "trasporto" e di qui il senso di "corteo" per nozze, trionfi o altre solennità nelle quali si portavano in processione - nell'antichità - i simulacri degli dèi. Durante la "pompa", vale a dire durante la processione era, d'obbligo indossare vesti sfarzose e molto eleganti in segno di rispetto per la divinità che si portava in trionfo. Il modo di dire - con il trascorrere del tempo - è stato 'trasportato' nell'uso moderno e con quest'espressione ('pompa magna') si intende un fastoso e solenne apparato in occasione di feste, di cerimonie o di altri particolari avvenimenti della vita pubblica o privata. "Pompa magna", cioè grande, ha assunto, per tanto, il significato estensivo di "indossare i migliori abiti", quelli, appunto, delle grandi occasioni. Dello stesso significato «mettersi in ghingheri» (particolarmente usato in Toscana), cioè vestire con gusto e ricercatezza anche se si adopera quasi sempre in senso ironico nei confronti di chi ostenta un abito troppo vistoso. Quanto all'origine - fa notare Ottorino Pianigiani - "deriva con molta probabilità da "ghingolo", fatto corrottamente dal verbo 'agghingare', forma assimilata di 'agghindare' nel senso di abbigliare".

***

Zulu e zulù. Noi faremmo questa distinzione: senza accento per indicare un gruppo etnico  dell’Africa meridionale; con l’accento sulla u, invece, per definire una persona rozza e incivile.



Risultati immagini per zulu












 
   

domenica 8 marzo 2015

Auguri a tutte le gentili lettrici








In occasione della giornata mondiale della donna questo portale porge molti auguri alle donne e alle... mogli.

Risultati immagini per rose rosse

sabato 7 marzo 2015

Cacosizia



La parola proposta da questo portale: cacosizia, vale a dire avversione, ripugnanza per il cibo.
E quella proposta da "unaparolaalgiorno.it": solipsismo.

venerdì 6 marzo 2015

Esser tirchio

La locuzione che avete appena letto - il cui significato non abbisogna certamente di spiegazioni - non fa parte dei modi di dire veri e propri, anche se nell'uso comune si classifica fra questi ultimi. La trattiamo perché ci è stata richiesta da numerosi amici blogghisti che desiderano conoscere il significato "recondito" del vocabolo. Come i lettori sanno, per conoscere l'accezione "nascosta" di un termine è necessario risalire alla sua origine, vale a dire ricercare l'etimologia e nel caso specifico è quanto mai incerta. Se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto leggiamo: «chi evita di spendere per eccessivo attaccamento al denaro; avaro, di origine incerta». La spiegazione, è evidente, non può soddisfare la "curiosità" dei nostri amici. Vediamo, allora, cosa dice Ottorino Pianigiani:



E a proposito di avarizia ci piace riportare una massima di Thomas Paine: «L'avarizia impedirà a un uomo di finire in miseria, ma in generale lo rende troppo pauroso per consentirgli di diventare ricco». Non vi sembrano parole "sante"?

mercoledì 4 marzo 2015

Acquacchiarsi

Tra i verbi relegati nella soffitta della lingua, e che ci piacerebbe fossero rispolverati e rimessi a lemma nei vocabolari dell'uso, c'è acquacchiarsi, sinonimo di acquattarsi, quest'ultimo, ci sembra, non ancora "ripudiato" dai vocabolaristi. Propriamente significa "chinarsi per non farsi vedere" e in senso traslato "essere avvilito", "spossato", "abbattuto" e simili. Francesca, non ti acquacchiare per cosí poco!

martedì 3 marzo 2015

Il coraZZiere e il poliZiotto


Pregiatissimo Dott. Raso, mio figlio (I media) sbaglia le parole con la "z", la raddoppia sempre e ciò, naturalmente, è causa di insufficienza nei componimenti. C'è un "sistema" che possa aiutare a capire quando la predetta consonante deve essere raddoppiata? Perché, per esempio, corazziere prende la doppia zeta al contrario di poliziotto? La ringrazio di cuore, fin da ora, se potrà aiutarmi in merito e nel contempo le faccio i miei complimenti per il suo impareggiabile "servizio".
 Cordialmente
Vito D.
 Genova
---------
Gentile Vito, le segnalo una semplice regoletta. Si ha doppia zeta (zz) davanti a vocale semplice: corazza, pazzo. Si ha una sola zeta (z), invece, davanti a due vocali: azione, abbazia. Le eccezioni sono quasi inesistenti: razzìa e pochissime parole derivate da altre che al loro interno ne contengono due per la “regola” sopra citata: pazzia (da ‘pazzo’); corazziere (da ‘corazza’). Abbiamo, per tanto, poliziotto (con una sola "z") perché dopo la consonante zeta ci sono due vocali (io); corazziere, con due (anche se dopo la consonante suddetta ci sono due vocali), perché deriva da corazza.

A proposito di doppia zeta: guardate e leggete qui.

lunedì 2 marzo 2015

Trattare con i guanti gialli


Contrariamente all'uso comune l'espressione corretta è "guanti gialli", non bianchi. Sinceramente non sappiamo trovare una spiegazione che giustifichi l'uso distorto del modo di dire. Sappiamo con certezza, però, che l'espressione si riferisce a persone molto permalose, suscettibili; persone che debbono essere trattate - per avere la certezza che non risentano di un nostro involontario sgarbo - con tutte le cure possibili e immaginabili, con tutti i riguardi, insomma. Ma perché guanti gialli e non, per esempio, neri, marrone o... bianchi come il modo di dire "storpiato"? La risposta è piú semplice di quanto si possa pensare. Un tempo, soprattutto nel periodo della "belle epoque", i guanti gialli erano propri di persone raffinate ed eleganti, erano, per usare una barbara e bruttissima espressione, lo "status symbol" delle persone; in Francia, in modo particolare dove, da sempre, la moda impera e viene esportata.

***

La parola proposta da questo portale - probabilmente non molto conosciuta - è canterale. Oggi sta per "cassettone", o, per adoperare un termine francesizzante, "comò". In origine indicava la credenza dove riporvi i bicchieri.

***

Forse pochi sanno che “giusta” oltre che femminile singolare dell’aggettivo giusto è anche una preposizione impropria che sta per secondo, conforme e simili. È una preposizione non molto conosciuta perché snobbata dalla quasi totalità dei testi grammaticali. In proposito segnaliamo – per l’uso corretto – un articolo di Bice Mortara Garavelli.

domenica 1 marzo 2015

Le corna del dilemma


Adoperiamo questa locuzione, naturalmente in senso figurato, quando ci troviamo davanti a un problema che presenta due soluzioni, opposte tra loro ma le uniche possibili. Nella logica il dilemma - che in linguistica, sotto il profilo etimologico, significa propriamente "doppia proposizione" - è un problema intricato e di soluzione difficile, un ragionamento fondato su due premesse dette, appunto, "corni" o "corna", di cui una necessariamente falsa, l'altra vera le quali portano, tuttavia, alla stessa conclusione o soluzione. Tra i più celebri "dilemmi con le corna" ricordiamo quello di Umar, detto, per l'appunto, "dilemma di Umar", dal nome del califfo che la storia ha accusato di avere ordinato la distruzione della biblioteca di Alessandria. In quell'occasione il califfo ebbe a dire, a sua discolpa: «Se questi libri sono contrari al Corano sono dannosi, e per tanto da bruciare; se al contrario sono conformi al Corano sono decisamente inutili e, quindi, sempre da bruciare».