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mercoledì 31 luglio 2013

Pergolato o pergoleto?



Interessante quesito. Risponde il prof. Lorenzo Enriques, della Zanichelli.
Si veda anche qui.

martedì 30 luglio 2013

La lingua indeuropea

Vi sarà capitato, senza alcun dubbio, nel consultare un vocabolario per cercare il significato di una parola sconosciuta di leggere, in parentesi, “di origine indeuropea”, come, per esempio, in “frate”. Questa parola viene sí dal latino “frater” (fratello), il cui significato è noto a tutti, però, a sua volta, derivato  da una lingua prelatina chiamata, appunto, lingua indeuropea. Saprete certamente che l’italiano, come le altre lingue romanze, è una lingua “neolatina”, vale a dire una lingua derivata da un “nuovo latino”. Saprete anche che il latino classico – nel corso dei secoli – si è imbastardito perché si è scontrato con le parlate locali del vastissimo impero romano, subendone le influenze e la contaminazione, perché ha assorbito i vari dialetti. Cosí, a poco a poco, il latino è mutato dando origine ad altre lingue che hanno conservato un gran numero di vocaboli latini nella loro radice, ma subendo, però, nelle desinenze e nei costrutti sintattico-grammaticali, variazioni tali da renderle diverse dall’idioma originario. Sono nate, in questo modo, le lingue neolatine (italiano, francese, spagnolo, rumeno, portoghese, ladino) denominate “lingue volgari”. Questo aggettivo – chiariamolo subito – non ha l’accezione dispregiativa e peggiorativa (come si intende nel linguaggio corrente), ma sta a indicare la lingua parlata dal popolo (volgo) illetterato. L’italiano e lo spagnolo, per esempio, sono lingue “volgari” in confronto al latino che era parlato non dal volgo (popolo) ma da persone acculturate. Gli aggettivi “italiano”, “volgare” e “neolatino” nella terminologia dei glottologi sono, per tanto, “fratelli gemelli”, nel senso che uno è sinonimo dell’altro. I linguisti (o glottologi), dunque, studiando queste lingue volgari hanno notato una certa affinità non solo tra vocaboli delle lingue cosí dette sorelle (italiano, francese ecc.), ma anche fra parole di idiomi appartenenti a “famiglie” diverse: germaniche, slave, greche, sanscrite (una lingua antichissima dell’India), giungendo alla conclusione che il latino, il greco, le lingue germaniche (tedesco e inglese), lo slavo e il sanscrito debbono risalire a un unico ceppo: una lingua parlata, con inflessioni e variazioni indigene, alcuni millenni prima della nascita di Cristo, in un’area dell’universo che si estendeva dall’Europa occidentale all’India abitata da una medesima razza, gli ariani. Questo idioma, del tutto scomparso, venne chiamato, appunto, “indeuropeo”. Queste affinità sono state riscontrate, particolarmente, nei vocaboli che attengono alla vita primitiva e alle sue istituzioni piú antiche, come la religione, l’agricoltura e la famiglia. Una riprova? Proviamo a confrontare il latino “mater” con l’inglese antico “modhir”, con il greco “mèter”, con il sanscrito “mata”, con l’antico tedesco “muoter” e con lo slavo “mati”: le affinità balzano evidenti agli occhi di chicchessia. Va da sé che nel corso dei secoli, anzi dei millenni, contraddistinti da migrazioni, fusioni di popoli, scomparsa di nazioni, gli idiomi (forse sarebbe meglio dire “dialetti”) del ceppo-madre si sono sempre piú diversificati, mettendo in evidenza le differenze e riducendo, nel contempo, le affinità. Il nostro “pane”, per esempio, diventa il francese “pain”, l’inglese “bread”, il tedesco “brot”. Ancora. L’italiano “freddo” diviene il francese “froid”, l’inglese “cold”, il tedesco “kalt”. C’è da dire, per la verità, che la presa di coscienza dell’affinità e dell’originaria unità delle cosí dette lingue indeuropee, già ‘intravista’ da studiosi e grammatici, divenne ‘certa’ agli inizi del secolo XIX grazie a Franz Bopp (1), che diede alle stampe un’interessantissima grammatica comparata delle lingue indeuropee fino ad allora conosciute (iranico, greco, latino, sanscrito, lituano, gotico e tedesco) e ad August Schleicher (2), che ne interpretò i variegati idiomi indeuropei come una naturale differenziazione e articolazione, secondo norme fisse, di una lingua archetipa e unitaria: l’indeuropeo comune. Perché prima abbiamo scritto che sarebbe meglio parlare di dialetto”? La risposta è semplice. La lingua che noi tutti parliamo oggi, cioè l’italiano, è il dialetto fiorentino affermatosi come lingua nazionale grazie a tre grandi scrittori: Dante, Petrarca, Boccaccio. Va anche detto, però, che la stabilità di un dialetto è sempre relativa: in oltre nove secoli di vita il “volgare” ha subíto numerosi cambiamenti (e sintattici e morfologici) di cui ci rendiamo conto leggendo le opere degli scrittori antichi e recenti.
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(1) Si veda qui.

(2) Si veda qui.

lunedì 29 luglio 2013

Lettera aperta al titolare della "Scuola Elettrica"



Cortese prof. Pietro De Paolis,
 titolare della “Scuola Elettrica”, il servizio che lei cortesemente offre ai “navigatori” è degno di lode ma viene vanificato, purtroppo, dal “coniugatore di verbi”. Altre volte abbiamo avuto modo di constatare l’inaffidabilità di detto coniugatore. Guardi, per esempio, come coniuga il verbo, di uso letterario, “basire”.

Presente indicativo

io baso

tu basi

egli base

noi basiamo

voi basite

essi basono

Presente congiuntivo

io basa

tu basa

egli basa

noi basiamo

voi basiate

essi basano

Non sarebbe il caso di renderlo affidabile alla pari di altri coniugatori disponibili in rete?

Con viva cordialità
FR


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Interessante la parola del giorno (di ieri) dello Zingarelli: ARITMOMANZIA.



domenica 28 luglio 2013

Antiruggine: si pluralizza?

Riteniamo sia opportuno ricordare che il termine “antiruggine” è un aggettivo e un sostantivo maschile invariabile, come recita la totalità dei vocabolari italiani. Perché – vi domanderete – questa precisazione? Perché navigando in rete ci siamo imbattuti in “gli antiruggini”, in alcuni casi, addirittura, è diventato sostantivo femminile, “le antiruggini”. Stupisce, inoltre, il constatare che, dando una rapida occhiata a Googlelibri, la voce errata prevale su quella corretta. 317 occorrenze per gli antiruggini e 67 per gli antiruggine.
A questo proposito è interessante notare, invece, che il termine in oggetto si può scrivere con una sola "g" (rugine, forma piú vicina all'etimologia), anche se la grafia corrente è con doppia "g".

sabato 27 luglio 2013

Ex, un falso prefisso

Moltissime persone (e tra queste giornalisti “di grido”) ritengono, erroneamente, che “ex” sia un prefisso e lo uniscono al sostantivo che segue con un trattino:
 ex-ministro. Nulla di “piú inesatto” (per non dire errato), appunto. Ex è una preposizione con valore avverbiale, non c’è alcun motivo di unirla al nome con un trattino (e sarebbe errato anche se fosse un prefisso, perché questo si “attacca” direttamente al sostantivo: filopalestinese, non “filo-palestinese”). Ex, dunque, è una preposizione trasportata pari pari dal latino all’italiano e, alla lettera, significa “fuori di” e si usa – in modo corretto – solo davanti a sostantivi indicanti titoli di natura temporanea per specificare che quel titolo (o quella funzione) non c’è piú. Si dirà, per tanto, correttamente, ex ministro, ex preside, ex dirigente, ex capufficio, ex deputato in quanto si tratta di cariche (e titoli) a termine, cessate le quali non si è piú ministro, deputato, preside, capufficio. Un medico, un avvocato o un professore (e altri professionisti), invece, restano tali anche quando la loro funzione viene a cessare perché si tratta di titoli di natura permanente, acquisiti attraverso un regolare corso di studi. Ex, insomma, si adopera (e, ripetiamo, si scrive senza trattino) correttamente solo davanti ad alcuni sostantivi per indicare la condizione di colui (o colei) che in passato ha avuto una carica o ha espletato un’attività che non corrisponde piú a quella attuale: ex atleta, ex combattente, ex deputato, ex funzionario. Un professionista, invece, resta tale sempre. Sorridiamo, quindi, quando leggiamo sui giornali o sentiamo nei notiziari radiotelevisivi che «un ex medico è stato incriminato e arrestato»: costui resta sempre un medico, anche se “esercita” all’Ucciardone o a Rebibbia.


PS. Sulla questione del trattino – siamo certi – riceveremo gli strali di qualche linguista se, per caso, si imbatte in questo sito. Ma tant'è.

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Felici di leggere, finalmente, nel vocabolario Gabrielli in rete, ritoccato, che la grafia ossequiente è errata. La "felicità" dura poco, però, perché nell'esempio scrivono ossequienti.

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Il Prof. Claudio Salvatore Sgroi, docente di linguistica italiana presso l'Università di Catania, nel suo "Per una grammatica laica" (UTET) nel capitolo XVI "difende", con varie motivazioni, la grafia ossequiente.

giovedì 25 luglio 2013

I bottoni

Vogliamo vedere, cortesi amici, come sono nati i “bottoni”, vale a dire quegli aggeggi di metallo o altro materiale che servono per unire le parti di un indumento? La “parola” a Enzo La Stella.
«Questo indispensabile accessorio dell’abbigliamento (i bottoni) era sconosciuto agli Assiri, agli Egiziani, ai Cinesi, ai Romani e ai Greci; anche nel Medioevo e nel Rinascimento, poi, la gente doveva contentarsi di legacci e spille per tenere insieme i propri capi di vestiario, finché a un ignoto e geniale sarto venne l’idea di aprire nel tessuto un’apertura a forma d’occhio (l’occhiello), attraverso la quale fare spuntare o germogliare (dall’antico termine francese “boteter”) un pezzo d’osso o di legno fissato al tessuto sottostante. Il gioco era fatto e, subito, gli uomini decisero di portare i bottoni sul lato destro delle loro giacche, mentre alle signore, use a esser vestite dalla cameriera, parve logico metterli a sinistra, per agevolare il compito alla preziosa ausiliaria. I bottoni, ovviamente, piacquero anche ai militari, specie quando il progresso tecnologico permise di produrne di bellissimi, lucenti e decorati con aquile, cannoni e fronde di quercia o di alloro. E quegli inutili bottoncini che ornano il polso delle giacche da uomo e che oggi, se lasciati sbottonati ad arte, dovrebbero indicare la differenza fra un capo sartoriale e uno di serie? Sarebbero stati introdotti da Federico il Grande di Prussia per togliere ai suoi granatieri il viziaccio di usare il polsino della giubba come surrogato del fazzoletto».




mercoledì 24 luglio 2013

Prendere il lato alla predica

Questo modo di dire - per la verità poco conosciuto - si tira in ballo quando si vuole mettere bene in evidenza il fatto che per raggiungere un determinato scopo occorrono "astuzia", "sveltezza", "accortezza" e... "occhio" per non cadere in fallo. L'espressione - antica - trae origine dall'usanza dei fedeli che si recavano in Chiesa ad ascoltare la predica: costoro cercavano di prendere il "lato", vale a dire il posto migliore per poterla ascoltare meglio. Naturalmente si faceva molta fatica per trovarlo, bisognava, quindi, essere svelti per non lasciarsi sopraffare dai piú zelanti e non correre il rischio di restare in fondo alla chiesa, dove la "vista" e l' "udito" non erano appagati. Con il trascorrere del tempo la locuzione ha acquisito il significato - piú generico - di "usare qualunque accorgimento per raggiungere, in pace, un determinato fine".


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Navigando in rete ci siamo imbattuti in un pedissecuo. Sarà utile ricordare che la grafia corretta è pedissequo. Ed ecco il perché. E si pronuncia cosí.

martedì 23 luglio 2013

Il pazzo...

Riprendiamo il nostro viaggio attraverso la lingua italiana alla scoperta di parole di uso comune ma dal significato… “nascosto”. E prendiamo una parola che è sulla bocca di tutti: pazzo. Chi non conosce il significato “scoperto” di questo termine? Il pazzo è un malato di mente. Un po’ complessa la spiegazione “linguistica” del vocabolo in quanto il termine è di etimologia incerta. Alcuni linguisti lo fanno derivare dal latino “patiens”, sofferente, quindi “paziente”. Tesi avversata, però, dal glottologo Costantino Nigra, il quale sostiene che nel concetto popolare il termine ‘pazzo’ non s’accompagna all’accezione di “paziente”, “malato”, quanto a quella di “stravagante”, “sragionevole”. Ma tant’è. L’origine latina del vocabolo, però, è sostenuta anche da Giacomo Devoto. Per altri linguisti, invece, la voce pazzo sarebbe un prestito dell’antico tedesco “Parzian” o “Barjan” (infuriare). Come si vede non tutte le “scuole” concordano, l’origine (linguistica) del pazzo resta, per tanto, incerta, per non dire oscura. È interessante notare, a questo proposito, le varie “sfumature” che dà, della voce in oggetto, il linguista Ottorino Pianigiani. E concludiamo con una bellissima massima di Saul Bellow: «In un’epoca di pazzia, credersi immuni dalla pazzia è una forma di pazzia». O no?

lunedì 22 luglio 2013

Onde...


L'argomento - se non cadiamo in errore - è stato già trattato, lo riproponiamo dando la "parola" al linguista Luciano Satta (noi siamo stati contestati, sempre se ricordiamo bene e non ci confondiamo).
"I grammatici sconsigliano l'uso di 'onde' con l'infinito, così caro alla lingua dei burocrati; e conviene ascoltarli, se non altro perché la parola è bruttina e ce ne hanno riempito la testa i classici. La sostituzione è sempre possibile con un semplice 'per': 'onde' ottenere, 'per' ottenere. Ma proprio 'onde ottenere' si legge in Berto con un 'onde potere andare'; e Landolfi ha 'onde raggiungere' ".

 

domenica 21 luglio 2013

I ferragosto o i ferragosti?

Pregiatissimo dott. Raso,
le scrivo per un dubbio che mi assilla da tempo: esiste il plurale di ferragosto? Con i miei familiari sono solito fare tutti i ferragosti una scampagnata e pranzare sotto un pergolato. Mi è stato detto che ferragosto è un sostantivo invariabile. Ho consultato molti vocabolari e non ho trovato risposta sicura: alcuni lo pluralizzano, altri no. Secondo lei è scorretto «i ferragosti»?
Grazie in anticipo e un cordiale saluto.
Gennaro S.
Civitavecchia (RM)
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Cortese Gennaro, effettivamente i vocabolari sono discordi sul plurale di ferragosto. Personalmente lo pluralizzo: i ferragosti. Non vedo, secondo logica, perché non si possa fare il plurale, come i natali o le pasque. In proposito, il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, sempre attento alla lingua, non specifica nulla, il che lascia intendere che non è scorretto il plurale del sostantivo in questione. Una rapida ricerca con Googlelibri ha dato, inoltre, questi risultati.

venerdì 19 luglio 2013

Il mondo e la cosmèsi

Crediamo di far cosa gradita agli amanti della scienza etimologica, e in particolare alle amiche Lettrici, se ci occupiamo della nascita della cosmesi, vale a dire dell’«Arte di far risaltare o rendere bello il volto (e le membra umane) correggendone i difetti». Le sorprese che può offrire l’etimologia, cioè la scienza che studia l’origine (e la forma originaria) di una parola, sono infinite. Chi potrebbe pensare, infatti, che il cosmo, cioè il mondo, l’universo e quel vasetto pieno di “intrugli” per abbellire la pelle – rendendo felici milioni di donne – sono cugini di primo grado? Vediamo come, dando la “parola” all’insigne glottologo Aldo Gabrielli, che sarà molto più chiaro di noi nella dotta esposizione. «La parte iniziale dei due vocaboli (cosmo e cosmetico o cosmesi, ndr) potrà forse farlo sospettare; ma ogni altro pur frettoloso ragionamento lo farebbe scartare senz’altro. L’antico comune genitore è la parola greca “kòsmos”, che ha come suo primo significato quello di “ordine”; di qui, l’ordine per eccellenza, quello delle cose create da Dio, rappresentato appunto dall’universo o, alla greca, dal cosmo. Naturalmente l’ordine poteva poi riferirsi ad altre moltissime cose; ed ecco che i Greci chiamarono “kòsmoi”, in italiano “cosmi”, certi integerrimi magistrati, specialmente delle città cretesi, che avevano la funzione precisa di mettere ordine nella pubblica amministrazione. Né poteva essere dimenticato l’ordine domestico, e l’ordine della stessa persona fisica. Nell’antica Grecia si chiamava “cosmeta” lo schiavo addetto alla cura della guardaroba, e si sa che un guardarobiere se non è ordinato è fallito in partenza. La cosmeta femmina era poi, sempre in Grecia, quella che oggi si direbbe “cameriera di camera”, cioè la donna addetta specialmente alle cure igieniche della signora, dal bagno agli unguenti, ai massaggi e simili: tutte cose che nell’antica Grecia occupavano giornate. C’era anche il “cosmete”, che si occupava di un ordine diverso, quello della mente e dell’animo degli efebi, vale a dire degli adolescenti: una specie di aio*, di precettore. Ma restando all’ordine piú strettamente personale, a quello cioè del proprio corpo, vediamo che dal primitivo “kòsmos” nacque il verbo “kosmèo”, ‘ordinare’, ‘mettere ordine’, e poi estensivamente ‘adornare’, ‘abbellire’; e di qui ecco la parola “kòsmesis”, in italiano “cosmèsi”, che è propriamente “l’azione di ordinare, ornare, abbellire”, in una parola sola, “abbellimento”, “ornamento”; ed ecco ancora la “kosmetikè tèchne”, cioè l’ “arte cosmetica”, l’arte di abbellire, poi sostantivata in “cosmètica”. Che cosa è dunque propriamente questa cosmetica? L’arte di mettere ordine al disordine, alle imperfezioni del corpo umano nel campo dell’estetica e dell’igiene. E che cosa sono i cosmetici? Sono quei preparati che hanno lo scopo di riordinare, di correggere, di abbellire… eccetera eccetera».

* Si veda qui.

giovedì 18 luglio 2013

AVVISO

Per motivi di connessione alla Rete lo "SciacquaLingua" non è stato aggiornato per qualche giorno. L'inconveniente potrebbe ripresentarsi  - saltuariamente -  per un po' di tempo. Ci scusiamo con i  gentili Lettori che ci onorano di seguire, con assiduità, le nostre modeste noterelle. Ne approfittiamo per augurare felici vacanze agli amici che hanno scelto il mese di luglio per godersi le ferie.

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Vivere di lucertole


Probabilmente il modo di dire è sconosciuto ai piú perché di uso non comune. L'espressione si adopera nei confronti di una persona molto magra. Perché? Perché secondo la credenza popolare questi animaletti fanno dimagrire. La persona molto longilinea, quindi, dà l'impressione che si nutra esclusivamente di lucertole, in senso figurato, naturalmente. Questa locuzione di origine popolare e contadina sembra sia nata dall'osservazione degli animali, dei gatti in particolare. Questi felini randagi di campagna si nutrono di piccole prede, tra cui, appunto, le lucertole. Questo tipo di carne, comunque, non è assimilabile in quanto conterrebbe una sostanza molto tossica che induce al vomito o, per lo meno, compromette la digestione.










domenica 14 luglio 2013

Trappole linguistiche in rete

Silverio Novelli, dal sito della "Treccani", ci invita a non prendere per oro colato ciò che si legge nei vari blogghi dedicati alla lingua italiana.Tutto ciò che si legge, dunque, va preso "cum grano salis". Concordiamo con lui. Dissentiamo, però, sul giudizio che dà di Ottorino Pianigiani: «Guai a fidarsi di Ottorino». 

sabato 13 luglio 2013

Deragliare: quale ausiliare?

La tragedia ferroviaria francese ha riportato alla ribalta, purtroppo, il verbo “deragliare”. Tutti i mezzi di informazione hanno detto e scritto che «il treno è deragliato» e l’incidente è avvenuto nei pressi di Parigi. Il verbo “deragliare”, vale la pena ricordalo, si coniuga con l’ausiliare “avere”: il treno ha deragliato. Tutti i verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso – ed è il caso di deragliare – prendono l’ausiliare avere: ha corso per cinque ore; il treno ha deragliato. A questo punto, però, occorre fare un distinguo. I predetti verbi prendono l’ausiliare “avere” se assoluti: ha corso; ha deragliato; prendono “essere” quando si mette in evidenza il risultato dell’azione espressa: sono corso subito in ospedale non appena appresa la notizia; oppure quando si specifica il “risultato” o il luogo dell’azione: il treno è deragliato nei pressi del passaggio a livello.

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Di “un tanto”
È corretto? Si veda qui.

venerdì 12 luglio 2013

Il prefisso "retro-" e il vocabolario Gabrielli in rete

I nostri cortesi lettori ci perdoneranno se siamo ripetitivi, ma ci corre l’obbligo (“moral-linguistico”) di segnalare, ancora una volta, una discrepanza tra il vocabolario Gabrielli in rete, ritoccato, e ciò che scrive lo stesso Gabrielli nel suo “Si dice o non si dice?” a proposito del “sesso” di retrobottega che, a suo dire, è rigorosamente femminile. Ecco ciò che si legge nel vocabolario. Ed ecco, invece, ciò che scrive il linguista nel suo libretto.
«Il vocabolo ‘retrobottega’ da alcuni dizionari è dato come femminile, da altri di entrambi i generi (è il caso del Gabrielli ritoccato, ndr). Ma ‘retrobottega’ è correttamente femminile, soltanto femminile: la retrobottega, le retrobotteghe. Quei dizionari che lo registrano come maschile non fanno che seguire l’uso prevalente, che non è certo quello corretto; quelli poi che lo registrano d’ambo i generi (è sempre il caso del vocabolario Gabrielli ritoccato, ndr) peccano anche di piú perché convalidano, col loro irre orre, un sistema facilone che serve solo ad accrescere il già grave disordine regnante nel nostro moderno linguaggio. Un dizionario serio dovrebbe se mai dire: “ ‘retrobottega’, sostantivo femminile; errato, anche se comune, come sostantivo maschile invariabile”. Perché errato? Perché nella nostra lingua tutte le parole composte con “retro-” assumono correttamente lo stesso genere della parola che segue il prefisso (…). Ci sono solo due eccezioni alla regola che riguarda il prefisso “retro-”, ora detto; due eccezioni entrambe spiegabili e sempre discutibili: ‘retroterra’ e ‘retroscena’ (...)».
Ci meravigliamo, quindi, del DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, attentissimo alla lingua.  

PS. Ci siamo accorti, con orrore, che i "ritoccatori" del vocabolario Gabrielli hanno "ritoccato" anche il pregevole  "Si dice o non si dice?"  del Maestro.

giovedì 11 luglio 2013

Il superlativo organico

Gentile dott. Raso, mi appello alla ormai nota sua non comune disponibilità per un problema di lingua. Mio figlio deve scrivere – per i compiti delle vacanze – 20 frasi in cui siano presenti 10 comparativi organici e dieci superlativi altrettanto organici. Né io né mio figlio, le confesso, abbiamo mai sentito parlare di detti comparativi e superlativi. Che cosa sono? Può aiutarci in merito? 
Grazie in anticipo e un cordiale saluto.
Alberto D.
Terracina (LT)
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Caro Alberto, le copio la risposta che il linguista Massimo Arcangeli ha dato a un lettore della rubrica di lingua del quotidiano “la Repubblica” in rete, il quale poneva una domanda simile.
 «Il superlativo assoluto organico, il superlativo relativo organico, il comparativo organico di un aggettivo (o di un avverbio) sono le alternative – spesso ereditate dal latino – alle corrispondenti forme regolari. Facciamo un paio di esempi. “Grande”: il superlativo assoluto organico è “massimo” (quello regolare sarebbe “grandissimo”), il superlativo relativo organico è “il maggiore” (quello regolare sarebbe “il più grande”), il comparativo organico è “maggiore” (quello regolare sarebbe “più grande”). “Piccolo”: il superlativo assoluto organico è “minimo” (regolare: “piccolissimo”), il superlativo relativo organico è “il minore” (regolare: “il più piccolo”), il comparativo organico è “minore” (regolare: “più piccolo”)».
Da parte mia mi permetto di aggiungere, per una maggiore comprensione, che sono chiamati  “organici” i comparativi e i superlativi (assoluti e relativi) che si discostano nettamente dalla radice del corrispondente aggettivo di grado positivo.

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Veda anche qui.

mercoledì 10 luglio 2013

Popolano e popolare

Se non cadiamo in errore tutti (?) i vocabolari attestano "popolano" e "popolare" l'uno sinonimo dell'altro. A nostro modo di vedere, invece, tra i due vocaboli c'è una sfumatura semantica. Il primo, e ce lo dice il suffisso "-ano", adoperato per indicare l'appartenenza a una nazione, a una città, a una categoria, a un mestiere e simili (italiano, napoletano, parrocchiano, cappellano), significa che è proprio del popolo, che appartiene al popolo: una fanciulla popolana; un dialetto popolano. Il secondo, popolare, formato con il suffisso "-are" (dal latino 'aris'), indica, invece, una relazione e sta per noto al popolo, che ne gode le simpatie: quel cantante è molto popolare tra i giovani. Un'ultima annotazione. Popolano può essere tanto aggettivo quanto sostantivo; popolare solo aggettivo.

martedì 9 luglio 2013

La rete e lo Sciacqualingua

                                                                       


 Salve,
è da circa un mese che ho scoperto il suo stupendo blog e che lo seguo assiduamente giorno per giorno con articoli che mi incuriosiscono sempre più e che mi fanno scoprire molti degli errori che si commettono nella lingua parlata di tutti i giorni.
Ora, a me piacerebbe, se possibile, poter avere quegli articoli sempre disponibili con me, così da potermeli rileggere e sfogliarli, un po' come la funzione presente sul nuovo sito dell'Accademia della Crusca che permette di scaricare in formato pdf lo scritto.
Ho provato autonomamente a salvare le pagine del suo sito nei più svariati formati ma per qualche ragione c'è qualcosa che le rende lente a caricare, quindi se fosse lei stesso disponibile ad aggiungere questa funzione che reputo utilissima sarebbe magnifico, specialmente perché vorrei prendermi il tempo di leggere anche tutti gli articoli pubblicati negli anni passati anche nei momenti in cui non ho a disposizione una connessione a internet.
Saluti e grazie
Lord Silver
(Località non specificata)
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Caro Lord Silver,
innanzi tutto la ringrazio per il suo apprezzamento (fa sempre piacere vedere che le proprie "fatiche" non sono vane). Quanto alla sua richiesta non sono in grado, purtroppo, di soddisfarla. Posso consigliarle, in proposito, di aprire una cartella sul disco rigido e incollarvi, dopo averli copiati, giorno per giorno, gli articoli. Cosí facendo potrà accedere alle "notizie linguistiche" dello SciacquaLingua quando vuole, anche senza essere connesso a Internet. Potrà fare la stessa cosa, ovviamente, con gli articoli pubblicati negli anni passati.


                                                                                                                    

lunedì 8 luglio 2013

La leniterapia






Segnaliamo un interessantissimo articolo di Francesco Sabatini, presidente onorario dell'Accademia della Crusca.
Si clicchi su: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/leniterapia


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Un sito che risponde ai tanti "perché?"

http://www.curiositaeperche.it/perche/

domenica 7 luglio 2013

L'apocatarsi

Fra i termini, che ci piacerebbe fossero "riesumati" e messi di nuovo a lemma nei dizionari, segnaliamo il sostantivo femminile "apocatarsi", che significa 'spurgo', 'vomito', come si può leggere nel vocabolario del Tommaseo-Bellini e in altri testi di cui diamo il collegamento in calce. Il giovanotto non può viaggiare in automobile perché il movimento gli provoca continue apocatarsi.


http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=apocatarsi&searchfor=apocatarsi&searching=true

https://www.google.it/search?q=%22apocatarsi%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#q=%22apocatarsi%22&hl=it&tbm=bks&psj=1&ei=0k_ZUe3vCqbV4gTfrYDIAw&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_cp.r_qf.&bvm=bv.48705608,d.bGE&fp=9b700b72a15a0bb9&biw=1024&bih=638

sabato 6 luglio 2013

Mezzo e metà

Due parole, ancora, sull’uso corretto di “mezzo” perché la stampa, nonostante le nostre modeste “prediche” continua, imperterrita, ad adoperare il vocabolo in oggetto in modo errato; lo considera sempre aggettivo e lo concorda con il sostantivo cui si riferisce: due ore e mezza. No, amici: due ore e mezzo. Questa la sola forma corretta (nonostante ci siano i soliti bastian contrari fra i vocabolaristi e i linguisti). Perché “due ore e mezzo” è l’unica forma corretta? Perché in questo caso “mezzo” non è aggettivo, ma sostantivo neutro e sta per “una metà” (di un’ora). Si dirà correttamente, quindi, due ore e mezzo, vale a dire due ore e “una metà” di un’ora. Quando mezzo è sostantivo, insomma, e, come detto, sta per una metà ed è posposto al sostantivo al quale è unito tramite la congiunzione “e” deve rimanere invariato: due etti e mezzo; cinque chili e mezzo; due settimane e mezzo; tre ore e mezzo. Attenzione, però, amici lettori, a non confondere “mezzo” con “metà”, ché sono due cose distinte, come giustamente fa osservare Leo Pestelli nel suo preziosissimo libro.
«Metà è una delle parti uguali di checchessia, le quali, unite insieme, compongono un tutto; Mezzo, quel punto che è ugualmente lontano dagli estremi, il lettore ci perdoni il ricordo pedantesco; ma importava rinfrescare che Metà non è Mezzo. “Abbiamo fatto una metà del cammino”, è dunque ben detto; non cosí, come purtroppo si dice: “Siamo a metà del cammino”, perché essendo nel punto che segna le due metà della strada, siamo, come insegna Dante nel primo verso della Commedia, “Nel mezzo del cammino” o “A mezzo il cammino”. Cosí, rettamente: “Vi attendo a mezzo febbraio”, e non “alla metà di febbraio”».
 Pedanteria? Giudicate voi.

venerdì 5 luglio 2013

«A quattro mani»

La stampa, tutta, e i notiziari radiotelevisivi ci fanno sapere che la prima enciclica di papa Francesco è stata scritta a quattro mani (la prima stesura è di Benedetto XVI). Quanto si legge e quanto si sente ci sembra una castroneria. L'espressione "a quattro mani" si usa - a nostro avviso (ma anche secondo i vocabolari) - solo riferita a due pianisti che suonano assieme il medesimo brano sullo stesso pianoforte. Uno scritto, se fatto in collaborazione con un'altra persona, è... scritto a due mani.

http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/q/quattro.aspx?query=quattro

http://www.tg3.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-dfd8b2e9-7308-4a07-a5ac-143f05a73296.html

http://www.repubblica.it/esteri/2013/07/05/news/enciclica_papa_francesco-62439053/

giovedì 4 luglio 2013

A ufo

Lo Zingarelli segnala, per la parola del giorno di ieri, “ufo”, la cui etimologia, secondo il vocabolario, è incerta: «ùfo

[etim. incerta ☼ av. 1665]
vc.
● solo nella loc. avv. a ufo, senza pagare, a spese altrui: mangiare a ufo
vivere a ufo, senza lavorare, alle spalle degli altri».

Vediamo, per curiosità, l’origine dell’espressione secondo Wikipedia e secondo quanto sostiene Ottorino Pianigiani.

http://it.wikipedia.org/wiki/A_ufo

http://it.wikipedia.org/wiki/Ad_usum_fabricae

Pianigiani:



* * *

Perfuntoriamente

Ecco un avverbio che, relegato in soffitta, ci piacerebbe fosse rispolverato: perfuntoriamente. Significa superficialmente, sbrigativamente, alla buona: state tranquilli non faremo nulla di formale, sarà una riunione cosí, perfuntoriamente. È tratto dall’antico aggettivo perfuntorio (‘negligente’).


http://www.etimo.it/?term=perfuntorio&find=Cerca

Dizionario della lingua italiana - Volume 5 - Pagina 695



mercoledì 3 luglio 2013

Imbandire la tavola

Cortese dr Raso,
eccomi ancora a disturbarla. Questa volta non per un quesito grammaticale, ma per una curiosità. Perché si dice "imbandire la tavola", quando ci si mette sopra tutto l'occorrente per il pranzo o la cena? E donde prendono il nome le varie posate?
Grazie di cuore per la sua non comune disponibilità.
Cordialmente
Ottavio L.
Terni
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Gentile Ottavio, per quanto riguarda "imbandire la tavola" do la "parola" a Ottorino Pianigiani:

Per quanto attiene, invece, al resto della sua curiosità, la rimando a un mio vecchio intervento su questo sito: http://faustoraso.blogspot.it/2011/03/tavola.html

martedì 2 luglio 2013

I "ritoccatori" del Gabrielli

I “ritoccatori” di Aldo Gabrielli, non paghi di avere stravolto il vocabolario del Maestro, hanno messo le mani anche su un suo libriccino, «Il museo degli errori», a proposito di “reboante/roboante”.


Questa la versione originale:

«La forma corretta è “reboante”, l’aggettivo deriva dal latino “reboans, reboantis”, participio presente di “reboare”, rimbombare, verbo composto del prefisso intensivo “re-“ e di “boare”, risonare, echeggiare (donde il nostro “boato”). Poiché un prefisso intensivo “ro-“ non esiste nella nostra lingua, non si capisce come perfino alcuni scrittori usino la forma sbagliata, e alcuni dizionari anche la registrino, sia pure con l’avvertenza che si tratta di una forma “meno corretta”. Si può parlare di meno corretto quando si tratta di un vero e proprio errore?».

Ed ecco quella ritoccata:

«Noi diciamo roboante, e non ci piove. Sicuri del nostro buon italiano, consideriamo chi usa reboante prigioniero di un italiano dialettale. E invece ha ragione lui. L’aggettivo deriva dal latino reboans, reboantis, participio presente di reboare, rimbombare, verbo composto del prefisso intensivo re- e di boare, risonare, echeggiare (da cui anche il nostro boato). Poiché un prefisso intensivo ro- non esiste nella nostra lingua, sembra inspiegabile la nascita di roboante e la sua vittoria su reboante (tutt’al più avrebbe potuto nascere ri-boante). Eppure è andata così. È la dimostrazione del fatto che la lingua non nasce sul tavolo dei grammatici ma in mezzo alla vita, a volte anche da inspiegabili incidenti. Ma se una spiegazione proprio vogliamo trovarla, ebbene diciamo che roboante è onomatopeico: quelle due o appesantiscono la parola, rendendo l’effetto di un maggior frastuono.
Quest’ultima osservazione è convincente: teniamoci roboante. Ma nessuno potrà impedirci di fare i fighi con reboante».

PS: Stupisce il constatare quanto scrivono, in proposito, i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota. Si clicchi su http://www.accademiadellacrusca.it/en/italian-language/language-consulting/questions-answers/reboante-roboante

Stupisce, altresí, quanto si legge nella nota d'uso di "Sapere.it" (De Agostini): «Reboante, o roboante, agg. m. e f. [pl. -i] 1 ( lett.) rimbombante: voce reboante 2 ( fig. spreg.) che è altisonante, che è espresso con concetti e parole grandiosi, ma di poca sostanza (detto di stile, versi, oratoria e sim.): un discorso reboante.
¶ Dal lat. reboante(m), part. pres. di reboare ‘rimbombare’, comp. di re-, con valore intensivo, e boare ‘risuonare’; cfr. boato.
Nota d'uso
 Questa è la forma originaria della parola, che letteralmente significa “risuonante”. In italiano però si è diffusa la forma roboante, con la o, che rende meglio l’idea del suono forte e ripetuto come in un’eco. Un tempo ritenuta un errore, questa forma è ormai la più comune».

Un plauso, invece, al "Treccani": «Reboante (diffuso, ma non corretto, roboante) agg. [dal lat. reboans -antis, part. pres. di reboare «rimbombare», der. di boare «risonare», dal gr. βοάω]».



lunedì 1 luglio 2013

Verifichiamo...

«L’incidente si è verificato alle prime luci dell’alba sulla A1». Frasi del genere si leggono sui giornali e si sentono nei notiziari radiotelevisivi, ma sono tremendamente  errate, con buona pace dei vocabolaristi, che danno al verbo un significato che non ha: accadere, succedere, avvenire e simili. Ma è errata anche la locuzione “alle prime luci dell’alba”. L’alba già in sé  ‘contiene’ le prime luci. Si dirà, correttamente, all’alba o alle prime luci del giorno. E veniamo al verbo “verificare”, che significa “vedere se corrisponde al vero”. Non è corretto – come dicevamo – usarlo nelle accezioni di “accadere”, “succedere” e simili. Una notizia, infatti, non deve essere ‘verificata’ prima di essere pubblicata? Un incidente, per tanto, prima ‘accade’, poi si ‘verifica’. Insomma, come si può verificare un fatto se prima non accade? Sentiamo, in proposito, il parere di Ottorino Pianigiani: