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mercoledì 30 aprile 2014

Supplire: "al" o "il"?

Due parole, due, su questo verbo perché abbiamo notato che sulla carta stampata ora si legge "supplire al" ora "supplire il". Qual è la forma corretta? Entrambe. Questo verbo, dunque, che si coniuga con l'infisso "-isc-" tra il tema e la desinenza (in alcuni tempi e modi) può essere tanto transitivo quanto intransitivo ed essere seguito, quindi, sia dall'articolo "il" sia dalla preposizione articolata "al". Ovviamente a seconda dei casi, non tirando la monetina. È intransitivo quando significa "sopperire", "provvedere a colmare (qualcosa)"; è transitivo quando sta per "sostituire (qualcuno)". Alla luce di questo distinguo diremo, quindi, che il tale suppliva con la volontà "alla" scarsezza dei mezzi, lo adopereremo, cioè, intransitivamente; mentre dobbiamo dire che l'altro suppliva "il" collega assente in quanto lo sostituiva. In questo caso, dunque, il verbo in oggetto è usato in senso transitivo. Abbiamo letto, sulla stampa, una frase che ci ha fatto rabbrividire: suppliva "al" ministro assente.

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La parola del 28 scorso proposta da "unaparolaalgiorno.it": locupletare. E quella proposta da questo portale: agrofilàce (non attestata, però, nei vocabolari dell'uso).

martedì 29 aprile 2014

«Settimanare»

Siamo stati sbeffeggiati per aver proposto ai lessicografi di mettere a lemma nei vocabolari il neologismo settimanare (trascorrere una settimana). Per costoro è ridicolo e improponibile...
Noi, imperterriti, insistiamo: è un neologismo lessicale ben formato, per analogia con estatare. Quest'ultimo verbo si trova anche nel Palazzi e nel GDU. Possiamo dire tranquillamente - a nostro modo di vedere - che «Pasquale e Antonietta, nella prossima stagione sciistica, andranno a settimanare in Val Gardena».


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La parola che proponiamo oggi è: ofidismo. Sostantivo maschile con il quale si indica l'avvelenamento dovuto al morso di un serpente. È tratto dal greco "òphis", serpente.



lunedì 28 aprile 2014

L'ortoepia

A proposito dell'accento che prendono le vocali "i" e "u" (nostro intervento di venerdí scorso), segnaliamo questo portale che può interessare a coloro che aspirano ad avere una corretta pronuncia delle parole.
Peccato, però, che i giorni della settimana riportino l'accento grave sulla "i".
Abbiamo segnalato l' «errore», vi informeremo se avremo una risposta.


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La parola proposta da "unaparolaalgiorno.it": trasalire. Si faccia attenzione, in proposito, alla coniugazione, che non è come salire, ma come tradire. Io trasalisco, quindi, non trasalgo.

sabato 26 aprile 2014

La diatesi

Oggi vogliamo parlare di un termine linguistico poco conosciuto perché ignorato dai sacri testi o, per lo meno, non trattato sufficientemente: la diatesi.
Non lasciatevi "intimorire" dal nome, che forse sentite per la prima volta, l'argomento è piú semplice di quanto si possa immaginare. Con il termine "diatesi", tratto dal greco "diàthesis", derivato di "diatithémai" ('disporre'), composto di "día" (attraverso) e "dithèmai" (porre), si intende il genere del verbo e la sua "disposizione" attraverso le sue flessioni. Cerchiamo di spiegarci meglio. La diatesi indica la categoria grammaticale del verbo che esprime il rapporto di relazione che intercorre tra il verbo stesso e il soggetto agente e a cui corrisponde una flessione verbale specifica. La diatesi, insomma, in termini "terra terra", è la comune forma di un verbo, che può essere attiva, passiva e riflessiva e indica - come si diceva - il rapporto del verbo con il soggetto e l'oggetto. Semplice, no? La diatesi è attiva, quindi, quando il soggetto coincide con l'agente dell'azione (il medico visita l'ammalato); passiva quando l'agente non è il soggetto stesso (il malato è visitato dal medico); riflessiva quando l'azione ricade sul soggetto che diventa, nello stesso tempo, oggetto (Giulio si lava).La diatesi passiva e quella riflessiva - ci sembra superfluo ricordarlo - si possono avere solo con i verbi transitivi: lodare, "sono lodato" (diatesi passiva); lavare, "mi lavo" (diatesi riflessiva). A questo punto non si confonda, per carità, la diatesi linguistica con quella medica (l'«origine etimologica» è la medesima), che è la "disposizione", vale a dire la capacità individuale di ogni corpo a contrarre, sopportare e superare ogni malattia. Da parte nostra, cortesi amici, ci auguriamo che voi siate in grado di "diatesizzare", cioè di sopportare pazientemente le nostre modeste disquisizioni sulla lingua.

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Ci piacerebbe che i lessicografi prendessero in considerazione,  mettendolo a lemma nei vocabolari, un nostro modestissimo neologismo: settimanare (trascorrere una settimana). Luigi, il prossimo inverno, andrà a settimanare a Cortina.

venerdì 25 aprile 2014

Troglodito? Per carità, troglodita!

La parola che proponiamo oggi è: troglodita. La segnaliamo perché molte persone credono che sia un aggettivo della prima classe: troglodito, maschile singolare; troglodita, femminile singolare; trogloditi, maschile plurale e troglodite, femminile plurale. No, amici, attenzione: il termine corretto è troglodita, sostantivo maschile e femminile. L'aggettivo corrispondente è trogloditico il cui plurale è trogloditici. Era chiamato troglodita l'uomo che abitava nelle caverne. Oggi si adopera per indicare una persona rozza, ignorante, primitiva, che si comporta, appunto, come gli uomini delle caverne.

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Numerosi amici blogghisti ci hanno scritto, in privato, domandandoci per quale ragione, nei nostri articoli, mettiamo l'accento acuto (/) sulle vocali "i" e "u" anziché l'accento grave, comunemente in uso. Le persone interessate potranno trovare la risposta cliccando qui
In proposito stupisce il constatare che Roberta Volpi scriva che l'accento grave si mette sulla "i" e sulla "u" perché hanno un suono aperto. Ci piacerebbe che la stessa ci facesse qualche esempio di parole contenenti le vocali "i" e "u" con suono "aperto". Le predette vocali hanno un unico suono. 
"Ultim'ora". Ancora piú "stupefacente" il titolare di questo portale, dove si legge che «le vocali a, i, o, u hanno sempre l'accento grave. Per costui, quindi, tra la bótte e le bòtte non vi è differenza di suono.

giovedì 24 aprile 2014

Friúli, non Fríuli

Abbiamo sempre denunciato la "pochezza linguistica" di taluni mezzibusti televisivi ai quali viene affidata la conduzione dei telegiornali, pagati con i soldi dei teleutenti i quali, appunto perché pagano, hanno il sacrosanto diritto di pretendere un'informazione corretta; sotto il profilo linguistico, intendiamo. La faziosità è sempre in agguato, ma in questa sede non ci interessa. Ci interessa, dicevamo, la correttezza linguistica, nella fattispecie l'ortoepia (corretta pronuncia) delle parole. Molto spesso, per non dire sempre, i giornalisti radiotelevisivi pronunciano il nome della regione friulana in modo errato: Fríuli (con l'accento sulla "i", anziché slla "u"). La pronuncia corretta è, dunque, quella piana (accento sulla "u") perché si deve rispettare l'origine latina del nome, che risale al "Forum Iulii", l'antica denominazione dell'odierna Cividale. I mezzibusti televisivi che, imperterriti, continuano a pronunciare il nome della regione con l'accentazione sdrucciola, ossia con l'accento sulla "i", dimostrano, per tanto, di non conoscere la geografia (del nostro Paese) né - cosa ancor piú grave - la lingua italiana. Che qualche cosí detto scrittore di grido abbia usato e usi la forma sdrucciola non giustifica la ritrazione dell'accento, che deve considerarsi, "a tutti gli effetti della legge linguistica", assolutamente arbitraria. Come abbiamo sostenuto - e sosteniamo - non sempre gli scrittori sono anche valenti... linguisti.

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Buongiorno,
oggi mentre navigavo, ho notato che sulla pagina di Wikipedia alla voce "Pasta" è riportata la seguente descrizione: «Il termine pasta, come sineddoche di pastasciutta, può anche indicare un piatto dove la pasta alimentare sia l'ingrediente principale, accompagnato da una salsa, da un sugo o da altro condimento.».
Leggendo mi è subito sorto il dubbio di dove stesse la sineddoche, poiché la relazione di tipo quantitativo tra "pasta" e "pastasciutta" mi sfugge.
La ringrazio nel caso decidesse di dissipare il mio dubbio.
Cordialmente,
Gary
(Località non specificata)
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Cortese Gary, spero di spiegarmi esaurientemente. La sineddoche sta proprio nel termine "pasta". Questa figura retorica (sineddoche) non necessariamente deve esprimere un "rapporto quantitativo", può indicare anche il "trasferimento di significato basato su una relazione di estensione" (ed è il caso di "pasta/pastasciutta"). Si ha la sineddoche, insomma, anche quando si usa una parola invece di un'altra che contiene quella stessa idea (la pasta non contiene l'idea di pastasciutta?).

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Abbiamo il piacere di segnalare, agli amici che seguono le nostre noterelle, un dizionario con curiosità e informazioni utili.

martedì 22 aprile 2014

Rapinare



Ci dispiace dover censurare – ancora una volta – la lingua degli operatori dell’informazione, i quali hanno il gravoso compito – a nostro modo di vedere – di educare le “masse”, non solo, ovviamente, di informarle. I “massinforma”, cioè i giornali e le radiotelevisioni, hanno il dovere di divulgare la lingua correttamente perché sono, per l’appunto, i “dispensatori” del nostro idioma: i giornali (ma non solo) entrano in tutte le case e circolano, quindi, anche tra le persone “linguisticamente sprovvedute” e, in quanto tali, non sono in grado di capire se ciò che leggono (o ascoltano) è grammaticalmente corretto. Per costoro ciò che scrive la stampa è vangelo. Purtroppo, per loro, non è cosí, soprattutto sotto il profilo linguistico. I mezzi di comunicazione di massa hanno, per tanto, una responsabilità non indifferente per quanto attiene al degrado del nostro idioma, “gentil, sonante e puro”, per dirla con l’Alfieri. Una riprova? Prendete il verbo “rapinare”. Questo verbo, dunque, non è mai adoperato correttamente, vale a dire in modo transitivo. Leggiamo sempre frasi del tipo «la vecchina è stata aggredita da alcuni malviventi e rapinata della pensione»; quella preposizione articolata “della” è tremendamente errata. Perché? È presto detto. Rapinare viene dal latino “rapina”, tratto, a sua volta, da “rapere” (‘portar via’, ‘strappare’) ed essendo solo transitivo si costruisce esclusivamente con il complemento oggetto: rapinare “una” banca; rapinare “i” gioielli; rapinare tre miliardi; rapinare varie centinaia di milioni e via dicendo. Alla luce di quanto sopra, quindi, la frase-tipo corretta è «la vecchina è stata aggredita da alcuni malviventi che le hanno rapinato “la” pensione». Rapinare, insomma, significando “sottrarre”, “portar via” si costruisce con il complemento oggetto. Alcuni vocabolari – come il solito – ammettono, con la nota “meno corretto”, l’uso intransitivo e noi, come sempre, non ci stancheremo mai di dire che in lingua un uso o è corretto o non lo è. Non può essere “corretto a metà”.

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La parola che proponiamo oggi è: monetare. Verbo transitivo e intransitivo.





lunedì 21 aprile 2014

La sorpresa




La parola di ieri, sorpresa, proposta dallo Zingarelli, ci ha richiamato alla mente un nostro vecchio articolo che riproponiamo, con la speranza di fare cosa gradita ai nostri gentili lettori.

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Forse pochi sanno che quando saldiamo un conto, un debito o facciamo un'operazione di aritmetica, sommando i numeri, non facciamo altro che un'operazione di aggiustamento.

domenica 20 aprile 2014

Auguri


Una serena Pasqua alle gentili amiche e cortesi amici che seguono, con assiduità, le nostre modeste noterelle sul corretto uso della tanto amata lingua italiana.

sabato 19 aprile 2014

La verità viene sempre a galla

Questa locuzione - il cui significato non abbisogna assolutamente di spiegazioni - dovrebbe esser particolarmente nota agli amici lettori siciliani in quanto il detto è nato nella loro bellissima terra. Vediamo, comunque, l'origine del modo di dire. Secondo una leggenda, che si perde nella notte dei tempi, nei pressi di Adrano (Catania), una graziosa cittadina ai piedi dell'Etna, c'erano moltissime sorgenti che scaturivano dalla roccia lavica. E qui, sotto gli occhi minacciosi del dio Adrano (antica divinità siciliana venerata nella zona orientale dell'isola, alle falde del vulcano), venivano condotte le persone accusate di gravissimi delitti per essere giudicate: si gettava in acqua un materiale pesante e resistente sul quale veniva inciso il nome del "giudicando" o la sua dichiarazione di assoluta innocenza. Se il pesante materiale affondava l'imputato veniva condannato a morte perché ritenuto spergiuro; in caso contrario, cioè se il materiale galleggiava, il reo veniva assolto "con formula piena" perché la verità era venuta a... galla. Da questa popolare leggenda, va da sé, è nata l'espressione - notissima - "la verità viene sempre a galla".

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Un altro verbo che ci piacerebbe fosse "riesumato" e rimesso a lemma nei vocabolari: famare. Verbo transitivo della I coniugazione, significa "dar fama" a qualcuno, in particolare divulgare le opere del "famando".

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
1.    Marina scrive:
Non ottenendo da lei una risposta. “Da lei” che complemento è?
Grazie
2.    linguista_1 scrive:
Complemento d’agente.
Marcello Ravesi
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Il complemento d’agente è retto da un verbo passivo, dissentiamo, per tanto, dal dr Ravesi. In questo caso – a nostro avviso – si può parlare di un complemento di provenienza: non ottenendo una risposta (proveniente) da lei o, un po’ forzatamente, forse, di un complemento di limitazione: tutti hanno risposto, lei no.

venerdì 18 aprile 2014

(Fare una cosa) Nei ritagli di tempo

Chi non conosce questo modo di dire, che in senso figurato significa svolgere dei lavori nelle ore lasciate libere dalle occupazioni principali, oppure nei momenti di "pausa" tra un'occupazione e l'altra? Alcuni linguisti ritengono che l'espressione sottintenda che il tempo a disposizione sia veramente poco, quasi fosse letteralmente ritagliato da un pezzo di stoffa. La locuzione, invece, ha origini piú nobili in quanto è il latino "horae subsicivae" o "subsiciva tempora". L'aggettivo "subsicivus" era, propriamente, un termine tecnico dell'agronomia e indicava i "ritagli" di terreno che avanzavano dopo la misurazione e l'assegnazione dello stesso. Il suo uso figurato nei confronti delle porzioni ('ritagli') di tempo non occupate dal "negotium" (lavoro) era molto frequente nel latino classico; si diceva, infatti, "subsicivum tempus" o "subsiciva tempora" ("horae subsicivae") per indicare qualche attività che veniva svolta nelle ore libere da impegni. Oggi - come sappiamo tutti - questa locuzione ha "preso piede" e si adopera soprattutto a proposito di 'lavori' svolti nei ritagli di tempo, a mo' di... passatempo, di svago.

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Due parole sulla concordanza dell'aggettivo. Quando in una proposizione vi sono due o piú sostantivi l'aggettivo, è ovvio, prenderà la forma del plurale: questo libro e questo quaderno sono veramente belli. Se i sostantivi sono di genere diverso l'aggettivo plurale sarà di genere maschile: questo libro, questa penna e questo quaderno sono veramente belli. Ciò che non tutti i sacri testi riportano - se non cadiamo in errore - è la "regola" secondo la quale se in una frase l'ultimo sostantivo è di genere femminile plurale l'aggettivo si può concordare con il femminile: approcci, meriti e indagini rigorose (ma anche, naturalmente, rigorosi). Questa regola, però, si può applicare solo se i sostantivi sono astratti. 

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Il plurale di madrelingua secondo il "Treccani" è madrilingue
madrelìngua (anche madre lìngua) s. f. (pl. madrilìngue, o madri lìngue). – La lingua materna, cioè la lingua appresa o comunque parlata dai genitori o antenati; in genere, per chi risiede all’estero, la lingua del Paese d’origine.

In grafia univerbata (tutta attaccata) il solo plurale corretto è madrelingue. Abbiamo segnalato l'errore alla redazione, ma invano...

mercoledì 16 aprile 2014

Molto migliore? Sí, molto migliore

Colendissimo dr Raso,
è veramente uno strafalcione dire (e scrivere) "molto migliore", come sostiene l'insegnante di mia figlia (IV ginnasio)? La docente ha censurato, infatti, un "molto migliore" che la mia figliola aveva scritto in un componimento.
Complimenti per il suo meraviglioso "servizio" e grazie in anticipo se avrò una risposta.
Antonino L.
Prato
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Cortese Antonino, no, non è uno strafalcione e mi dispiace per la scarsa preparazione linguistica della docente. Troverà una risposta piú articolata in un mio vecchio intervento sul "Cannocchiale". Clicchi qui.

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La parola che proponiamo oggi è: irrefragabile. Aggettivo che significa "che non si può contestare, confutare", quindi "innegabile" e simili.

martedì 15 aprile 2014

Autunnare

Tra le parole che a nostro avviso andrebbero "rispolverate" e rimesse a lemma nei vocabolari segnaliamo il verbo autunnare. È attestato nelle correzioni e aggiunte del vocabolario degli accademici della Crusca.

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Esser della compagnia della lesina

I lettori che per motivi professionali hanno condotto o conducono una "vita di società" si saranno imbattuti o si imbattono, senza ombra di dubbio, in qualche persona appartenente "a pieno merito" alla Compagnia della lesina. Chi sono i componenti di questa compagnia? È presto detto: le persone avarissime. La lesina - sarà bene dirlo subito, per coloro che non lo sapessero - è uno strumento adoperato dai ciabattini per la cucitura di tomaie e suole. Ma cosa ha che fare con l'avarizia? Vediamolo assieme. La lesina è divenuta simbolo dell'avarizia grazie a un'opera burlesca pubblicata a Venezia nel XVI secolo, il cui autore, tal Vilardi, vi narra di una compagnia di avari che avevano per emblema una lesina, acquistata per aggiustarsi le scarpe da sé. L'espressione, quindi, è una metafora tratta dal "capolavoro" del Vilardi. Crediamo sia interessante sapere anche che l'origine della lesina non è latina, sibbene germanica, "alesna", e che il verbo lesinare, vale a dire "fare eccessive economie" deriva, per l'appunto, dalla lesina: Giovanni, ti prego, non lesinarmi il centesimo!

lunedì 14 aprile 2014

Dimagrare

Il verbo che avete appena letto appartiene alla schiera dei verbi sovrabbondanti, vale a dire che può avere due coniugazioni: la prima (dimagrare) e la terza (dimagrire). Quest'ultima è la piú comune e si coniuga inserendo l'infisso "-isc-", tra il tema e la desinenza, in alcuni modi e tempi, nel corso della coniugazione. Volendo "pignoleggiare", però, possiamo dire che "dimagrare" sta per 'rendere magro', "dimagrire" per 'diventare magro". Alcuni vocabolari attestano dimagrare solo come transitivo: le lunghe malattie lo hanno molto dimagrato; dimagrire, invece, può essere tanto transitivo quanto intransitivo: Luigi, seguendo scrupolosamente la dieta, è dimagrito di 15 chilogrammi.
Consigliamo agli amici che amano la buona lingua di seguire ciò che dice il DOP (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia).

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La parola del giorno (di ieri) proposta da "unaparolaalgiorno.it": schermaglia.

domenica 13 aprile 2014

Son finite le messe a S. Gregorio

Questo modo di dire - probabilmente piú conosciuto a Roma che nel resto del Paese - si tira in ballo quando si vuol mettere in particolare evidenza il fatto che non c'è piú rimedio a una determinata cosa, tutto è finito; i giochi, insomma - come usa dire - sono ormai fatti. Alcuni studiosi di "cose liturgiche" ritengono che la locuzione sia di provenienza prettamente romana e derivi dal privilegio di cui godeva - nei tempi andati - la chiesa di S. Gregorio al Celio dove si poteva celebrare una messa un'ora dopo mezzogiorno, per puro comodo dei ritardatari. Da questo privilegio - per altro non provato - il popolo avrebbe coniato la suddetta espressione a significare, appunto, che "tutto è finito", "non c'è nient'altro". Altri studiosi sostengono, invece, che la locuzione sia giunta a noi dalla celebre messa gregoriana che - secondo una pia credenza - ha il potere di liberare un'anina dal purgatorio.

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La parola che proponiamo oggi è: naumachía. Sostantivo femminile adoperato, attualmente, per indicare una finta battaglia navale a scopo di spettacolo.

sabato 12 aprile 2014

Berlina e... berlina

Ecco un'altra parola omografa e omofona (il nostro idioma è ricco di parole di questo genere) ma con significati e "origine etimologica" diversi: berlina. Diamo la "parola" a Ottorino Pianigiani, che ci spiegherà, magistralmente, i significati e l'origine.

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Due parole su un verbo non comune: insolentire. Questo verbo, deaggettivale, può essere tanto intransitivo quanto transitivo e a seconda del significato, nei tempi composti, prende l'ausiliare essere o avere. Quando sta per "diventare insolente" si coniugherà con "essere": Giovanni, crescendo, è insolentito. Prenderà l'ausiliare "avere" quando vale "adoperare parole insolenti", "inveire contro qualcuno": Giuseppe, essendo stato contraddetto, ha insolentito contro tutti i presenti. In quest'ultimo caso si può costruire anche transitivamente significando, appunto, "offendere", "oltraggiare" e simili: Giuseppe, essendo stato contraddetto, ha insolentito tutti i presenti.

giovedì 10 aprile 2014

Nottare

Gentilissimo dott. Fausto Raso,
ho scoperto da poco il suo preziosissimo sito e l'ho subito messo, ovviamente, tra i preferiti. Le scrivo per un quesito che, spero, vorrà accogliere. Avrei bisogno di sapere se esiste un verbo atto a indicare quando fa notte. Finora ho sempre scritto e detto "è notte" oppure "fa notte". Se esiste un verbo proprio vorrei usare quello.
Grazie in anticipo e complimenti per il suo meraviglioso portale.
Diego A.
Terni
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Cortese Diego, sí, c'è il verbo che fa alla bisogna: annottare. È un verbo impersonale, naturalmente; nei tempi composti vuole l'ausiliare essere. D'inverno annotta presto. C'è anche la variante "aferetica" nottare, ma non è a lemma nella maggior parte dei vocabolari.

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Due parole sul corretto uso di oltre. Quando significa "di là da" si unisce direttamente al sostantivo tramite l'articolo (senza alcuna preposizione): la casa che cerchi è oltre il fiume. Quando sta per "per di piú" richiede la congiunzione "che" o la preposizione "a": Luigi oltre che / a non capire nulla vuole avere ragione sempre. In funzione di prefisso si salda, generalmente, alla parola: oltretomba.

mercoledì 9 aprile 2014

Malandrino




La parola del giorno proposta da "unaparolaalgiorno.it": malandrino.

martedì 8 aprile 2014

Demolire...

Un'interessante disamina  di Aldo Gabrielli sul corretto uso del verbo "demolire".
(Demolire) ha un preciso significato: "abbattere una massa" (...); quindi "atterrare", "distruggere una fabbrica, un muro". Si riferisce a cose materiali. I Francesi, coi loro arditi traslati, lo riferiscono anche alle cose morali, e noi a seguirli. Chi tenga alla proprietà del linguaggio dica "demolire una casa, un ponte" ma non dica "demolí l'avversario con poche parole", "mi ha vilmente demolito presso i colleghi" e simili; in questo senso l'italiano ha molti e appropriati verbi: "abbattere, distruggere, disfare, annientare,disonorare, diffamare, screditare, menomare, rovinare, annichilire, stroncare" e vari altri.
I vocabolari, compreso il suo (ovviamente ritoccato), a questo riguardo tacciono...

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La parola che proponiamo oggi è: geenna. Sostantivo femminile invariabile. Sinonimo di inferno.

lunedì 7 aprile 2014

Essere: predicato verbale o nominale? (2)

Il linguista di "Repubblica" ha risposto alle nostre osservazioni riguardo al verbo essere.
Riportiamo le nostre considerazioni e la sua risposta:
  1. Fausto Raso scrive:
    Pregiatissimo dr Ruggiano, dubito che nella frase riportata da Zara si possa parlare di predicato verbale riferito a “è”. Il verbo essere è copula.
    Diventa predicato verbale quando assume i significati di “esistere”, “stare”, “appartenere”,
    “rimanere”, “trovarsi”. Non credo, quindi, che nella frase in oggetto si possa ravvisare nel verbo essere (è) uno dei suddetti significati. Il predicato verbale, inoltre, si ha con qualunque verbo avente un senso compiuto: Luigi lavora; Mario cammina; Sofia è partita. Il verbo essere invece, da solo (quando non ha i significati suddetti), non ha alcun senso compiuto. “Il barattolo è” non ha alcun senso; aggiungendo “di plastica” il verbo essere (è) acquisisce un significato (ci dice qualcosa sul soggetto), pertanto è copula.

  2. linguista_1 scrive:
    È vero. Nella frase in questione il verbo essere ha la funzione di copula. Molte grammatiche contemplano solamente il caso della copula seguita dalla parte nominale rappresentata da un nome o un aggettivo. Se, però, si attribuisce alla copula la funzione di introdurre una qualificazione del soggetto, questa qualificazione può prendere la forma anche di un sintagma preposizionale.
    Fabio Ruggiano

domenica 6 aprile 2014

Essere: predicato verbale o nominale?

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
  • Zara scrive:
    posso avere per favore l’analisi logica di ‘il barattolo è di plastica”?grazie mille
  • linguista_1 scrive:
    Il barattolo: soggetto;
    è: predicato verbale;
    di plastica: complemento di materia.
    Fabio Ruggiano
  • ---------
  • Pregiatissimo dr Ruggiano, dubitiamo che nella frase riportata da Zara si possa parlare di predicato verbale riferito a “è”. Il verbo essere è copula. Diventa predicato verbale quando assume i significati di “esistere”, “stare”, “appartenere”,“rimanere”, “trovarsi”. Non crediamo, quindi, che nella frase in oggetto si possa ravvisare nel verbo essere (è) uno dei suddetti significati. Il predicato verbale, inoltre, si ha con qualunque verbo avente un senso compiuto: Luigi lavora; Mario cammina; Sofia è partita. Il verbo essere invece, da solo (quando non ha i significati suddetti), non ha alcun senso compiuto. "Il barattolo è" non ha alcun senso; aggiungendo "di plastica" il verbo essere (è) acquisisce un significato (ci dice qualcosa sul soggetto), pertanto è copula. 
    Se il linguista risponderà alle nostre osservazioni, perché infondate, sarà nostra cura informarvi.

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    Tra le parole che ci piacerebbe fossero rimesse a lemma nei vocabolari segnaliamo il verbo accrostellare, vale a dire "formare una crosta": la ferita si è accrostellata.
  • sabato 5 aprile 2014

    Essere una mezza calzetta

    I lettori campani, napoletani in particolare, dovrebbero conoscere benissimo questo modo di dire riferito a una persona di scarsissimo valore e competenza in un determinato campo, che, però, presuntuosamente (e con arroganza) si ritiene importantissima e affatto esperta. Di "mezze calzette" sono piene le scuole, gli uffici e le aziende. Ognuno di noi, quindi, è stato o sta "in contatto" quotidianamente con questi figuri. Ma perché la locuzione dovrebbe essere conosciuta soprattutto in Campania? Semplice, perché sembra che questo modo di dire sia nato a Napoli. Vediamo. Quando tra la fine dell'Ottocento e gl'inizi del Novecento vennero di moda, per le donne, le calze di seta poche potevano permettersele perché il loro prezzo era altissimo. Furono cosí inventate -  sembra nel Napoletano, appunto - le "mezze calzette". Queste calze erano molto piú "abbordabili" perché di seta avevano solo la parte inferiore, il resto era di semplice cotone, che, però,  restava "nascosto" grazie alla lunghezza delle gonne. L'espressione è passata, in seguito, a indicare - con uso metaforico - una persona di poco valore e presuntuosa, insomma, una... "mezza calzetta". E a proposito di calze, come non ricordare l'espressione - per la verità di uso prettamente popolare - "tirare le calze", vale a dire morire? Non avete mai sentito dire: «Poverino, dopo tanto soffrire ha tirato le calze»? In locuzioni del genere - si intuisce - le calze stanno per "gambe", con chiara allusione ai movimenti convulsi (delle gambe) che possono compiere alcune persone mentre esalano l'ultimo respiro. 

    venerdì 4 aprile 2014

    Il «suppletivismo»

    Gentilissimo dott. Raso,
    la ringrazio veramente di cuore per la risposta sulla corretta grafia di "scalfittura", dal suo ineguagliabile sito c'è sempre da imparare. Avrei un altro quesito da porle, approfittando della sua "leggendaria" disponibilità.
    Perché il verbo "uscire" muta, nel corso della coniugazione, la "u" in "e"? Perchè, insomma, "io esco" ma "voi uscite"?
    Grazie ancora per la sua cortesia.
                                       Ivano S.
                                Frosinone
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    Caro amico, lo stesso quesito mi fu posto, tempo fa, da una cortese lettrice di Sondrio. Potrà trovare la risposta cliccando qui. Aggiungo, a quanto leggerà, che questo cambiamento che il verbo in questione "assume" nel corso della coniugazione si chiama, in linguistica, suppletivismo.

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    La parola che proponiamo oggi è: faldistorio (o faldistoro). Sostantivo maschile. Indica una sedia bassa, senza braccioli e senza schienale,  adoperata dagli alti prelati in alcune funzioni liturgiche. 


    giovedì 3 aprile 2014

    "ScalfiTura" o "scalfiTTura"?



    Cortese dott. Raso,
    potrebbe spiegarmi per quale  “oscuro” motivo  bisogna scrivere (e dire) “scalfittura” (con due ‘t’) se questo sostantivo proviene dal verbo “scalfire” il cui participio  passato è “scalfito” (con una ‘t’)?
    Grazie in anticipo, se prenderà in considerazione la mia richiesta.
    Cordialmente
    Ivano S.
    Frosinone
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    Gentile Ivano, per quale motivo non dovrei prendere in considerazione la sua richiesta, che non è affatto peregrina? Sí, effettivamente si dovrebbe dire “scalfitura”, come fa notare il linguista Ottorino Pianigiani nel suo “Dizionario etimologico”. Il sostantivo  in questione, però,  è stato fatto derivare dal participio passato di un verbo non piú in uso, “scalfiggere”, sulla scia di altri verbi di questo tipo come "trafiggere", “friggere”, “infliggere”, “confliggere” “affliggere” e altri i cui participi passati sono tutti in “-itto”.  Da scalfiggere, dunque, abbiamo “scalfitto” e da qui “scalfittura”.


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    Due parole sul verbo intransitivo “vaporare”, che nei tempi composti può prendere tanto l’ausiliare “avere” quanto l’ausiliare “essere”, ma non “ad capochiam”.  Prenderà l’ausiliare avere quando sta per “esalare vapore” (quando è stato tolto il coperchio il liquido ha vaporato); l’ausiliare essere quando  assume l’accezione di  “svanire” (non è stato trovato piú nulla: tutto era vaporato).

    mercoledì 2 aprile 2014

    Il "famigerato" qual è



    Navigando in rete ci siamo imbattuti nel forum linguistico del Corriere della Sera in rete – lo Scioglilingua – ora chiuso per la scomparsa del titolare, Giorgio De Rienzo. Una lettrice poneva il seguente quesito:

    Qual è? o qual'è? E' sorta una diatriba con un mio amico... io sostengo la prima (senza apostrofo) lui la seconda (nelle interrogative). Eventualmente in quali casi si può mettere l'apostrofo?
    Anna F.

    Il linguista rispondeva:
    Quale può avere un’elisione o un troncamento. Se è maschile c’è troncamento, se femminile c’è elisione. Potrà risolvere con precisione la sua diatriba con l’amico, se allargherà il contesto della frase.
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    No, amici, il prof. De Rienzo, in quell’occasione, ha avuto un attimo di “smarrimento”.  Quale si tronca anche davanti a un femminile: qual è la tua penna? Qual è il tuo libro?

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    La parola del giorno (di ieri) dello Zingarelli: burla/burletta  (dallo spagnolo, di etimologia incerta).

    Per il Pianigiani, invece…