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lunedì 30 settembre 2013

Quella donna è una cerbera. Per carità... un cerbero

Dal sito “Garzantilinguistica.it”:
 [cèr-be-ro] n.m.
f. -a; pl.m. -i, f. -e
guardiano, sorvegliante severo e intransigente | persona arcigna e irosa
Etimologia: ← dal lat. cerbĕru(m), dal gr. kérberos, mostro mitologico dall’aspetto di cane a tre teste che custodiva l’ingresso dell’Ade.

Forse è il caso di ricordare ai lessicografi del sito in oggetto che il sostantivo “cerbero”, come sosia, resta maschile (e non prende il plurale) anche se si riferisce a una donna: Susanna è proprio un cerbero.

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Alfine e al fine – il termine in grafia unita è avverbio e significa  finalmente: Paolo alfine (finalmente) è arrivato. In grafia scissa vale allo scopo di: le telefono al fine di ricordarle l’appuntamento.

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La parola del giorno (di ieri): benaltrismo.
E quella proposta da questo portale: scopatore segreto. Sostantivo maschile.  Inserviente addetto alla pulizia dell’appartamento apostolico.

sabato 28 settembre 2013

Cospicuo...

Due parole sull’uso corretto di “cospicuo”. Ci affidiamo alla…  parola di Aldo Gabrielli.  «(Cospicuo) ha un suo significato preciso, che è quello di “insigne”, “illustre”, “rinomato”, “egregio” e simili, sempre riferito a valori morali  (“una intelligenza cospicua”, “un signore dei piú cospicui”, “una parentela cospicua”). Deriva infatti dal latino “conspicuus”, visibile, e poi, figuratamente segnalato, insigne (dal verbo “conspicere”, vedere). Ora invece si usa dai piú nel significato materiale di “ricco”, “grosso”, “abbondante”, “copioso”, “esorbitante”, “numeroso”, “pingue” e simili. E si sente dire: “Il tale ha un patrimonio cospicuo”; “Egli mi ha lasciato una cospicua somma”. È mal detto, si dirà invece: “un ricco, un pingue patrimonio, una grossa, una notevole somma”».

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La parola del giorno (proposta da questo portale): bucranio.  Sostantivo maschile. Cranio di bue scolpito, adoperato per ornamentare alcuni edifici.    

venerdì 27 settembre 2013

L'aulèdo

La parola di oggi (proposta da questo portale): aulèdo. Sostantivo maschile, sinonimo di flautista. Composto con le voci greche "àulos" (flauto) e "aèidon" (cantore, suonatore). 

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A meno che – improprio l’uso di questa locuzione avverbiale nell’accezione di  purché non, salvo che, eccetto che, fuorché e simili. Non diremo, quindi: andiamo al cinema, a meno che tu non preferisca il teatro. Diremo e scriveremo, correttamente: salvo che tu non preferisca il teatro.


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Ci piacerebbe conoscere il motivo per cui i lessicografi del sito Garzantilinguistica.it (De Agostini) pluralizzano lungarno e lungadige e lasciano invariato lungotevere. Come sono corretti lungarni e lungadigi è altrettanto corretto lungoteveri.


giovedì 26 settembre 2013

Estemporaneo...

 Si presti attenzione a questo aggettivo perché può trarre in inganno. Molti, infatti, lo adoperano con il significato di ‘strampalato’, ‘avventato’ e simili: Giovanni, il tuo comportamento è stato estemporaneo (volendo dire ‘avventato’). No, amici, estemporaneo significa, invece, ‘improvvisato’, ‘senza preparazione’: Pasquale ha tenuto un discorso estemporaneo, vale a dire ‘improvvisato’. Si veda qui.

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La parola del giorno (proposta da questo portale). Cachinno. Sostantivo maschile. Riso esagerato e beffardo.

mercoledì 25 settembre 2013

«Il piú intimo»

Gentilissimo dott. Raso, 
la disturbo ancora, ma questa volta non per una curiosità ma per un quesito grammaticale. Ai tempi della scuola mi hanno sempre insegnato che “più intimo” e “più infimo” sono forme grammaticalmente scorrette perché i due aggettivi sono di grado superlativo e come tali non si possono “alterare” ulteriormente.  Eppure si legge e si sente spesso “più infimo” e “più intimo”, anche sulla bocca di gente dalla cultura insospettabile. Può dirmi qualcosa in proposito? 
Grazie anticipatamente. 
Ottavio L. 
Terni
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Cortese Ottavio, la scuola molto spesso insegna delle “inesattezze” e l’uso  dei due aggettivi,  ritenuto scorretto, ne fa parte.  Sí, è vero, “intimo” e “infimo” sono già superlativi, ma con il trascorrere del tempo hanno perso il loro valore elativo e vengono sentiti come di grado positivo e, come tutti gli aggettivi di grado positivo,  possono essere alterati. Guardi anche qui ("Si dice o non si dice?" di Aldo Gabrielli).

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La parola del giorno (proposta da questo portale): almèa. Sostantivo femminile. Ballerina orientale che accompagna con il canto le sue danze.

martedì 24 settembre 2013

«Su qui e su qua....»

Tutti ricorderanno la canzoncina scolastica: su qui e su qua l’accento non va, su lí e su là l’accento ci va. Pochi, crediamo, ricorderanno la ragione. Permetteteci, quindi, di rinfrescare loro la memoria, anche perché ci capita, molto spesso, di leggere sulla stampa frasi che contengono gli avverbi di luogo “qui” e “qua” con tanto di accento, ovviamente errato. L’allarme lanciato – tempo fa – dall’Accademia della Crusca circa gli strafalcioni giornalistici – a quanto sembra – non ha sortito alcun effetto. Possiamo dire, presuntuosamente, di non avere mai avuto dubbi in proposito. Ma veniamo al “dunque”. Una regola grammaticale stabilisce che i monosillabi – composti con una vocale e una consonante – non vanno mai accentati, salvo nei casi in cui si può creare confusione con altri monosillabi uguali ma di significato diverso (le cosí dette parole omografe e omofone, potremmo quasi dire), come nel caso, appunto, degli avverbi di luogo «lí» e «là» che, se non accentati, potrebbero confondersi con “li” e “la”, rispettivamente pronome e articolo-pronome. Un’altra norma grammaticale stabilisce, invece, l’obbligatorietà dell’accento quando nel monosillabo sono presenti due vocali, di cui la seconda tonica: piú, giú, già ecc. Dovremmo scrivere, quindi, «quí» e «quà»  (con tanto di accento). Occorre osservare, però, che la vocale “u” quando è preceduta dalla consonante “q” fa da ‘serva’ a quest’ultima; in altre parole la “u” non è piú considerata vocale ma parte integrante della consonante “q”. Avremo, per tanto, qui e qua senza accento perché – per la legge sopra citata – i monosillabi composti di una consonante e di una vocale rifiutano l’accento scritto: no, me, lo, te, qui, qua. E a proposito di accento, non si possono tacciare di ignoranza linguistico-grammaticale coloro che accentano l’avverbio «sú» per distinguerlo dalla omonima preposizione. Solo, però, se lo fanno consapevolmente…

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La parola del giorno (proposta da questo portale): allòdio. Termine giuridico usato per indicare un podere libero da qualsiasi diritto altrui. Si veda anche qui

lunedì 23 settembre 2013

Derogare "a" o "da"?

Ancora una volta i ritoccatori del vocabolario Gabrielli hanno “ritoccato”, contraddicendolo, il loro Maestro. I geniali supervisori del vocabolario scrivono che il verbo “derogare” si può costruire anche con la preposizione “da”, costrutto condannato dall’insigne linguista nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”. Scrive, dunque, il professor Aldo Gabrielli: «(Derogare) latinismo che vale “sopprimere o limitare il valore o l’autorità di una legge o di una norma in precedenza stabilite”. È verbo intransitivo, e si costruisce con la preposizione ‘a’:  “derogare a una legge”; “Non derogo a questo mio principio”, “Derogaste ai patti convenuti” e simili.  È quindi errato costruirlo col complemento oggetto (“derogare i patti”) o, come spesso si sente, con la preposizione ‘da’ (“io non derogo dai miei sistemi”); “Avete derogato dalla regola”. Evidentemente si fa confusione con altri verbi, quali  “scostarsi”, “discostarsi”, “allontanarsi”, “rimuoversi” e simili (“discostarsi da una norma”; “rimuoversi da un principio” e simili)».
Si veda anche qui.

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La parola del giorno (di ieri): strafalcione.

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Divertitevi con la “Scuola Elettrica”. Guardate come ha corretto questo periodo:

La lunghezza della frase è di 185 caratteri e 28 parole.
I periodi sono: 2
1)- Oggi, finoalmente non a piovuto e ho potuto uscire con un'amico carissimo che lavora in una direzzione ministeriale.
2)- L'amico di cui parlo l'o visto, l'ultima volta, tre settimane fa.
Errori di ortografia
In: "...ministeriale.L'amico di..." vi è un errore:
dopo " . " ci vuole uno spazio!
Errore: "finoalmente" è una parola non presente in questo dizionario o con errori di scrittura!
Errore: "direzzione" è una parola non presente in questo dizionario o con errori di scrittura!
Errore: "ministeriale" è una parola non presente in questo dizionario o con errori di scrittura!
In totale gli errori di ortografia sono: 4
Errori di grammatica:
In totale gli errori di grammatica sono: 0
Errori di logica

Errore! La seguente frase non ha senso:
"io uscire con uno amico"
Errore! La seguente frase non ha senso:
"che lavorare le"
In totale gli errori di logica sono: 2

domenica 22 settembre 2013

Piú o... meno

Caro Direttore, la prego, cortesemente, di voler pubblicare – sul suo autorevole portale – questa mia lettera aperta indirizzata agli amanti del bello scrivere e del bel parlare, perché ho notato che non tutti usano correttamente la nostra meravigliosa lingua italiana; le dirò di più, alcuni conoscono meglio la lingua di Albione a scapito dell’idioma di Dante. Quanto sto per scrivere, dunque, mi riguarda da vicino perché sono parte… lesa.  Mi sono accorto, però, di non essermi presentato, chiedo scusa e rimedio subito. Mi chiamo Meno e provengo dal nobile latino “minus”, neutro di “minor, minoris”. Nella lingua italiana svolgo, di volta in volta, varie funzioni ed è proprio di queste che desidero parlare perché molti – e tra questi le grandi ‘firme’ del giornalismo e gente di cultura – mi adoperano con funzioni e significati che molto spesso non mi appartengono. Ciò mi turba moltissimo in quanto vedo calpestata la mia personalità, quasi fossi una sorta di  straccio buono per qualsiasi uso. No, amici, consentitemi di reagire con la massima fermezza a questo sopruso di cui sono vittima un giorno sí e l’altro pure. Con questa lettera aperta, dunque, desidero chiarire, una volta per tutte, le mie importantissime “mansioni” nel campo della lingua, sempre piú vilipesa da sedicenti scrittori che non perdono occasione per “esibirsi” nei vari programmi culturali radiotelevisivi. Un tempo si diceva che l’Italia è un popolo di navigatori, di poeti e di, aggiungo io, scrittori. Che scrittori! Gente che mi adopera con il significato di “no” nel costrutto disgiuntivo come, per esempio, in frasi «ignoro se il colpevole sia stato riconosciuto o meno dai vari testimoni». In siffatte frasi offendono me, ma soprattutto il mio collega No, l’unico avverbio abilitato a ‘comparire’ in proposizioni disgiuntive. È, altresì, scorretto chiamarmi in causa facendomi precedere dalla preposizione impropria “senza” nel significato di “senza dubbio”, “certamente” e simili: verrò senza meno. In buona lingua si dice «verrò certamente, senza dubbio». Per quanto riguarda l’espressione “quanto meno” è preferibile, cortesi amici, sostituirla con “almeno”. Ma vediamo le mie funzioni e il relativo corretto uso. La funzione “principe” è quella avverbiale; indico, unito a un verbo, una quantità (o una qualità) minore: Giovanni mangia meno. Svolgo il medesimo ruolo con gli aggettivi: meno bello, meno gradito. Sono anche correttamente adoperato come aggettivo e avverbio per formare il comparativo di minoranza e, se preceduto dall’articolo determinativo, concorro alla formazione del superlativo relativo di… minoranza: è meno ricco di lui (comparativo di minoranza),  è il meno ricco (superlativo relativo).  Adoperato con il collega Piú formo le espressioni “piú o meno”, “poco piú, poco meno”, che valgono ‘approssimativamente’, ‘all’incirca’: in sala c’erano piú o meno duecento persone. Il mio impiego è altresì corretto con significato negativo purché – ripeto – non “appaia” nei costrutti disgiuntivi (frasi interrogative doppie): l’ho incontrato quando meno me l’aspettavo. Quando sono in veste di sostantivo – cosa importantissima e da evidenziare – non posso essere pluralizzato in quanto ho valore neutro e come tale indico la “piú piccola cosa”: è il meno (la piú piccola cosa) che potessi fare per ringraziarli. Preceduto dall’articolo determinativo plurale “i” vengo impiegato riferito a persone per indicare “la minor parte”, “la minoranza”: sono i meno ad assumere un atteggiamento come il tuo. Quest’uso, per la verità, non lo consiglio – anche se in regola con la legge grammaticale. Non è meglio dire e scrivere: è la minoranza ad assumere un atteggiamento come il tuo? A questo punto permettetemi una piccola digressione. L’esempio precedente mi ha richiamato alla mente una “regola” linguistica secondo la quale tutti  i periodi che cominciano con una forma impersonale sono impropri e in quanto tali non si incontrano in una buona prosa. Sono da evitare, quindi, frasi tipo: fu a te che mi rivolsi. In buona lingua si dirà: mi rivolsi a te. Gentili amici, ho cercato di non cadere nella pedanteria elencandovi i vari casi in cui il mio uso è “conforme agli obblighi di legge”; se ci sono riuscito mi congratulo con me stesso, in caso contrario vi prego di  perdonarmi,  ma l’argomento era troppo importante perché lo sottacessi. Vi ringrazio della gentile attenzione prestatami ed esterno pubblica riconoscenza al Direttore per la sua cortese ospitalità. Ancora un grazie di cuore e un saluto affettuoso dal vostro amico 
Meno

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La parola del giorno (proposta da questo portale): onciàle

sabato 21 settembre 2013

La cervògia

La parola di oggi (proposta da questo portale): cervògia. Sostantivo femminile. Bevanda simile alla birra, composta di grano, orzo e avena.

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Beninteso e ben inteso


Due parole su questo avverbio e aggettivo, che si può scrivere in grafia unita o staccata (i vocabolari non fanno distinzione alcuna).  In funzione avverbiale, con il significato di “certo”, “certamente”, “naturalmente” e simili si scriverà rigorosamente in grafia unita: tutti, beninteso (naturalmente), dovrete rispondere delle vostre azioni. Si scriverà in grafia scissa o unita quando è adoperato in funzione aggettivale con il significato di “opportuno”, “con discernimento”, “a proposito” e simili: una benintesa elemosina non è mai offensiva. Sempre in grafia scissa, ovviamente, quando il termine ha valore schiettamente verbale: se ho ben inteso, non verrete alla cerimonia.

giovedì 19 settembre 2013

L'oniromanzia

La parola del giorno (proposta da questo portale): oniromanzia. "Arte" di indovinare attraverso l'interpretazione dei sogni.

E l'altra proposta dal portale "una parola al giorno": intemerato.

mercoledì 18 settembre 2013

Grattar la pancia alla cicala

Chi gratta la pancia alla cicala, naturalmente in senso figurato? Colui o colei che “stuzzica” una persona per indurla a parlare di un determinato argomento, oggetto di particolare curiosità. È un modo di dire, insomma, che si tira in ballo quando si desidera che qualcuno – come usa dire – “si sbottoni”.  Perché grattar la pancia alla cicala? Perché sembra che le cicale – stando alla teoria di alcuni studiosi -  siano disposte a “mettersi in mostra” in cambio di un po’ di solletico, opportunamente praticato, sulla loro… pancia.

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La parola del giorno (segnalata dal titolare di questo portale): arra. Sostantivo femminile che significa caparra. Parte di un pagamento pattuito e che si dà in anticipo per garanzia del pagamento totale. Si veda anche qui.

martedì 17 settembre 2013

Giornalismo. Errori e orrori

Gentilissimo dott.  Raso, 
trovare  il suo  prezioso libro è come vincere al totocalcio. Mi serve urgentemente per la mia tesi di laurea. Ho girato tutte le librerie della mia città. Nulla. Dove posso reperirlo? Grazie. 
Cordialmente.  
Amedeo S. 
Siracusa
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Cortese Amedeo, come ho avuto modo di rispondere a un suo collega, che mi poneva la stessa domanda, il mio libro dovrebbe essere consultabile nelle varie biblioteche universitarie. Lo può acquistare anche in rete (mi sembra che alcuni siti del genere applichino uno sconto del 10%). In ultima analisi può richiederlo direttamente all’editore Gangemi, piazza S. Pantaleo, 4 Roma 00186.


La cinegesia


La parola del giorno (segnalata dal titolare di questo portale): cinegètica (o cinegesia).  Il sostantivo indica la caccia con i cani, come si faceva un tempo. Si veda anche qui.

lunedì 16 settembre 2013

«Subire letteralmente»

Molti giornalisti e scrittori usano infarcire i loro scritti di avverbi terminanti in “-mente”, quasi questi ultimi fossero un condimento indispensabile per insaporire le idee che mettono su carta. Tra gli avverbi, il piú adoperato e, linguisticamente, il piú logoro è, senza ombra di dubbio, «letteralmente» che, come fa notare il vocabolario Devoto-Oli, “sottolinea la particolare intensità o assolutezza di una condizione». Chi non ha mai letto frasi del tipo “era letteralmente morto per la stanchezza”? Con l’avverbio letteralmente si vuole mettere in evidenza, appunto, la “particolare intensità” della stanchezza. È necessario osservare, però, che il significato proprio dell’avverbio in questione è nel “senso letterale” del termine, seguito, per tanto, da un aggettivo metaforico scancella il senso metaforico stesso. A nostro modesto avviso, quindi, c’è una palese contraddizione “interna” che deve essere assolutamente eliminata. Come? Semplicissimo. O si toglie l’avverbio (letteralmente) o si elimina la metafora: era morto per la stanchezza (morto in senso metaforico, per l’appunto). Colui che è letteralmente morto per la stanchezza non abbisogna di una comoda poltrona, sibbene di un impresario di onoranze funebri che scelga per lui una comoda bara, eventualmente rivestita di raso. Scherzi a parte, non vi sembra che di questo “letteralmente” se ne possa fare… letteralmente a meno?  E che dire del verbo “subire”, anche questo usato in tutte le salse da giornalisti e scrittori? Subire, sarà bene ricordarlo, significa – come recitano i vocabolari – “sopportare” e, generalmente, si sopporta qualcosa di spiacevole, di increscioso. Usarlo nel senso di “incrementare” –  come ci capita di leggere e di sentire spesso – ci sembra una piccola “grande” sciocchezza: le vendite di quel prodotto hanno subito un aumento notevole. Pedanteria? A voi la risposta, gentili amici amanti del bel parlare e del bello scrivere.

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La parola del giorno (segnalata dal titolare di questo portale): suntuario (da non confondere con santuario).  Il termine indica tutto ciò che è relativo allo spendere. Presso i nostri antenati latini, le leggi cosí dette suntuarie avevano lo scopo di moderare, di frenare le spese smoderate dei ricchi per cose lussuose o per banchetti esageratamente abbondanti.

domenica 15 settembre 2013

Essere (o andare) in braccio a Morfeo

Questa locuzione è conosciutissima, ci vergogniamo quasi di proporla alla vostra attenzione. Adoperata anche nella variante “cadere nelle braccia di Morfeo” significa “cadere in un sonno profondissimo”. Il modo di dire, particolarmente caro ai fanciulli, che lo adoperano quando hanno sonno (“buonanotte, vado in braccio a Morfeo”) ci riporta alla mitologia classica (greco-latina). Morfeo, dunque, era figlio del Sonno e della Notte e il Principe dei…  sogni, per questo era ritenuto una personificazione divina del sogno. Questo Dio (Morfeo) era raffigurato come un vecchio con le ali e con una corona di papaveri, mentre gli stemmi del Sogno e del Sonno erano il papavero e la bacchetta magica, quest’ultima aveva il potere di… addormentare. Una curiosità. La morfina, cioè quell’alcaloide estratto dall’oppio e usato in medicina per le sue qualità analgesiche e soporifere, deve il nome a… Morfeo, per l’appunto.

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La parola di oggi (segnalata dal titolare di questo portale): logògsifo (o logogrifo).  Viene dal greco 'lògos' (discorso) e 'prìphos' (rete): "discorso o parole a rete". Indovinello in versi in cui un termine scomposto in varie parti ne forma altri che si devono trovare, come pure lo stesso termine principale. In senso figurato la parola indica un discorso enigmatico o inintelligibile.

sabato 14 settembre 2013

Dalla meretrice alla merenda

Gentilissimo dott. Raso, 
la importuno, ancora una volta, per una curiosità linguistica. Perché le donne che esercitano il mestiere  piú vecchio del mondo sono chiamate “meretrici”? Certo di una sua cortese risposta, la ringrazio anticipatamente e le porgo i miei piú cordiali sentimenti di ossequio. 
Ottavio L. 
Terni
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Cortese amico, il termine meretrice  viene dal latino “meretrice(m)”, derivato del verbo “merere”  (guadagnare, meritare).  La meretrice, quindi, propriamente è "colei che merita un compenso (per le sue prestazioni)". Dallo stesso verbo latino proviene la “merenda”, vale a dire quel  leggero pasto che si fa nel pomeriggio, tra il pranzo e la cena. La merenda, per tanto, si deve meritare, guadagnare (ovviamente in senso figurato). 


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Il trapassato prossimo: un interessante quesito posto a Domande e Risposte del sito della Treccani.


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La parola del giorno: scombiccherato.

venerdì 13 settembre 2013

Destricare o districare?

Gentile prof. Raso,
mi sono trovata in una disputa linguistica sul "perché si dice DISTRICARE e non DESTRICARE" ...in nessun contesto ho trovato la parola con la E ma mi si contrasta che l'etimo dal latino mette la E quindi dovrebbe essere accettato anche DESTRICARE! Può darmi una mano?
Grazie 
MR
(località omessa)
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Cortese MR,  sí, il verbo in questione proviene dal latino (con la “e”), come può vedere qui;  ma in lingua italiana non è accettabile perché il prefisso latino “de-” in italiano diventa  - in linea generale  - “di-” . Il verbo corretto, quindi, è districare. I vocabolari, infatti, non attestano “destricare”, ad eccezione del GRADIT del De Mauro, che registra “destricare” variante di districare. Questo vocabolario, però, accoglie anche molta spazzatura e “destricare” ne fa parte.

giovedì 12 settembre 2013

«Pericolo di vivere»

Riproponiamo un nostro vecchio articolo perché abbiamo notato che alcune così dette grandi firme della carta stampata e no continuano a “propinarci”, ahinoi, una smarronata (anche se siamo smentiti dai vocabolari e dagli pseudolinguisti, ma tant’è): pericolo di vita.


I lettori che ci seguono con assiduità sanno benissimo che nelle nostre noterelle grammaticali o linguistiche non risparmiamo colpi a nessuno, “grandi firme” comprese, quando notiamo che ciò che scrivono cozza contro le leggi grammaticali o il “buon senso linguistico”. La carta stampata ci ha abituato ormai, e da tempo immemorabile, a leggere delle madornali marronate, ma noi non ci stiamo e le denunciamo. Giorni fa, un quotidiano locale (che non citiamo per amor di patria) riferiva, nella cronaca cittadina, di un incidente automobilistico in cui le persone coinvolte erano tutte all'ospedale civico “in pericolo di vita”. Se fossimo al posto di quei poveretti faremmo tutti gli scongiuri possibili e immaginabili: il cronista – stando al “buon senso linguistico” – ha scritto che sussiste “il pericolo che possano vivere”, quindi, “debbono morire”. Ci spieghiamo meglio.

“Pericolo di vita” – se si conosce un pochino la madre lingua – significa “possibilità di sopravvivenza”, “pericolo di vivere”; il “rischio”, dunque, sta nel fatto che si possa vivere. Si deve dire correttamente, quindi, “pericolo di morte”, non “di vita”. Il pericolo sta nel fatto che si muoia, non che si viva. Sui tralicci dell'alta tensione i cartelli che avvertono del pericolo recitano, infatti, “pericolo di morte”, non “pericolo di vita”. O siamo in errore?

mercoledì 11 settembre 2013

Oltre...

Due parole sulla preposizione “oltre” perché – se non cadiamo in errore – buona parte delle grammatiche trattano l’argomento in modo superficiale. Questa preposizione, dunque, ha tre distinti significati (o, se preferite, accezioni): “di là da” (oltre il lago c’è un altro paese); “piú di” (è oltre un mese che ci ha lasciato); “in piú di, per di piú, di piú” (oltre a non studiare vuole anche andare in vacanza; è indisponente oltre che presuntuoso). In questo particolare significato, come si può vedere dagli esempi, oltre si fa seguire dalla preposizione “a” o dalla congiunzione “che” (la scelta dell’una o dell’altra dipende, ovviamente, dal contesto). Molto spesso si adopera come prefisso e, come tutti i prefissi, si “attacca” direttamente al sostantivo: oltremodo, oltrefiume, oltretevere ecc. Non è necessario, come molti ritengono, l’uso dell’apostrofo davanti a vocale. Si può scrivere, quindi, sia oltralpi sia oltr’Alpi. Personalmente preferiamo l’univerbazione.

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La parola del giorno (di ieri): salmeria.

venerdì 6 settembre 2013

Scappare...

Dopo le posate, vediamo altri termini che conosciamo “per pratica” senza renderci conto del significato della parola stessa, vale a dire del significato nascosto, quello “dentro” la parola. Prendiamo il verbo “scappare”. Chi non conosce il significato “scoperto”? Scappare significa – e, ripetiamo, lo sappiamo per pratica –  “allontanarsi velocemente per sfuggire qualcosa o qualcuno”: i malviventi, vedendo la polizia, scapparono a gambe levate. Benissimo. Questa, appunto, l’accezione “scoperta”. E quella nascosta, quella, cioè, “dentro” la parola? È molto piú semplice di quanto si possa immaginare. La persona che scappa, metaforicamente, “si «scappa»”, cioè si toglie la cappa, il mantello per essere piú libera nei movimenti. Sotto il profilo etimologico, dunque,  scappare è un verbo denominale composto con il prefisso sottrattivo “S-” e il sostantivo “cappa” e vale, appunto, “togliersi la cappa” per fuggire piú rapidamente al fine di non farsi prendere dai lembi del mantello. È proprio l’opposto di “incappare” che, oltre a valere “indossare la cappa”, significa “incorrere in pericoli, in insidie, in errori”: incappò nei rigori della legge. Anche questo è un verbo parasintetico derivando da un sostantivo con l’aggiunta di un prefisso. Per l’esattezza è composto del prefisso “in-” e il sostantivo cappa e significa, propriamente, “andare a cadere in qualcosa che avvolge come una cappa”. Scappare, per assonanza, ci ha fatto venire alla mente il verbo “scampare” il cui significato è chiaro a tutti, cioè “sfuggire a un pericolo”, “salvarsi”, “rifugiarsi”: pochi scamparono dal naufragio; scampò (si rifugiò) in un paese straniero. Anche questo verbo ha un significato “nascosto”: colui che scampa a un pericolo “esce da un campo (di battaglia)”. Quanto all’ausiliare, a seconda del contesto, prende essere o avere.


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La parola di oggi: balzano. Si veda anche qui.

mercoledì 4 settembre 2013

Le posate...

Nel linguaggio di tutti i giorni – come abbiamo visto altre volte – adoperiamo alcuni termini che conosciamo per pratica, senza renderci conto del significato della parola stessa. Qualche esempio fra i tanti? Tutte le parole che adoperiamo quando ci mettiamo a tavola: forchetta, coltello, cucchiaio ecc. Quanti sanno, per esempio, perché l’occorrente per la tavola si chiama “coperto” quando tutto è… scoperto? Come si può vedere sono tutte parole di uso comune il cui significato “scoperto” è noto a tutti. A noi interessa scoprire, invece, il significato “coperto”, quello nascosto “dentro” la parola. Cominciamo, dunque, con lo scoprire il… coperto, che nell’accezione “moderna” è l’apparecchiatura della tavola (tovaglia, tovagliolo, posate ecc.) e in senso piú esteso il diritto fisso che si paga, in trattoria, per il servizio. Per capire perché tutto ciò si chiama “coperto” (quando in realtà è tutto “scoperto”) occorre tornare indietro nel tempo e fermarsi al Medio Evo. In quel periodo storico le morti per avvelenamento alimentare erano all’ordine del giorno; i cibi, quindi, venivano chiusi a chiave dentro la credenza, al sicuro da eventuali avvelenatori. Nello stesso mobile, coperto in un vasellame preziosissimo, veniva riposto tutto ciò che occorreva per imbandire la tavola del nobile e degli ospiti di riguardo. Trascorsi i “secoli bui” del Medio Evo si continuò nell’usanza di coprire in vasellami le posate di cui si sarebbe servito l’ospite al quale si voleva dare una rilevante importanza. Questo uso, in particolare, era molto in auge nelle corti francesi tanto è vero che il nostro “coperto” (nel significato di apparecchiatura della tavola) viene dal francese “couvert”. I nostri cugini francesi sono sempre stati maestri in fatto di raffinatezza. E le posate? Ci affidiamo, in proposito, a quanto ci dicono Erminia Bellini e Andrea Di Stefano. Le posate, dunque, participio passato del verbo posare, derivano il loro nome dal fatto che segnalano il posto dove si deve collocare, “posare”, il commensale. La parola discende dal latino “pausare” (fermarsi), ma certo ha subíto l’influenza della lingua spagnola, dove “posada” significa “astuccio con le posate” e ha finito col significare ‘locanda’. Nel secolo XVI troviamo anche in italiano “posata” nel significato di ‘albergo’, ‘alloggio’ e  ‘maneggio’ dei cavalli, mentre nella nostra valenza attuale comincia ad essere usata nel secolo XVII. Impensata è l’etimologia di “cucchiaio”, presente nella nostra lingua solo a partire dal secolo XIV: deriva dal latino “cochlearium”, che era un recipiente per le chiocciole e poi, secondo Marziale, una specie di cucchiaio tagliente per estrarre le chiocciole dal guscio. La parola è strettamente connessa col greco “kòchlos” (conchiglia). Quindi cucchiaio, conchiglia, chiocciola sono parole legate l’una all’altra e la cosa appare talmente evidente che ci si meraviglia di non averci mai pensato. Intuitivo il termine forchetta: diminutivo di “forca”, dal verbo “forare”, di cui una varietà è “ferire”. La radice “far”, in sanscrito “bher”, si trova in ‘faringe’ e ‘forbice’, il che dimostra che nelle derivazioni “far” ha assunto una valenza sia attiva sia passiva: produrre un foro o essere forato, cavo. E veniamo al “coltello”, che ha un’origine molto incerta sebbene sia parola antichissima che si trova in tutta l’area indeuropea. Il coltello, dunque,  sarebbe (il condizionale è d’obbligo) il latino “cultellus”, diminutivo di "culter, cultri" (coltro), lama assai tagliente, nell’aratro, disposta verticalmente davanti al vomere per fendere il terreno e, per estensione, l’aratro stesso. Il coltello, quindi, si rifarebbe al mondo contadino. E visto che siamo a tavola, due parole sulla frutta il cui plurale resta invariato (le frutta) anche se è tollerata la forma toscana “le frutte”. Cominciamo con il dire, dunque, che chi mangia la frutta è un… godereccio in quanto gode dei prodotti della terra, il termine (frutta) viene, infatti, dal verbo “frúi” (godere) e questo da una radice indeuropea, “bhrug”, la stessa che ha dato vita al “frumento”, contrazione di “frugimentum”, e a “frugale”, nel senso di persona che si accontenta dei frutti della terra, quindi di cose semplici…


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La parola di oggi: inciprignito




lunedì 2 settembre 2013

Pedostatmo

Alcuni vocaboli di formazione greca sono adoperati "scorrettamente", altri sconosciuti. Tra i primi citiamo neofita e archiatra. Il primo termine, che significa “convertito di recente”, “nuovo adepto”, formato con le voci greche “neo” (nuovo) e “phyein” (generare), latinizzato in “neophytus” (‘germogliato da poco’) è divenuto in lingua italiana neofito, con tanto di desinenza “-o”. È, per tanto, un sostantivo e si comporta come tale: neofito per il maschile singolare, neofita per il femminile singolare, neofiti e neofite rispettivamente per il maschile e femminile plurale. E veniamo ad archiatra, la cui desinenza “-a” è tollerata. Anche in questo caso, infatti, l’unica forma corretta “sarebbe” con la “o” finale: archiatro. Questo sostantivo – adoperato un tempo per indicare il “primo medico” di corte e oggi rimasto in uso solo per il medico del Pontefice – è, infatti, il greco “archiatròs”, composto con “archi” (primato, superiorità) e “iatròs” (medico). Da un punto di vista prettamente etimologico la desinenza “a” non sarebbe, quindi, giustificata. La forma “scorretta” archiatra si tollera, dunque, per analogia con pediatra, odontoiatra, otoiatra, psichiatra e via dicendo. Vediamo, ora, quelli “sconosciuti”. Le mamme, per esempio, conoscono benissimo il pediatra ma non sanno che la bilancia per pesare i loro pargoletti si chiama “pedostatmo”, mentre – Dio non voglia – l’ospedale dove ricoverarli quando stanno male si chiama “pedocomio” (ma chi lo usa? tutti preferiscono “ospedale pediatrico”); infine, quando sono cresciutelli – a novant’anni – possono sperare di vederli ospitati in un “gerontocomio” (o "gerotrofio"). E coloro che amano fare delle lunghe passeggiate ma devono rinunciarvi, a causa delle scarpe strette che procurano loro un forte dolore sotto la pianta del piede, sanno che soffrono di “pedialgia”? E i tantissimi uomini politici che di questi tempi fanno dei discorsi che per certi versi potremmo definire “osceni” sanno che sono affetti da “escrologia”

domenica 1 settembre 2013

Fare altare contro altare...

... vale a dire gareggiare per la vittoria del proprio gruppo, della propria fazione, della propria squadra e così via. La locuzione si rifà ai tempi in cui nei paesi, soprattutto nelle campagne, era molto sentito il culto per il Santo patrono, l'addobbo dell'altare a lui dedicato era, quindi, un fatto di primaria importanza per tutta la popolazione. Ogni fedele si prodigava al fine di rendere l'altare sempre più bello. Ciò "scatenava" autentiche sfide tra gli abitanti dei paesi limitrofi nell'intento di avere, a tutti i costi, l'altare con gli addobbi più ricchi. E già che siamo in tema vogliamo vedere perché l'altare si chiama... altare e con due accezioni?