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giovedì 30 gennaio 2014

Il truismo

La parola che proponiamo oggi è un termine linguistico di provenienza barbara: truismo. Sostantivo maschile che vale "verità ovvia". Si ha il truismo quando adoperiamo un sostantivo riferito a un'azione che già di per sé è riportata nella frase: i cantori cantavano; il lettore leggeva; lo sciatore sciava ecc. Perché il termine è barbaro? Perché è l'adattamento dell'inglese "truism", da "true", 'vero'.

martedì 28 gennaio 2014

A proposito di zeugma

Cortese dr Raso,
a proposito della garbata polemica sullo zeugma, mi sembra interessante riportare quanto scrive, in proposito, il linguista Leo Pestelli: «...Quando Dante scrisse "parlare e lagrimar vedrai insieme...", non fece grammaticalmente una buona figura, ma i retori, con una controfigura, quella dello "zeugma" o aggiogamento, consistente nel riferire un verbo a più parole diverse mentre per il senso non converrebbe propriamente che a una di esse, ci misero prontamente una toppa...».
Grazie dell'ospitalità
Maurizio T.
Imperia
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Grazie, gentile Maurizio. Io riporto uno zeugma  di Giacomo Leopardi: "porgea l'orecchio al suon de la tua voce / Ed alla man veloce / Che percorrea la faticosa tela...". Dove "porgea l'orecchio" è appropriato solo per "al suon de la tua voce" e non "alla man veloce".
Lo zeugma, insomma, si può definire "una figura retorica o grammaticale per cui un verbo che abbia un solo significato si fa valere per reggere parecchi predicati, ciascuno dei quali esigerebbe un verbo appropriato".

lunedì 27 gennaio 2014

(Un) Guazzabuglio



La parola di ieri proposta da "unaparolaalgiorno": guazzabuglio.

E quella segnalata da questo portale: cinocefalo. Aggettivo e sostantivo maschile. Indica una scimmia il cui muso assomiglia a quello del cane.

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
  
  Eliana scrive:
Gentile professore,
è corretto scrivere, come si legge nei titoli di coda dei film, “si ringrazia Carlo e Giulio” (anziché “si ringraziano”) oppure, come si legge nel romanzo Un uomo, “perché si leggesse i titoli e la data” (anziché “si leggessero”)?
Grazie per i preziosi chiarimenti!


2.    linguista_1 scrive:
La forma corretta è il plurale. Il singolare può essere usato per sottolineare che il soggetto, pur essendo composto da più elementi, è unitario. Questa scelta, quando ha valore retorico, viene detta zeugma; la ritroviamo, ad esempio, nella poesia Il lampo di Giovanni Pascoli: “E cielo e terra si mostrò qual era”.
Fabio Ruggiano
  1. Fausto Raso scrive:
Chiedo venia al dr Ruggiano, ma la risposta data ad Eliana (23 gennaio) non mi convince. Lo zeugma non è una figura grammaticale che consiste nel far dipendere da un unico verbo piú termini che richiederebbero ciascuno un verbo proprio? Nell’esempio del Pascoli il verbo “si mostrò” può andar bene sia riferito a cielo sia a terra («E cielo e terra si mostrò qual era»).
Ecco la risposta del dr Ruggiano che, nonostante la prestigiosa Treccani, continua a non convincermi:
  1. linguista_1 scrive:
    una figura retorica che consiste nel rapportare più membri coordinati e paralleli di una frase a un unico elemento che, in astratto, dovrebbe essere ripetuto per ciascuno di essi.
    Mi sembra che la fattispecie del verso pascoliano rientri nella definizione.
    Fabio Ruggiano
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Lo "zeugma" da "Sapere.it" (De Agostini):

n.m. [pl. -i] figura retorica consistente nel far dipendere da un unico termine due o più parole o enunciati, di cui uno solo è logicamente pertinente; p.e. parlare e lacrimar vedrai insieme (DANTE Inf. XXXIII, 9), dove vedrai si adatta soltanto a lacrimar, non a parlare

Dal lat. tardo zeugma, neutro, che è dal gr. zêugma ‘ciò che serve a unire, congiuntura’, deriv. di zeugnýnai ‘aggiogare, unire’.

Inoltre:
Luca Serianni (linguista, accademico della Crusca): Zeugma, costrutto ellittico per il quale un solo verbo regge non solo il termine proprio ma anche altri termini coordinati che richiederebbero verbi specifici: "parlare e lagrimar vedrai insieme" (Dante); invece di: "udrai parlare e vedrai lagrimare".

Maurizio Dardano - Pietro Trifone: (zeugma) si ha quando uno stesso termine è riferito a due o piú termini, mentre potrebbe connettersi con uno solo di essi (e riportano l'esempio dantesco). Vedrai si adatta bene a lagrimar ma non a parlar, perché le parole non si possono vedere.

Si veda anche qui.
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Riporto, per onestà, il contributo (sul quale continuo a dissentire) del dr Ruggiano:
  1. linguista_1 scrive:
    Ovviamente né Serianni né Dardano e Trifone sconfessano l’enciclopedia Treccani. Il problema sta piuttosto nel duplice ambito d’uso dello zeugma: quello da lei richiamato, semantico, è rappresentato dall’esempio dantesco (ne dà conto anche la Treccani, proprio con lo stesso esempio); quello da me richiamato è, piuttosto, formale, o sintattico, come nell’esempio: “Io andai a Napoli, Claudia a Palermo”, nel quale il verbo andai “aggioga” a sé tanto il soggetto di prima persona, io, quanto (indebitamente) quello di terza, Claudia. Nel verso pascoliano, l’unico verbo alla terza persona singolare che concorda con due soggetti rappresenta, nella mia interpretazione, quell’ “unico elemento che, in astratto, dovrebbe essere ripetuto per ciascuno di essi” della definizione.
    Fabio Ruggiano

sabato 25 gennaio 2014

Fare la manfrina

Gentilissimo signor Raso,
ho scoperto da poco (e per caso) il suo blog, utilissimo per sciogliere i dubbi linguistici che spesso ci assalgono. Ho notato, anche, che spesso spiega l'origine dei modi di dire della nostra lingua. Ed è proprio per conoscere la derivazione di uno di questi che ho deciso di scriverle: "fare la manfrina".
Grazie se non sarò cestinato.
Un cordiale ossequio
Arturo D.
Frascati
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Caro amico, perché mai dovrei cestinare la sua richiesta? La locuzione che le interessa è stata già trattata, può trovarla cliccando qui.

venerdì 24 gennaio 2014

Saltare e salire

Due parole due, su... due verbi "fratelli" che possono essere tanto intransitivi quanto transitivi e possono prendere entrambi gli ausiliari (essere e avere) a seconda del contesto: saltare e salire.
Cominciamo con il primo, che prenderà l'ausiliare avere se si considererà l'azione in sé stessa: la fanciulla ha saltato per tutta la giornata; l'ausiliare essere, invece, se si mette in evidenza l'azione del verbo in rapporto a un luogo di arrivo o di partenza: l'operaio è saltato dal tetto. Alcuni lo usano come sinonimo del verbo culinario "rosolare": carne saltata in padella e simili. Con questo significato rispecchia il francese "sauter". Chi ama il bel parlare e il bello scrivere lo aborrisca. E veniamo a salire. Per quanto attiene all'uso degli ausiliari valgono le medesime 'regole' riportate per il verbo fratello saltare: Giovanni ha salito senza mai riposarsi; l'operaio è salito sul tetto per ripararlo. Un'ultima annotazione. Le forme con l'infisso "-isc-" (salisco, salisce, saliscono, salisca ecc.) sono popolari e da evitare in buona lingua italiana.

giovedì 23 gennaio 2014

I confetti di Sisto V

Avete mai assaggiato, cortesi amici, i confetti di Sisto V? Certamente no. Questo genere di dolci, infatti, non si mangia; si “ammira” o si “ascolta”. Ci spieghiamo meglio. La nostra  lingua è ricca di modi di dire, tra questi ce n’è uno – forse poco conosciuto – “dare i confetti di Sisto V”, che si “mette in pratica” quando si vuol dare – all’improvviso – una cattiva notizia, oppure quando si vuole impartire una “lezione” a qualcuno – senza avvertirlo – riservandogli una brutta sorpresa. Questo modo di dire fa il paio con l’altro – indubbiamente piú conosciuto , ma meno “crudele” – “arrivare come un fulmine a ciel sereno”, cioè comunicare una notizia improvvisa, ma non necessariamente cattiva. La spiegazione di questa locuzione è intuitiva, mentre i “confetti di Sisto V” abbisognano di una  chiara interpretazione. Si racconta che papa Sisto V, stanco dei disordini e dei gravissimi delitti dei patrizi romani – da anni in lotta tra loro – un giorno invitò i capi delle varie fazioni a pranzo e alla fine del convivio  offrì  loro dei confetti  invitandoli, nel contempo, a guardare verso le finestre del salone, dicendo: «Ammirate le vostre torri, guardate come sono belle e fiorite!». Dalle torri di ogni famiglia patrizia pendevano, impiccati, molti dei loro satelliti. Da questo episodio nacque, probabilmente, il detto “papa Sisto non la perdonò nemmeno a Cristo”.

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La parola proposta oggi, da questo portale, è paralogismo. Sostantivo maschile. Si definisce cosí un ragionamento non veritiero.

mercoledì 22 gennaio 2014

(Il) Matterello



Matterello (o mattarello) è la parola proposta, oggi, da "unaparolaalgiorno.it". Si chiama cosí, chi non lo sa?, un utensile da cucina. Si presti attenzione alla pronuncia, che deve essere rigorosamente piana: utensíle.

martedì 21 gennaio 2014

Lo scannapane

  
La parola che questo portale propone oggi è: scannapane.Sostantivo maschile e femminile, invariabile. Si dice di persona buona a nulla, scansafatiche, parassita, buona solo a... mangiare.

domenica 19 gennaio 2014

Essere in balía di qualcuno

Per la spiegazione e l’origine di questo modo di dire che – come tutti sappiamo – significa “sottostare all’autorità, al potere assoluto di qualcuno”, occorre prendere il discorso alla lontana e rifarsi, come il solito, al… solito latino. Vediamo, dunque, che cosa è questa “balía”, che con il mutar d’accento cambia anche di significato, pur discendendo dalla stessa “madre”. Balia (senza accento sulla i, si badi bene) discende dal latino “bailus”, che significa “portatore”, “facchino”; il femminile “baiula” era, quindi la portatrice (di bambini). Il verbo “baiulare” significava, infatti, “portare pesi”, e i bambini – lo sappiamo benissimo – pesano. Con il trascorrere del tempo, attraverso l’uso traslato o figurato, si cominciò con il chiamare “bailus” colui che portava sulle spalle non un peso materiale sibbene morale.  Il termine, a questo punto, acquistò di volta in volta l’accezione di “tutore”, “precettore” (i tutori e i precettori portano sulle spalle il peso morale dell’educazione dei fanciulli) per arrivare, addirittura, al significato di… governatore. L’italiano “bailo” era, infatti, ai tempi della Repubblica di Venezia, il titolo che spettava agli ambasciatori della Serenissima accreditati in Turchia. I nostri cugini di Francia mutarono “bailo” in “baile”, dando questo titolo ai ministri di Stato e ai grandi dignitari di corte. La storia di questo “facchino”, però, non finisce qui. I discendenti dei Franchi da “baile” coniarono “bailli”, da cui il nostro “balí”, che dagli inizi del secolo XII fino a tutto il secolo XVII designava un alto ufficiale addetto all’amministrazione della giustizia in nome del re o dei vari signori. Dal francese “bailli” nasce, quindi, un nuovo sostantivo, “baillie”, attraverso il quale si indicava l’autorità, il potere e la funzione di questo personaggio. Ma non finisce ancora. L’italiano muta il termine gallico “baillie” in “balía” (con la i accentata, per distinguerlo da balia, che ha tutt’altro significato) e noi lo adoperiamo per tutto il periodo medievale per designare il potere assoluto conferito alle magistrature ordinarie. Balía, per tanto, con l’accezione di “potere”, “autorità” lo troviamo nell’espressione “essere in balía di qualcuno” e nei vari sensi figurati: “essere in balía delle onde”, “essere in balía del vento”.

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La parola che proponiamo oggi è: addebbiare.  Verbo transitivo di “uso agricolo”, tratto da debbio. Significa bruciare il terreno con i residui della mietitura al fine di ingrassarlo e renderlo fertile.

sabato 18 gennaio 2014

Pillole di (buona) lingua

Chi ama la lingua non segua l'esempio di taluni scrittori che fanno seguire il verbo preferire dalla preposizione di e un altro verbo all’infinito: preferisco di non esprimermi al riguardo; preferisco di dormire invece di andare a passeggio. L'uso "corretto" respinge la preposizione di: preferisco non esprimermi... Premesso che la lingua non si "fa a orecchio", non sentite come quella preposizione stoni... agli orecchi? Alcuni, addirittura, e questo è un vero e proprio errore, adoperano il verbo suddetto come una sorta di comparazione facendolo seguire dall'avverbio piú: preferisco piú l'automobile al treno. Si dirà, correttamente, preferisco l'automobile al treno; oppure, mi piace di piú l'automobile che il treno.

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È invalso l'uso, "non ortodosso", di adoperare la locuzione rispetto a...  come termine di paragone o di contrapposizione. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere non la usi, anche se c'è l' "imprimatur" di alcuni vocabolari. Una città, per esempio, è piú o meno bella di un'altra (non rispetto a un'altra); cosí come non si dirà che i sindacati rispetto agli industriali rivendicano piú investimenti; si dirà, "correttamente": i sindacati, nei confronti degli industriali, rivendicano piú investimenti.
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Le persone che amano scrivere e parlare correttamente dovrebbero prestare molta attenzione – a nostro avviso – sull’uso del verbo impegnare, adoperato molto spesso in modo improprio (con la “complicità” – sempre a nostro avviso – di alcuni vocabolari permissivi). Questo verbo, dunque, composto con il prefisso “in-” e il sostantivo “pegno”, propriamente significa dare qualcosa in pegno (anche metaforicamente): il Tizio ha impegnato tutti i mobili di casa per pagare il debito; ha impegnato il suo onore (uso metaforico) in questa faccenda. Non è adoperato correttamente – come molti fanno, alla testa i mezzi di comunicazione di massa – nel significato di “attaccare battaglia” (i soldati hanno impegnato una feroce battaglia); nel significato di “prenotare un tavolo” (ho impegnato un tavolo per domani sera); nel significato di “occupare una corsia” e simili (l’automobile ha impegnato la corsia di emergenza).

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"Avvenire" e "a venire" - a nostro  modo di vedere - non sono la "stessa cosa"; non si potrebbero adoperare indifferentemente. "A venire" è una locuzione con valore aggettivale; "avvenire" è un sostantivo. Scriveremo, dunque, l' "avvenire" dei giovani e gli anni "a venire", cioè gli anni futuri, che devono venire.

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La parola che proponiamo oggi è: docimasía. Sostantivo femminile. Indica il complesso degli esami medici per sapere se un feto è nato vivo.

venerdì 17 gennaio 2014

La lingua di "Porta a porta"

La redazione di "Porta a porta", generalmente, è molto attenta alla lingua. Ieri, invece, un titolo ci ha fatto sobbalzare sulla poltrona: "Dissento dal giudizio sul mio governo". Perché? Perché si dissente "su" qualcosa o "in" qualcosa da qualcuno. Il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: "Dissento 'sul' giudizio sul mio governo". Ci rendiamo perfettamente conto del fatto che le due preposizioni articolate "sul" avrebbero creato una frase cacofonica. Che cosa fare, allora? Semplicissimo: sostituire il primo "sul" con "nel". «Dissento "nel" giudizio sul mio governo». 

giovedì 16 gennaio 2014

Far fiasco

Quel giorno Paolino non vedeva l’ora di tornare a casa da scuola: doveva comunicare  al padre una bella notizia. Il componimento di italiano che aveva svolto in classe aveva ottenuto un successo straordinario; la maestra si era congratulata: «Bravo Paolino, il tuo tema è meraviglioso, un fiasco completo, complimenti». Non sapeva, il fanciullo, che l’insegnante voleva intendere tutto il contrario: quel “fiasco” stava a significare, appunto, uno sfacelo completo.  Il modo di dire “far fiasco” si adopera – come tutti dovrebbero sapere – quando si vuole mettere in evidenza l’insuccesso di qualcuno in un determinato campo. La locuzione potrebbe essere nata – secondo un fatterello raccontato da alcuni autori – da una disavventura occorsa all’Arlecchino bolognese, Domenico Biancolelli. Questi improvvisò un monologo intorno a un fiasco che aveva tra le mani, il pubblico, però, non rise. Il Biancolelli, non celando un certo disappunto, imputò la colpa del suo insuccesso al fiasco,  «è  tutta colpa tua», urlò, e gettò il fiasco dietro le spalle. Da allora l’espressione si adopera per indicare l’insuccesso di uno spettacolo teatrale e, per estensione, l’insuccesso di un qualunque lavoro. Altri autori, invece, farebbero derivare  la locuzione dal gergo dei soffiatori di vetro. Quando sbagliano nel “comporre” un recipiente al quale volevano dare una forma particolare finiscono con il trovarsi fra le mani una grossa bolla di vetro simile a un… fiasco. Di qui la metafora, appunto. Noi ci auguriamo di non far fiasco in queste modeste noterelle che, speriamo,  abbiano sempre il gradimento dei nostri gentili lettori.

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La parola che proponiamo oggi è: ingubbiare.  Sta per “mangiare avidamente”.






mercoledì 15 gennaio 2014

L'anadiplosi

Particolarmente interessante la parola proposta lunedí scorso dal sito "unaparolaalgiorno": anadiplosi. Questo termine, trattando esclusivamente di lingua, è, infatti, in linea con la filosofia di questo portale. Si veda anche qui.

Noi proponiamo un'altra parola: valetudinario. Di primo acchito il termine fa pensare a qualcuno o a qualcosa "di valore". Non è cosí. Il vocabolo, aggettivo e sostantivo, si riferisce a una persona malaticcia, di salute cagionevole.

martedì 14 gennaio 2014

Il complemento di fine (o scopo)

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
            luca scrive:
Nella frase: “Ti chiedo per favore una cortesia” la locuzione avverbiale” per favore” è un complemento predicativo del soggetto? Grazie
       linguista_1 scrive:
Complemento di fine.
Fabio Ruggiano
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Avevamo inviato questo commento, che è stato cassato:
Il dr Ruggiano mi perdonerà: non sono molto convinto che “per favore” sia un complemento di fine. Il complemento di scopo o fine indica il motivo (fine) per cui si compie l’azione: combattiamo “per il riconoscimento” dei nostri diritti. A mio avviso, “per favore” nella frase in oggetto è solo una locuzione avverbiale “di cortesia”.
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Il complemento di fine (o scopo) è un sostantivo (o altra parte del discorso adoperata in funzione di sostantivo) che indica il fine (o lo scopo) a cui tende l’azione espressa dal predicato verbale. «Giovanni, per favore, studia per il tuo bene». “Per il tuo bene” (e non per favore) è il complemento di fine. Non ci sembra verosimile che nella frase «ti chiedo per favore una cortesia» ‘per favore’ possa essere considerato un complemento di scopo. Attendiamo eventuali smentite.

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Il nostro commento è stato pubblicato nel sito di "Repubblica" con ritardo.
Riportiamo, per onestà, la risposta del dr Fabio Ruggiano:
  1. L’espressione è certamente percepita come una perifrasi avverbiale, ma ciò non vieta di analizzarla dal punto di vista dell’analisi logica (di cui più volte abbiamo messo in evidenza il formalismo). Da questo punto di vista l’espressione appare assimilabile ad un complemento di fine.
    Fabio Ruggiano




domenica 12 gennaio 2014

Stancante e... «stancoso»

«È stato un lavoro veramente stancoso». Se qualche studente scrivesse una frase del genere in un componimento sarebbe redarguito, senza dubbio, dal docente di lingua italiana. Chi scrive, a costo di attirarsi gli strali dei linguisti, non è di questo avviso. Sí, il vocabolo in oggetto non è attestato nei vocabolari, ma non per questo è da considerare errato. Il suffisso "-oso" (dal latino "-osus") è tra i piú frequenti, nella nostra lingua, e indica, genericamente, la 'presenza' di una determinata qualità o condizione: ozio/ozioso, difetto/difettoso, ansia/ansioso, fiducia/fiducioso, collina/collinoso, stanco/... stancoso. Si dirà: non esiste "stancante" per dire la stessa cosa? Sí, ma noi faremmo un distinguo: "stancante", participio presente del verbo stancare, quando vogliamo mettere in evidenza che quella cosa, quel determinato lavoro "provoca stanchezza": ciò che dovrò fare sarà molto 'stancante'; "stancoso", quando ciò che è stato fatto ha procurato stanchezza: è stato un compito veramente 'stancoso'.

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La parola del giorno (di ieri): prolisso.

sabato 11 gennaio 2014

(La) patente



La parola del giorno (di ieri): patente.
La parola proposta da questo portale: òso. Aggettivo di uso letterario. Sta per temerario, audace, coraggioso, ardito e simili. Viene dal latino "ausu(m)", participio passato di "audere", osare.

venerdì 10 gennaio 2014

La stupidezza dell'insegnante

Cortese dott. Raso, 
la Befana mi ha fatto imbattere nel suo meraviglioso blog, che ho messo subito tra i preferiti. Le scrivo perché vorrei – con il suo permesso – mettere in risalto la stupidezza di alcuni docenti di materie letterarie che siedono in cattedra rovinando, anzi, distruggendo completamente le certezze linguistiche dei loro allievi. È il caso dell’insegnante di mio figlio (III media) che ha sottolineato e corretto con la fatidica matita blu un presunto errore. L’insegnante, dunque, ha corretto la “stupidezza”, parola adoperata da mio figlio, in stupidaggine. Mio figlio legge moltissimo, avrà trovato, quindi, il vocabolo errato, a detta dell’insegnante, in qualche autore. Confesso che anch’io ero convinto che tale termine non esistesse, ma con una rapida consultazione dei vocabolari in mio possesso ho dissipato ogni dubbio: stupidezza è termine correttissimo. La docente, prima di “sputare” sentenze, non avrebbe fatto meglio a documentarsi? 
La ringrazio dell’ospitalità e le auguro un sereno 2014. 
Beniamino T. 
Lecce
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Gentile Beniamino, ho pensato molto prima di pubblicare la sua lettera. Ho deciso di farlo perché – come giustamente scrive – molti insegnanti “rovinano” la lingua dei loro allievi. Alcuni docenti, mi spiace dirlo, sono di una presunzione e di un’arroganza senza limiti. Proprio con uno di questi ho avuto, tempo fa, un battibecco circa il famoso “qual è”. Costui sosteneva che quale si apostrofa se il sostantivo che segue il verbo essere è di genere femminile: qual’è la tua penna? Non si apostrofa se il sostantivo è di genere maschile: qual è il tuo libro? Non avevo mai sentito simili “stupidezze”. Tornando all’insegnante di suo figlio, avrebbe potuto evitare la figuraccia se avesse consultato, come ha fatto lei, un buon vocabolario di lingua italiana. Avrebbe scoperto, infatti, che stupidezza, anche se di uso non comune, è sinonimo di stupidaggine e stupidità. In alternativa avrebbe potuto fare un viaggetto in Rete.   

mercoledì 8 gennaio 2014

Elevare (?) una contravvenzione

L’autore degli “Antistupri grammaticali” questa volta  non è stato ‘stuprato’ dal verbo elevare; ha scritto, però, un’improprietà che potrebbe "contagiare" gli amanti del bel parlare e del bello scrivere:
 «La contravvenzione si “intima” o si “contesta” e si “eleva”. Se un vigile ti eleva una contravvenzione, tu potresti elevare un simpatico dito, ma non so quanto ti convenga».
No, caro amico, elevare significa propriamente “sollevare”. Non è corretto (sempre che si voglia parlare e scrivere… correttamente) adoperarlo, per esempio, nella forma “elevare dubbi, obiezioni o una multa”. Si dirà, in modo ineccepibile, “suscitare dubbi, obiezioni”, “infliggere una multa”. Abbiamo il conforto di due vocabolari. 

Palazzi:

«Elevàre tr. portare in alto; anche fig.: elevare a generale ll T mat. elevare un numero al quadrato, moltiplicarlo per sé stesso; al cubo, moltiplicarlo per sé stesso e poi il risultato ancora per il numero base II rifl. salire in alto: le acque del lago si elevarono ll M.E. non è corretto l'uso di elevare un dubbio, un incidente, per muovere, proporre, mettere innanzi, ecc.; elevare una contravvenzione, per intimarla, infliggerla II N. alzare, colmare, coronare, erigere, esaltare, estollere, inalberare, innalzare, nobilitare, promuovere, rialzare, sollevare, soprelevare, sovrapporre, sovrastare, superare, sublimare I ascendere, emergere, salire, scalare, dominare».

Sandron:

«È comune, anche se non molto proprio, l'uso di questo verbo in alcune frasi dalle quali è assente l'idea di sollevare, come: elevare un dubbio, esprimerlo, formularlo; elevare un problema, proporlo, prospettarlo; elevare una contravvenzione, farla». 

martedì 7 gennaio 2014

Edace





La parola che proponiamo oggi è: edace. Aggettivo, sinonimo di ingordo, vorace e simili. Si adopera in senso figurato e in poesia.

lunedì 6 gennaio 2014

Bagattella e bagatella

La parola del giorno (di ieri) dello Zingarelli, bagatella, si presta ad alcune considerazioni strettamente personali. La totalità dei vocabolari che abbiamo consultato riportano "bagatella" variante di "bagattella". La sola forma corretta "sarebbe" bagattella (con due 't). Sostantivo femminile che sta per inezia, bazzecola, nonnulla e simili. Visto, però, che è in uso anche la forma "errata", faremmo un distinguo. Adopereremo bagattella (con due 't') quando vogliamo indicare una cosa di nessuna importanza, di scarso valore: lo studio è una cosa seria non una bagattella. Useremo bagatella (con una 't') quando intendiamo parlare di un componimento musicale leggero, breve, di stile chiaro e facile. Sembra, infatti, che in questa accezione il termine sia pervenuto a noi dal francese "bagatelle". Un'ultima notazione. Il sostantivo in questione si adopera, perlopiú, nella forma plurale e con senso ironico per indicare che ciò di cui si discute non è cosa di poco conto.

domenica 5 gennaio 2014

Errori e orrori di lingua

Pregiatissimo dott. Raso,
la Befana, in casa mia, è arrivata con un po' di anticipo e dal camino ha fatto scivolare il suo libretto. Dire che è insostituibile è riduttivo. Ho appreso molte cose che ignoravo come, per esempio, la differenza tra "defaticante" è "defatigante", la differenza tra "forfait" e "forfeit". Ho appreso che gli abitanti di Tokio si chiamano edochiani, mentre quelli dell'Ecuador si chiamano ecuadoriani e non ecuadoregni. Ho appreso che diagnosi e prognosi non sono la stessa cosa. Il suo manuale di "pronto soccorso linguistico", a mio parere, dovrebbe far bella mostra di sé negli scaffali delle librerie di tutti gli italiani. È prevista un'edizione più ampia? Se sì mi farebbe piacere se mi tenesse informato tramite il suo blog.
Colgo l'occasione per augurarle un sereno e proficuo 2014.
Sabino A.
Mantova
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Gentile Sabino, la ringrazio veramente di cuore per il suo apprezzamento. Attualmente non sono previste altre edizioni. Ricambio i graditi auguri.

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La parola che proponiamo oggi è: equoreo. Aggettivo. Che si riferisce al mare, marino.

sabato 4 gennaio 2014

La fiaba e la favola

Si presti attenzione all'uso corretto di fiaba e di favola. Questi due sostantivi non sono sinonimi "perfetti" (si veda qui), pur avendo press'a poco il medesimo significato: breve narrazione fantastica di origine popolare. La favola, al contrario della fiaba, ha un intento morale e pedagogico. Fedro ha scritto, infatti, le favole, non le fiabe. Una nostra pedanteria? Può darsi. Chi ama il buon uso della lingua...

venerdì 3 gennaio 2014

Grazie per il blog

Ci sia concesso – una tantum – un po’ di “narcisismo linguistico” pubblicando questa lettera che, ovviamente, ci ha fatto molto piacere. La consideriamo un dono della Befana.
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Gentilissimo dott. Raso,
  da molti mesi seguo con grande piacere il suo eccezionale blog dedicato alla lingua italiana e la volevo ringraziare di cuore. Per me, che sono una straniera, è una vera miniera di informazioni grazie alla quale posso migliorare la mia conoscenza d’italiano, eliminando gli errori ed arricchendo il lessico.
Mi sono laureata in Filologia italiana con la tesi sul linguaggio automobilistico italiano e sulle tendenze di formazione dei termini tecnici, infatti per molti anni ho lavorato come traduttrice e insegnante di lingua italiana presso l’Iveco Poland.
Siccome le questioni linguistiche sono sempre state la mia grande passione e con l’andar del tempo ho avuto sempre più dubbi sull’uso di alcune parole, espressioni, aggettivi, forme verbali ecc., ho deciso di cercare le risposte alle mie domande in Internet. Non riesce neanche ad immaginare come fossi felice il giorno in cui mi sono imbattuta nel suo blog.  Non l’ho ancora letto tutto, perché non mi piace la lettura sommaria. Inoltre alcune notarelle mi sembrano delle montagne da conquistare e la comprensione delle stesse è per me una vera sfida. Allo stesso tempo sono stata stupita qualche volta di conoscere le espressioni idiomatiche la cui spiegazione chiedevano i suoi connazionali. Questa mia “superiorità” è dovuta probabilmente al fatto che, non essendo di madre lingua italiana e studiando la filologia italiana, ho passato tanto tempo a leggere dei vecchi testi letterari pieni di espressioni idiomatiche rare ed arcaiche che non si usano più o che sono considerate fuori moda. Grazie al suo blog ho capito però che vale la pena di riportare alla luce i vocaboli caduti in disuso, in quanto costituiscono il nostro retaggio culturale.
Ho tante domande che vorrei farle, ma non ho mai avuto il coraggio di scrivergliele
Per quanto riguarda le problematiche linguistiche, seguo anche un altro blog scritto da un italiano che abita in Polonia, perché mi interessano le sue notarelle (scritte in italiano) sulla lingua polacca.

Alla fine la volevo ringraziare ancora una volta per il suo blog e cogliendo l’occasione le auguro un Felice Anno Nuovo. Mi scusi se ho commesso qualche errore.
 Beata

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La parola che proponiamo oggi è: prossenéta.  Sostantivo maschile.  Indica colui che media tra persone che non si conoscono. Propriamente: sensale, mezzano, ruffiano.


giovedì 2 gennaio 2014

Comprare una cosa per quattro palanche

Non sappiamo se questo modo di dire sia ancora in uso dato che le palanche sono in... disuso. E ci spieghiamo. La locuzione - corrispondente a quella piú "moderna", 'per quattro soldi' - si adoperava, un tempo, per mettere in evidenza il fatto che si era riusciti ad acquistare qualcosa di prezioso a bassissimo prezzo. Il detto si riferiva, soprattutto, a coloro che erano costretti a svendere un bene per "quattro palanche" a tutto vantaggio dell'acquirente. La palanca era, infatti, una moneta di pochissimo valore in uso in alcune regioni del nostro Paese, tra le quali la Repubblica Veneta. Sotto il profilo prettamente etimologico la moneta in oggetto, che era di rame, non ha nulla che vedere con la "palanca" latina, cioè con una grossa trave, ha mutuato il nome dallo spagnolo "blanca" ('bianca').

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La parola che proponiamo oggi è: versipelle. Sostantivo e aggettivo. Si dice di persona che "cambia la pelle", naturalmente in senso figurato, a seconda delle proprie convenienze. Una persona, insomma, opportunista, furba, maliziosa.

mercoledì 1 gennaio 2014

Un sereno 2014


Un sereno e proficuo anno nuovo agli amici blogghisti
Che l'anno appena cominciato sia un buon anno anche per il nostro amato idioma: che non sia più vituperato e calpestato