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martedì 31 dicembre 2013

Le vocali? Sono musica

Quasi tutti gli idiomi d’Europa e dell’Asia occidentale ci presentano i suoni delle vocali nell’ordine a tutti noto: a, e , i, o, u. Quest’ordine, sostengono alcuni studiosi di lingue, è arbitrario e capriccioso. Dopo lunghi, faticosi e approfonditi  studi sono giunti alla conclusione che l’ordine esatto è quello che dispone i suoni delle vocali in scala – come le note musicali – secondo una gamma che segni  le “relazioni” correnti tra un suono e l’altro. Quest’ordine sarebbe – in scala ascendente – u, o, a, e, i oppure – in scala discendente – i, e, a, o, u. Un musicista ha notato, infatti, che i suoni delle vocali si possono riprodurre artificialmente facendo passare una corrente d’aria attraverso l’ancia di un tubo: accorciando o allargando gradatamente il tubo, i suoni vengono emessi, appunto, secondo l’ordine raccomandato.

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Una piccola notazione sull’uso corretto degli aggettivi numerali “frazionari”. È necessario tenere  presente, dunque, che nella numerazione decimale la parte frazionaria deve essere divisa dall’intero da una virgola: è alto m 1,75 (i metri, i centimetri, i chilometri ecc. non debbono assolutamente essere seguiti dal punto). Nei sistemi non decimali – come nel caso delle ore – la virgola deve essere sostituita dal punto o, meglio ancora, dai due punti: sono le 10.45 (o 10:45); si tratta, infatti, di 45 sessantesimi e non di 45 centesimi. È errore madornale, quindi, dividere le ore dai minuti mediante una virgola. Ma siamo sicuri che la nostra  modesta “predica” sarà, come sempre, rivolta al vento. Continueremo a leggere o, meglio, a “vedere” sulla stampa le ore scritte in modo errato: la conferenza stampa di fine d’anno si terrà alle 17,30. Ma tant’è. 

lunedì 30 dicembre 2013

Stocastico







La parola di ieri proposta dal sito "unaparolaalgiorno.it": stocastico.

domenica 29 dicembre 2013

Balbutire

Cortese dott. Raso,
ho urgente bisogno del suo insostituibile aiuto. Mi occupo di traduzioni. Mi occorre un sinonimo di tartagliare. Ho già adoperato “balbettare”. Non vorrei ripetere sempre gli stessi verbi, però. Può darmi una mano? La ringrazio anticipatamente e le auguro, come suol dirsi, una buona fine e un buon principio d’anno.
Cordialmente
Giovanni T.
Oristano
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Gentile Giovanni, la ringrazio della sua stima e ricambio gli auguri. Può adoperare un verbo poco noto e, quindi, quasi mai usato: balbutire. Il piú conosciuto  è “balbettare” ma, stranamente, è di uso letterario.  Faccia attenzione alla coniugazione perché segue la flessione del verbo finire, prende, cioè, l’infisso “-isc-“ tra il tema e la desinenza: io balbutisco (non segua le indicazioni della “Scuola elettrica”).  Si può adoperare anche transitivamente: il ragazzo, commosso, balbutì poche parole.


sabato 28 dicembre 2013

Un po' di buonumore...

Per “smaltire” qualche goccio di troppo durante le festività basta cliccare sul coniugatore dei verbi del sito “Scuola elettrica” e digitare il verbo…  smaltire, appunto. La “sbornia” passa di colpo e si riacquista il buon umore.
Presente indicativo
io smalto
tu smalti
egli smalte
noi smaltiamo
voi smaltite
essi smaltono

Presente congiuntivo
io smalta
tu smalta
egli smalta
noi smaltiamo
voi smaltiate
essi smaltano

Imperativo
smalti
smalta
smaltiamo
smaltite
smaltano

E a proposito di buonumore (o buon umore), alcuni vocabolari lo attestano come sostantivo invariabile. Si può benissimo pluralizzare, invece. Si clicchi qui. Ci piacerebbe conoscere anche il motivo per cui, secondo i "revisionisti" del vocabolario Gabrielli, "buonumore" è solo singolare, mentre "malumore" si può pluralizzare. Eppure entrambi i sostantivi sono composti allo stesso modo (aggettivo e sostantivo). Mistero eleusino!

venerdì 27 dicembre 2013

Il mitra e la mitra

Ecco due parole dal "suono" identico ma di "sesso" e di significato totalmente diversi. Il primo termine, maschile e invariato nella forma plurale, è l'abbreviazione di "mitragliatore" (sottintendendo fucile): il mitra, i mitra. Il secondo, femminile, con il plurale mitre (la forma "mitria" è piú adoperata ma dal "sapore" volgare), indica il copricapo che indossano il papa, i cardinali e i vescovi nelle cerimonie solenni. In origine designava la tiara dei re persiani, particolarmente il nastro che la fissava sulla fronte. Si veda anche qui. Dimenticavamo. Con lo stesso termine si indica anche la copertura della "bocca" esterna delle canne fumarie.

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La parola che proponiamo oggi (particolarmente attuale in questa fine d'anno) è mantía (o mantica). Sostantivo femminile. Indica l'arte di prevedere il futuro.

giovedì 26 dicembre 2013

Intravedere: una sola 'V'

Il linguista Aldo Gabrielli scrive, nel suo “Il museo degli errori”, a proposito del verbo “intravedere”:
«Questo verbo si vede scritto ora con una sola v, ora con due: “Non riuscii a intravederlo”, “L’ho appena intravvisto”. Qual è la forma corretta? Sempre e soltanto con una v: intravedere, intravisto. (…) Molti prefissi, è vero, richiedono il raddoppiamento, come fra, sopra, contra,  ecc.  e abbiamo infatti  frapporre, soprassedere, contraddire.  
Ma intra è proprio uno di quei prefissi che non vogliono il raddoppiamento; quindi, sempre intramezzare, intramettere, intraprendere e di conseguenza anche intravedere, intravisto. Non è eccezione intravvenire, come potrebbe a tutta prima sembrare, perché   il verbo non è un composto di intra e venire ma di intra e avvenire,  e non è neppure eccezione intrattenere, che è composto non già di intra e tenere ma di in e trattenere».
I revisori del suo vocabolario, naturalmente, lo smentiscono e attestano “intravvedere” variante di intravedere.
Non abbiamo parole…

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La parola che proponiamo oggi è: incatorzolire (incatorzolirsi). Si dice di frutti che non sviluppandosi completamente si induriscono. Si adopera anche in senso figurato con il significato di "intristirsi" o "ingalluzzirsi".


mercoledì 25 dicembre 2013

Buon Natale


Un felice Natale a tutti coloro che seguono le nostre modeste noterelle sulla lingua italiana


martedì 24 dicembre 2013

L'appropriarsi "di" è un'appropriazione indebita

Povero prof. Gabrielli, ora, dall'Aldilà, dovrà intentare causa ai revisori del suo vocabolario per "appropriazione linguistica indebita", in quanto nel vocabolario "riveduto", a proposito del verbo "appropriare", riportano il contrario di ciò che il linguista scrive nel suo "Dizionario Linguistico Moderno" (che trascriviamo), appropriandosi un concetto linguistico (errato) che sembrerebbe del Maestro.
Appropriare è verbo transitivo, e regge quindi il complemento oggetto senza l'inserimento di alcuna particella: "appropriare lo stile al soggetto". Quando è usato con la particella pronominale (appropriarsi), ha il significato di "appropriare a sé" una cosa, "render proprio l'altrui", e respinge ovviamente la particella "di"; si dirà quindi correttamente "appropriarsi una somma di denaro", e non "appropriarsi di una somma di denaro".
Vediamo, in proposito, ciò che dice anche il "Dizionario Grammaticale" di Vincenzo Ceppellini.
Verbo della I coniugazione, transitivo. Significa: adattare. È usato però soprattutto nella forma riflessiva, con significato di impadronirsi, far propria cosa d'altri, arrogarsi. Es:. "Si è appropriato la macchina" (non: della macchina); "Chi si è appropriato il diritto di entrare in casa mia?"
Probabilmente quell'intrusa "di" viene spontanea per analogia con il verbo "impadronirsi"; questo, infatti, richiede obbligatoriamente la preposizione "di": i ladri si sono impadroniti di tutta l'argenteria.
Dimenticavamo. Si tranquillizzino i revisori del Gabrielli, fa loro compagnia il DISC (Dizionario Italiano Sabatini-Coletti).




lunedì 23 dicembre 2013

Il «peculatore»



La parola che proponiamo oggi non è messa a lemma nei vocabolari: peculatore. Sostantivo maschile. Si può adoperare per indicare colui che compie il reato di peculato, colui, cioè, che si appropria il pubblico denaro. È tratta dal verbo latino "peculàri", truffare, rubare. Si veda qui.

domenica 22 dicembre 2013

Ancora sugli "antistupri grammaticali"

Ancora una volta l’antistupratore grammaticale è rimasto… stuprato. Questa volta è stato vittima del pronome personale “te”. Scrive, dunque, il censore:

Il pronome personale “te” è usato solo come complemento e mai come soggetto.
Quindi frasi come “lo hai detto te” o “pensaci te” sai dove TE le puoi ficcare?

No, caro amico, ci sono dei casi in cui il “te”, in funzione di soggetto, è perfettamente in regola con le leggi grammaticali. Non lo sapeva? Clicchi qui e lo apprenderà.

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La parola che proponiamo oggi è: agatologia. Sostantivo che, pur essendo femminile, non ha nulla in comune con… Agata. È composto con le voci greche “agatòn”, bene e “lògos”, discorso.


sabato 21 dicembre 2013

Telefonare: transitivo e intransitivo

L'autore degli "Antistupri grammaticali" è stato stuprato dal verbo telefonare in quanto scrive che

Telefonare è un verbo che vuole il complemento di termine.
In senso transitivo può solo significare che si sta prendendo “a telefonate” qualcuno con la cornetta di uno di quei vecchi telefoni bianchi della SIP.
Cosa peraltro buona e giusta, se i primi a sperimentarlo su se stessi fossero quelli che storpiano il verbo.

Il verbo in questione, invece, può essere anche transitivo reggendo, quindi, il complemento oggetto, come si può vedere cliccando qui e qui.

venerdì 20 dicembre 2013

Irruento? Per l'amor di Dio

Speriamo che l'insigne e compianto linguista Aldo Gabrielli non esca dalla tomba per bastonare i "revisori" del suo vocabolario. Ancora una volta hanno "sbugiardato" il Maestro, che nel suo "Dizionario Linguistico Moderno" boccia, senza appello, la forma "irruento". Per i revisori del vocabolario è, invece, la variante della forma (la sola corretta) "irruente". Invitiamo costoro a leggere, in proposito, la nota d'uso del De Agostini.

giovedì 19 dicembre 2013

La donna è immobile, ma il nome mobile

Ci sembra che non tutti i sacri testi grammaticali attestino la differenza che intercorre tra i nomi "mobili" e quelli "indipendenti". Vediamo, sia pure succintamente, di colmare questa lacuna. Si dicono indipendenti quei nomi il cui femminile è totalmente "indipendente" dal maschile, hanno, cioè, una forma propria. I piú conosciuti sono: uomo, donna, padre, marito, moglie, madre, celibe, nubile. Sono mobili, invece, i nomi che nel femminile conservano la stessa radice del maschile, mutano soltanto la terminazione (desinenza). Sono mobili, in linea di massima, i nomi che finiscono in "-o" (ragazzo-ragazza), in "-e" (signore-signora), in "-a" (poeta-poetessa), quelli in "-tore" possono fare il femminile in "-trice" (pittore-pittrice), in "-tora" (pastore-pastora" e in "-essa" (dottore-dottoressa). Abbiamo detto in linea di massima in quanto le eccezioni sono numerose, come, per esempio: gallo-gallina, cane-cana (vedi commenti), re-regina, eroe-eroina ecc.

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La parola del giorno (di ieri): intortare.

martedì 17 dicembre 2013

Repubblica: perché due "b"?

Gentilissimo e pazientissimo dott. Raso,
la ringrazio veramente di cuore per l'esaustiva (e "dotta") risposta sul femminile di soldato. D'ora in avanti guai se sentirò dire "soldatessa" (o "vigilessa"). La importuno ancora per un ulteriore quesito: perché repubblica si deve scrivere necessariamente con due "b"?
Certissimo di una sua cortese e tempestiva risposta, la ringrazio in anticipo e le porgo i miei saluti più cordiali.
Sabino A.
Mantova
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Caro amico, troverà la risposta alla sua domanda cliccando qui (spero che il sito si apra normalmente e non dia problemi).

lunedì 16 dicembre 2013

La soldato, la soldata e la soldatessa

Egregio dott. Raso,
ho letto con vivo interesse la polemica circa "la ministra" e "la ministro" e, se ho ben capito, la Crusca ha sentenziato: la ministra.
Resta irrisolto, mi sembra, il caso della donna-soldato: la soldato, la soldata o la soldatessa? Qual è il suo pensiero in proposito?
Grazie e cordialità
Sabino A.
Mantova
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Gentile Sabino, ho espresso il mio pensiero, in proposito, durante il "caso Melania": soldata. Mi sembra che alcuni vocabolari riportino "soldatessa", termine, a mio avviso, da evitare perché il suffisso"-essa" ha un "sapore" ironico o dispregiativo (tranne nei casi cristallizzati: poetessa, professoressa, dottoressa). E come la mettiamo con i gradi? Il caporale Giovanna o la caporale Francesca? Il capitano Silvana o la capitana Rossana? In questi casi basta seguire la regola grammaticale secondo la quale i sostantivi mschili in "-o" formano il femminile mutando la desinenza "-o" in "-a": il portinaio, la portinaia; il capitano, la capitana; il maresciallo, la marescialla (anche se in quest'ultimo caso, nell'uso comune, si intende la moglie del maresciallo; a tal proposito è interessante la nota d'uso del De Agostini). Per quanto attiene ai sostantivi in "-e" (caporale, tenente ecc.) muterà solo l'articolo perché la desinenza "-e" si riferisce a entrambi i generi: il caporale Giuseppe, la caporale Marisa; il tenente Armando, la tenente Matilde; il maggiore Roberto, la maggiore Sonia; il generale Massimo, la generale Susanna (anche qui è interessante la nota d'uso del De Agostini). E visto che siamo in argomento, aborriamo quell'orribile ed errata "vigilessa" (termine attestato solo nel GRADIT) e diciamo, correttamente, "la vigile".

domenica 15 dicembre 2013

L'ozzimo

La parola che proponiamo oggi (se non cadiamo in errore non attestata in molti vocabolari) è: ozzimo (o ozimo). Sostantivo maschile di derivazione latina (ocimum). Indica la pianta del basilico.

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La parola del giorno (di ieri): fachiro.

sabato 14 dicembre 2013

Il superlativo

Tutti sappiamo – piú o meno – che il superlativo, in linguistica, o meglio in grammatica, è un termine che sta a indicare il livello piú alto di una qualità aggettivale o avverbiale e può avere un senso assoluto (ricchissimo) o può stabilire una relazione con un dato ambiente o gruppo (il piú ricco del paese). Nel primo caso abbiamo il superlativo assoluto in quanto – come dice la stessa parola – non esiste nessuno “piú ricco” del ricchissimo, nel secondo caso abbiamo il superlativo relativo perché può esistere un altro “piú ricco” in un altro paese. Il superlativo assoluto, insomma, indica il massimo grado di una qualità in confronto a tutti; quello relativo, invece, indica una qualità maggiore limitatamente a un gruppo.  In questa sede non vogliamo dilungarci sulla formazione dei vari superlativi; vogliamo trattare, invece, una questione abbastanza sottile ma della massima importanza: il superlativo si può formare  con tutti gli aggettivi qualificativi?  No. Vi sono, infatti, due casi specifici in cui l’aggettivo non può essere “superlativizzato”.  Il primo è senza dubbio piú semplice da comprendere per la sua “logicità” perché riguarda quegli aggettivi (di grado positivo) che contengono già in sé stessi l’idea o il concetto di una “qualità o caratteristica realizzata al massimo grado”. Tra i numerosi aggettivi appartenenti a questa categoria ci vengono alla mente: “perfetto”, “assoluto”, “totale”, “esaurito”, “completo”, “saturo”.  Per fare un esempio (di cui chiediamo scusa per la sua “banale logicità”) i posti a sedere di un teatro possono essere “esauritissimi” o “i piú esauriti” di altri teatri? Altrettanta “banale logicità” contiene la risposta: no. Esaurito, quindi, pur essendo un aggettivo di grado positivo è già elevato al massimo grado. Questa “regola”, però, vale a condizione che gli aggettivi suddetti siano adoperati in senso proprio e non estensivo o volutamente enfatico, cosa che si ritrova nell’uso parlato. Il secondo caso – molto piú complesso – necessita di un chiarimento preliminare. Tra gli aggettivi veri e propri (bello, piccolo, buono, grande ecc.) vi sono quelli cosí detti di relazione, quali, per esempio, “notturno”, “olimpico”, “finanziario”, che,  quantunque classificati  tra gli aggettivi qualificativi, non esprimono una qualità in senso stretto, considerata autonomamente, quanto un stretta relazione col nome dal quale provengono. Per fare il solito esempio “logicamente banale”, non ci può essere un locale notturno che sia “notturnissimo” o “il piú notturno”  di altri. Un locale notturno è… notturno, punto e basta.  Gli aggettivi di questo tipo, insomma, non si possono elevare al massimo grado (superlativo).  

venerdì 13 dicembre 2013

Promanare ed emanare

Il linguista Aldo Gabrielli, nel suo  “Dizionario Linguistico Moderno”, sconsiglia l’uso del verbo “promanare”, usato transitivamente, nel significato di “diffondere”, “promulgare”.  Vediamo, dunque, ciò che scrive in proposito  (il vocabolario “revisionato” non ne fa  menzione, anzi...): «Promanare è di regola intransitivo, e vale “scorrer fuori”, “sgorgare”, e figuratamente “derivare” (dal tardo latino ‘promanare’, composto di ‘pro’, innanzi, e ‘manare’, scorrere); si dirà quindi bene: “Un acuto profumo promanava dal campo fiorito”; “Ogni verità promana da Dio” e simili. Molti però usano il verbo come transitivo nel significato di “diffondere”, “promulgare”, confondendolo con “emanare”, intransitivo esso pure nella buona lingua, ma usato spesso transitivamente nel linguaggio burocratico (“emanare un decreto, una circolare, un ordine ecc.”); e dicono, per esempio:  “È stata promanata una disposizione di legge”. È un esempio da non seguire». E noi seguiamo i suggerimenti dell’insigne linguista. Voi, amici blogghisti?

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La parola che proponiamo oggi è: briologia. Sostantivo femminile. Parte della botanica che si occupa dello studio dei muschi. È formata con le voci greche "bryon", musco e "logos", discorso, studio. 

mercoledì 11 dicembre 2013

Graveolente

La parola che proponiamo oggi è: graveolente. Aggettivo sinonimo di fetido. Che manda un odore sgradevole, nauseabondo.

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Perché si esulta alzando le braccia al cielo?
Si esulta quando si vince, e non solo nelle attività sportive, ma anche, per esempio, dopo le competizioni elettorali. Chi vince o si sente vincitore innalza le braccia con i pugni chiusi o con le mani aperte, ma anche salta verso l’alto oppure alza e abbassa ripetutamente le braccia o, ancora, salta e alza le braccia nello stesso tempo. In alcuni sport, per esempio nel pugilato, l’arbitro prende una mano del vincitore e la alza verso l’alto, proprio per indicarlo come tale.
“Sono più alto” Sono tutti tipici gesti di trionfo. I vincitori esprimono il loro stato d’animo di superiorità innalzandosi, cercano di sembrare più alti anche fisicamente, si sentono padroni anche dello spazio intorno a loro e cercano di occuparne il più possibile verso l’alto.
(www.ilsapientino.com)


martedì 10 dicembre 2013

La ministra? Per carità! Il ministro (secondo alcune versioni della Crusca)

Dal sito "Mediaset-TgCom24":

IL MINISTRO DONNA - Quando vi capiterà di leggere su un quotidiano “la ministra dell’Istruzione, la ministra della giustizia”, sappiate che la penna che ha scritto quelle parole non è tanto aggiornata. Infatti la Crusca ha ufficialmente indicato come espressione corretta “il ministro” che sia riferito a donna o uomo. In questo discorso prevale la tendenza alla conservazione: infatti, come nell’antichità, l’uso del genere maschile esteso al femminile vale quando ci si riferisce a proprietà condivise da tutto il genere umano. Aboliti gli incroci tra articolo femminile e sostantivo coniugato al maschile tipo “la ministro”, “la presidente”.

Dal sito della Crusca:

La Presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, lieta dell’accoglienza positiva riservata dal pubblico e dalla stampa al recente volume La Crusca risponde (a cura di M. Biffi e R. Setti, Le Lettere - Accademia della Crusca, 2013), per evitare alcuni possibili equivoci nelle sintesi che si vanno diffondendo in rete, tiene a ribadire l’opportunità di usare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali (la ministra, la presidente, l’assessora, la senatrice, la deputata ecc.) e professioni alle quali l’accesso è normale per le donne solo da qualche decennio (chirurga, avvocata o avvocatessa, architetta, magistrata ecc.) così come del resto è avvenuto per mestieri e professioni tradizionali (infermiera, maestra, operaia, attrice ecc.).
La posizione dell’Accademia è documentata da iniziative diverse: il Progetto genere e linguaggio svolto in collaborazione col Comune di Firenze; la Guida agli atti amministrativi, pubblicata dalla Crusca e dall’Istituto di Teoria e Tecnica dell’Informazione Giuridica del Consiglio Nazionale delle Ricerche ITTIG-CNR (http://www.ittig.cnr.it/Ricerca/Testi/GuidaAttiAmministrativi.pdf); il Tema del mese a cura di Cecilia Robustelli, pubblicato nel marzo 2013 sul sito dell’Accademia e varie interviste rilasciate da accademici.

Si veda anche quiqui e qui e ancora qui.
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Gentilissima professoressa Maraschio, non crede che, stando cosí le cose, i fruitori della lingua non sappiano piú che pesci prendere? Il ministro Clara o la ministra Clara? Dia, cortesemente, una risposta “univoca e inequivocabile”. Grazie.

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Per curiosità abbiamo consultato alcuni vocabolari. Se non cadiamo in errore attestano, inequivocabilmente, "ministra" i seguenti dizionari: GRADIT, Devoto-Oli, Palazzi, Treccani, Zingarelli, De Agostini.

Sorpresa. Il linguista Massimo Arcangeli, direttore dell'Osservatorio della Lingua Italiana Zanichelli, consiglia "la ministro", forma bocciata, senza appello, dall'Accademia della Crusca.


lunedì 9 dicembre 2013

Una notizia "scioccante"

Dopo secoli l'Accademia della Crusca cancella l'esilio e riammette in patria l'articolo "il" davanti alla "z". Una notizia veramente "scioccante". Il zucchero, quindi, è corretto quanto lo zucchero.
Quando la "difensora" della Lingua ammetterà la doppia "z" e la doppia "g" con le parole terminanti in "-ione"? Quando non sarà piú un errore da matita blu scrivere *direzzione, *colazzione o *provviggione e *staggione?
Si veda qui

domenica 8 dicembre 2013

Participio passato di "permanere"

Cortese dr Raso,
eccomi ancora a importunarla "sfruttando" la sua non comune disponibilità. Qual è il participio passato del verbo "permanere"?
Grazie e un cordiale saluto
Sabino A.
Mantova
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Gentile amico, alcuni vocabolari attestano il verbo difettivo del participio passato e, quindi, dei tempi composti. Il participio passato, comunque, sebbene di uso raro, c'è: permanso. Ancora piú rare e antiquate le forme permaso e permasto.

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La parola che proponiamo oggi è: lèmuri. Sostantivo maschile plurale. Indica gli spiriti vaganti dei morti.

sabato 7 dicembre 2013

L'olibano



La parola del giorno proposta da questo portale: olibano. Sostantivo maschile di uso letterario, sinonimo di incenso.

E quella proposta dallo Zingarelli: millanta.

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«Che c'azzecca»?
Dissentiamo, perché a nostro avviso forviante, sulla risposta dei linguisti del sito Treccani.

venerdì 6 dicembre 2013

Attraversare...

Due parole sul verbo "attraversare" che, a nostro modesto avviso, spesso si adopera impropriamente. Il suddetto verbo, dunque, significa "passare da parte a parte": attraversare la strada, passare, cioè da una parte a un'altra della strada. Spesso, dicevamo, si usa impropriamente in senso figurato: Giovanni sta attraversando un brutto periodo della sua vita; il nostro Paese attraversa una grave crisi politica. In espressioni di questo tipo - in buona lingua italiana - ci sono verbi "piú propri" che fanno alla bisogna: subire, sopportare, essere afflitto e simili. Diremo, quindi, "Giovanni sta subendo un brutto periodo della sua vita"; "il nostro Paese vive una grave crisi politica".

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Interessante la parola del giorno (di ieri) dello Zingarelli: inane. Per il vocabolario l'etimologia del termine è incerta. Non è dello stesso avviso Ottorino Pianigiani.

giovedì 5 dicembre 2013

Il sororicida

Cortesissimo signor Fausto Raso,
sarò telegrafico. Con il termine "fratricida" si può intendere anche l'uccisore della propria sorella?
Grazie
Martino
(Località non specificata)
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Non sarebbe appropriato caro Martino, esistendo un termine preciso: sororicida. Alcuni vocabolari, però, "estendono" lo stesso appellativo (fratricida) a chi uccide la sorella.

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La parola del giorno (di ieri): facchino.

mercoledì 4 dicembre 2013

Disquisizioni sul... «nulla»

“Nulla” e “niente” sono pronomi indefiniti (singolari) invariabili e si riferiscono a una cosa.  Hanno la “forza” di negare, senza l’aggiunta di un’altra negazione, solo se precedono il verbo di modo finito: nulla lo fermerà; niente lo soddisfaceva; nulla lo cambierà. Quando sono posposti al verbo non negano… nulla se non sono accompagnati da un’altra negazione (non): non dice nulla; non gli piace niente. Non è un buon italiano, dunque, dire o scrivere, per esempio, “mi meraviglia nulla”; “niente mangerò a pranzo”. Tuttavia costrutti senza il “non” si trovano nell’italiano antico: “Quando poteva s’aiutava, ma ciò era niente” (Boccaccio). Oggi, l’uso moderno  “condanna” simili costrutti. Locuzioni come “fa niente”, “fa nulla”, “so niente” e simili sono considerate dialettali, infatti,  perché non accompagnate dal “non” e da evitare, per tanto, in buona lingua italiana. Da notare, infine, che nelle frasi interrogative i due pronomi perdono la loro “negatività” acquistando un valore positivo: “ti occorre nulla”? (ti occorre, cioè, qualche cosa?); “vuoi niente?” (vuoi qualcosa?). Dimenticavamo. Nulla e niente si possono apostrofare: null’altro; nient’affatto.

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La parola del giorno (di ieri): svagato.

martedì 3 dicembre 2013

Il tànghero e il fesso

Non ricordiamo - onestamente - se l'argomento è già stato trattato; nel caso ci scusiamo con gli amici lettori.


La nostra lingua è ricchissima di parole omofone (che hanno il medesimo “suono”) e omografe (che si scrivono nello stesso modo) ma con significato completamente diverso. Alcune di queste parole hanno cambiato di significato nel corso dei secoli, come nel caso di cretino che ha mutato il significato originario di “cristiano” in quello di “stupido”, “sciocco”. Può sembrare irriverente ma è proprio così: in Provenza l'alpigiano era ritenuto, forse più a torto che a ragione, un “povero cristo”, un “crétin”, un “povero cristiano”, talmente sempliciotto da essere considerato uno scemo, uno stupido. La voce “cretino”, dunque, nell'accezione a tutti nota, non è schiettamente italiana ma francese.
Diverso è il caso di fesso, con due significati ben distinti. Se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: “rotto”, crepato per il lungo” (un vaso fesso, cioè rotto); “imbecille”, “stupido”. Che relazione intercorre tra l'imbecillità e la rottura, visto che il termine ‘fesso' presenta queste due accezioni? Apparentemente nessuna. Proviamo, però, a risalire all'etimologia. Nel significato di ‘rotto' fesso non è altro che il participio passato (con valore aggettivale) del verbo “fendere” (tagliare, spaccare, oppure ‘attraversare cosa fitta e folta': fendere la folla, fendere l'acqua); nel significato, invece, di ‘stupido', ‘imbecille', ‘sciocco' è voce napoletana derivata da “fessa”, cioè da vulva. Chissà perché, nell'opinione popolare, gli organi genitali sono sempre stati sinonimi di stupidità. La “fessa”, comunque, non è una piccola fessura del corpo? Ecco, quindi, la relazione che – a nostro personale parere – intercorre tra il fesso, inteso come ‘rotto' e il fesso nell'accezione di ‘stupido'.

E veniamo al tànghero, che non è la persona che balla il tango, come ci è capitato di sentire da gente “acculturata”. Un giorno, infatti, le nostre povere orecchie, anzi, correttamente, i nostri poveri orecchi, ebbero la sventura di udire questa frase: “Giulio, accendi il televisore, c'è il campionato internazionale di tango al quale partecipano tutti i migliori tàngheri”. Facemmo fatica a trattenere il sorriso per non offendere i nostri illustri ospiti. Il tànghero, con il rispettivo femminile (tànghera), chiariamolo subito, è la persona zotica, rozza, ottusa e villana: con te non si può discutere, sei proprio un tànghero! La sua origine, vale a dire l'etimologia, è sconosciuta. Il linguista Ottorino Pianigiani, però, avanza un'ipotesi che facciamo nostra: “Dal barb. latino ‘tànganum che corrisponde con l'antico francese ‘tangre', ostinato, resistente, affine al verbo francese ‘tangoner', stringere, e al modello tedesco ‘Zange', e deriva da una radice germanica ‘Tahn-', tener saldo, tener fermo (…)”. Il tànghero potremmo dire che è la persona “ferma sulle proprie posizioni”, quindi ostinata, e “tiene strette le sue idee”. 

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Sergio scrive:
Come si comporta l’avverbio interrogativo di tempo in analisi logica?
Cioè, viene classificato come semplice avverbio, oppure diventa complemento di tempo?
Es: quando vieni?
tu: sogg. sott.
vieni: predicato verbale
quando: complemento di tempo o avverbio?

linguista scrive:
A rigore sì.
Alessandro Aresti
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Che cosa significa “a rigore sí”? È avverbio? È complemento di tempo? Il linguista ha menato il can per l’aia. “Quando” è – a tutti gli effetti – un complemento di tempo.


lunedì 2 dicembre 2013

Monolingua? Per carità, monolingue

È inammissibile leggere simili strafalcioni in un sito specializzato per l’educazione e la didattica:  

Dizionari linguistici (monolingua)    
Dizionari linguistici (bilingue)    
Dizionari linguistici (multilingue)

        Monolingua è errato, la forma corretta è “monolingue” con il plurale “bilingui”.  Diremo correttamente, quindi, dizionari linguistici monolingui, dizionari linguistici bilingui e dizionari linguistici multilingui. Si veda qui, qui e qui.


domenica 1 dicembre 2013

Attaccare un bottone

Gentilissimo dott. Raso,
le ho scritto tempo fa per un quesito grammaticale, e la ringrazio ancora. Ora le scrivo, invece - approfittando della sua non comune squisitezza - per conoscere l'origine e il significato esatto dell'espressione - comunissima - "attaccare bottone".
La ringrazio anticipatamente e le porgo i miei ossequi.
Sabino A.
Mantova
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Caro amico, il modo di dire è stato trattato moltissimo tempo fa sul "Cannocchiale". Eccole il collegamento.

ATTENZIONE
Il collegamento al "Cannocchiale", come gentilmente segnalato da un anonimo lettore, dà il sito infetto. Per leggere il modo di dire in oggetto - in tutta sicurezza - cliccare qui.  (Solo GoogleChrome, però, dà avviso d'infezione).

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La parola che proponiamo oggi è: sfragistica. Sostantivo femminile. Branca della numismatica che studia i sigilli apposti agli atti pubblici e privati.