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venerdì 30 agosto 2013

L'anedonia

Gentilissimo dott. Raso,
mi sono imbattuto per caso nel suo meraviglioso sito, cercavo una risposta a un dubbio linguistico che mi assillava da tempo: se con i cosiddetti verbi meteorologici si possono usare indifferentemente gli ausiliari essere e avere. L'ho sciolto grazie al suo impareggiabile blog, che ho messo subito tra i preferiti. Mi prendo l'ardire di scriverle per un quesito: esiste il termine "anedonia"? e se esiste che cosa significa. Ho trovato questo vocabolo leggendo una vecchia rivista. Ho "interrogato" tutti i vocabolari in mio possesso e quelli in rete, ma non ho avuto alcuna risposta. Confido in lei. Grazie in anticipo se avrà la bontà di rispondermi e ancora complimenti per il suo indispensabile sito.
Cordialmente
Federico B.
Palestrina (RM)
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Cortese Federico, la ringrazio di cuore per le sue belle parole, fa sempre piacere ricevere apprezzamento per il proprio lavoro. Quanto al suo quesito ha ragione, il termine in questione non è attestato nei vocabolari (lo riporta solo il De Mauro, se non cado in errore). Esiste, comunque; è di provenienza classica (greca) ed è adoperato in ambito medico con il significato di "perdita o assenza della sensazione di piacere", soprattutto sessuale. Veda qui.

giovedì 29 agosto 2013

Il retrobocca?

A nostro modo di vedere il sostantivo "retrobocca" è di genere femminile con il rispettivo plurale, anche se siamo smentiti dai  vocabolari consultati, che attestano il termine di genere maschile e invariabile. Perché femminile? Perché nella nostra lingua tutte le parole formate con il prefisso "retro-" prendono il medesimo genere del vocabolo che segue il prefisso. Tra i vocabolari esaminati sono decisamente per il maschile: il DOP, il GRADIT, il Devoto-Oli, il Treccani, Sapere.it (Garzanti linguistica) e lo Zingarelli, quest'ultmo dà la forma femminile di uso raro. Sono per il femminile il Palazzi e il Gabrielli. Una rapida ricerca con Googlelibri ci rincuora, però: 424 occorrenze per "la retrobocca" e 159 per "il retrobocca".

martedì 27 agosto 2013

Vero e proprio

Una riflessione del linguista Luciano Satta, che facciamo nostra e la portiamo all'attenzione degli amici lettori. Vediamo. "Una sciocchezza (...) è il rafforzare un traslato con l'espressione 'vero e proprio'; è un rafforzamento che ottiene lo scopo contrario, perché l'immagine viene indebolita, anzi la metafora, se si vuol essere rigorosi, non è più metafora e cade nel ridicolo. Qualcuno scrisse, spiegando il significato di una certa legge ponte (cioè del provvedimento temporaneo che si prende in attesa di uno più ampio e organico) che essa legge era un 'vero e proprio ponte'; noi non la vedemmo altro che come una legge riguardante strade e ponti".

lunedì 26 agosto 2013

Essere (o fare) la maga Alcina

Chi è una maga Alcina? Una donna maliarda, affascinante. Si dice, in particolare, di una donna che si serve dell'arte della seduzione per raggiungere i suoi scopi. Il detto fa riferimento alla maga Alcina, una delle sorelle della fata Morgana, "immortalata" nell' Orlando Furioso di Ludovico Ariosto.

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Riteniamo opportuno ricordare che il sostantivo "sosia" (che significa persona somigliantissima a un'altra) è di genere maschile (e invariabile) e tale deve rimanere anche riferito a una donna: Maria è "il" sosia di Giovanna; Stefania e Serafina sono "i" sosia di Concetta e Maddalena. Stupisce il constatare che l'autorevolissimo DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, negli esempi scriva: "Le sosia".  Gli fa buona compagnia, comunque, l'altro autorevole vocabolario: il Treccani.





sabato 24 agosto 2013

Colluttorio o collutorio?

Uno strafalcione ortografico che si perde nella notte dei tempi e duro a morire: colluttorio. La grafia corretta è con una sola "T" (la colluttazione non c'entra nulla) perché viene dal latino "collutus", participio passato di "colluere" (sciacquare).

lunedì 19 agosto 2013

Adito e... adito

Speriamo di non peccare di presunzione se affermiamo che poche persone sanno che "adito" appartiene alla schiera delle parole omonime, ma con significati distinti, nel caso specifico addirittura antitetici: "accesso","ingresso" e il suo contrario: il portone dà adito al giardino; ecco l'adito (luogo più interno, quasi inaccessibile) del tempio. Per una più chiara ed esauriente spiegazione si veda qui, qui e qui.


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Una parola al giorno: zimbello.

venerdì 16 agosto 2013

Una scoperta allucinante

Navigando in rete abbiamo fatto una scoperta allucinante. Numerosi scrittori, di ieri e di oggi, scrivono “ubicuità”. Non seguiteli, amici, per carità, la grafia corretta è, ovviamente, ubiquità (con la “q”) perché viene dal latino “ubiquitatem”.

giovedì 15 agosto 2013

Sputare tondo

Questo modo di dire – per la verità dal “sapore” un po’ volgare, del quale ci scusiamo – si “mette in bocca” alle persone che vogliono parlare pomposamente, con tono solenne e grave tanto che il loro volto, anzi la loro bocca assume una posizione quasi ridicola, identica a quella che si otterrebbe se si pretendesse di avere uno sputo perfettamente… tondo. Visto che siamo in tema di… sputi, vogliamo vedere l’origine (etimologica, naturalmente) del verbo sputare? Si veda anche qui.


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Agli amici lettori, che seguono le nostre modeste noterelle sulla lingua italiana, riformuliamo gli auguri per un sereno Ferragosto.

mercoledì 14 agosto 2013

Perdere la "erre"

A tutti può capitare, per motivi i piú svariati, di trovarsi in una situazione particolare e perdere, quindi, il controllo di sé e di confondersi. “Perdere la erre”, insomma, significa non avere piú il controllo della ragione, ma soprattutto perdere il filo del discorso, come si può leggere nelle note linguistiche al “Malmantile racquistato” (un poema burlesco): « (Perdere la erre) significa imbriacarsi, perché i briachi stentano a proferire la lettera erre per avere la lingua legata dal troppo bere», donde il senso figurato del modo di dire.

domenica 11 agosto 2013

Avviso



Per motivi tecnici, e per un periodo di tempo non determinato,  questo portale potrebbe non essere costantemente aggiornato. Ci scusiamo con i nostri Lettori, ai quali auguriamo un felice Ferragosto.

sabato 10 agosto 2013

Da cattivo corvo, cattivo uovo

Questo modo di dire, per la verità di uso raro è, tuttavia, di significato intuitivo. Di origine proverbiale, l’espressione si adopera – potremmo dire in campo filosofico – per sostenere due concetti antitetici: che l’indole dell’uomo ( e della donna) è dovuta al patrimonio genetico ereditato, o che, al contrario, la persona, o meglio la natura della persona è il frutto dell’ambiente e dell’educazione. A sostegno della prima tesi, quella dell’ereditarietà, si riporta il fatto che il corvo non è commestibile, né lo sarebbero le sue uova (e questo sarebbe il significato originario del detto). Il modo di dire si riallaccia anche a un aneddoto sul maestro di retorica Corace, il quale citò in giudizio un suo discepolo, tale Tisia, perché non gli aveva pagato quanto stabilito per le lezioni. Per difendersi l’accusato ricorse a un sofisma, dicendo a Corace: «Se avrai ragione tu, significa che non mi hai insegnato nulla e pertanto non meriti nessun emolumento; se vincerò io, a maggior ragione non ti dovrò nessun compenso». Di fronte a questo ragionamento i giudici dedussero che da un cattivo maestro non può che venire un cattivo allievo. Sembra che avessero adoperato la locuzione sopra citata in quanto il nome proprio Corace è identico a quello del nome comune greco per indicare il corvo.

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 Due parole sul verbo intransitivo “procedere”, che può prendere tanto l’ausiliare ‘essere’ quanto ‘avere’. La scelta dell’ausiliare, però, è legata al significato che si vuol dare al verbo. Si adopererà l’ausiliare ‘essere’ quando il predetto verbo sta per ‘derivare’, ‘proseguire’: tutto ciò è proceduto (derivato) dalla tua imperizia; si userà ‘avere’, invece, nel significato di ‘dar principio’, ‘dare inizio’, ‘agire’ e simili: dopo le discussioni hanno proceduto (dato inizio) alle votazioni.

venerdì 9 agosto 2013

Mettersi di punta

Chi non ha mai adoperato questo modo di dire che – in senso figurato – significa “mettersi a fare un lavoro fisico o intellettuale, con molto impegno e determinazione, decisi a condurlo a buon fine a tutti i costi”? Questa stessa espressione si adopera anche – e sempre figuratamente – in riferimento a colui (o colei) che agisce contro qualcuno con accanimento, rabbia, rancore, gelosia e via dicendo: oggi mi metto proprio di punta, voglio vedere se Carlo continua a fare il comodo suo! Ma cos’è questa “punta”? È la punta della lancia. Il modo di dire, infatti, è antico e si riallaccia ai tornei cavallereschi, quando i vari contendenti scendevano in campo armati di lancia. Colui che si mette di punta verso qualcosa o qualcuno è come se – naturalmente in senso figurato – affrontasse un ipotetico nemico presentandogli la punta della lancia. E a proposito di punta, “prendere di punta” non vi dice nulla? L’origine della locuzione è la stessa della precedente e significa – come si sa – trattare qualcuno in modo brusco, avere un atteggiamento per nulla accomodante nei confronti di terzi. Trattare una persona, insomma, come se si sfidasse a una prova di forza, magari a un duello con la lancia e, quindi, la si prende di punta.    

giovedì 8 agosto 2013

Spartitraffico: si pluralizza o no?

A proposito del plurale di “spartitraffico” di cui abbiamo parlato domenica 4 agosto perché abbiamo notato una disparità di vedute tra il vocabolario Gabrielli in rete (ritoccato), che attesta il termine come sostantivo invariabile e il Dizionario linguistico, dello stesso autore, che lo dà, invece, variabile (spartitraffici), dobbiamo dire, per onestà, che anche gli altri vocabolari consultati classificano il vocabolo tra i termini invariabili. Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, attesta il plurale come forma meno comune. Noi seguiamo ciò che scrive Aldo Gabrielli (Dizionario Linguistico Moderno) perché il termine in oggetto segue la regola del plurale dei nomi composti. Tale regola stabilisce che i nomi composti di una forma verbale (spartire) e di un sostantivo singolare maschile (traffico) cambiano nel plurale la desinenza del sostantivo: il parafango, i parafanghi; il passaporto, i passaporti; il coprifuoco, i coprifuochi, lo spartitraffico… gli spartitraffici.

mercoledì 7 agosto 2013

Ingoiare il rospo

Pregiatissimo dott. Raso, 
la ringrazio di cuore per la sua esauriente e dotta risposta circa la locuzione “Far quadrato”. Approfitto della sua non comune gentilezza per un’altra domanda, o meglio per una curiosità. Donde deriva l’espressione “ingoiare il rospo”? La ringrazio sempre con anticipo e le porgo i miei ossequi.
 Sabino A. 
Mantova
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Cortese amico, l’origine dell’espressione da lei proposta non è molto chiara, direi, anzi, sconosciuta. Come credo sappia, si adopera per mettere in evidenza il fatto di essere costretti a dover sopportare e accettare qualcosa di increscioso, quindi non “digeribile”, naturalmente in senso metaforico. Si potrebbe formulare l’ipotesi che questa locuzione tragga origine dal fatto che i rospi, chiamati anche “bufoni”, provocano una difficile digestione alle serpi, ghiottissime di tali prede.

martedì 6 agosto 2013

La dieta e la... dieta

Riprendiamo il viaggio – interrotto tempo fa – alla ricerca di parole omofone ma di significato diverso. Questa volta facciamo tappa alla “dieta”. Prima, però, ci sembra importante ‘capire’ bene il concetto di parole omofone (dette anche “omonime”) che si differenziano da quelle “omografe”. Le parole omofone, dunque, sono chiamate anche omonime perché oltre ad avere il medesimo “suono” (vale a dire la stessa pronuncia) hanno anche lo stesso nome, ed è il caso, appunto della dieta; quelle “omografe”, invece (dal greco ‘homòs’, uguale e ‘grafè’, segno), hanno la medesima grafia, ma il “suono”, cioè la pronuncia (e quindi il ‘nome’), non sempre uguale: légge (norma) e lègge (dal verbo leggere), accétta (scure) e accètta (dal verbo accettare). Le parole omofone, quindi, sono sempre omografe; queste ultime, invece, non sempre sono omofone. Sarà bene, per tanto, nello scrivere, accentare le parole omonime che possono ingenerare ambiguità: balia e balía, regia e regía, ambito e ambíto, dècade e decade, circuito e circuíto. L’accento che si adopera in questi casi è chiamato “fonico” perché fa cambiare, appunto, il “suono” alle parole che hanno il medesimo nome. E veniamo alla dieta,  parola omonima ma con due significati.
L’accezione piú nota, quella sulla bocca delle ragazze, in particolare, è quella che recitano i comuni vocabolari, vale a dire «regime alimentare a cui uno si sottopone per cura o per igiene; esso viene stabilito da un medico specialista il quale, tenendo presente l’attività svolta dal soggetto, il suo fabbisogno di calorie e il suo stato di salute generale, gli prescrive certe regole di vita e soprattutto la quantità e la qualità dei cibi di cui deve nutrirsi». In questo significato il termine dieta è il latino “diaeta”, tratto dal greco “díaita”, che propriamente significa ‘vita’, quindi ‘modo di vivere’, ‘tenore’, ‘regola di vita confacente alla salute’. L’altro significato, quello di “assemblea”, è tratto dal latino “dieta” (senza il dittongo “ae”), un derivato di “dies” (giorno), vale a dire ‘spazio di un giorno’ e, per estensione, ‘giorno stabilito per l’adunanza’. In origine con la “dieta” si intendeva  l’ “assemblea nazionale dei popoli germanici”, in seguito “assemblea del sacro romano impero”, alla quale prendevano parte i feudatari, l’alto clero e i delegati delle città imperiali riuniti per prendere decisioni importanti. Con il trascorrere del tempo il vocabolo in questione ha acquisito il significato generico di ‘assemblea’ e, per estensione, quello di ‘parlamento’. Se non cadiamo in errore il Parlamento giapponese non si chiama, per l’appunto, “Dieta”?

lunedì 5 agosto 2013

Tutti insieme a far quadrato

Gentilissimo dott. Raso,
ieri, domenica, tutto il cosí detto popolo della libertà ha fatto quadrato attorno al suo capo per manifestargli affetto e solidarietà.  Potrei sapere, cortesemente, l’esatto significato del modo di dire e la sua origine?
Grazie in anticipo e complimenti per il suo meraviglioso e impareggiabile blog.
Sabino A.
Mantova
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Cortese Sabino, l’espressione “tutti insieme a far quadrato”, che si adopera per dire che si è tutti della medesima idea, quindi tutti uniti per raggiungere uno stesso fine, ci è stata tramandata dalla tradizione militare, o meglio dalla tattica militare, che in passato prevedeva che i fanti formassero un quadrato per difendersi dagli assalti della cavalleria. È interessante ricordare, in proposito, il “quadrato” nelle guerre d’indipendenza italiana: quello di Solferino e quello di Villafranca nella battaglia di Custoza

domenica 4 agosto 2013

Sull'uso corretto del verbo tradire

Il verbo “tradire”, leggiamo nel “Dizionario Linguistico Moderno” di Aldo Gabrielli, «spesso è usato, sul modello francese, col significato di ‘manifestare’, ‘rivedere’, ‘palesare’, ‘mostrare’, ‘scoprire’, ‘dare a divedere’, ‘essere indizio’ e simili: “Ogni atto tradiva la sua commozione”; “L’abito aderente tradiva le sue forme”; “Ciò che fai tradisce la tua bassa origine” e simili, è un uso improprio, che bisogna evitare, perché in tutti questi esempi non c’è ombra di tradimento o di inganno. Si userà invece bene nel significato di rivelare involontariamente ciò che si voleva celato, e che reca pericolo e danno: “Negava ostinatamente, ma il rossore del viso lo tradiva; “Pareva innocente, ma con una incauta parola si tradí”». Possiamo, se amiamo il bel parlare e il bello scrivere, non seguire il suo consiglio?  
Approfittiamo dell’occasione per segnalare, ancora una volta, una disparità di vedute tra il vocabolario Gabrielli in rete (ritoccato) e il Dizionario, sopra citato, dello stesso autore circa l’invariabilità o no del sostantivo “spartitraffico”. Il vocabolario ritoccato sostiene l’invariabilità del termine, il Dizionario, invece, scrive a chiare lettere: plurale “spartitraffici”.

sabato 3 agosto 2013

Agire dietro le quinte

In quell’occasione il nostro amico Peppino dovette incassare il colpo: intervenuto in una discussione tra compagni di lavoro si sentí rispondere che non aveva alcuna voce in capitolo; era un argomento di carattere squisitamente personale, il “sindacalese” non doveva entrarvi. Non sapevano, ahiloro, che il nostro sindacalista avrebbe agito dietro le quinte. Vediamo, quindi, l’origine di quest’espressione che – come si sa – si adopera quando si vuole mettere in particolare risalto il ruolo di una persona che, pur senza “apparire”, opera in modo che le cose vadano secondo i suoi desiderata. Questo modo di dire ci è stato “consegnato” dal gergo teatrale. Secondo Carlo Battisti «la frase ‘nascosto dietro le quinte’ ebbe origine dall’abitudine di Arlecchino di nascondersi dietro il loro panneggio, chiamato, perciò, ‘manto di Arlecchino’». Poiché il panneggio è la perfetta disposizione delle pieghe di una veste, di un drappo, potremmo azzardare l’ipotesi secondo la quale Arlecchino si nascondesse dietro la “quinta” piega del panneggio. Vediamo anche ciò che dice in proposito Ottorino Pianigiani. 

venerdì 2 agosto 2013

Cavarsela per il rotto della cuffia

«E cosí, anche questa volta, agli esami d’italiano te la sei cavata per il rotto della cuffia», sbottò il padre, non celando un certo disappunto. «Ma papà, cosa dici?! Agli esami ero a capo scoperto, non avevo nessuna cuffia». «Sciocco, lo vedi che ho ragione, come hanno fatto a promuoverti se non conosci neanche il significato di ciò che ho detto? Voglio dire che sei stato promosso a malapena, per un pelo, di stretta misura. Si adopera quest’espressione, cioè ‘cavarsela per il rotto della cuffia’, quando si vuol mettere in evidenza il fatto che ci si è salvati da un pericolo, da un insuccesso – come nel tuo caso – solamente perché alcune circostanze ci sono state favorevoli». «E la cuffia, papà, che c’entra? Forse si usa come talismano?». Il padre, a questo punto, pensò proprio che la sventura si fosse abbattuta sulla sua casa, dandogli un figlio scemo. Poi si riprese e con calma tentò di spiegare al pargolo l’origine e il perché di questo modo di dire. «Vedi, figliolo, questa frase idiomatica pare provenga da un gioco medievale, detto del saracino o della quintana. Il cavaliere, armato di lancia, doveva colpire lo scudo di un fantoccio, abbigliato da saracino, cercando di non farsi disarcionare. Spesso, però, i cavalieri venivano colpiti alla cuffia dalla mazza del fantoccio,  ma i giudici di gara davano ugualmente buona la prova perché il ‘concorrente’ non era stato disarcionato; pur non avendo effettuato una gara eccezionale, il cavaliere aveva vinto “per il rotto della cuffia” (la cuffia, cioè, si era rotta per l’urto ma il cavaliere non era stato disarcionato, rimanendo incolume)». Per quanto attiene al nome del gioco, la “Quintana” (o del saracino), riteniamo sia interessante conoscerne l’origine. Sembra derivi dal francese del XII secolo, “quintaine”, e questo dal … latino “quintana” (strada trasversale del campo romano, dietro il pretorio, nella quale si teneva il mercato; strada di “quinto rango”, diremmo). La quintana, all’inizio, era la strada che dovevano percorrere i cavalieri, poi, con il trascorrere del tempo, per estensione, ha assunto anche il significato di “giostra”, “gioco”.

giovedì 1 agosto 2013

Fare una cosa a braccio...

… vale a dire con una certa approssimazione. Prima di parlare del modo di dire è necessario – per “capire” il modo di dire stesso – fare una breve “introduzione” sul braccio. Come si sa il braccio vero e proprio, sotto il profilo strettamente anatomico, è quel tratto dell’arto superiore che va dalla spalla al gomito; comunemente, però, con il medesimo termine si intende tutto l’arto, fino alla mano. Questa parte del corpo umano è stata considerata – sin dai tempi dei tempi – un’estensione della volontà e della mente e con il tempo è divenuta il simbolo della forza e della capacità intellettuale. Il braccio, inoltre, per secoli è stato un’unità di misura lineare il cui valore cambiava, seppure di poco, a seconda delle zone geografiche. Il braccio, insomma, era il metro attuale e veniva adoperato, infatti, per la misurazione dei tessuti. Questa unità di misura (circa un metro) rimase in vigore fino all’introduzione, in Italia, del sistema metrico decimale. Su queste basi sono nate le varie espressioni come “prestare il braccio”, sottintendendo armato, a una causa; “offrire il braccio” o “porgere il braccio”, vale a dire un appoggio, un sostegno; “essere il braccio destro (di qualcuno)”, cioè l’uomo di fiducia, in senso di intelletto: colui che è il braccio destro di qualcuno opera ‘intellettivamente’ come la persona che sostituisce, è, insomma, sulla medesima ‘lunghezza d’onda di pensiero’. A questo punto dovrebbero essere chiari il senso e l’origine dell’espressione “fare una cosa a braccio” e soprattutto – essendo piú adoperata – la locuzione “parlare a braccio”. La prima, che significa ‘all’incirca’, ‘approssimativamente’, fa riferimento al braccio come unità di misura ed è ‘legata’ – generalmente – ai verbi valutare, vendere, misurare, procedere, andare e simili. La seconda si riferisce soprattutto a un oratore o a un attore che improvvisano, i quali adoperano  il braccio come fosse un copione o un testo da leggere, in senso figurato, naturalmente. L’oratore che parla a braccio, cioè senza leggere un testo preparato prima, è privo, in un certo senso, di ‘misura’, vale a dire di ‘lunghezza di tempo’ in quanto il braccio indica(va), appunto, una ‘misura approssimativa’.