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sabato 30 novembre 2013

Indeciso? No, dubbioso

Riportiamo quanto scrive sull'uso corretto dell'aggettivo 'indeciso' il linguista Aldo Gabrielli, "smentito", però, dai soliti "revisionisti" del vocabolario in rete.
«(Indeciso) è bene usato soltanto se riferito a causa, lite, questione dibattuta e discussa: "Restò indecisa la seconda parte della proposta di legge"; "La questione della riforma agraria è ancora indecisa" e simili. È male usato, invece, se riferito a persona: "Restò indeciso sul da farsi"; "È un uomo sempre indeciso"; "La proposta che mi fai mi lascia indeciso"; qui si dirà meglio 'irresoluto', 'perplesso', 'incerto', 'dubbioso', 'titubante', 'esitante' e simili».
Il vocabolario "revisionato", invece, ammette il suddetto aggettivo anche riferito a persona. Si veda qui.

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La parola del giorno (di ieri): gettonato.

venerdì 29 novembre 2013

Azzonzare

Chissà perché i vocabolaristi hanno deciso di relegare il verbo "azzonzare" nella soffitta della lingua. Eppure questo verbo denominale è "perfetto" per indicare una persona che va di qua e di là, senza una meta precisa, come fanno le zanzare e altri insetti: Pasquale azzonzava tutto il giorno.

mercoledì 27 novembre 2013

Azzittare e azzittire

Tutti i vocabolari dell'uso, se non cadiamo in errore, attestano i verbi "azzittare" e "azzittire" l'uno sinonimo dell'altro. Secondo noi, invece, se abbiamo bene interpretato il "pensiero" di Niccolò Tommaseo, i verbi hanno sfumature diverse. "Azzittare" significa «cessare volontariamente di parlare»; "azzittire", invece, vale «cessare di parlare 'per costrizione'».
Naturalmente "azzittire" si coniuga come finire, con l'inserimento dell'infisso "-isc-": azzittisco.

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La parola di oggi: tornio.

martedì 26 novembre 2013

L'azzirone e la bazzoffia

Tra i termini che ci piacerebbe fossero rimessi a lemma nei vocabolari dell'uso segnaliamo azzirone, sostantivo maschile adoperato per indicare una zappa piú grande di quelle "normali".
Per quanto attiene alla parola del giorno proponiamo bazzoffia (o basoffia). Sostantivo femminile. Si chiama cosí una minestra abbondante e grossolana. In senso figurato si dice di un componimento o discorso lungo, noioso e confuso.

lunedì 25 novembre 2013

Sull'accento (2)

A proposito di accento, di cui abbiamo parlato, sommariamente, sabato scorso, una “lezione” di Daniela Dell’Aquila sul sito “Immaginaria.net” ci ha lasciato senza parole (a dir poco). Ecco cosa scrive:

L'accento giusto

In italiano gli accenti sono sostanzialmente di due tipi: acuto e grave (il circonflesso è in disuso). Nella lingua scritta, solo la "e" può avere accento grave o acuto. Le altre vocali hanno sempre accento acuto (per fortuna, sulla tastiera italiana trovate solo quelle!). Solo poche parole hanno l'accento grave sulla e; le più comuni sono: la è verbo e il suo composto cioè; le parole , caffè, piè, ahimè, lacchè; i nomi Giosuè e Mosè. […] Il troncamento di frate davanti a nomi propri (fra' Cristoforo) si può scrivere anche con l'accento (frà Cristoforo) [...].
Sarà bene fare un po’ di chiarezza. L’accento acuto si può avere anche sulla “o”, come gómena, per esempio, e non soltanto sulla “e”. Quanto alla vocale “a”, questa ha solo l’accento grave (là). Per quanto attiene alla tastiera italiana non ci risulta che le vocali abbiano l’accento acuto, al contrario. Per ottenere l’accento acuto sulla “i”, sulla “u” e sulla “o” occorre ricorrere, infatti, a una combinazione di tasti. Fra, troncamento di “frate”, non vuole né apostrofo né accento: errore gravissimo scrivere frà Cristoforo.

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La parola del giorno (di ieri): titubare.




domenica 24 novembre 2013

Quotare

Speriamo di non essere  colpiti dagli strali dei cosí detti linguisti d’assalto.  L’argomento, diciamolo subito, si presta perché intendiamo parlare dell’uso “corretto” del verbo quotare.  Questo verbo denominale, dunque, propriamente significa «stabilire una quota che ciascuno deve dare», «assegnare  un prezzo» e simili. Alcuni (tutti?), invece, gli danno un significato che, a nostro modesto avviso, non ha: apprezzare, stimare, giudicare  e simili. I critici d’arte, infatti, scrivono, per esempio,  che «quel pittore è molto quotato», i  critici musicali, da parte loro, scrivono che  quel «cantante è assai quotato». La domanda, a questo punto, viene spontanea, come usa dire: il pittore e il cantante costano molto?  Bando agli scherzi, è chiaro che entrambi i critici intendevano dire che il pittore e il cantante sono molto apprezzati, stimati, tenuti in gran conto e simili. Perché, allora, non adoperare questi verbi che fanno alla bisogna, secondo i casi,  e usare “quotare” solo nel significato proprio?
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La parola proposta oggi è: ortologia. Sostantivo femminile, che non riguarda la cura dell’… orto ma quella di una corretta pronunzia.


sabato 23 novembre 2013

Sull'accento

Sul  sito “grammatica-italiana.it” Rossella Monaco è incorsa, a nostro avviso, in alcune “inesattezze” circa l’uso degli accenti. Scrive, dunque, la Monaco: «Gli accenti sono la prima fonte di confusione per chiunque si accinga a scrivere e spesso anche nella pronuncia delle parole. Gli errori si sprecano, ma in realtà le regole degli accenti in italiano non sono molte[…]. Le vocali a, o, u, i se accentate in fine di parola hanno sempre un accento grave (beltà, più, così, verrò, ecc.).[…] (riflessivo) diverso da se (congiunzione o pronome). Sé quando seguito da stesso o medesimo può avere o non avere l’accento (se stesso o sé stesso). Si consiglia comunque di metterlo al plurale (sé stessi, sé stesse) per evitare di confondersi con il congiuntivo di stare […]».
Le vocali «i» e «u» hanno un unico suono, il loro accento naturale è, quindi, quello acuto (í, ú).  Il  sé pronome  si accenta sempre.

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La parola che proponiamo oggi è: biblioiatrica. Sostantivo femminile. L'arte di restaurare (o conservare) libri antichi o rari.

venerdì 22 novembre 2013

La dicearchía

Gentilissimo dott. Raso,
rassettando la soffitta mi sono imbattuto in un vecchio giornale, l'ho aperto e sono rimasto colpito da un titolo che campeggiava in prima pagina: «Solo con la dicearchia saremo sicuri  di vivere liberamente». Incuriosito da un termine che non avevo mai sentito mi sono precipitato a consultare tutti i vocabolari in mio possesso: della dicearchia neanche l'ombra. Spero che lei possa soddisfare la mia curiosità oltre che colmare una mia lacuna linguistica.
Grazie in anticipo della sua eventuale risposta.
Sebastiano L.
Palestrina (RM)
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Cortese Sebastiano, effettivamente il vocabolo in oggetto non è attestato nei dizionari dell'uso, e la cosa mi stupisce non poco visto che si trova in numerose pubblicazioni. Con il termine dicearchía, dunque, composto con le voci greche "dikè", giustizia e "arkía", sovranità, si intende "un governo giusto", uno Stato in cui  la legge è sovrana perché è la "massima autorità". 

giovedì 21 novembre 2013

È nevicato o ha nevicato?

Da “Domande e risposte” del vocabolario Treccani in rete:
Vorrei sapere, sempre se non vi è stata già fatta, se è più corretto dire “è piovuto” o “ha piovuto”.
La domanda è già stata fatta, ma per questa volta non importa, rispondiamo nuovamente, visto che la scelta dell'ausiliare nei tempi composti dei verbi meteorologici provoca dubbi tra molti lettori e utenti del Portale.
 Esiste in italiano un gruppetto di verbi intransitivi molto usati che gradiscono sia l'ausiliare essere, come norma vuole, sia l'ausiliare avere, nella lingua parlata e scritta di ogni livello: i verbi meteorologici (grandinare, piovere, piovigginare, nevicare, nevischiare), ma anche appartenere, atterrare, volare e decollare, durare, emigrare, franare, inciampare, naufragare, prevalere, sbandare, scivolare, vivere. Dunque è/ha piovuto, è/ha appartenuto, è/ha decollato, è/ha scivolato.
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Dissentiamo, in parte, dai linguisti del sito Treccani. I verbi cosí detti meteorologici possono prendere sí, entrambi gli ausiliari, ma con un distinguo. Prendono l’ausiliare avere quando è indicata la durata del fenomeno: ha nevicato dalle cinque alle otto del mattino; ieri è piovuto. Quanto al verbo emigrare useremo l’ausiliare essere se si indica la destinazione: sono emigrati tutti in America; quasi tutti gli abitanti del paese hanno emigrato. Decollare e sbandare prendono solo l’ausiliare avere: l’aereo ha decollato e l’auto ha sbandato. Il medesimo ausiliare prende il verbo deragliare: il treno ha deragliato. Per quanto attiene al verbo atterrare, infine, prenderà l’ausiliare essere se si riferisce alle persone: siamo atterrati in perfetto orario; l’aereo ha atterrato con mezz’ora di ritardo.

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La parola che proponiamo oggi è: tacheòmetro. Sostantivo maschile. Strumento per la misurazione rapida dei livelli e dei rilievi dei terreni. È composto con le voci greche "tachís", celere, veloce e "mètron", misura.

mercoledì 20 novembre 2013

Forviare o fuorviare?

Ormai dobbiamo rassegnarci a convivere con le “inesattezze” (o strafalcioni?) dei “revisionisti” del vocabolario Gabrielli in rete.  I revisionisti, dunque, smentiscono - a proposito del verbo “fuorviare” -  ciò che scrive il Maestro nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”.  Scrive, dunque, Aldo Gabrielli: «Forviare, non mai “fuorviare” per la legge del dittongo mobile, fu usato in antico solo come intransitivo col significato di “uscir di strada”, nel proprio e nel figurato  […]. Ma oggi si usa sempre piú frequentemente nel significato attivo di “allontanare dalla via giusta”, e ai puristi non piace; chi non voglia usarlo, si attenga a “deviare”, “sviare”, e, figuratamente anche a “corrompere”, “traviare”, “guastare”».  I “revisionisti”, invece, al lemma (il solo corretto, secondo il Gabrielli) “forviare” rimandano a… FUORVIARE. Si veda qui e qui.

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La parola del giorno (di ieri): arrabattarsi.

lunedì 18 novembre 2013

È proprio uno scarciume...




Tra le parole che ci piacerebbe fossero rispolverate e rimesse a lemma nei vocabolari segnaliamo "scarciume". Sostantivo maschile. Adoperato figuratamente indica una persona spregevole o sgradevole.

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La parola del giorno (di ieri): antidiluviano.

domenica 17 novembre 2013

Mutar casacca

Per la spiegazione di questo modo di dire che significa cambiare - soprattutto per convenienza - comportamento e opinioni, "rubiamo" le parole all'insigne linguista Aldo Gabrielli. «Casacca, da "cosacco", designò dapprima una larga giacca a maniche corte, aperta ai lati, poi la mantella dei moschettieri di Francia. L'espressione nacque, pare, al tempo delle guerre tra cattolici e riformatori, quando i numerosi transfughi, nel passare da un campo all'altro, badavano a presentarsi con la casacca del colore giusto, per evitare qualche colpo di archibugio».
Con lo stesso significato si adopera anche la locuzione "voltar gabbana" (quindi "essere un voltagabbana"). La gabbana (o il gabbano) era, anticamente, un soprabito con cappuccio; pare di origine araba.
  
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La parola che proponiamo oggi: ròrido. Aggettivo. Bagnato di rugiada.

sabato 16 novembre 2013

Scarcaglioso



La parola che proponiamo oggi ("snobbata" dai dizionari dell'uso) è: scarcaglioso. Aggettivo. In senso figurato sta per 'scioperato', 'scapestrato'. 
Si veda anche qui.

venerdì 15 novembre 2013

Calcolare...

«Non calcolate sulla mia presenza...». Vi sembra un uso corretto l'...uso di questo verbo nel significato di "fare affidamento"? Non calcolate sulla mia presenza, vale a dire non fate affidamento sulla mia presenza. A nostro modo di vedere è un uso se non scorretto improprio. Calcolare significa, propriamente, "stabilire una quantità di qualcosa attraverso un calcolo": calcolare i danni riportati nell'incidente. A nostro avviso, insomma, non si possono dare al verbo calcolare significati che non gli sono propri, come fanno alcuni, "spalleggiati" da certi vocabolari: confidare, fare affidamento, stimare, giudicare, valutare, pensare, considerare, far conto, fidarsi, fondarsi, fare assegnamento e simili. Naturalmente qualche linguista dissentirà, se dovesse imbattersi in questo portale. Ma tant'è.

PS. Dimenticavamo. I Francesi adoperano il verbo calcolare nelle accezioni che noi riteniamo improprie.

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La parola che proponiamo oggi è: bibliòpola. Sostantivo maschile (e femminile). Sta per libraio, venditore di libri. È composto con le voci greche "biblion", libro e "pòles", venditore. 

mercoledì 13 novembre 2013

Su e... sú

Cortese dott. Raso,
la disturbo, dopo tanto tempo, per un altro quesito. Mio fglio, II anno dell'istituto tecnico per geometri, è stato redarguito  dall'insegnante d'italiano perché in un componimento ha messo l'accento sul "su". È un errore grave?
Grazie se avrò una risposta.
Cordialmente
Sabino A.
Mantova
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Gentile Sabino, per darle una risposta precisa dovrei conoscere il contesto in cui è stato collocato il "su". Se il 'su' incriminato era in funzione di preposizione l'accento, ovviamente, è errato: guarda su (preposizione) quel tavolo, c'è quello che cerchi. Se, invece, il "su" era un avverbio l'accento non è errato, anche se si preferisce non segnarlo: vieni subito sú (avverbio) o su; ridiamoci sú. Guardi, in proposito, cosa scrive il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia.
Per concludere, caro amico, la "legge grammaticale" non condanna il su avverbiale con tanto di accento, come si evince dagli esempi riportati nel DOP.

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La parola che proponiamo oggi è: prosopografia. Sostantivo femminile. Significa: descrizione del volto di una persona.

lunedì 11 novembre 2013

«Errori d'opinione»

Con "errori d'opinione" intendiamo gli strafalcioni linguistico-grammaticali che i cosí detti opinionisti della carta stampata e no ci "propinano" a ogni piè sospinto. Non c'è 'opinionista' che, invitato nei vari programmi radiotelevisivi, non cada nel vezzo - a loro dire - di adoperare le particelle pronominali "ci si" con alcuni verbi quali rafforzative della coniugazione con soggetto indeterminato: ci si andava; ci si era tutti; ci si era venuti. Altro che vezzo, un vero e proprio orrore linguistico. Le particelle "ci" e "si" unite si possono adoperare - ed è un uso correttissimo - soltanto come forma di soggetto indeterminato con i verbi riflessivi o pronominali: ci si annoiava (noi ci annoiavamo); ci si vergogna (tutti si vergognano); ci si deve lavare (tutti si debbono lavare). Si possono usare accoppiate anche come complemento di reciprocanza (con la forma del soggetto indefinito): ci si vede domani, vale a dire ci vediamo domani; o, ancora, il "ci" unito al "si" è corretto come avverbio di luogo, con il significato, appunto, di "in questo (quel) luogo": a casa tua ci si sta bene. Non è una smarronata, invece, il "si va", sebbene sia un toscanismo che in buona lingua è preferibile evitare. Ma vediamo altri «errori d'opinione» tra i quali possiamo includere - senza tema di essere smentiti - l'uso improprio che gli 'opinionisti' fanno del verbo "elevare" in espressioni in cui il suddetto verbo non ha il significato che gli è proprio, vale a dire "portare in alto". Cade quindi, in una smarronata (e non in una improprietà, a nostro avviso) colui che dice o scrive, per esempio,  «gli inquirenti hanno elevato molti dubbi in proposito». I dubbi - chi può smentirci? - non si "portano in alto", si suscitano. Altro "vezzo" caro agli opinionisti è l'uso del partitivo con la preposizione "con": «L'esponente politico è stato inquisito con dei suoi amici». Quel "dei" partitivo deve essere sostituito, in buona lingua italiana e come prescrive la grammatica, con "alcuni": è stato inquisito con alcuni amici. Come dicevamo, per gli 'opinionisti' è un vezzo, per chi scrive queste modeste noterelle è, invece, uno strafalcione bell'e buono. Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. Chiudiamo con un pensiero di Giuseppe Giusti, quanto mai attuale e sul quale gli 'opinionisti' dovrebbero meditare: «L'avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l'uso con lo studio e la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare». 

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La parola che proponiamo oggi è: balzano.

domenica 10 novembre 2013

«Metamorfosi morfo-sintattiche»

Vediamo alcune metamorfosi che, nel corso dei secoli, si sono avute nella morfologia e nella sintassi. Con il termine morfologia (dal greco "morfè", forma) si intende - in linguistica - la parte della grammatica che studia il comportamento dei singoli vocaboli nella loro forma esteriore come, per esempio, le desinenze, le coniugazioni, i troncamenti, le elisioni ecc. Sotto questo aspetto il nostro idioma ha un andamento piuttosto regolare, costituito dal progressivo discostamento dalla lingua madre - il latino - perché sono cadute le desinenze consonantiche. Le parole  "casa", "pane"  - per esempio - sono gli accusativi latini "casam" e "panem" con la perdita della desinenza consonantica "m" (casa'm' e pane'm'). Per quanto attiene ai verbi, invece, la metamorfosi si nota benissimo in quanto la desinenza della prima persona singolare dell'imperfetto indicativo era - fino a due secoli fa - "-a": io amava, io leggeva ecc. Questo perché si rifacevano ai rispettivi latini "-abam", "-ebam", "-ibam", con la caduta della consonante finale "m". La forma attuale in uso, quella con la desinenza in "-o" (io mangiavo, leggevo, dormivo ecc), è coniata per analogia con la desinenza del presente (io lodo, parlo, temo, parto). Ancora. Anticamente la prima persona plurale dell'imperfetto indicativo del verbo essere era "noi eramo", conformemente al latino "eramus"; quella definitiva, "eravamo", si ha per analogia con i verbi regolari "parlavamo", "temevamo" e via dicendo. Un altro esempio di metamorfosi morfologica si ha nella forma plurale di "quello", che per secoli è stata "quelli", solo successivamente fu introdotta la forma "quegli" per alcuni casi particolari. E passiamo alle metamorfosi che si sono avute nella sintassi, altra parte della linguistica che si occupa della disposizione delle parole nella frase, vale a dire la funzione che ciscuna di queste esercita nel contesto (soggetto, predicato, complementi ecc.) Anche questo termine viene dal greco "syntaxis", derivato di "syntàssein" ('ordinare assieme') e significa "ordinare insieme i vari elementi di una frase". In questa campo le metamorfosi piú vistose si hanno nella tendenza ad abbreviare i periodi, "spezzettando" il discorso in tante proposizioni brevi e indipendenti; nell'eliminazione, per quanto possibile, di proposizioni coordinate e subordinate. Altro mutamento assai vistoso nella sintassi - e concludiamo queste modeste noterelle - è il passaggio dalle proposizioni di forma implicita (con il verbo all'infinito o con il gerundio) ad altre di forma esplicita, vale a dire con un verbo di modo finito. E viceversa, naturalmente. 

sabato 9 novembre 2013

Presuntuoso? No, ambizioso

Abbiamo notato - e speriamo di non incorrere nelle ire dei cosí detti linguisti d'assalto - che si va sempre piú diffondendo l'uso, a nostro modo di vedere erroneo, di dare all'aggettivo "ambizioso" un significato che propriamente non gli appartiene: presuntuoso, sciocco, megalomane e simili. «Giovanni è proprio una persona presuntuosa, vuole occupare la poltrona di direttore generale». No, amici, Giovanni non è una persona presuntuosa, ma ambiziosa. L'ambizioso è colui che... desidera un pubblico riconoscimento, che brama onori e lodi; potremmo dire, insomma, un orgoglioso.

venerdì 8 novembre 2013

Concionare




Molto interessante la parola di mercoledí scorso proposta dal sito "Unaparolaalgiorno.it": concionare.
La parola che propone questo portale è: cibrèo. Sostantivo maschile. Pietanza composta di rigaglie di pollo e altri ingredienti. In senso figurato sta per "discorso confuso".

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Un consiglio agli amatori della lingua italiana. Aborriscano dal verbo "flottare", essendo tratto dal francese "flotter". Ci sono verbi schiettamente italiani, che fanno alla bisogna: ondeggiare, fluttuare, galleggiare.

giovedì 7 novembre 2013

Un qualche...

Alcune considerazioni  - che non tutti i “sacri testi” riportano - sull’uso corretto dell’aggettivo indefinito “qualche”.  Cominciamo con il dire che è solo singolare e che si antepone al sostantivo cui si riferisce:  Giulio non è ancora tornato, sarà andato a fare ‘qualche’ commissione urgente.  Preceduto dall’articolo indeterminativo (un, una) dà al costrutto un “valore” enfatico: ti prego, dammi ‘una’ qualche notizia su quell’affare. In proposizioni negative è errato –  come molti fanno – dargli il significato di “alcuno”, “nessuno”: non ho mai avuto qualche dubbio in proposito. In buona lingua si dirà: non ho mai avuto ‘nessun’  (alcun) dubbio in proposito. È altresì errato – sempre come fanno alcuni – dargli il significato di “qualunque”:  c’è lo sciopero dei mezzi di trasporto ma raggiungi il posto di lavoro in ‘qualche’  modo. Diremo, correttamente: in ‘qualunque’  modo.

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La parola del giorno proposta  da questo portale: pronuba. Sostantivo femminile. Donna che  accompagnava e assisteva la sposa il giorno del matrimonio.


mercoledì 6 novembre 2013

Mandare (o andare) a carte quarantotto

Forse pochi sanno che il modo di dire in oggetto ha cambiato di significato nel corso dei secoli. All'inzio stava a significare "mandare al diavolo" e simili; poi ha acquisito l'accezione odierna di "mandare all'aria", "in rovina", "in subbuglio" e anche, figuratamente, "morire". Quest'ultima accezione, definiamola "moderna", vale a dire "andare in rovina", "andare in subbuglio" è un omaggio al Risorgimento italiano: quarantotto, nel significato di subbuglio fu "coniato" a Milano in seguito agli avvenimenti delle famose cinque giornate del 1848, giornate che misero tutta la città in subbuglio, appunto. Non è molto chiara, invece, l'origine "primitiva", che significava "mandare al diavolo". Sembra certo che "carta" stesse per pagina e "quarantotto" indicasse il numero della carta. Scrive, infatti, il Carena: «Nei primi tempi della stampa fu uso di numerare nei libri non le pagine, ma le carte, apponendo in ciascuna il numero progressivo solo alla prima pagina di ciascuna carta. In questo caso le due facce o pagine dai bibliografi vengono indicate coll'aggiungere al numero della carta la parola "recto" per la prima pagina e la parola "verso" per la seconda. Carte 35 recto: 35 verso. Da lungo tempo fu smesso l'uso scomodo di contare per carte i fogli dei libri, che ora sono numerati per facce o pagine». Resta oscuro, però, il motivo per cui si dovesse "andare a carte quarantotto". Probabilmente - è una nostra personale ipotesi - l'usanza di contare per carte i fogli dei libri oltre a essere scomoda richiedeva molto tempo tanto che quando ci si voleva liberare di una persona la si mandava, appunto, "a carte quarantotto" (al diavolo).

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La parola che proponiamo oggi è: disandevole. Aggettivo che vale "difficile", "impervio" e simili. Si dice, soprattutto, di luogo dove è difficile o rischioso camminare. 

martedì 5 novembre 2013

Colafizzare

Tra le parole che ci piacerebbe fossero riesumate e messe di nuovo a lemma  segnaliamo il verbo colafizzare. «Aiutatemi, amici, quest’individuo mi sta colafizzando! ». Che cosa sta facendo? vi domanderete. È presto detto: lo sta schiaffeggiando. Colafizzare significa, infatti, “dare schiaffi”, “prendere a ceffoni”. Si veda anche qui.

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  All’insaputa – francesismo da evitare. Non scrivere, ad esempio: è partito all’insaputa del padre; meglio: è partito senza che il padre lo sapesse (o qualche altra locuzione simile).
  Apparire – si sconsiglia l’uso di questo verbo nell’accezione di pubblicare. Non scrivere, per esempio: l’articolo apparso sulla stampa di ieri, ma, correttamente, pubblicato. Apparire, insomma, significa manifestarsi e un articolo non si manifesta (come gli ectoplasmi), si pubblica, per l’appunto.

                  

lunedì 4 novembre 2013

Scazzellare

Esimio dr Raso,
il caso ha voluto che mi imbattessi nel suo sito mentre cercavo il significato di un verbo che avevo letto in un vecchio libro: scazzellare. Non ho trovato il verbo, in compenso ho trovato un "tesoro linguistico", il suo preziosissimo portale. Mi rivolgo a lei, quindi, per conoscere l'esistenza del verbo in questione e, eventualmente, il significato.
Grazie in anticipo se la mia richiesta sarà presa in considerazione, ma soprattutto grazie per il suo encomiabile "lavoro".
Con viva cordialità
Lorenzo L.
Lecco
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Cortese Lorenzo, innanzi tutto grazie per le sue belle parole. Perché mai non dovrei prendere in considerazione il suo quesito? Il verbo da lei citato non è attestato nei comuni vocabolari dell'uso ma esiste, anzi esisteva, e significa "trastullarsi". Si trova nel vocabolario della lingua italiana dell'Accademia della Crusca. Veda qui.

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La parola del giorno (di ieri): nefando.

domenica 3 novembre 2013

La tmesi

Gentilissimo dott. Raso,
ancora una volta debbo ricorrere alla sua non comune disponibilità. Sarò telegrafico. Cos'è la tmesi? I vocabolari consultati non mi sono stati di grande aiuto...
Grazie e cordialità
Ottavio L.
Terni
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Cortese amico, l'argomento è stato trattato qualche anno fa sul "Cannocchiale". Può trovare la risposta alla sua domanda cliccando qui.

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La parola del giorno proposta da questo portale: gipsotèca. Sostantivo femminile composto con le voci greche "gypos", gesso e  "thèke", raccolta, deposito. Luogo in cui sono custoditi calchi in gesso di statue e bassorilievi di grandi artisti.

sabato 2 novembre 2013

Il letame e la letizia

Avreste mai immaginato che il letame e la letizia sono “fratello” e “sorella”, derivando dallo stesso padre, il verbo latino “laetare”  (allietare, rendere allegro)?  Il letame, infatti, in latino “laetamen”,  «rallegra» un terreno  rendendolo fertile .  Il verbo in questione, infatti, è un denominale provenendo dal sostantivo latino “laetum”, voce rurale che originariamente valeva “fecondo”, “fertile” per passare, in seguito, al significato di lieto, allegro e simili. Di qui, il sostantivo letizia. Quante sorprese ci riserva l’etimologia. E la chiamano “scienza barbosa”!
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La parola del giorno (di ieri): scaltro.

venerdì 1 novembre 2013

«Allungare il collo»

Quante volte, amici lettori, avete sperimentato sulla vostra “pelle” questo modo di dire il cui significato – noto a tutti – è  “esser costretti a una lunga e impaziente attesa”?  Attendere troppo a lungo, insomma, ciò che si desidererebbe, invece, avvenisse il piú presto possibile. Particolarmente, gentili amici,  mentre si è in attesa del… pranzo. Singolare, a nostro avviso, la spiegazione che danno, in proposito, le note linguistiche al «Malmantile racquistato» (un poema burlesco):  «Aspettare che venga da mangiare; poiché quando uno in qualche conversazione ha grande appetito, si rivolge sempre da quella parte, donde vengono le vivande: e sta col capo elevato (ond’è che il collo s’allunga) per vedere il primo l’arrivo del cibo bramato. Questa maniera si trasporta ancora a significare la pena che si prova nell’aspettare qualsivoglia cosa desiderata, dicendosi in tal caso: “voi mi fate allungare il collo”». Di significato affine la locuzione “fare il collo lungo come quello d’una giraffa”.

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La parola che proponiamo oggi è: olíbano. Sostantivo maschile.  Antica denominazione (quindi sinonimo) dell’incenso.