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sabato 28 giugno 2014

Premura

La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it": premura.
Il vocabolo in questione ci ha richiamato alla mente un nostro vecchio articolo, che riproponiamo.

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Schiattare e schiattire

Si presti attenzione, i verbi suddetti non sono sovrabbondanti, non sono, per tanto, l'uno sinonimo dell'altro. Il primo significa "scoppiare", "crepare" e simili. Il secondo, coniugato nella forma incoativa (con l'inserimento dell'infisso "-isc-"), sta per "emettere brevi gridi" ed è sinonimo di "squittire". 

lunedì 23 giugno 2014

C'è buffo e... buffo

Ecco un vocabolo della nostra bellissima lingua che cambia completamente di significato a seconda delle funzioni: buffo. Questo termine, dunque, può essere tanto sostantivo quanto aggettivo. Come sostantivo, forse poco conosciuto, sta per "folata", "soffio di vento": «Pareva dovesse crollare ad ogni buffo di vento» (I. Nievo). Come aggettivo significa "che fa ridere", "che provoca il riso", "comico", "ridicolo" e simili: è una storia veramente buffa. Per un approfondimento ci affidiamo a Ottorino Pianigiani.
Dimenticavamo. Come sostantivo e di uso romanesco vale anche  "debito" (l'etimologia è incerta) e si adopera  per lo piú nella forma plurale: Luigi è pieno di buffi.

sabato 21 giugno 2014

AVVISO

Per motivi tecnici, e per un periodo non precisabile, questo portale sarà "aggiornato" saltuariamente.

venerdì 20 giugno 2014

Finestrare

Ci piacerebbe che i vocabolaristi mettessero a lemma, nei dizionari, il verbo finestrare, che significa, ovviamente, "fornire, dotare di finestre": quella stanza non è finestrata.

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Lo spoglio e gli spogli

Si faccia attenzione al sostantivo in oggetto perché nella forma plurale cambia totalmente di significato. Adoperato nel singolare indica "una raccolta di dati", "una cernita" e simili: lo spoglio delle schede non è ancora terminato. Nel plurale, invece, sta per "abiti, vestiti dismessi": quegli spogli, ormai, non li metto piú.

giovedì 19 giugno 2014

Aforistico



La parola del giorno proposta da "unaparolaalgiorno.it": aforistico.

mercoledì 18 giugno 2014

Esecutare e sbagliare

Portiamo all'attenzione degli amici lettori due verbi: esecutare e sbagliare. Il primo perché, stranamente, non è attestato nel vocabolario "Treccani" in rete. Tra le varie accezioni, quella di "compiere un'esecuzione capitale", "giustiziare": il prigioniero è stato esecutato.Il secondo perché molto spesso ed erroneamente è adoperato nella forma riflessiva: lei, gentile signore, si sbaglia di grosso. In buona lingua si deve dire: lei, signore, sbaglia di grosso.

martedì 17 giugno 2014

Portar polli

Ci piacerebbe sapere quanti lettori - loro malgrado - hanno portato dei polli a qualcuno, hanno, cioè, favorito intrighi d'amore; si sono prestati, insomma, nel tenere i "contatti" tra due amanti. Questo è, infatti, il senso figurato della locuzione, anche se poco conosciuta. E i polli cosa hanno che fare con i convegni amorosi? Carlo Battisti, glottologo scomparso, fa derivare la locuzione dal francese "poulet", diminutivo di "poule", gallina, donde "biglietto amoroso" perché questo 'biglietto', dalle punte piegate, ricorderebbe le ali di una pollastra.

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Un errore nel dizionario di Vincenzo Ceppellini?

Secondo il predetto dizionario la pronuncia "diàtriba" (con l'accentazione sulla "a") è errata. Si deve dire "diatríba". Di parere completamente opposto il DOP, Dizionario d'Ortografia e di Pronunzia. Chi ha ragione? Secondo lo scrivente, il DOP.

domenica 15 giugno 2014

Il tànghero

La parola di ieri proposta da "unaparolaalgiorno.it": tànghero.

Riproponiamo, sull'argomento, un nostro modesto articolo di qualche anno fa.

sabato 14 giugno 2014

L'epinicio



La parola del giorno (di ieri) proposta da “unaparolaalgiorno.it”: epinicio.

Si veda anche qui.


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Anche, pure e virgola

Uno degli usi più elementari della virgola è quello di separare tra loro i membri (parole o proposizioni) di un'enumerazione, tranne il penultimo e l'ultimo, che solitamente sono separati da "e" o da "o" (secondo i casi, naturalmente). “L'uva è un frutto bello, buono, sano e nutriente”. Quando però l'enumerazione è concitata, si ha la virgola anche davanti all'ultimo membro. "La stanchezza quasi sempre scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescere la fiducia dei pensieri..." (Manzoni). Se, invece, si vuol dare maggior risalto a ciascun membro, la virgola è sostituita del tutto dalla congiunzione, che può trovarsi anche davanti al primo membro. "Scegli: o la passeggiata lungo il viale o il cinema o la partita"; “Giovanni è un uomo buono e serio e laborioso”. La congiunzione “e” diventa “ed” "obbligatoriamente" solo dinanzi a parole che cominciano con "e": “Erano appena partiti ed erano già stanchi”. Davanti alle altre vocali è preferibile non mettere la "d" eufonica: “E io”; “e ora”. Sempre in tema di congiunzioni è utile ricordare che, generalmente, “pure” segue il termine a cui si riferisce (“verremo noi pure”), mentre “anche” lo precede (“verremo anche noi”).


giovedì 12 giugno 2014

Fare (o essere) il testimon di San Gennaro



I cortesi lettori amanti dei modi di dire e che ci onorano della loro attenzione – se “faranno mente locale” e andranno a ritroso nel tempo – non avranno difficoltà a individuare – tra i loro conoscenti – moltissimi “testimoni di San Gennaro”. Ma chi sono costoro? È presto detto: i bugiardi e gli impostori. Allora, amici, quanti “testimoni” di vostra conoscenza vi sono venuti alla mente? Avete bisogno di una calcolatrice? Bando agli scherzi e vediamo l’origine della locuzione affidandoci – come facciamo spesso – a Ludovico Passarini. «Questi (i testimoni di San Gennaro, ndr) erano (…) ciechi, rattratti, infistoliti, balbuzienti e simili, soliti a star sulla soglia della chiesa di San Gennaro in Napoli a buscar limosine. Fra i ciechi vi erano quelli che, anche con un occhio solo avrebbero infilato gli aghi al bujo; e quelli che, ciechi davvero, dicevano “di veduta con questi occhi”; fra i rattratti  quelli che avrebbero corso il palio; e fra gli infistoliti quelli che, levata la fasciatura, non avrebbero mostrato che la cicatrice di una coltellata avuta in gioventú. Cosicché costoro erano bugiardi e impostori: e non essendone il numero mai scarso, e delle loro furberie ed inganni piú maiuscoli parlandosi spesso, ne derivò che andarono in proverbio, cosicché, per dare ad uno del bugiardone o del complice delle altrui furberie, fu appellato “Testimonio di San Gennaro” (…)».

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Abbonare e abbonire

I verbi suddetti non sono l’uno sinonimo dell’altro in quanto cambiano di significato mutando di coniugazione. Il primo, si presti attenzione, si coniuga secondo la “legge” del dittongo mobile e significa “defalcare una parte di un credito a vantaggio del debitore”: Giovanni ha abbonato all’amico Luigi la somma di cinquemila euro; usato nella forma riflessiva vale “pagare una determinata somma per ottenere un servizio”: mi sono abbonato al mio giornale preferito. Il secondo, abbonire, si coniuga inserendo, in alcuni tempi e modi, l’infisso “-isc-“ e significa “placare”, “calmare” e simili: non sono riuscito ad abbonirlo.

mercoledì 11 giugno 2014

Sbusare

La parola che proponiamo oggi (non attestata nei vocabolari dell'uso) è il verbo sbusare, vale a dire vincere, al gioco, tutto il denaro dell'avversario.

martedì 10 giugno 2014

Eteroclito



La parola del giorno proposta da “unaparolaalgiorno.it: eteroclito.

Sull’argomento  riproponiamo un nostro modesto articolo di qualche anno fa.

I lettori che non sanno di greco strabuzzeranno gli occhi alla lettura del titolo – scelto a bella posta -  e si domanderanno quale significato recondito nasconda. Nessuna “sorpresa”, gentili amici, eterocliti sta per “irregolari”, anche se non è questo il significato letterale del termine.
Sono cosí chiamati, infatti, i nomi – ma non solo questi – che nella flessione non seguono la regola generale. Vediamo, innanzi tutto, di focalizzare l’aggettivo “eteroclito”, adoperato solo in linguistica e riferito a sostantivi, aggettivi o verbi che si flettono o si coniugano con piú temi oppure che hanno desinenze diverse da quelle comuni e che sono, per tanto, irregolari (il verbo “morire”, per esempio, è eteroclito in quanto muta il tema: io muoio, noi moriamo). È composto con le voci greche “hèteros” (‘diverso’) e “klìnein” (‘declinare’, ‘flettere’). Eterosessuale non vi dice nulla in proposito?
Ma torniamo ai sostantivi o ai nomi eterocliti che possono essere anche “eterogenei” al tempo stesso in quanto è di questi ultimi che vogliamo parlare perché non sempre sono adoperati correttamente. Appartengono alla schiera dei sostantivi “eterocliti-eterogenei”, dunque, quelli che nel singolare hanno un solo genere e una sola declinazione ma nel plurale due generi e due declinazioni, molto spesso con lieve mutamento di significato. Fra questi abbiamo: gli anelli e le anella (solamente per i ricci); i carri e le carra (con riguardo al contenuto); le braccia e i bracci (nel significato figurato); le dita e i diti (quando si specifica: i diti medi); le labbra e i labbri (solamente per i margini di una ferita o per gli orli di un vaso); le membra e i membri (solo in senso figurato per indicare le parti di alcunché: i membri del consiglio); le corna e i corni (in senso metaforico: i corni della luna). Potremmo continuare ancora nell’elenco, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Non possiamo concludere, però, queste noterelle, senza soffermarci un attimo (non “attimino”, per carità!) sul plurale corretto di alcuni sostantivi – tre per l’esattezza – che la stampa continua a sbagliare: urlo, grido e orecchio. Vediamoli nell’ordine.
Urlo, dunque, essendo un nome “eteroclito-eterogeneo” ha due plurali: urli e urla. Il femminile plurale, però, contrariamente a quanto riportano alcuni vocabolari, si usa solo per “le urla” dell’uomo in senso collettivo. Insomma: gli urli di Maria ma le urla di Giovanni, di Maria e di Pietro. È errato, per tanto, dire o scrivere “le urla della vittima risonavano in lontananza”; in questo caso, anche se si tratta di una persona, bisogna dire “gli urli” perché non c’è la “collettività”. Anche per quanto riguarda il plurale di “grido” il discorso è lo stesso. I soliti vocabolari riportano: le grida per indicare quelle degli uomini; degli animali sempre gridi. Non è proprio cosí, come abbiamo visto.
E veniamo al plurale di orecchio. Questo sostantivo, al contrario di urlo e grido, ha anche due singolari: orecchio e orecchia. Il maschile si adopera in senso proprio, vale a dire come “organo dell’udito”; il femminile in senso figurato: l’orecchia della pagina. Nella forma plurale avremo, quindi, gli orecchi e le orecchie con la medesima distinzione che abbiamo fatto per il singolare.
Non sono forme ortodosse, quindi, anche se di uso comune, le espressioni “tirare le orecchie”; “sentirsi fischiare le orecchie”; “fare orecchie da mercante” e via dicendo. Non si tratta, come molti sostengono, di un uso figurato del sostantivo orecchio. Si deve dire, correttamente, “orecchi”. A questo punto qualche pseudolinguista – ne siamo certi – vorrebbe tirarci… gli orecchi. Ma tant’è.

lunedì 9 giugno 2014

Prendere sottogamba

Crediamo sia molto difficile trovare una persona che non abbia mai adoperato o, per lo meno, sentito questo modo di dire, che - si sa - significa "sottovalutare", "prendere una cosa con molta leggerezza e disinvoltura, senza tener conto di eventuali difficoltà"; in una parola, prendere tutto alla leggera. Donde viene quest'espressione adoperata, appunto, in senso traslato o figurato? Alcuni "scienziati della lingua" ritengono sia nata nei circoli bocciofili. Sembra, infatti, che un accanito giocatore di bocce si vantasse di riuscire a colpire il pallino con la boccia tirandola con il braccio fatto passare sotto la gamba. Poiché non sempre riusciva nell'impresa i suoi detrattori coniarono la locuzione "prendere sottogamba", appunto, con il significato a tutti noto: fare le cose alla leggera.

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Mogio e moggio

Si presti attenzione a questi due vocaboli: non si possono scrivere, indifferentemente, con una o due "g", come avviene, per esempio, con il termine "eclettico", che può prendere una o due "c"; anche se è preferibile scriverlo con una sola "c" perché grafia piú vicina alla voce greca, da cui deriva. Le parole in oggetto, dunque, cambiano di significato a seconda della grafia. Con una "g" (mogio) il termine è un aggettivo e sta per "abbattuto", "avvilito" e simil: è uscito da scuola mogio; con due "g" (moggio) è un sostantivo maschile e indica un'antica unità di misura agraria. Ha due plurali, uno regolare maschile, i moggi, e uno irregolare femminile, le moggia.

sabato 7 giugno 2014

Giornalismo...

Egregio dott. Raso,
la seguo con vivo e "morboso" interesse dai tempi del "Cannocchiale". Dopo lungo penare tra una libreria e l'altra sono riuscito a reperire il suo preziosissimo libro. È veramente indispensabile per sciogliere i dubbi che, immancabilmente, ti assalgono quando devi scrivere "in fretta". L'ho fotocopiato, rimpicciolendolo perché entri nelle tasche della giacca, e lo porto sempre con me. Dal suo libro si apprendono cose "impensabili" come, per esempio, che gli abitanti di Tokyo si chiamano "edochiani" e queli dell'Ecuador "ecuadoriani" e non ecuadoregni, come si sente e si legge, spesso, sulla stampa. Ho appreso che "fuorilegge", in grafia unita, sta per bandito; in due parole, invece, quando il termine indica la contravvenzione a una norma: un comportamento "fuori legge". Ho appreso anche che "defatigante" e "defaticante" non sono l'uno sinonimo dell'altro, ma hanno significati completamente diversi (i vocabolari in mio possesso non ne fanno menzione). Sento, quindi, il bisogno di ringraziarla pubblicamente per il suo encomiabile lavoro.
Gradisca i miei sentimenti di stima e di ossequio.
Carlo S.
Piacenza
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Gentilissimo Carlo, sono io che debbo ringraziarla per le sue bellissime parole. Sono veramente contento: la mia "fatica" è stata apprezzata.

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La parola che proponiamo oggi (non attestata nei vocabolari dell'uso) è: tranèglio. Sostantivo maschile. Sta per capriccio, arzigogolo, ghiribizzo.

venerdì 6 giugno 2014

Essere un uom da sarti

Moltissimi amici blogghisti si imbatteranno - probabilmente - per la prima volta in quest'espressione anche se, inconsciamente, l'hanno "sperimentata" sulla loro pelle. Chi è, dunque, un uomo da sarti? Una persona che non vale nulla. L'origine - ci sembra intuitiva - si fa risalire ai tempi in cui i sarti tenevano (e tengono tuttora) nella loro bottega dei manichini di legno che servivano (e servono) loro da modelli per provare i vestiti, cosí come i parrucchieri avevano busti e teste di legno per acconciarvi i parrucchini. In senso figurato, quindi, un uomo da sarto è un uomo che non vale nulla perché ha la testa di... legno. Con significato affine si adopera anche l'espressione «essere un uomo di cenci» o un pupazzo. Quest'ultima locuzione si rifà alle feste profane in cui si rappresentavano dei personaggi fatti di cenci e si portavano in processione per le strade dei paesi. L'espressione si trova nel «Decamerone» del Boccaccio, dove possiamo, infatti, leggere: «Il Re, che sino allora era stato un huomo di cenci, e uno scimunito, parve ch'e' si destasse da un gran sonno». È evidente che "huomo di cenci" sta, per l'appunto, per un "uomo che non vale nulla".

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Su molti giornali abbiamo letto, durante le ultime competizioni elettorali, che la signora Y "è stata eletta deputato del parlamento europeo". La frase in oggetto presenta due errori marchiani: uno di grammatica, l'altro, diciamo di... concetto. Il primo è che deputato ha il femminile regolarissimo: "deputata". La deputata Maria Cicogna, quindi. E veniamo al secondo: si dice deputato "a", non "di". Perché? Perché deputato è il participio passato del verbo "deputare" che significa "destinare, assegnare a un determinato ufficio".  Deputato "al" parlamento, vale a dire "assegnato, destinato al parlamento".

mercoledì 4 giugno 2014

Il colmo...



Due parole sul vocabolo “colmo”, che può essere tanto sostantivo quanto aggettivo e con due distinti significati: “parte piú alta di una prominenza” (sostantivo) e “pieno fino all’orlo” (aggettivo). L’origine, però, è un po’ diversa. Il sostantivo, che in senso figurato si adopera anche per indicare il “grado piú alto che è possibile pensare, immaginare o raggiungere” è il latino “culmen, culminis”: il colmo della vita (l’età matura). Con lo stesso nome - e chi non lo sa? - si indica anche un particolare tipo di indovinello che si risolve, nella maggior parte dei casi, in un bisticcio di parole. Per quanto attiene all’aggettivo bisogna rifarsi, invece, al participio passato sincopato del verbo colmare:
 colm(at)o. La sincope, è bene ricordarlo, è la caduta di una o piú lettere nel corpo di una parola. Nel caso specifico da “colmato” sono cadute la “a” e la “t” (ed è rimasto colmo). Si veda anche qui.


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La parola del giorno (di ieri) proposta da “unaparolaalgiorno.it”:  postumo.