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mercoledì 31 dicembre 2014

Brindisi di Capodanno

In occasione della fine dell'anno riproponiamo un nostro vecchio articolo sulla "nascita" del brindisi.

Ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno e attendiamo con “ansia” la mezzanotte del 31 per fare un bel brindisi, con parenti e amici, all’avvento del nuovo anno. Abbiamo pensato, quindi, di spendere due parole sulla “nascita” del brindisi che non ha nulla che vedere con la ridente città pugliese. Alcuni, infatti, ritengono - erroneamente - che il termine derivi dall’ “usanza della città di Brindisi”. Prima di scoprire assieme la provenienza linguistica del vocabolo, vediamo cosa dicono i dizionari al lemma in questione: “Saluto, augurio che si fa nei banchetti levando il bicchiere (spesso facendolo urtare leggermente con quello degli altri commensali) e bevendo alla salute”. Questo, dunque, il significato che chiameremo “scoperto”. E quello “coperto”? Perché, insomma, il gesto di bere alla salute si chiama “brindisi”? Il vocabolo non è schiettamente italiano ma ispano-teutonico. Il brindisi, dunque - e mentre scriviamo alziamo idealmente il bicchiere bevendo alla salute dei nostri amici blogghisti che seguono le nostre modeste noterelle - ha una provenienza linguistica particolare. Vediamo, in breve, la sua storia. Nel corso dei secoli la nostra penisola è stata terra di “arrembaggio” da parte dei popoli di tutta Europa. Nel Seicento fu la volta dei Lanzichenecchi, famigerata soldataglia teutonica. Durante le loro libagioni questi “soldati” erano usi alzare il bicchiere verso i commilitoni dicendo “bring’ dir’ s” che, letteralmente, significa “lo porto a te”, “lo levo a te” (sottinteso il bicchiere) come auspicio di buona salute. Il popolo, come avviene sempre in questi casi, tradusse, a orecchio, “brindisi”. Gli spagnoli, presenti anch’essi sul nostro patrio suolo, restarono talmente affascinati da tale usanza tedesca che da “brindís”, come solevano dire, coniarono il verbo “brindar” che noi abbiamo “riciclato” in brindare.

lunedì 29 dicembre 2014

Quando Berta filava...

Amici e gentili lettori, voi che siete amanti della lingua e ci seguite con affetto, ormai da molto tempo, siete i soli - forse - a rimpiangere il tempo che Berta filava; vale a dire i tempi in cui si dava l'importanza dovuta al parlare e allo scrivere correttamente. Oggi, nel degrado generale in cui viviamo, anche la lingua ha subíto un totale decadimento, anzi alcuni fanno a gara - per non essere tacciati di «arretratezza linguistica» - nell'usare parole improprie che nulla hanno che vedere con la lingua nella sua accezione "piú alta"; ed ecco, allora, che in molti rimpiangiamo il tempo che Berta filava. Prima di spendere due parole sull'origine dell'espressione suddetta, ci sembra doveroso chiarire che quel «che» (il tempo "che") non è affatto errato, come molti ritengono, si tratta di un "che" chiamato polivalente* e sta per "in cui". La nascita dell'espressione, dunque - come sempre in casi del genere - presenta molte incertezze: da ricerche, faticosamente effettuate, ci risultano due storie - entrambe attendibili - citeremo quella che, a nostro modesto avviso, riteniamo piú "aderente" alla realtà. Una contadina di Montagnana, certa Berta, essendo venuta in possesso di un sottilissimo filo pensò di portarlo al mercato di Padova per venderlo; non sapendo, però, che prezzo chiedere per un filo che riteneva di un'utilità straordinaria decise - dopo un lungo "travaglio interiore" - di regalarlo alla moglie di Enrico IV che si trovava, temporaneamente, nella città del Santo. Cosí fece. La regale donna, colpita dalla bontà d'animo di quell'umile popolana, e volendo corrispondere con altrettanto "slancio d'amore", ordinò che a Berta e ai suoi discendenti fosse dato in dono tanto terreno quanto la lunghezza del filo. Le altre donne, venute a conoscenza di questo straordinario fatto, cominciarono anch'esse a filare per farne poi dono all'augusta ospite e ottenere, cosí, tanta ricchezza. La sovrana - informata - rispose che apprezzava il loro affetto e la loro devozione, ma solo Berta occupava un posto nel suo cuore. Da questo fatto nacque, appunto, il modo di dire "non sono piú (o non è piú) i tempi che Berta filava" adoperato per indicare la disparità della condizione del tempo in cui viviamo. In altre parole l'espressione sta a significare che i tempi sono cambiati (e cambiano) e con questi cambiano gli usi e i costumi (in negativo o in positivo). A nostro modesto parere, però, non può cambiare la lingua "in toto": i cardini grammaticali sui quali poggia sono sempre i medesimi, con buona pace dei cosí detti linguisti d'assalto o progressisti.

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* Si veda qui.


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Ci siamo accorti di aver trattato l'argomento tempo fa. Ci scusiamo con i nostri lettori per l'involontaria ripetizione.

sabato 27 dicembre 2014

Un accento sballato, anzi "spallato"

Il cavalier Frontini lasciò lo studio medico sbattendo la porta: era terribilmente offeso. Il sanitario gli aveva diagnosticato un'anuría che, in lingua italiana, significa "mancanza di coda". Il medico aveva "azzeccato" la diagnosi, però, a causa dell'errata accentazione aveva offeso il paziente, un "mostro" in fatto di lingua. Frontini soffriva, infatti, di "anúria", cioè di una passeggera mancanza di orina. Questo termine, come la maggior parte dei vocaboli medici, proviene dal greco ed è composto con il prefisso negativo «a» (alfa privativo) e con il sostantivo «úresis» (orina) e deve conservare, quindi, la medesima accentazione della lingua di provenienza. Da sottolineare, a questo proposito, che il prefisso «a-» dà alla parola cui è anteposto un valore negativo senza, però, affermare il contrario. Un uomo amorale, per esempio, è un uomo "indifferente" alla morale; un apolitico è un uomo che non si interessa di politica, un "indifferente" alla politica. Attenzione, però, amovibile non è formato - come molti erroneamente credono - con «a-» (alfa privativo), viene dal latino "amovère" e significa "che può essere rimosso"; il suo contrario è "inamovibile". Si presti molta attenzione, per tanto, agli accenti, si eviterà, cosí, di fare delle figure "caprine", come è capitato al nostro medico. Molte persone, tra le piú acculturate, vanificano anni e anni di studio perche i loro accenti sono completamente errati. Alcuni, e tra questi dobbiamo annoverare - nostro malgrado - degli stimatissimi docenti di scuola media superiore (ma anche professori universitari) pronunciano «rúbrica» e non, come si deve dire correttamente, «rubríca», con l'accentazione piana. Eppure dovrebbero sapere che questo termine ci è giunto dal... latino. Deriva, infatti, dall'aggetivo "ruber, rubri" (rosso). Si veda anche la nota d'uso di "Sapere it".

giovedì 25 dicembre 2014

AUGURI


Questo portale augura Buone Feste a tutti gli amanti del bel parlare e del bello scrivere (in buona lingua italiana)

mercoledì 24 dicembre 2014

Piú o... meno

Caro Direttore,
 la prego cortesemente di volere pubblicare, sul suo autorevole portale, questa mia lettera aperta indirizzata agli amanti del bel parlare e del bello scrivere, perché ho notato che non tutti adoperano correttamente la nostra bella e musicale lingua. E quanto sto per scrivere mi riguarda da vicino perché sono la parte... lesa. Mi sono accorto, però, di non essermi presentato, chiedo scusa e rimedio subito. Sono Meno e provengo dal nobile latino "minus", neutro di "minor, minoris" che alla lettera significa "minore". In ligua italiana svolgo, di volta in volta, varie funzioni ed è proprio di queste che desidero parlare perché molti - e tra questi mi spiace annoverare anche le cosí dette grandi firme del giornalismo e gente di cultura - mi attribuiscono funzioni e significati che spesso non ho; ciò mi turba moltissimo in quanto vedo calpestata la mia personalità, quasi fossi una sorta di... straccio buono per qualsivoglia uso. No, amici, consentitemi di reagire con la massima fermezza a questo abuso, anzi sopruso cui quasi quotidianamente sono vittima. Con questa lettera aperta desidero, quindi, chiarire una volta per tutte le mie importantissime "mansioni" nell'ambito della lingua, sempre piú vilipesa da giornalisti e scrittori che non perdono occasioni per "esibirsi" in televisione e pubblicizzare, cosí, il loro primo e quasi sempre unico libro. Se non ricordo male, un tempo si diceva che il nostro Paese è un popolo di navigatori, di poeti e di... scrittori. E che scrittori! Gente che mi adopera con il significato di "no" nel costrutto disgiuntivo come, per esempio, «ignoro se il colpevole sia stato riconosciuto o meno dai testimoni». In casi del genere offendono me, ma soprattutto il mio collega No, il solo avverbio autorizzato dalla "legge grammaticale" a 'comparire' nelle frasi disgiuntive. È altresí scorretto chiamarmi in causa facendomi precedere dalla preposizione impropria 'senza' con il significato di "senza dubbio": verrò senza meno. No, si deve dire, appunto, "senza dubbio". Per quanto riguarda l'espressione "quanto meno" è preferibile sostituirla con "almeno". Ma vediamo, cortesi amici, le mie precise funzioni e il relativo corretto uso. La funzione 'principe' è quella avverbiale; unito a un verbo indico, infatti, una quantità 'minore': Giovanni mangia meno. Svolgo la medesima funzione unito agli aggettivi: meno bello; meno gradito. Sono correttamente adoperato anche come aggettivo e avverbio per formare il comparativo di minoranza e, se preceduto dall'articolo determinativo, concorro alla formazione del superlativo relativo di... minoranza: è meno ricco (comparativo di minoranza); è il meno ricco (superlativo relativo). Adoperato in correlazione con il collega Piú formo le espressioni "piú o meno"; "poco piú poco meno" che valgono 'approssimativamente', 'all'incirca': in sala c'erano piú o meno duecento persone. Il mio impiego è anche corretto con significato negativo purché - come ho già detto - non sia inserito nei costrutti disgiuntivi (frasi interrogative doppie): l'ho rivisto quando meno me l'aspettavo. Quando sono in veste di sostantivo - cosa importante e da sottolineare - non posso essere pluralizzato in quanto assumo un valore neutro e come tale indico la "piú piccola cosa": è il meno (cioè: la piú piccola cosa) che potessi fare per rngraziarti. Preceduto dall'articolo determinativo plurale 'i' vengo impiegato riferito a persone per indicare la "minor parte", "la minoranza": sono i meno (la minoranza) ad assumere un atteggiamento come il tuo. Quest'uso, per la verità, non lo consiglio, anche se in regola con le leggi della grammatica. Non è piú elegante dire e scrivere: ad assumere un atteggiamento come il tuo è la minoranza? Gentili amici, ho cercato di non scadere nella pedanteria, spero di esserci riuscito. Vi ringrazio della cortese attenzione prestatami ed esterno pubblica riconoscenza al Direttore per la sua squisita ospitalità.
 Ancora un grazie di cuore e un saluto affettuoso dal vostro amico
 Meno.

sabato 20 dicembre 2014

La vendetta...

Chi, tra i nostri gentili lettori, non ha mai meditato vendetta contro qualcuno scagli - come usa dire - la prima pietra. C'è qualcuno, infatti, che possa dire, onestamente, di non aver mai ricevuto un'offesa, un sopruso e di non aver pensato, quindi, di vendicarsi? «La vendetta - diceva Francesco Bacone - è una specie di giustizia selvaggia». Nessun lettore ha mai pensato, per tanto, di trasformarsi in un "giustiziere selvaggio"? Stentiamo a credere di no. Ma che cos'è questa vendetta? I vocabolari alla voce in oggetto registrano: "offesa, morale o materiale, inflitta, per ritorsione a  un'offesa personalmente subita". Fin qui, tutto chiaro. A noi interessa, però, la vendetta sotto il profilo prettamente linguistico. L'origine del nome sembra sia il latino "vindicta", cioè la verga con la quale si toccava il capo di uno schiavo all'atto di affrancarlo, cioè di liberarlo dalla schiavitù. La vendetta, quindi, è una 'liberazione'. Colui che si vendica non "libera", infatti, l'animo da certi sentimenti? La spiegazione, però, non ci convince molto in quanto è solo una supposizione. L'origine resta incerta. È certo, invece, il fatto che la vendetta è un sostantivo derivato dal verbo vendicare. Vediamo, allora, ciò che dice Ottorino Pianigiani sul verbo "vendicare".

lunedì 15 dicembre 2014

Il corrotto

Mai, come in questi ultimi anni, un vocabolo della nostra lingua è stato piú adoperato dai massinforma (mezzi di comunicazione di massa) per mettere in evidenza il malcostume che ha imperversato (e imperversa) nel mondo politico: la corruttela (con corrotti e corruttori, ovviamente). Ma non è di questo esecrabile fenomeno che intendiamo parlare, non è questa la sede adatta e non è nostro costume invadere il campo di sociologi ed esperti vari. Vogliamo parlare della "nascita linguistica" del corrotto. Se, come il solito, apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto leggiamo: «scostumato, viziato, infetto, impuro». La persona corrotta, quindi, è moralmente "infetta", vale a dire che il suo animo è stato "guastato", "infettato", "disfatto" - naturalmente in senso figurato - perché "corrotto" non è altro che il participio passato derivato dal verbo latino "cum-rumpere" ('corruptus', corrotto) che vale "guastare", "disfare". Il corrotto, però, non sempre è... corrotto. E ci spieghiamo. Nei tempi andati - e parliamo di secoli - con il termine corrotto si intendeva il pianto "ad hoc", il lamento funebre che i parenti del morto "recitavano" davanti alla salma. Questa usanza è spiegata magistralmente dal Boccaccio nell'introduzione al «Decamerone»: «le donne, parenti e vicine, nella casa del morto si ragunavano, e quivi, con quelle che piú gli appartenevano (cioè con le parenti strette del defunto, ndr) piangevano...». Lo stesso pianto che nel mondo latino 'emettevano' le prèfiche (o piagnone), con una differenza: il lamento funebre era a pagamento. Le donne dei tempi del Boccaccio facevano quell'ufficio, invece, gratuitamente: chi per mera compassione, chi per voglia di curiosare. Questo pianto, dicevamo, ebbe il nome di "corrotto", cioè di "animo rotto", "disfatto", "spezzato" e deriva, appunto, dal verbo "cum-rumpere": guastare, disfare, corrompere. Con il passaggio, per tanto, dall'idea di corruzione all'altra di agitazione, di tormento. Il Tommaseo, a questo proposito, azzarda l'ipotesi che il termine (corrotto) altro non sia che la... corruzione linguistica di "corruccio" (sdegno, irritazione, rabbia repressa), come dal latino 'Cruce' si è fatto il termine... corrotto 'Croce'. Ma non finisce qui. Per estensione il "corrotto" era anche colui che indossava abiti neri, luttuosi, tanto che si diceva «vestire il corrotto», come oggi si dice - anche se l'usanza sembra tramontata - «mettersi il bruno o il lutto». Il corrotto moderno oggi piange solo quando varca le soglie delle patrie galere; non sappiamo, però, se è un pianto... corrotto, cioè "ad hoc" o un lamento sincero di pentimento per aver... corrotto, cioè infettato il suo animo.

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La parola del giorno (di ieri) proposta da "unaparolaalgiorno.it": chiroteca.

lunedì 8 dicembre 2014

Pericolo di vita? "Pericolo di sopravvivenza"

I lettori che ci onorano di seguirci con assiduità e affetto sanno benissimo che nelle nostre noterelle grammaticali o linguistiche non risparmiamo colpi a nessuno, "grandi firme" comprese, quando notiamo che ciò che scrivono cozza contro le leggi grammaticali o contro il "buon senso linguistico". La carta stampata ci ha abituati, ormai da tempo immemorabile, a leggere "madornali marronate", ma noi non ci stiamo e le denunciamo. Giorni fa, un quotidiano locale (che non citiamo per amor di patria) riferiva, nella cronaca cittadina, di un incidente automobilistico in cui le persone coinvolte erano state tutte ricoverate all'ospedale civico "in pericolo di vita". Se fossimo stati al posto di quei poveretti avremmo fatto tutti gli scongiuri possibili e immaginabili: il "cronista" - stando alla lingua - aveva scritto che sussiste "il pericolo che possano vivere", quindi "debbono morire". Ci spieghiamo meglio. "Pericolo di vita" - se si conosce un pochino la madre lingua - significa "pericolo di sopravvivenza", "pericolo che (si) possa vivere". Si deve dire, per tanto, "pericolo di morte", non "di vita". Sui tralicci dell'alta tensione i cartelli che indicano il pericolo recano scritto, infatti, "pericolo di morte", non "pericolo di vita". O siamo in errore? Alcuni pseudolinguisti sostengono che "pericolo di vita" è la forma ellittica di "pericolo di (perdere la) vita". Ci sembra un' "aberrazione linguistica". Ma tant'è.


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Tra i termini che ci piacerebbe fossero "riesumati" e rimessi a lemma nei vocabolari segnaliamo il sostantivo "tragemato" [confetto (di farmacia)].

lunedì 1 dicembre 2014

COMUNICAZIONE

Per motivi squisitamente tecnici, e per un periodo non precisabile, questo portale sarà "aggiornato" settimanalmente.