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domenica 31 marzo 2013

Felice Pasqua 2013


Una serena Pasqua agli amici blogghisti

Tutte le notizie sulla festività

sabato 30 marzo 2013

L'ancroia e l'ammiriere

Gentilissimo dott. Raso,
ancora una volta mi permetto di importunarla confidando nella sua non comune disponibilità. Leggendo un vecchio libro trovato nella soffitta mi sono imbattuto in due termini a me sconosciuti: "ancroia" e "ammiriere". Ho trovato il significato del primo vocabolo consultando il mio vecchio Palazzi  e ho scoperto, cosí, che l'ancroia e una donna vecchia, brutta e sporca.
Non ho trovato, invece, il significato di "ammiriere", chiedo, quindi, il suo aiuto.
Approfitto per formularle i miei auguri di una serena Pasqua.
Costantino C.
Carbonia
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Cortese amico, l'ammiriere è un giovane amante. Veda il collegamento in calce.
https://www.google.it/search?q=%22ammiriere%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

PS. Ricambio i graditi auguri.

venerdì 29 marzo 2013

Stomacante e stomachevole

Si presti attenzione all'uso corretto di questi due aggettivi, anche se sono l'uno sinonimo dell'altro: il primo si adopera, preferibilmente, in senso proprio, il secondo in senso figurato. Nell'uso, tuttavia, prevale il secondo anche in senso proprio*. Consigliamo, però, a coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere di fare dei distinguo, appunto: quel panino era proprio stomacante; la persona che mi hai presentato ha un modo di fare stomachevole
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* Una rapida ricerca con Google ha dato, infatti, 15.200 occorrenze per stomacante e 78.300 per stomachevole.

PS. A proposito di "distinguo", c'è anche il plurale "distingui", di uso molto raro (ma non per questo errato), come fa notare il Dizionario di Ortografia e di Pronunzia:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=64269&r=106716

giovedì 28 marzo 2013

Appalugarsi

Buona parte dei vocabolari non attestano "appalugarsi" perché ritenuto di uso regionale (toscano) e di etimo incerto. Il verbo in oggetto, che significa "cominciare a prender sonno", ci piace e lo segnaliamo agli amici che ci seguono. L'etimologia, dicevamo, è incerta, come riporta il Treccani: «appalugarsi (o appaluginarsi) v. intr. pron. [etimo incerto] (io mi appalugo, tu ti appalughi, ecc.; o mi appalùgino, ecc.), fam. tosc. – Appisolarsi, assopirsi».
Di tutt'altro avviso è, invece, Ottorino Pianigiani:


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Gelato al (cioccolato) o gelato di (cioccolato)?

Un articolo di Matilde Paoli, della redazione consulenza linguistica della Crusca:

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/gelato-gelato




mercoledì 27 marzo 2013

Né, negazione, è un avverbio?













Siamo rimasti stupiti nel leggere sul sito http://grammatica-italiana.dossier.net/grammatica-italiana-11.htm  che «Gli avverbi di nagazione “non”, “né” di regola precedono immediatamente il verbo; ma le particelle atone non possono essere separate da quest'ultimo e quindi si inseriscono fra la negazione ed il verbo: ad esempio, non ci vengo invece di non vengoci. Solo quando si tratta di infiniti, le due costruzioni sono in condizioni di parità: non ci venire ma anche non venirci».
Siamo rimasti stupiti perché abbiamo sempre saputo che “né” non è un avverbio ma una congiunzione coordinativa negativa. Abbiamo “spulciato” tutti i sacri testi (grammatiche e vocabolari) a nostra disposizione non trovando conferma di quanto riporta il su citato sito. In proposito Vincenzo Ceppellini, nel suo “Dizionario Grammaticale, scrive: «NÉ, congiunzione negativa che significa: e non; viene usata per coordinare due membri di una proposizione negativa (…). Piú spesso coordina due proposizioni (…). Si deve sempre accentare, anche per distinguerla da ‘ne’ pronome e avverbio (…)».
Gli avverbi di negazione sono solo: non, nemmeno, neanche, neppure.



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Fortunatamente avevamo a portata di mano un cardiotonico, che ci ha salvato la vita, quando abbiamo letto nel portale di “Sapere.it”…

…Come si pronuncia "mass media"? Benché la pronuncia corretta del termine sia "mass midia", si può affermare che non è errato leggere la parola così come la si scrive, ovvero "mass media".

Uno strano caso fonetico dovuto al fatto che entrambe le parole che compongono la locuzione sono di origine latina. E' quindi la derivazione latina che rende corretta anche la pronuncia all'italiana.

"Mass", infatti, deriva da massa, parola che autori come Ovidio, Virgilio, Seneca e Plinio hanno utilizzato per indicare una folla. "Media", invece, da medium (punto di mezzo o centro) che usavano Cicerone e Lucrezio come sostantivo.

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Gesummaria!, solo “mass media” è la pronuncia corretta, altro che “si può affermare che…”.




lunedì 25 marzo 2013

Fare il punto

Alcuni amici blogghisti, che seguono le nostre modeste noterelle, desiderano sapere da dove trae origine l'espressione "fare il punto". Questa locuzione, come si sa, significa stabilire con la massima esattezza possibile i vari termini di una situazione, "individuarne" gli aspetti fondamentali e analizzarla per cercare di capire in quale fase o condizione si trova. L'espressione si rifà al gergo marinaro, dove "fare il punto" significa stabilire il luogo ("punto") esatto in cui si trova un'imbarcazione, aiutandosi con vari strumenti e ricorrendo a precisi calcoli.

sabato 23 marzo 2013

Rivale e nemico: sono sinonimi?









A proposito di “sinonimia” (si veda questo collegamento: http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/10/22/la_sinonimia.html ) riteniamo interessante portare all’attenzione dei nostri amici, che amano il bel parlare e il bello scrivere, quanto si legge nel “Dizionario linguistico, grammaticale e dei sinonimi e contrari”, dell’Istituto Geografico De Agostini, circa la “sinonimità” di cinque vocaboli: avversario, antagonista, rivale, ostile, nemico.


«’Avversario’, ‘antagonista’, ‘rivale’, ‘ostile’, ‘nemico’ sono termini che esprimono sostanzialmente la stessa idea; tuttavia i primi tre si possono di fatto considerare sinonimi, mentre ‘ostile’ e ‘nemico’ hanno sfumature che li caratterizzano, li distinguono dagli altri e impediscono che si possano usare in sostituzione di quelli. Precisamente: ‘avversario’, ‘antagonista’ e ‘rivale’ è chi compete con qualcuno per un qualsiasi primato, in una lotta priva di odio e di ogni intenzione di nuocere; ‘ostile’ è chi aggiunge alla competizione malanimo, astio e cattiveria; ‘nemico’, infine, è chi apertamente si adopera per provocare ad altri il maggior danno possibile, non esclusa talvolta la morte».

Per l'origine dei cinque vocaboli si vedano i collegamenti in calce.


http://www.etimo.it/?cmd=id&id=1704&md=284e2c35586853bca37b89a9782f9664 

http://www.etimo.it/?term=antagonista&find=Cerca  

http://www.etimo.it/?term=rivale&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=ostile&find=Cerca  

http://www.etimo.it/?term=nemico&find=Cerca

venerdì 22 marzo 2013

Che bello!

Dissentiamo totalmente su quanto sostiene il sito http://grammatica-italiana.dossier.net/errori-grammaticali.htm :  «che bello! modo errato dialettale dell'Alta Italia. Si deve dire: Che cosa bella! o Come è bello! Il che esclamativo è un aggettivo e perciò non si può usare senza un nome».
 Dissentiamo perché in questo caso “bello” assume la funzione di aggettivo sostantivato (un sostantivo a tutti gli effetti, quindi) con valore neutro e sta per “cosa degna di attenzione”. Diremo correttamente, per tanto, “che bello!, domani si fa vacanza”. Lo stesso discorso per quanto riguarda le espressioni “che buono!”, “che bravo!”, “che strano!” e simili.




giovedì 21 marzo 2013

Mettere in ponte

Gentile dott. Raso,
le sarei veramente grato se potesse spiegarmi il significato e l’origine di un’espressione che non avevo mai sentito prima d’ora: “mettere in ponte”.
Grazie in anticipo per la risposta e complimenti per la sua meritoria opera in difesa della nostra lingua, oggi sempre piú vilipesa.
Antonio N.
Caserta

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Caro amico, l’espressione da lei citata, forse veramente poco conosciuta, significa “cominciare un lavoro, un’impresa” e simili, come se il lavoro o l’impresa stessero già attraversando – ovviamente in senso figurato – un “ponte” che conduce al luogo di destinazione. Il modo di dire si rifà anche all’immagine di una vettura in via di riparazione già issata sul “ponte” dell’officina meccanica.

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Latino o inglese?

Un articolo di Raffaella Setti, della redazione consulenza linguistica dell'accademia della Crusca:

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/latino-inglese

mercoledì 20 marzo 2013

«Porta pazienza»? No, «abbi pazienza»


Il verbo “portare” significa – se consultiamo un qualsivoglia vocabolario – “reggere”, “trasportare”, “indossare”, “recare”, “tenere” e simili. Molto spesso, però, per “contaminazione del francese”, si usa come verbo ‘tuttofare’ in luogo di verbi piú appropriati quali, per esempio, “avere”, “sentire”, “dimostrare”, “serbare”, “prestare”, “indurre”: portare odio, portare rispetto, portare pazienza. In buona lingua italiana si dirà: serbare odio, mostrare rispetto, avere pazienza. Si sentono e si leggono anche frasi tipo “portare avanti una rivendicazione”, “portare avanti un discorso”, “portare avanti una lotta”, “portare una strategia” e simili. Sono frasi, queste, non errate ma prive di buon gusto. Il nostro idioma è ricco di altri verbi piú appropriati e piú incisivi atti a esprimere il medesimo concetto, ovviamente caso per caso. Vediamone qualcuno: sviluppare, promuovere, proporre, sostenere, condurre ecc. Nelle frasi su riportate diremo meglio, quindi: sviluppare (non portare avanti) un discorso; seguire (non portare) una strategia; condurre (non portare) una lotta.

martedì 19 marzo 2013

Non esageriamo...

Vogliamo vedere, gentili amici blogghisti, alcune parole che adoperiamo inconsciamente – ogni giorno – senza conoscerne, per l’appunto, il significato “nascosto”? I lettori sportivi che la domenica attendono con ansia il risultato della loro squadra del cuore sanno, per esempio, cosa è questo “risultato”? Lo sanno, come dicevamo, per pratica. Questo termine, dunque, non è altro che il participio passato del verbo “risultare”, tratto dal latino “resultare”, intensivo di “resilire” (‘saltare indietro, rimbalzare’), composto con il prefisso “re” (indietro) e “salire” (‘saltare’) che propriamente vale “rimbalzare”, quindi “provenire”, derivare come conseguenza” e, in senso figurato, “venir fuori di conseguenza”. Non si dice, infatti, “sono ‘usciti’ due tre e cinque uno”? Sono “venuti fuori”, cioè, due tre e cinque uno? E quando usiamo il verbo “esagerare” sappiamo che, in senso figurato, “alziamo un argine, ammonticchiamo (qualcosa)”? Il significato scoperto del verbo lo conosciamo benissimo: far apparire qualcosa più grande, più importante di quello che è in realtà. Il significato nascosto, invece, è quello di cui parlavamo prima perché, originariamente, questo verbo che viene dal latino “exaggerare”, composto con “ex” e “agger, aggeris” (argine, terrapieno) valeva “alzare un argine”, “costruire una fortificazione”, “ammonticchiare”. Lo stesso sostantivo “argine” dal punto di vista etimologico significa “(raccolta di materiale) portato presso”, composto con “ad” (presso) e “gerere” (‘portare’).


http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=esagerare&searchfor=esagerare&searching=true

lunedì 18 marzo 2013

Dal fanciullo al fantino

Due parole sul fante, vale a dire sul soldato che combatte a piedi e che stando all’etimologia ha che fare con il verbo parlare. Vediamo, quindi, quest’altra “sorpresa”. Anche in questo caso occorre prendere il discorso alla lontana, partendo da un verbo latino, “fari”, che vuol dire, appunto parlare. L’infante, a “rigore etimologico”, dovrebbe essere un bambino che, oltre a non saper leggere e né scrivere, non dovrebbe saper parlare. Da infante, con la caduta della sillaba iniziale (aferesi), sono derivati termini che hanno assunto significati diversi pur discendendo dallo stesso padre: il verbo latino “fari” (parlare), appunto.
Sono nati, così, il fante e il fanciullo. I servitori dei cavalieri medievali erano chiamati ‘fanti’, vale a dire ‘ragazzi’ (da “infante”), poi, attraverso il solito processo semantico fante ha acquisito l’accezione di “soldato a piedi”. A questo proposito vi chiederete: perché i ‘fantini’, invece vanno a cavallo? Semplicissimo: essendo uomini smilzi o ragazzi essi sono, appunto, “piccoli fanti”.
http://www.etimo.it/?term=infante&find=Cerca  

Sul fante sono nati anche alcuni modi di dire. Si veda questo collegamento: http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=fante&searchfor=fante&searching=true



domenica 17 marzo 2013

Essere un cane da pagliaio

Questa locuzione, forse non molto conosciuta, si adopera per indicare una persona, naturalmente in senso figurato, che inveisce, minaccia, insulta ma che in realtà è... inoffensiva; si dice anche di una persona che chiacchiera, chiacchiera ma non conclude mai nulla. L'espressione fa riferimento al 'cane da pagliaio' delle fattorie, dove un tempo, di notte, i cani aggressivi venivano affiancati da cani di piccola taglia, molto rumorosi ma completamente inoffensivi i quali, con il loro abbaiare ininterrotto, potevano tenere lontano i malintenzionati.

venerdì 15 marzo 2013

Mancare: intransitivo e transitivo?

Tutti i vocabolari in nostro possesso (anche il “Gabrielli” in rete, ritoccato) dissentono da Aldo Gabrielli, che nel suo “Dizionario Linguistico Moderno” condanna la ‘transitività’ del verbo mancare. Scrive l’insigne linguista: «Mancare, in italiano è sempre intransitivo: “Mancano tre giorni alla partenza”; “È mancata la luce per tutta la notte”; è quindi errato farlo transitivo, come i Francesi, col significato di ‘sbagliare’, ‘fallire’, ‘perdere’, ‘non cogliere’, ‘non riuscire’ e simili; si dice spesso “mancare il colpo”, “mancare un’occasione”, “mancare una lepre”, “mancare lo scopo”, ecc.; sono costrutti modellati sul francese; in buon italiano si dovrà dire: “sbagliare, fallire il colpo”, “perdere un’occasione”, “non colpire una lepre”, “non riuscire allo scopo”. Nel linguaggio giudiziario si ripete lo stesso errore dicendo “omicidio mancato”; si dovrebbe dire “omicidio non commesso, non consumato”, ma l’errore, qui, bisognerebbe cominciare col levarlo dal codice».
L’unico vocabolario, se non cadiamo in errore, che come il Gabrielli condanna l’uso transitivo del verbo mancare è il Palazzi, dove possiamo leggere: «M.E. essendo intransitivo è errore usarlo col complemento oggetto; perciò non dirai ‘ mancare il colpo’, ma fallirlo; ‘mancare lo scopo’, ma non riuscire allo scopo; ‘mancare una promessa’, ma venir meno alla promessa, mancare alla promessa ; ‘mancare una speranza’, deluderla. N. trasgredire, diminuire, difettare, fallire, far difetto, scarseggiare, scemare, non frequentare, marinare, disertare, tradire, sbagliare».
Noi seguiamo le indicazioni del Gabrielli e del Palazzi. Voi, amici che ci onorate della vostra attenzione, seguite ciò che vi suggerisce la vostra "coscienza linguistica".

Dimenticavamo: Il “Dizionario grammaticale” (per il buon uso della lingua italiana) di Vincenzo Ceppellini riporta:  «(Mancare) Verbo intransitivo. Quando significa ‘commettere mancanza o sbagliare’ si coniuga con avere; quando invece significa ‘venir meno, morire, spegnersi’ si coniuga con l’ausiliare essere. (…) Si noti poi che è scorretto l’uso di questo verbo transitivamente (…)».




giovedì 14 marzo 2013

Sillabe aperte e sillabe chiuse

Gentilissimo dott. Raso,
le sarei veramente grato se potesse spiegarmi come si riconosce una sillaba aperta da una chiusa. Ho consultato tutti i testi a mia disposizione ma non sono approdata a nulla...
Grazie in anticipo per una sua eventuale cortese risposta.

Maria Antonietta P.
Lecce
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Cortese amica, troverà la risposta in questo mio modesto intervento di qualche tempo fa. Clicchi sul collegamento in calce.

lunedì 11 marzo 2013

Quisquiglia o quisquilia?

Stupisce il constatare che molti vocabolari, anche “prestigiosi” come il Treccani, attestino “quisquiglia” variante di quisquilia (la sola forma corretta, come si legge nel vocabolario Sandron e nel DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia). Perché ‘quisquilia’, e non ‘quisquiglia’? Perché il termine è pari pari il latino “quisquilia”. Vediamo il Treccani, dunque:


«Quisquìlia (o quisquìglia) s. f. [dal lat. quisquiliae -arum, propr. «immondezza, feccia»]. –

1. ant. Imperfezione, impurità: de li occhi miei ogne quisquilia Fugò Beatrice col raggio d’i suoi (Dante).

2. Minuzia, inezia, cosa di nessun conto: occuparsi, discutere di quisquilie; litigare per quisquilie; perdersi in quisquilie; q. letterarie, grammaticali; ma sono quisquilie!; non si tratta di quisquilie, di cose rimediabili facilmente: un assegno a vuoto di cinquecentomila lire (Palazzeschi)».



domenica 10 marzo 2013

Crepare dalla bile


Chi non conosce questo modo di dire di uso prettamente popolare e che serve a “mettere in risalto” l’invidia, la rabbia e altri poco nobili sentimenti che si nutrono nei confronti di qualcuno? Vediamo ciò che dice in proposito il dizionario “BUR”. La bile è un prodotto della secrezione esterna del fegato, molto importante per la digestione, che si raccoglie parzialmente nella cistifellea. Dato il suo colore giallo verdastro, che all’aria diventa quasi nero, la consistenza vischiosa  e il sapore amaro, è stata per lungo tempo considerata una sostanza velenosa. La credenza popolare vuole inoltre che in presenza di fattori negativi quali eccessi d’ira, d’invidia e simili possa accumularsi fino a fare esplodere il sacchetto della cistifellea, portando alla morte. Da questa convinzione sono nati vari termini di uso comune come, per esempio, “bilioso” e “fegatoso”. La bile era considerata uno degli “umori” fondamentali tanto da Ippocrate quanto da Galeno, che la situavano nella milza e le attribuivano una grande influenza sul carattere delle persone, ritenendola causa fisiologica della tristezza e della malinconia.

sabato 9 marzo 2013

venerdì 8 marzo 2013

«O meno» o «o no»?


Ancora una discrepanza tra il vocabolario Gabrielli in rete (ritoccato) e il “Dizionario Linguistico Moderno” dello stesso autore circa l’uso corretto dell’avverbio “meno” con il significato di “no” in proposizioni disgiuntive. Nel suo dizionario il linguista scrive: « [meno] (…) non deve mai usarsi in proposizioni disgiuntive col significato di ‘no’: “Non so se partire o meno”; “Dimmi se verrai o meno alla conferenza”; dirai: “Non so se partire o no (oppur no)”; “Dimmi se verrai o no (o non verrai) alla conferenza” (…)». Nel vocabolario in rete, invece, si legge: «(…) O meno, o no: dimmi se verrai o m. alla festa (…)».


* * *

Un interessante articolo (e di grande attualità) di Angela Frati, della redazione consulenza linguistica della Crusca, «Sul soglio pontificio...». Peccato che nel penultimo capoverso l'autrice scivoli su "... e non ha dunque niente a che vedere con la parola soglia: (...)».

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/soglio-pontificio

In proposito il linguista Aldo Gabrielli scrive: «Leggiamo a volte ‘Questo non ha niente a che fare con questo’, ma anche ‘non ha niente che fare con questo’. Quale delle due è la forma corretta? Senza dubbio la seconda, sebbene sia oggi la meno usata (alcune “grandi firme” del giornalismo la considerano – non sappiamo con quale autorità – addirittura errata, ndr). Questo infinito in proposizioni relative dipendenti è d’uso antico, che risale addirittura alle origini della lingua. ‘Non sapeva che dirsi’, leggiamo in Boccaccio; e anche oggi diciamo ‘non so che dire, che fare’. Quel ‘che’, uguale a ‘che cosa’, è un normale complemento oggetto. Altri modi analoghi sono per esempio ‘non c’è che dire’, o ‘c’era che vedere e che ascoltare’, come leggiamo nel Verga. L’espressione era dunque all’origine ‘avere’ o ‘non avere che fare’; e infatti leggiamo un esempio nelle ‘Cene’ del Grazzini detto il Lasca (secolo XVI): ‘Che hai tu che fare con cotesto villano?’ e nel Manzoni (qualche ‘grande firma’ ha il coraggio di mettere in discussione l’autorità di un simile scrittore?, ndr), al capitolo XV: ‘Mi lascino andare ora… io non ho che far nulla con la giustizia’; e poco più sotto: ‘Ma io non ci voglio andare dal capitano di giustizia. Non ho che fare con lui’. Come sarà sbucato fuori quell’ ‘a’ modificando la frase in ‘a che fare’? Certamente da un incrocio del modo tutto toscano ‘ho a fare’(fuor di Toscana ‘ho da fare’) con ‘ho che fare’. Gli avverbi ‘niente’ o ‘nulla’ sono semplici aggiunte rafforzative. Consiglierei pertanto di attenersi alla forma antica; e di dire, analogamente, ‘non ho nulla che vedere in questa faccenda’, ‘non ho mai avuto che dire con lui’, meglio di ‘a che vedere’ e ‘a che dire’ ».








giovedì 7 marzo 2013

La 'transitività' del verbo


Ci sentiamo in dovere di emendare uno strafalcione riscontrato nel sito www.grammaticaitaliana.eu , dove tratta del verbo: «Una delle maggiori peculiarità delle voci verbali facenti parte del ramo morfologico della lingua italiana, è la possibilità di reggere o meno un complemento oggetto. In questo caso, si parlerà di forma transitiva o intransitiva del verbo. Il verbo è di genere transitivo quando l'azione indicata specifica il soggetto (o l'oggetto) che subisce l'azione. Es: ho letto un libro».

L’errore è evidente e va corretto per non indurre in… errore le persone sprovvedute in fatto di lingua. Vediamo, dunque. Un verbo si dice ‘transitivo’ quando l’azione ‘transita’ dal soggetto che la compie sul complemento oggetto che la riceve: Giovanni recita una poesia (l’azione di ‘recitare’ compiuta dal soggetto Giovanni ed espressa dal verbo recitare, appunto, ‘transita’, passa direttamente sull’oggetto poesia). Il soggetto, per tanto, non subisce l’azione ma la compie.







martedì 5 marzo 2013

Sul «ma però»











Nel sito “Grammaticaitaliana.eu”, nella sezione “Errori piú comuni d’italiano” (http://www.grammaticaitaliana.eu/errori_piu_comuni_in_italiano.html) , si condanna, senza appello, il famoso “ma però”. Questa locuzione avverbiale è, invece, correttissima e avallata da insigni linguisti tra cui Aldo Gabrielli, che nel suo “Si dice o non si dice?” scrive: «Ma però: lo scriveva anche Dante. Ma però si può dire, o è un errore? È un problemino vecchio, un problemino di sempre; se ne parlava un secolo fa, se ne parlerà tra cent’anni. Ma però non è un errore, come molti credono, e non è neppure una inutile ripetizione. È una semplice locuzione avverbiale rafforzata, come per esempio ma invece, mentre invece, ma tuttavia, ma nondimeno, ma pure. Come mai nessuno se la prende con queste e tutti se la prendono con ma però? Mah! Se volete difendere un vostro ma però, citate Dante: verso 143 del XXII canto dell’Inferno: “...ma però di levarsi era neente” (traduzione: “...ma però era loro impossibile sollevarsi...”). Vi basta?».

sabato 2 marzo 2013

Tranquilli, c'è il "ladro"

È un vero peccato - a nostro modo di vedere - che i programmi scolastici non prevedano lo studio dell'etimologia, ossia di quella branca della linguistica che si occupa dell'origine delle parole (e nessun docente, per quanto ne sappiamo, si perita di farlo autonomamente). Se c'è una scienza "pura", perché di scienza si tratta, è proprio l'etimologia; questa branca della linguistica ci fa scoprire, oltre tutto, delle cose sorprendenti. Vediamo. Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana alla voce o lemma 'ladro', leggiamo: chi ruba o compie furti. Bene. Analizzando, però, la parola ricercandone l'etimologia, vale a dire l'origine, scopriamo una cosa a dir poco... sorprendente: il vocabolo su menzionato quando è nato non aveva affatto l'accezione attuale. Analizzare una parola significa ripercorrere la strada che il vocabolo ha fatto, fin dal suo nascere, per giungere a noi. Ripercorriamola, dunque. Ladro viene, manco a dirlo, dal latino 'latro, latronis', derivato, a sua volta, sempre dal latino 'latus, lateris', che significa "fianco", "lato" e in origine designava una persona che camminava "a lato", "a fianco" di un personagio di un certo rango al fine di proteggerlo da eventuali aggressioni di malintenzionati; oggi diremmo che il "latro" era la guardia del corpo, il cosí detto gorilla, di personaggi in vista. Il contrario, quindi, dell'attuale accezione. Con il trascorrere del tempo - come si sa - molte parole hanno mutato il loro significato originario e tra queste il latino 'latro', che ha acquisito l'accezione odierna di... ladro.
Per altre "sorprese" si veda questo collegamento:

http://www.etimo.it/?term=ladro&find=Cerca

venerdì 1 marzo 2013

L'angiarro

Gli amici blogghisti che seguono le nostre noterelle, con molta probabilità, non si saranno mai imbattuti nel termine sopra citato. Il vocabolo, infatti, non è registrato nei comuni vocabolari non essendo un termine schiettamente italiano ma un arabismo entrato nella nostra lingua. Lo registra il Tommaseo-Bellini, però. Ma cosa significa? Lo "domandiamo" allo stesso Tommaseo:
Giovanni Battista Pellegrini - (francone) *targa, come ammettono ora molti dizionari etimologici In; cangiar(r)o ' specie di pugnale' proviene forse dal francese cangiar, khandjjar (ar. hangar) mentre la variante angiarro risale al turco (hanger) [vedi anche 2,3]; non molto ...