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venerdì 31 ottobre 2014

La proposta e la scommessa

Si presti attenzione ai due sostantivi in oggetto perché abbiamo avuto modo di constatare che alcune persone - anche tra quelle "acculturate" - li ritengono l'uno sinonimo dell'altro. Giustificano la loro sinonimità con il fatto che ambedue provengono dal latino. Se cosí fosse la quasi totalità dei vocaboli del nostro idioma sarebbero sinonimi. Proposta e scommessa, oltre tutto, hanno "origini etimologiche" totalmente diverse. Prima di scoprirle vediamo le accezioni delle due parole al fine di escludere la loro sinonimità. Leggiamo dai vocabolari. Proposta: «atto, effetto e contenuto del proporre». Scommessa: «convenzione con cui due o piú persone che divergono tra loro nell'asserire qualcosa o nel formulare una previsione stabiliscono di corrispondere una certa posta a quella di loro che risulterà aver detto o predetto il vero». Coloro che intravedono una certa affinità di significato tra scommessa e proposta, ritenendo, quindi, sinonimi i due sostantivi in quanto entrambi vantano origini latine, debbono ritenere sinonimi anche, per esempio, "bello" (latino: bellus) e "brutto" (latino: brutus). Sappiamo benissimo, invece, che le cose non stanno in questi termini. Proposta e scommessa vengono sí, dal latino ma, come dicevamo all'inizio di queste noterelle, la loro "origine etimologica" è del tutto diversa: proposta è un sostantivo tratto dal participio passato del verbo latino "proponere" ('pro', innanzi e 'ponere', porre) e significa, alla lettera, «cosa posta innanzi» e, quindi, «pensiero», «argomento», «disegno», «intendimento» (di qualcuno 'messo innanzi') e vale anche «proposito», «proponimento». Non molto chiara, invece, l'etimologia di scommessa che, ripetiamo, significa «fare una previsione fra due o piú persone impegnandosi reciprocamente a pagare una data somma o a soddisfare un dato impegno, secondo che il risultato dell'evento su cui si discute dimostrerà esatte o inesatte le previsioni degli uni o degli altri», potrebbe essere il participio passato del verbo "scommettere", derivato dal latino 'committere' ("attaccare") con l'aggiunta del prefisso sottrattivo "s", cioè "staccare", vale a dire "separare" (due pareri diversi). Non si scommette, infatti, su due pareri diversi?

giovedì 30 ottobre 2014

La siringa di Pan

Avreste mai immaginato che la "siringa", cioè quello strumento di vetro o di plastica nel quale scorre uno stantuffo e alla cui estremità è collocato un ago e adoperato per le iniezioni o altri scopi deve il nome alla mitologia? Siringa era il nome di una bellissima ninfa greca, figlia del dio del fiume Ladone, della quale si era invaghito il dio Pan. Il suo amore, però, non era ricambiato e Siringa fuggí chiedendo aiuto al padre, che la tramutò in un canneto. Pan tagliò, allora, vari pezzi di canna e, unitili in ordine digradante, ottenne lo strumento a fiato detto, ancor oggi, "Siringa di Pan".

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L'amorosità

Cortesissimo dr Raso,
la disturbo ancora per un quesito prettamente linguistico. L'insegnante di lettere di mio figlio (scuola media) ha sottolineato con la fatidica matita blu il termine "amorosità". In un tema mio figlio aveva scritto che trattava il suo cagnolino con "estrema amorosità". Per la docente questo vocabolo non esiste: si dice amorevolezza. Ho consultato i vocabolari in mio possesso e, in effetti, non ho trovato il termine contestato. Secondo lei è proprio uno strafalcione "amorosità"?
La ringrazio e la saluto cordialmente
Benedetto C.
Como
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Caro amico, a mio avviso l'insegnante è stata un po' frettolosa nella correzione. Se si fosse documentata avrebbe "scoperto" che il sostantivo incriminato ("amorosità") anche se non è nell'uso comune, per questo non è a lemma nella quasi totalità dei vocabolari, esiste ed è riportato nel GRADIT e nello Zingarelli, ma soprattutto si trova nel vocabolario degli Accademici della Crusca.

mercoledì 29 ottobre 2014

Rimanere per endice

Alcuni lettori, senza ombra di dubbio, avranno 'provato' personalmente questo modo di dire in molte circostanze - sia pure senza rendersene conto in quanto la locuzione suddetta è poco conosciuta e, quindi, non molto adoperata - soprattutto in occasione di festicciole tra colleghi di lavoro. A qualcuno sarà capitato, infatti, di restare "a denti asciutti" per non aver fatto in tempo ad avvicinarsi al tavolo dei dolci e delle bevande. Quest'espressione si può usare sia in senso proprio sia in senso figurato quando si vuole mettere in rilievo il fatto che una persona, pur avendo pari diritti, rimane "a denti asciutti", "a mani vuote" nei confronti di altre che, al contrario, ricavano vantaggi. La locuzione fa riferimento all'endice, cioè all'uovo di marmo che si mette nel nido delle galline per indicare loro il punto in cui devono depositare le uova. Queste vengono prelevate periodicamente, può capitare, quindi, che le persone che arrivano ultime trovino solo... l'endice.

martedì 28 ottobre 2014

Lettera aperta dei verbi Iniziare, Riaprire e Presiedere

Pregiatissimo Signor Direttore del Portale,
confidando nella sua ormai nota e cortese disponibilità, la preghiamo di voler pubblicare la lettera che le inviamo perché i lettori, amanti della nostra meravigliosa lingua, possano venire a conoscenza della costituenda A.N.Pa.Vi.G.I. (Associazione Nazionale Parole Vittime Giornalisti Ignoranti) per la salvaguardia e l'onorabilità delle parole vittime dell'ignoranza linguistica di taluni giornalisti. Con il termine parola si intende, naturalmente, ciascuna delle nove parti del discorso non adoperate correttamente da chi, al contrario, per il suo mestiere dovrebbe essere dispensatore di cultura linguistica. Coloro, quindi, che si ritengono danneggiati dal cattivo uso del loro nome potranno scrivere - una volta espletate le formalità di legge per la costituzione dell'Associazione - al nostro ufficio legale il quale, sentito il parere dei probiviri, provvederà a mettere alla gogna gli autori del "crimine linguistico".
Promotori dell'iniziativa sono i verbi Iniziare, Riaprire e Presiedere, quest'ultimo - grazie al suo nome - assumerà la presidenza dell'Associazione. I predetti verbi, dunque, ritenendosi i piú calpestati dalla stampa scritta e parlata, hanno deciso - con la presente lettera - di fare chiarezza, una volta per tutte - sul loro corretto impiego. Cominciamo con Iniziare il quale, essendo solo transitivo, non può essere adoperato intransitivamente come si può fare con i colleghi Cominciare e Incominciare. Iniziare, insomma, significando "dare inizio", "dare principio" è solo transitivo, appunto e in quanto tale deve essere introdotto da un soggetto che compia l'azione, cioè da qualcuno che "dia inizio" (a qualcosa). È tremendamente errato, per tanto, scrivere o dire "domani la Camera inizierà l'esame della proposta di legge presentata dai capigruppo", come ci 'propina' la stampa a ogni piè sospinto. Come può la Camera, soggetto inanimato, compiere l'azione del "dare inizio"? Che cosa fare, allora? Semplice, si ricorre alla particella "si" e si forma un finto passivo: domani si inizia alla Camera ecc.
E veniamo a Riaprire, lasciando al neonato presidente Presiedere il  compito di chiudere questa lettera. Riaprire, dunque, lo dice la stessa parola, significa "aprire di nuovo" e può essere tanto transitivo quanto intransitivo pronominale (riaprirsi). E qui sta il punto. Essendo un intransitivo pronominale deve essere sempre accompagnato dalla particella... pronominale. È un grossolano errore srivere o dire, per esempio, il cinema chiude alle 17:00 e riapre alle 21:00. In buona lingua si dirà e si scriverà "si riapre" alle 21:00. Alcuni vocabolari sostengono, in proposito, la tesi secondo la quale quando 'riaprire' sta per "riprendere la normale attività" si può doperare senza la particella pronominale: quando 'riaprono' le scuole? No, amici, non seguite questi esempi forvianti. Si deve dire, correttamente, quando "si riaprono" le scuole? La penna, ora, per la conclusione e i saluti, al presidente Presiedere. Amici cari, io sono - contrariamente a quanto si creda - un verbo propriamente intransitivo e devo essere accompagnato, quindi, dalla preposizione "a": presiedere "a" una cerimonia. Alcuni, quando vogliono mettere in evidenza il mio riferimento all'esercizio diretto e immediato di una carica, mi adoperano con significato transitivo: presiedere "un" congresso.  È un uso, questo, che posso tollerare solo in uno scritto informale, in buona lingua italiana è da evitare.
Grati della vostra attenzione, ringrazio il Direttore della sua squisita ospitalità e vi saluto con i miei colleghi promotori della                                                                                                                                                                                                                                                                                  A.N.Pa.Vi.G.I.


lunedì 27 ottobre 2014

I misteri eleusini

"Non capirò mai per quale motivo il cav. Sisinni ogni mattina, alle 11.00 in punto, si reca al bar ma non consuma nulla; è un mistero eleusino!", confidò ai colleghi d'ufficio il rag. Bettini. Quest'espressione - indubbiamente quasi sconosciuta - si tira in ballo allorché si desidera che alcune cose restino oscure e si ripete, in particolare, quando si ha l'impressione che di un determinato argomento non si capirà mai nulla. Il modo di dire prende il nome dai "misteri" che si celebravano a Eleusi ed erano famosissimi in tutta l'antica Grecia. Gli iniziati dovevano giurare di mantenere il segreto sul loro svolgimento e nessuno è riuscito mai a sapere in cosa consistessero.

domenica 26 ottobre 2014

L'avverbio opinativo

Cortese dr Raso,
anche se in ritardo (di cui mi scuso) la ringrazio di cuore per aver soddisfatto la mia curiosità ("illesità"). Interessantissimo l'articolo sull'avverbio presentativo che... ovviamente, non conoscevo. E a proposito di avverbi, ricordo di aver sentito parlare di un avverbio chiamato "opinativo" o "d'opinione", non ricordo esattamente, come non ricordo esattamente se esiste veramente e, eventualmente, qual è.
Grato se vorrà rispondermi in merito.
Un ossequio
Benedetto C.
Como
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Caro Benedetto, sí, esiste. Ho trattato l'argomento sul mio sito precedente, "il Cannocchiale".

venerdì 24 ottobre 2014

L'avverbio presentativo

Non crediamo di discostarci dalla verità se affermiamo che quasi nessun amico, che segue assiduamente questo portale, ha sentito parlare dell' «avverbio presentativo», anche se tutti lo adoperiamo inconsciamente, e il motivo è semplice: come abbiamo sempre sostenuto e denunciato molti "sacri testi" ignorano completamente il gergo linguistico. Chi scrive non è di questo parere: gli amanti della lingua devono essere in grado di districarsi nei vari meandri del nostro idioma, e l'avverbio presentativo è uno di questi. Vediamo, intanto, sia pure per sommi capi, cos'è l'avverbio. Come si può leggere in qualsivoglia libro di grammatica l'avverbio (dal latino "ad verbum) è quella parte invariabile del discorso che serve a modificare, graduare, specificare, determinare il significato di una frase ed è collocato, generalmente, vicino al verbo ("ad verbum", appunto) tanto è vero che secondo la teoria grammaticale dell'antichità la funzione primaria dell'avverbio sarebbe quella di completare e specificare il significato del verbo a cui si accompagna. Sarebbe, perché non sempre è cosí. Questo, infatti, può riferirsi a un verbo (non potevi far "meglio"); a un sostantivo (questo abito è "molto" anni Venti); a un aggettivo (il tuo volto ha un'espressione "quasi" diabolica); a un'intera frase o proposizione ("sinceramente" tutti credevamo di potere intervenire nel dibattito). A seconda della loro funzione gli avverbi si dividono in: qualificativi, modali, temporali ecc. Riteniamo superfluo fare qualche esempio in proposito. Chi non sa, infatti, che "ieri" e "oggi" sono avverbi di tempo? In questa sede ci preme parlare - come dicevamo all'inizio di queste noterelle - dell'avverbio presentativo, che è uno solo: ecco. Questo avverbio si adopera, infatti, per mostrare, indicare, annunciare, "presentare" (donde il nome) un determinato evento con un notevole rilievo enfatico: eccolo! Ha la caratteristica di collegarsi con i pronomi atoni "mi", "ti", "ci", "vi", "lo" e "la"; concorre alla formazione del cosí detto dativo etico. Affine al complemento di termine, questo dativo esprime solo in senso figurato la persona sulla quale termina l'azione ed è rappresentato, generalmente, da un pronome atono: che "mi" fai?, vale a dire "cosa mai fai"? Ma vediamo - questo lo scopo della nostra "fatica" - alcuni usi corretti del su detto avverbio: a) preceduto dalla congiunzione copulativa sottolinea la subitanea apparizione di un personaggio e un avvenimento inaspettato: «Ed "ecco", quasi al cominciar de l'erta, / una lonza leggera...» (Dante); b) per rispondere, con funzione olofrastica, a un richiamo, a una esortazione: «Allora, ti decidi o no a parlare? - "Ecco, ecco (sí, sí, parlo subito)»; c) per mettere in evidenza un dato di fatto, molto spesso con intenzione ironica o polemica: «"Ecco", con il tuo modo di fare, il risultato che hai ottenuto!»; d) per introdurre o concludere, riassumendo, una spiegazione: «Sai cosa facciamo ora? - Cosa? - "Ecco": ti spiego come funziona questo apparecchio»; e) in posizione iniziale ("ecco") regge - molto frequentemente - una proposizione introdotta dalla congiunzione "che": «"Ecco" che ci ha seguiti anche il cane»; f) accompagnato da un participio passato presenta il compimento di un'azione, tipo "ecco fatto". Moltissimi, inoltre, gli usi fraseologici. 'Ecco' i piú frequenti: a) per manifestare una certa esitazione: «Io... "ecco" vorrei conferire se fosse possibile con il direttore»; b) per rafforzare un'affermazione: «È questo, "ecco", ciò che non sopporto del tuo carattere». Per concludere ci sembra interessante ricordare che l'avverbio presentativo italiano "ecco" non è altro che il latino "eccum", che sostituí nel tardo latino d'Italia il piú antico "ecce": «"Ecce" ancilla Domini».

mercoledì 22 ottobre 2014

Servire come lo specchio a un cieco

Il significato di questa locuzione - per la verità di uso raro - è intuitivo e non abbisognevole di spiegazioni. Che cosa se ne fa, infatti, un cieco di uno specchio? Il modo di dire, per tanto, si riferisce a una cosa che è perfettamente inutile, che non serve a nulla. Si adopera anche, in senso figurato, a proposito di un discorso o di una spiegazione rivolta a colui che non vuole o non può capire o ascoltare. È simile, insomma, all'espressione - notissima - "parlare ai sordi". L'espressione, però, è antichissima e sembra risalire al teatro comico greco, stando a quanto riporta Giovanni Stobeo (autore di un'antologia della letteratura greca, secolo V d. C.). La locuzione, essendo antichissima, appunto, nel corso dei secoli ha avuto parecchie varianti tanto che in epoca medievale si ritrova l'adagio "al cieco non giova pittura, color, specchio o figura".

martedì 21 ottobre 2014

L' "illesità"

Gentilissimo dr Fausto Raso,
la seguo dai tempi dei tempi. Le scrivo per una "curiosità". Esiste il sostantivo corrispondente all'aggettivo illeso, come da incolume si ha incolumità? Ho provato a cercare "a naso" nei vari vocabolari in mio possesso, ma non ho trovato nulla. Può togliermi questa curiosità che mi attanaglia da tempo? Ritengo superfluo complimentarmi per il suo encomiabile "lavoro".
Restando in attesa di una cortese risposta, la saluto cordialmente.
Benedetto C.
Como
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Caro amico, no, non esiste, o meglio nessun vocabolario dell'uso attesta il sostantivo corrispondente all'aggettivo illeso. Si potrebbe coniare però, anzi è già stato creato, un neologismo lessicale: illesità. Sulla scia dei sostantivi in "-ità" derivati da aggettivi. Da raro abbiamo, infatti, rarità; da sordo sordità; da cieco cecità, da incolume incolumità ecc. Da illeso, per tanto, si può benissimo avere illesità. In proposito invitiamo i lessicografi a prendere in considerazione questo neologismo, che ha tutte le carte in regola per essere attestato nei vocabolari.

lunedì 20 ottobre 2014

La pagina

Abbiamo sempre sostenuto, da questo portale, l'importanza della "scienza etimologica" e abbiamo sempre esecrato il fatto che questa "scienza" non sia tenuta nella dovuta considerazione: la scuola - per quanto ne sappiamo - la ritiene, nei migliori dei casi, la cenerentola della linguistica. Non deve essere cosí, amici. Questa scienza ci fa scoprire delle cose... sorprendenti. Ci fa scoprire, per esempio, che la pagina che state leggendo in questo momento, comodamente seduti davanti al vostro computiere, ci riporta al mondo rurale. La pagina, infatti, non è altro che il latino "pagina(m)", dal verbo "pangere" (piantare). I nostri antenati latini chiamavano "paginam" una pianta, specialmente di viti. Questo stesso nome fu dato, in seguito, a un "insieme di righi di scrittura" e, per estensione, al foglio di carta che li conteneva. Perché? Il motivo è piú semplice di quanto si possa immaginare: per coloro che erano abituati ai lavori agricoli il foglio scritto appariva simile a un... campo di filari. Da pagina abbiamo la pagella, cioè una piccola pagina dove sono riportati i voti ottenuti dagli studenti in ogni materia. C'è ancora qualcuno che sostiene la "barbosità" dell'etimologia?

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Lo sputapepe

Abbiamo notato che non tutti i vocabolari dell'uso attestano questo termine, che si riferice a una persona dalla parlantina facile, arguta ma petulante. I dizionari che lo registrano lo danno come sostantivo invariabile. No, il vocabolo, riferito al maschile, si pluralizza normalmente: uno sputapepe, due sputapepi. Segue, infatti, la regola della formazione del plurale dei nomi composti. Tale regola stabilisce che un sostantivo composto di una voce verbale (sputa) e un sostantivo maschile singolare (pepe) nella forma plurale cambia regolarmente. Resta invariato solo se si riferisce a un femminile: Giovanna è una sputapepe; Luisa e Anna sono delle emerite sputapepe.

sabato 18 ottobre 2014

Giustiziare e assassinare

«I terroristi hanno giustiziato tutti gli ostaggi». Questa frase, che campeggia spesso, purtroppo, sulle pagine dei giornali, apparentemente corretta, contiene un "errore". Quale? Vi domanderete. L'uso improprio, per non dire errato, del verbo "giustiziare". I terroristi hanno assassinato, non giustiziato, gli ostaggi. I due verbi, a nostro modo di vedere, hanno "sfumature" diverse anche se, ai fini pratici, hanno lo stesso significato: uccidere. Giustiziare significa "punire qualcuno eseguendo una condanna a morte". E chi può punire, quindi "giustiziare" se non un'autorità costituita? I terroristi, quindi, non essendo un'autorità costituita, possono solo "assassinare", non giustiziare. Vediamo, ora, sotto il profilo prettamente linguistico, come sono nati i due verbi (giustiziare e assassinare) che a nostro avviso non si possono considerare sinonimi, anche se la stampa li ritiene tali. Giustiziare è la traduzione del francese medievale "justicier", tratto dal latino "iustitia" (da "iustum", 'secondo il diritto'; e chi ha il "diritto", se non, appunto, un'autorità?). L'altro verbo, assassinare, è tratto dalla voce turca "hasciashin", non dal latino, come ci si aspetterebbe. Vediamo, per sommi capi, la sua storia (la "nascita"). Nel secolo XIII gli aderenti a una setta mussulmana, nata in Persia, divennero famosi per le loro azioni violente e terroristiche perpretate ai danni della Siria, della Palestina e della Mesopotamia. Questi "eroi" si macchiavano dei delitti piú atroci, impensabili in persone normali: non erano banditi, ma belve assetate di sangue che uccidevano anche quando nessuno li contrastava. Per "caricarsi", prima di compiere le loro imprese sanguinarie, facevano uso di una droga, arrivata, purtroppo, fino a noi: l'hashish. I malcapitati, quando li vedevano arrivare, li chiamavano "hasciashin", bevitori di hashsih. Il termine, giunto a noi, è stato adattato in "assassini", donde il verbo "assassinare".

venerdì 17 ottobre 2014

Appena o non appena?

Segnaliamo un interessante articolo di Raffaella Setti, della redazione consulenza linguistica dell'accademia della Crusca, sull'uso di "appena" e "non appena".

giovedì 16 ottobre 2014

L'aposiopèsi

Ciò che stiamo per scrivere sarà censurato da qualche linguista o sedicente tale - ne siamo certi- se si dovesse imbattere in questo sito. Siamo convinti, però, della bontà della nostra tesi e proseguiamo per la nostra strada. Vogliamo parlare di una figura retorica chiamata "aposiopèsi" e ritenuta affine, per non dire identica alla "preterizione". A nostro avviso, invece, sono due figure con significati completamente diversi. La preterizione, dal latino "praetéreo" (trascurare, passare oltre) è una figura retorica per la quale il parlante o lo scrivente dichiara di non voler parlare di un determinato argomento ma ne... parla subito dopo. Petrarca ci dà un bellissimo esempio di preterizione: "Cesare taccio, che per ogni piaggia fece l'erbe sanguigne di lor vene ove il nostro ferro mise". L'aposiopèsi (probabilmente poco conosciuta sotto questo nome perché ritenuta, appunto, sinonima di preterizione), dalle voci greche "apo" (da, particella intensiva) e "siòpesis" (taccio, ammutolisco, passo in silenzio, trascuro), consiste, invece, nel tacere qualcosa nel corso del discorso e nello scritto è rappresentata dai puntini di sospensione. Si usa, generalmente, per richiamare l'attenzione su ciò che si è taciuto, ma facilmente comprensibile. Si adopera anche per esprimere un dubbio, una certa perplessità, un'esitazione di chi scrive. Ecco un esempio manzoniano: "Lo può; e potendolo... la coscienza... l'onore...". Concludendo queste noterelle possiamo affermare (e attendiamo eventuali smentite) che la preterizione "parla dopo", l'aposiopèsi "non parla né prima né dopo".

mercoledì 15 ottobre 2014

Far le pile

La locuzione suddetta dovrebbe esser nota agli appassionati d'ippica in quanto quest'espressione  che - in senso figurato - significa "provare a fare qualcosa senza riuscirvi" è tratta proprio dal mondo ippico. Ma vediamo di spiegarci meglio. In origine la locuzione si riferiva ai cavalli che si "rifiutavano" di trascinare una vettura su una strada in salita perché il percorso era troppo faticoso. L'espressione sembra sia nata a Roma e derivata - con molta probabilità - dall'usanza di provare la resistenza dei cavalli sulla "Salita delle tre pile", alla destra della cordonata del Campidoglio. Questa "via", infatti, un tempo era impervia e pressoché inaccessibile ai carri trainati dai cavalli, che si mostravano restii a proseguire il cammino. Con il trascorrere del tempo e attraverso il solito passaggio semantico la locuzione ha acquisito l'accezione sopra riportata: tentare di fare qualcosa con risultato negativo.

martedì 14 ottobre 2014

Chiunque e chicchessia

Tempo fa la nostra attenzione fu attirata da un vistoso cartello che faceva bella mostra di sé nella vetrina di un grande e pretenzioso negozio: può entrare chiunque - l'ingresso è libero.
Che cosa c'è di tanto strano? Si domanderanno gli amici blogghisti. È presto detto: l'uso errato del pronome chiunque. E vediamo il perché. Chiunque è un pronome indefinito, così chiamato dai grammatici perché indica una persona in maniera indefinita, appunto. La gran parte di questi pronomi (chiamati anche indeterminati)  è costituita di aggettivi adoperati in sostituzione del nome: nessuno, alcuno, taluno, parecchi e così via. Ma torniamo a chiunque. La legge grammaticale, quasi sempre disattesa, stabilisce che 'chiunque', essendo anche un pronome relativo, deve mettere in relazione due verbi; deve introdurre, cioè, una proposizione subordinata. Non si può adoperare assoluto (da solo). In altri termini, il cartello incriminato avrebbe dovuto recitare: chiunque voglia, può entrare.
Chiunque, come si può ben vedere, mette in relazione i verbi 'volere' ed 'entrare'. Suggeriamo agli amici che amano il bel parlare e il bello scrivere di sostituire, in casi di dubbio, 'chiunque' con 'chicchessia': può entrare chicchessia. Dedichiamo, per tanto, queste modeste noterelle a chiunque ami la lingua o, se preferite, a... chicchessia.

lunedì 13 ottobre 2014

Essere in veste di...

L'uso e il significato di questa espressione non abbisognano, certamente, di spiegazioni. Si adopera, infatti, in senso figurato e sta per "come...", "in qualità di...". Ti parlo in veste di amico, vengo in veste di ambasciatore. E la veste? Semplicissimo. Nei tempi andati, alcuni capi d'abbigliamento distinguevano la professione, il ceto sociale e via dicendo di coloro che li indossavano. Erano, insomma, una sorta di uniforme, di divisa che rendevano la persona facilmente "individuabile". Non di rado, infatti, si correva il pericolo di imbattersi in malfattori che si erano "diligentemente" travestiti da... gentiluomini. E da qui, probabilmente, trae origine il  modo di dire "l'abito non fa il monaco". Vale a dire: sotto il saio si nasconde un'altra persona.

domenica 12 ottobre 2014

Grattar la pancia alla cicala

Questo modo di dire (forse poco conosciuto) - se l'arteriosclerosi galoppante non ci tradisce - è stato già trattato su questo portale (o su "il Cannocchiale"), lo riproponiamo perché ci è stato richiesto dal figliolo di un nostro carissimo amico. Anche se poco conosciuto - come dicevamo - tutti l'abbiamo "messo in atto", una volta, perché significa "stuzzicare una persona per indurla a parlare di un determinato argomento oggetto di curiosità". È una locuzione, insoma, che si tira in ballo quando si desidera che una persona - come usa dire - "si sbottoni". L'espressione allude alla cicala - naturalmente in senso metaforico - perché sembra che questi insetti - stando alla teoria di alcuni studiosi - siano disposti a "mettersi in mostra" in cambio di un po' di solletico, opportunamente praticato, sulla loro... pancia.

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Ultra. Questo termine viene adoperato nel linguaggio politico e sportivo per indicare gli estremisti di un partito o di una squadra. Consigliamo di scriverlo, in buona lingua italiana, senza accento sulla "a" e senza la "s" finale, anche se in quest'ultima forma è invalso nell'uso. Il vocabolo deriva dall'avverbio latino "ultra" (oltre, al di là, di piú) trasportato in italiano come sostantivo maschile invariabile.

 

sabato 11 ottobre 2014

Lo pseudonimo

 L'argomento di oggi è stato trattato molto tempo fa, lo riproponiamo - per sommi capi - perché ci è stato richiesto da numerosi blogghisti.

Ci sembra particolarmente interessante spendere due parole su un uso o, meglio, su un costume linguistico e letterario: lo pseudonimo. Il termine, in senso proprio, significherebbe "che porta un nome falso" derivando, il vocabolo, dal greco "pseudo" (falso) e "ònyma", variante dialettale di "ònoma" (nome). La falsità, tuttavia, è in senso benevolo: non si può includere sotto questa parola, per esempio, il nome falso che un incallito delinquente fornisce alla polizia per sviare le indagini. Gli pseudonimi sono affini ai soprannomi in quanto sia gli uni sia gli altri sono dei modi di chiamare le persone non rispettando il nome e il cognome autentici. C'è, tuttavia, fra i due modi una differenza fondamentale: il soprannome è imposto da altri, lo pseudonimo è scelto dalla persona interessata. L'uso dello pseudonimo era assai diffuso, nei secoli passati, all'atto dell'arrolamento, con il cosí detto nome di battaglia, soprattutto nella vicina Francia, tra il Seicento e il Settecento. Da noi, quando Garibaldi si arrolò nella marina sarda si impose il nome di battaglia, di vago "sapore classico", di Cleòmbroto. Dopo un periodo di silenzio i nomi di battaglia ricomparvero nella guerra italo-austriaca (gli irredenti correvano il rischio di essere condannati come disertori se scoperti, con il vero nome, a militare nelle forze armate italiane) e, piú recentemente, nelle file della Resistenza. L'usanza dello pseudonimo è dilagata, però, in letteratura per opera di personaggi "di rilievo" che desideravano conservare l'anonimato come, per esempio, il re Giovanni di Sassonia che tradusse la 'Divina Commedia' con il falso nome di Filalete o la regina Elisabetta di Romania, che firmava i propri scritti letterari con lo pseudonimo di Carmen Sylva. Non si sottrassero all'usanza degli pseudonimi alcuni scrittori che ritenevano il nome vero non bello e "sonoro" come l'avrebbero desiderato. Altre volte, invece, il cambiamento di nome non è dovuto alla sua "sonorità" ma al ritegno degli interessati a "sbandierarlo": si tratta, molto spesso, di giovani che si cimentano in campo letterario per la pima volta e attendono, prima di "esibirsi" con il vero nome, il verdetto dei critici; talvolta di donne che preferiscono pubblicare i propri scritti con il nome di un uomo. Tipico, a questo riguardo, l'esempio di George Sand. Restando in campo letterario meritano particolare attenzione i nomi accademici: nell'Accademia degli Umidi gli pseudonimi si riferivano tutti all'acqua o ai pesci; nell'Accademia della Crusca i nomi alludevano, invece, al pane o alla farina: l'Intriso, l'Insaccato, l'Infarinato. L'Arcadia "vive" nel mondo pastorale greco e adotta nomi conformi a quella finzione: Cario, Alfesibeo, Corilla Olimpica. Ma anche il teatro, per concludere queste modeste noterelle, non si sottrae all'usanza del mondo letterario e per gli stessi motivi sopra accennati.

venerdì 10 ottobre 2014

Dare un aghetto per avere un galletto

Questo modo di dire è simile al detto - conosciutissimo e non abbisognevole di spiegazioni - "nessuno fa niente per niente" e si tira in ballo quando "disinteressatamente" si offre un piccolo dono contando di riceverne un altro di valore superiore. L'espressione - che oggi ha acquisito anche una connotazione maligna - trae origine dalla vita monacale femminile. Un tempo le religiose - al contrario dei frati - non andavano in giro per la questua, ma offrivano i loro lavori fatti con l'ago o l'uncinetto ('aghetto') in cambio di generi alimentari ('galletto') o altri beni. Con il tempo è nata la variante - dal "sapore" maligno - "fare come le monache che danno un aghetto per avere un galletto" riferita a una donna che si serve delle proprie grazie per fini lucrativi. L'aghetto di quest'ultimo modo di dire - oggi poco adoperato - è chiaramente una metafora: sta per il laccio che stringeva i capi d'abbigliamento femminili, tra cui il busto.

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Due parole, due, sull'uso corretto degli aggettivi numerali "frazionari". Occorre tenere presente che nella numerazione decimale la parte frazionaria deve essere separata dall'intero da una virgola: Luigi è alto m 1,75 (e i metri, i centimetri e via dicendo non debbono essere seguiti dal punto). Nei sistemi non decimali - come il caso delle ore - la virgola deve essere sostituita dal punto o, meglio ancora, dai due punti: sono le 10.45 (o 10:45). È errore madornale, dunque, dividere le ore dai minuti mediante una virgola. Siamo sicuri, però, che la nostra "predica" non sarà ascoltata. Continueremo a leggere, o meglio a "vedere" sulla stampa e sugli schermi televisivi le ore scritte in modo errato: la riunione del governo si terrà alle 16,30. Ma tant'è.

giovedì 9 ottobre 2014

Collocazione dell'aggettivo

Pregiatissimo dott.Raso,
tutte le grammatiche concordano nel definire l'aggettivo "quella parte variabile del discorso che si accompagna al sostantivo per meglio definirlo". Non specificano, però, se si mette prima o dopo il nome al quale si riferisce. Posso dire indifferentemente, quindi, "una bella donna" e "una donna bella"? A "orecchio" noto una leggera sfumatura di significato. Può dirmi qualcosa in proposito?
Grazie e cordialità
Sebastiano L.
Brindisi
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Gentile Sebastiano, le grammatiche non specificano il posto che deve occupare l'aggettivo perché si può collocare sia prima del nome sia dopo; è una questione di gusto personale (si tratta di stile, quindi, non di grammatica). Si possono stabilire, tuttavia, alcune "regole". A) l'aggettivo va collocato dopo il nome quando  messo prima la frase non avrebbe senso: ieri ho incontrato il mio ex docente universitario (universitario docente non avrebbe senso); b) si colloca prima del sostantivo quando ha senso generico o indica qualità permanenti, naturali, abituali: un bel panorama, una grande casa, un antico maniero; c) si mette dopo il sostantivo quando si vuol dare maggiore risalto (un maniero antico); quando è participio (casa diroccata); quando è seguito da un complemento (un uomo tardo di mente). Se si tratta di piú aggettivi, questi possono essere collocati prima o dopo il sostantivo o avere il sostantivo in mezzo. Nel suo esempio, quindi, "una bella donna" e "una donna bella", l'aggettivo posto dopo il nome dà maggior risalto alla bellezza della donna.

martedì 7 ottobre 2014

In bocca al lupo

Chi non conosce quest'espressione adoperata come augurio che si fa a colui (o colei) che sta per affrontare una situazione difficile: un esame, un affare, un pericolo ecc.? La locuzione è tratta dal gergo dei cacciatori e vuol dire "buona caccia". Una formula con la quale si augurava al cacciatore, nell'eventualità che venisse a trovarsi di fronte al "nemico" (il lupo), di avere la meglio. Ma attenzione, però, mai dire a un cacciatore "buona caccia", sarebbe capace di tornare indietro e mandare a monte la... caccia. I cacciatori non gradiscono gli auguri perché ritengono che portino disgrazia. Per questo si dice "in bocca al lupo", che è un'antifrasi ("espressione contraria"), vale a dire una locuzione adoperata in senso contrario al proprio: si augura, cioè, al cacciatore, di cadere nella bocca del lupo proprio per... non caderci. Agli amanti della pesca si dice, similmente, "in bocca allo storione". L'espressione, quindi, viene adoperata, per estensione, anche nei confronti di chi intraprende un affare di dubbia riuscita: in bocca al lupo,Giovanni, domani si vedrà se sei riuscito nel tuo intento.

lunedì 6 ottobre 2014

Pronuncia corretta del verbo "sguainare"

Il verbo "sguainare" - contrariamente alla pronuncia diffusa e ritenuta, quindi, corretta -  ha l'accentazione sulla "i", non sulla "a": io sguaíno. Il motivo va ricercato nel fatto che è un verbo denominale, proviene, cioè, dal sostantivo "guaína" (fodero, involucro, custodia). E questo dal latino "vagína" (con l'accento sulla "i"). I Latini dicevano: "gladium e vagína educere" (estrarre la spada dalla guaína). Non capiamo, quindi, come abbia pouto "prender piede" la pronuncia errata.

domenica 5 ottobre 2014

"Di" o "da"?

L'argomento di oggi è stato trattato moltissimo tempo fa, lo riproponiamo perché abbiamo notato che le nostre modestissime "prediche" non sono state ascoltate. Ci riferiamo all'uso corretto delle preposizioni "di" e "da". La quasi totalità delle persone adopera la preposizione "da" quando, in buona lingua, si deve usare la sorella "di". Vediamo, per sommi capi quindi, quando il "da" deve essere sostituito dal "di". La preposizione "da" è adoperata correttamente solo se sta a indicare un'idoneità, una destinazione d'uso di una determinata cosa, non una "qualità" di una cosa stessa. Va benissimo, per tanto, "sala 'da' ballo" in quanto si specifica la destinazione d'uso della sala: destinata, appunto, al ballo. Si dirà, invece, "festa 'di' ballo" perché il ballo rappresenta la "qualità" della festa. Lo stesso discorso per quanto attiene a "notte 'da' favola", che suona bene all'orecchio (la lingua corretta, però, non si fa a orecchio) ma fa a pugni con il buon senso dettato dalle regole grammaticali. Può la notte essere destinata o adibita a una favola? Certamente no; ecco, quindi, che la sola forma corretta è "notte 'di' favola". Questo stabilisce la grammatica, anche se non tutti i linguisti concordano e la preposizione "da" imperversa nell'uso.

sabato 4 ottobre 2014

Vedere le stelle...

...provare, cioè, una sofferenza fisica acutissima, sentire un dolore molto intenso tanto da togliere il respiro. Chi di voi, cortesi amici, non ha mai "visto le stelle"? Purtroppo il veder le stelle fa parte del corso della vita cui nessuno può sottrarsi. Donde viene, dunque, questo modo di dire? Secondo alcuni Autori l'espressione descrive effettivamente quella sensazione di "sfarfallìo" luminoso - davanti agli occhi - che si ha quando si viene colpiti da un dolore repentino e acuto. Piú "scientifica" - a nostro avviso - la spiegazione che tentano di dare le note linguistiche al "Malmantile racquistato" (un poema burlesco). Spiega, infatti, il Minucci, uno dei "notisti": "Quando uno sente un gran dolore si dice 'egli ha visto le stelle' perché le lacrime, che vengono in su gli occhi pel dolore, fanno apparire con la rifrazione della luce che vi batte, una cosa simile a una gran quantità di stelle in cielo".

venerdì 3 ottobre 2014

"Di" e "da" nel complemento di moto da luogo

Le preposizioni "di" e "da" - chi non lo sa? - si adoperano per introdurre il complemento di moto da luogo. I classici, però, molto piú autorevoli dell'estensore di queste noterelle, non le adoperavano indifferentemente, facevano un distinguo. Riservavano la preposizione "da" (il latino 'ab') per indicare propriamente l'allontanarsi dall'esterno di un luogo; la preposizione "di" (il latino 'ex' o 'e'), invece, per indicarne piú spesso il partire dall'interno d'un luogo; l'uscirne fuori, insomma. Secondo questa "regola classica" - che ci sentiamo di consigliare a chi ama il bel parlare e il bello scrivere - la preposizione "di" si usa con i verbi "partire", "fuggire", "uscire", "cadere", "guarire"; la sorella "da" con i verbi "nascere", "dipendere", "derivare", "degenerare", "tralignare", "scampare". L'uso del "di" per "da" nel moto da luogo, insomma, è una di quelle "cosucce linguistiche" che ancora oggi - se adoperate correttamente - mettono all'occhiello dello scrivente o del parlante un bellissimo distintivo di classicità. E Giacomo Leopardi non mancò di... fregiarsene. E con la medesima logica - i classici - distinguevano i modi "lontano da..." e "lontano a...". Nel primo modo si percepisce lo spazio dal punto piú lontano da noi a quello piú vicino; nel secondo si percepisce lo spazio dal punto a noi piú vicino al punto a noi piú lontano.

giovedì 2 ottobre 2014

Essere in vena

Gentilissimo Prof. Raso,
navigando in rete il caso ha voluto che mi imbattessi nel suo impareggiabile sito. Ne approfitto per porle un quesito che non ha trovato risposta nei vocabolari che ho consultato. Mi piacerebbe conoscere l'origine dell'espressione "essere in vena". Grato se avrò una risposta.
La saluto cordialmente e le faccio i miei complimenti per il suo istruttivo blog.
Carmelo T.
Enna
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Cortese amico troverà la risposta alla sua "curiosità" cliccando su questo collegamento.

mercoledì 1 ottobre 2014

Planometria o planimetria?

Gentile dott. Raso,
 mi è capitato di leggere le Sue note che trovo su lsblog, e da qui sono stato stimolato a curiosare anche nel Suo "Lo Siacqualingua" dove ho scorto la possibilità di proporre quesiti. Credo utile premettere una breve presentazione. Sono un geometra, e quindi un tecnico. Il primo contatto con la grammatica italiana, a scuola, fu anche l'ultimo: dopo aver preso atto con soddisfazione dell'esistenza di regole, mi deluse il fatto che esistessero eccezioni. Dunque chiusi il libro, e cominciai ad andare "a orecchio". La cosa mi pone dei limiti, e impone anche sforzi indubbiamente maggiori della precisa conoscenza di regole e eccezioni; ma di questo ho potuto prendere reale coscienza soltanto in età talmente tarda da non poter più rimediare. Cionondimeno ho un'alta considerazione della scrittura corretta, in quanto è indiscutibilmente efficace; e ciò ha importanza anche in campo tecnico quando una perizia non può permettersi il lusso dell'ambiguità. E dunque mi arrabatto per evitare gli strafalcioni più inverecondi. Ma alle volte mi perdo anche in piccoli particolari, soprattutto quando mi inducono un brivido sconquassando suoni che mi erano familiari. Questo è il motivo per cui mi faccio vivo. Nel mio lavoro, che consiste prevalentemente in rilevamenti topografici, si eseguono operazioni planimetriche, altimetriche e volumetriche. Molte volte una delle ultime due integra le prime e, fin da quando, bambino, seguivo mio padre, sentivo parlare di lavori plani-altimetrici e plani-volumetrici. Parecchi colleghi, che pure adoperano la forma plani-volumetrici, propendono per la forma plano-altimetrici nell'altro caso. E quella "o" mi ferisce i timpani. Forse ho già abusato della Sua pazienza, ma se potesse chiarirmi i motivi per considerare corretto plani-altimetrici piuttosto che plano-altimetrici, o viceversa, ne ricaverei un sollievo impagabile. Naturalmente nel caso del viceversa dovrei fare molto esercizio, ma conoscendone la giustificazione spero di poterci riuscire. La ringrazio per la cortese pazienza e La saluto cordialmente
 Leonardo
 Bologna
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 Cortese Leonardo, sarò telegrafico. Sí, ha ragione, quella "o" fa male ai timpani perché non è corretta. Si deve dire PLANI, tanto nel singolare quanto nel plurale. Questo prefisso viene dal latino "planus", divenuto in italiano "plani" (di "forma piana"). Diremo, quindi, planimetria, non planOmetria; planisfero, non planOsfero, ecc. Trattandosi di un prefisso, inoltre, si scrive attaccato alla parola (senza trattino).