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giovedì 28 febbraio 2013

Sul participio passato «esatto»

Due parole, due, sul participio passato del verbo 'esigere' che, come si sa, è 'esatto' e non 'esigito'. Questo verbo, dunque, ha due significati: 'richiedere', 'pretendere' e 'incassare', 'riscuotere' e simili. Il participio passato, esatto, si adopera, però, solo nel secondo significato: la somma versata non è ancora stata 'esatta', cioè riscossa. Nell'accezione di 'pretendere', 'richiedere' e simili si ricorre al participio passato di un verbo sinonimo: 'preteso', 'voluto', 'richiesto', 'imposto': l'insegnante ha preteso (non 'esatto') che gli allievi ascoltassero la lezione stando in piedi.
Stupisce il constatare che i sacri testi grammaticali che abbiamo consultato non ne fanno menzione.

mercoledì 27 febbraio 2013

Non fare il cacàm

Questo termine, forse poco conosciuto in quanto non attestato nei vocabolari che abbiamo consultato, non è schiettamente italiano, lo riportiamo perché ci sembra perfetto per designare una persona saccente, presuntuosa. Il vocabolo è di provenienza ebraica, "kakiam", e significa sapiente. Adoperato in senso figurato acquista il significato di "presuntuoso", "saccente": Giulio, ti prego, non fare il cacàm, non ostentare, cioè, la tua 'cultura'. In lingua italiana è un sostantivo maschile invariabile: il cacàm, i cacàm.

martedì 26 febbraio 2013

Passare in cavalleria

Cortese dott. Raso,
le sarei veramente grato se nel suo impareggiabile sito trattasse del modo di dire “passare in cavalleria”. Lo sento usare spesso ma non mi è ben chiaro il senso. Grazie della sua “proverbiale” disponibilità.
Un cordiale saluto
Daniele C.
Taranto

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Gentile Daniele, l’espressione è stata trattata qualche anno fa sul “Cannocchiale” (www.faustoraso.ilcannocchiale.it); glie la ripropongo.

Appena attaccata la cornetta del telefono Giannino si rivolse alla moglie con aria mesta ed esclamò: “Ormai di quell’affare non se ne fa piú nulla, non se ne parla piú, cara, è passato in cavalleria”. Il figlio Marco, sentendo questa frase che ai suoi orecchi sonava ridicola, non potè fare a meno di chiedere spiegazioni circa l’uso e le origini. Come può un affare andare a cavallo, pensò, e soprattutto che cosa significa “passare in cavalleria”?

Si usa questo modo di dire – come i piú sanno – quando si vuole mettere in risalto il comportamento scorretto di una persona alla quale è stato prestato un oggetto che non viene piú restituito; oppure, per estensione, il comportamento non “cavalleresco” di una persona che trascura, ma soprattutto che non mantiene gli impegni presi e concordati.

Quante volte, gentili amici, vi sarà capitato di notare che un accordo preso con qualcuno non è stato rispettato e che il tutto è “passato in cavalleria”? Per contarle occorrerebbe una calcolatrice.

Ma vediamo l’origine della locuzione che ci è stata tramandata dal gergo militare. Nei tempi passati nell’arma di Cavalleria militavano, per lo piú, nobili e ricchi, mentre nella Fanteria prestavano servizio soldati di umili origini che nulla potevano contro i soprusi cui venivano sottoposti da parte dei “cavalieri”: ai fanti venivano sequestrati vesti, coperte, vettovaglie e tutto ciò che potesse rendere piú confortevole la vita militare al “cavaliere”.

Va da sé che gli oggetti “passati in cavalleria” non venivano piú restituiti ai legittimi proprietari: Di qui il passaggio di significato.



lunedì 25 febbraio 2013

Il complemento di rapporto (o di reciprocità)

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

VALE scrive:
Gentilissimi,
potreste aiutarmi nell’analisi logica di questa frase: “Marco e Andrea parlavano tra loro”? Grazie.

linguista scrive:
“Marco e Andrea” ha funzione di soggetto; “parlavano” è il predicato; “tra loro” è una locuzione avverbiale.
Marcello Ravesi

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Dissentiamo recisamente dal linguista. A nostro modo di vedere “tra loro” non è una locuzione avverbiale ma un complemento di “rapporto”. Questo complemento, forse poco conosciuto perché  si confonde con quello di “relazione”, indica la persona, l’animale o la cosa con cui si stabilisce un certo legame o rapporto: “Tra noi non ci sono segni di intolleranza”; “Tra fratelli ci si intende sempre, nonostante tutto”. Il complemento avverbiale, invece, si ha con avverbi o locuzioni avverbiali che precisano il senso di verbi, di altri avverbi, di aggettivi e di nomi: “Giulio camminava lentamente”.


sabato 23 febbraio 2013

L' «endorsement»

Eravamo fermamente convinti che la prestigiosa Accademia della Crusca fosse un'istituzione nata per la "difesa" della lingua italiana. Ci sbagliavamo. Da un po' di tempo oltre a inserire inutili anglismi nelle varie sezioni del sito, risponde anche a quesiti di carattere "barbaro".
Guardate questo collegamento:
http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/si-pu-sostenere-l-endorsement

venerdì 22 febbraio 2013

Borbottare e... barbottare

Gentilissimo dr Raso,
mi è stato detto che "barbottare", verbo che non avevo mai sentito, è una variante del piú comune "borbottare". Le sarei veramente grato di una sua conferma perché la seguo fin dai tempi del "Cannocchiale".
Grazie in anticipo e un cordiale saluto.
Giovanni T.
Vibo Valentia
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Sí, cortese amico, i due verbi sono l'uno sinonimo dell'altro e hanno, per tanto, lo stesso significato. Occorre dire, però, che per alcuni Autori 'barbottare' sarebbe di uso regionale, particolarmente toscano.
Veda i seguenti collegamenti:

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=barbottare&searchfor=barbottare&searching=true

http://www.etimo.it/?term=barbottare&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=borbottare&find=Cerca

mercoledì 20 febbraio 2013

Un completo alla francese

Aldo Gabrielli, nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”, scrive che: «‘Completo’ è male usato nel significato di ‘pieno’, ‘tutto pieno’, e nelle frasi ‘al completo’, ‘al gran completo’, ch’esse sono schietti francesismi (…); qui pure dovrà dirsi: ‘intero, ‘pieno’, ‘tutto pieno’, ‘gremito’ e simili. ‘Il tram è al completo’, si dica: ‘Il tram è pieno’ (…). ‘Presto il teatro fu al gran completo’; diremo: ‘Fu gremito, fu tutto pieno, fu pieno stipato’; ‘La sala è al completo’; diremo: ‘La sala è piena, nella sala non c’è piú posto, non ci sono piú posti’; ‘Siamo al completo’; diremo. ‘Ci siamo tutti’ (…). I sarti chiamano ‘un completo’, sostantivo, quell’abito le cui parti (giacchetta e calzoni) son tutte della stessa stoffa (le donne dicono finanche ‘un completino’); e anche questo è un francesismo (…); noi diremo meglio: ‘un abito completo, un abito intero’».


Il vocabolario Gabrielli in rete, però, è di tutt’altro avviso:

«Completo
[com-plè-to]
A agg.
1 Che possiede tutte le parti necessarie; perfettamente compiuto; intero: una lista completa degli ospiti; una collezione completa; l'opera completa di un autore.
2 Che ha tutte le qualità, le doti, le caratteristiche utili per un'attività, per uno scopo: un manager c.; un atleta c.; il nuoto è uno sport c.
3 Assoluto, totale: regnava la più completa confusione; la zona ha subìto una completa trasformazione
4 Di luogo o mezzo pubblico che non ha più alcun posto disponibile: il teatro è c.
Essere al completo, registrare l'esaurimento dei posti o la presenza di tutti i partecipanti: la commissione è al c.; il cinema è al c.

B s.m.

1 Abito maschile costituito da giacca, gilè e pantaloni.
Insieme di indumenti maschili o femminili coordinati, spec. in stoffa uguale o intonata per colori e disegni: un c. di taglio classico; un c. primaverile.
Equipaggiamento apposito per la pratica di uno sport: un c. da sci.
2 Gamma, linea di oggetti diversi o accessori destinati a un uso integrato.
Completo matrimoniale, per il letto, costituito di due lenzuola doppie e due federe.
3 SPORT Concorso ippico che prevede tutte le prove agonistiche
‖ dim. Completìno».

Personalmente seguiamo quanto consiglia il Maestro nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”.

lunedì 18 febbraio 2013

Tante cose...

Vogliamo vedere, cortesi amici, alcuni usi impropri dell’idioma di Dante?  Usi non errati ma impropri – come dicevamo – e in quanto tali, a nostro modo di vedere, sono da evitare. Cominciamo con ”tante cose”, gallicismo entrato nell’uso comune come locuzione di saluto o di convenevoli, in luogo di “cordiali saluti”, “complimenti”, “ossequi” e simili. Staremmo per dire, meglio “poche cose”, ma… corrette. Come non è corretto il termine “ossequiente”. Questo vocabolo non è un deverbale, vale a dire non deriva dal verbo ‘ossequiare’, come molti erroneamente credono;  se cosí fosse sarebbe “ossequiante”. Viene dal latino “obsequente(m)”, divenuto in lingua volgare, l’italiano, “ossequente” per la legge dell’assimilazione, che è un processo linguistico per cui dall’incontro di due consonanti la prima diventa uguale (si ‘assimila’) alla seconda. E che cosa dire di “marcare”, adoperato a ogni piè sospinto nelle accezioni di ‘registrare’, ‘annotare’, ‘rimarcare con la voce’? Il suddetto verbo, alla lettera, vale “contrassegnare con un marchio”. Nei significati sopra riportati riteniamo “piú corretto” ricorrere ai verbi ‘rafforzare’, ‘accentuare’ e simili. Ci sembra molto appropriato, invece, come sinonimo di “segnare”, nel gergo calcistico. Ma forse, ciò che abbiamo scritto, è solo una nostra pedanteria.

sabato 16 febbraio 2013

Nomi esocentrici

Probabilmente peccheremo di presunzione se scriviamo – senza tema di essere smentiti – che molte firme di spicco del giornalismo e che si… piccano di “fare la lingua” non hanno mai sentito parlare dei “nomi composti esocentrici”. Bisogna dire, però, per onestà e a loro scusante, che non tutti i cosí detti sacri testi grammaticali trattano l’argomento. Vediamo, dunque. Si dicono esocentrici – in linguistica – quei nomi composti, generalmente un sostantivo e un aggettivo, che hanno il significato nel loro interno, “dentro” (dal greco ‘éso’, ‘éiso’, “dentro”, “all’interno”). Un nome composto la cui “esocentricità” è ben visibile è ‘pellerossa’. Proprio per questo motivo alcuni Autori lasciano questo sostantivo invariato nella forma plurale: il pellerossa, i pellerossa. Per costoro, dunque, il significante è all’interno del termine: l’uomo ‘che ha’ la pelle rossa; l’uomo ‘dalla’ pelle rossa. Noi non condividiamo assolutamente e seguiamo la regola secondo la quale i nomi composti di un sostantivo (pelle) e di un aggettivo (rosso) nella forma plurale mutano le desinenze di entrambi i componenti: il pellerossa, i pellirosse.  

venerdì 15 febbraio 2013

Locale: aggettivo o sostantivo?

Ci piacerebbe conoscere - da autorità veramente competenti in materia - per quale motivo tutti i vocabolari (quelli da noi consultati) sono concordi nel contraddire il linguista Aldo Gabrielli, che sostiene il termine "locale" essere esclusivamente un aggettivo. I dizionari, invece, lo attestano anche come sostantivo. Leggiamo dal "Dizionario Linguistico Moderno" del linguista sopra citato:
«Locale, in buona lingua italiana è soltanto aggettivo: 'clima locale', 'usi locali', 'color locale' (cioè, del luogo). Sa di francesismo nel significato sostantivato di 'camera', 'stanza', 'sala', 'vano' ("una casa di tre locali" è infatti una casa di tre stanze o di tre vani)». Chiediamo lumi per il bene della lingua, ma soprattutto per il "bene linguistico" di tutti noi fruitori.

PS. Se abbiamo visto bene solo il Palazzi condanna l'uso di 'locale' in funzione di sostantivo:
«Locàle, agg. di luogo; proprio e particolare a un luogo: bisogni locali, medicamento locale, uso locale il color locale, T. art. viva e fedele rappresentazione dei luoghi e delle persone che li abitano; memoria locale, che ritiene spec. la disposizione e lo stato dei luoghi e delle cose; il treno locale, T. ferr. treno a breve percorso; sm. un fabbricato o una parte di esso; stanza, edificio: i locali scolastici; ma in questo senso è voce brutta, ripresa e da evitare. N. topico».

giovedì 14 febbraio 2013

Comportare? Sopportare, tollerare

Due parole sul buon uso del verbo "comportare".
Leggiamo dal “Dizionario Linguistico Moderno” di Aldo Gabrielli:


«Comportare, nella buona lingua ha due soli significati: tollerare, sopportare (“Non comporta ingiurie”), e, nell’intransitivo pronominale, ‘contenersi’, ‘condursi’, ‘portarsi’ (“Si comporta male”, “Non è questo il modo di comportarsi”). È quindi improprio usarlo nel significato di ‘comprendere in sé’, ‘implicare’, ‘contenere’, ‘portare con sé’, ‘importare’, ‘esigere’, ‘richiedere’ e simili: “Questo lavoro comporta due milioni di spesa”; si dirà: ‘richiede’, ‘importa’, ‘porta con sé’, ‘esige’, ecc.; “Questo ragionamento ne comporta un altro”; diremo: ‘ne contiene’, ‘ne esige’, ‘ne richiede’, ‘ne richiama’, ‘ne implica’, ‘ne comprende un altro’».

I “ritoccatori” del vocabolario Gabrielli in rete non hanno ritenuto necessario, però, fare una nota d’uso sull’… uso improprio del verbo; anzi, secondo loro comportare nelle accezioni di sopportare e tollerare è d’uso esclusivamente letterario. Ecco il Gabrielli in linea:

«comportare

[com-por-tà-re] (compòrto)

A v.tr.

1 Permettere, consentire: i miei incassi non comportano tante spese; l'età non mi comporta queste stravaganze.

2 Portare con sé, esigere come conseguenza, implicare: queste attenuanti comportano una notevole riduzione di pena; è un lavoro che comporterà spese e fatiche immense.

3 lett. Sopportare, tollerare: l'erba non comporta quel clima (Giusti)

B v.intr. pronom. comportàrsi

Avere un certo comportamento, portarsi, agire, condursi: si comportò da villano; cerca di comportarti bene con tutti; si è comportato malissimo con me».

mercoledì 13 febbraio 2013

«*Interlocuire»











Non credevamo ai nostri occhi. Sono in circolazione libri di autori odierni che scrivono "interlocuire". Si veda questo collegamento:
https://www.google.it/search?q=%22interlocuire%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it#q=%22interlocuire%22&hl=it&tbo=d&tbm=bks&psj=1&ei=r9MaUcidDYHx4QSC2ICYCA&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.&bvm=bv.42261806,d.bGE&fp=f96b3e3e205138df&biw=1024&bih=638

Diciamo subito, a scanso di equivoci, che la grafia corretta è con la "q" (interloquire). Il verbo viene, infatti, dal latino "loqui".

http://www.etimo.it/?term=interloquire&find=Cerca

lunedì 11 febbraio 2013

Abbagliare e abbacinare: sono sinonimi?

Segnaliamo un “Dizionario ragionato dei sinonimi e dei contrari” consultabile in rete:


http://it.scribd.com/doc/58868973/Dizionario-Ragionato-Dei-Sinonimi-e-Contrari  

Qualche esempio:

Abbacinare, abbagliare, abbarbagliare, accecare, ingannare, offuscare. Abbacinare è l'espressione più forte: vale quanto accecare. Anticamente infatti era in uso un supplizio che consisteva nell'accecare il colpevole avvicinando ai suoi occhi un bacino arroventato, e il suppliziato rimaneva abbacinato. Chi è abbacinato conserva dunque un durevole ricordo di ciò che lo ha colpito: la straordinaria bellezza di una donna, l'altissimo ingegno di un uomo, abbacinano. Questo in senso figurato; in senso non figurato si può rimanere abbacinati da una fortissima luce improvvisa che toglie le facoltà visive, parzialmente ο totalmente, per un tempo più ο meno lungo, e anche per sempre. Il colpito ha la vista offuscata ο addirittura rimane accecato. Ingannare è detto della mente quando si lasci traviare da consigli, da dottrine, da ideali fallaci. Abbagliare ha un significato meno forte che abbacinare: chi fissa a lungo un oggetto ο una luce anche non troppo forte rimane abbagliato, vale a dire che la vista si offusca perché gli occhi si stancano e prendono abbagli. Abbarbagliare è, con termine ormai piuttosto desueto, l'effetto di uno splendore istantaneo che fa socchiudere gli occhi senza lasciare durevoli conseguenze. La luce del sole che colpisce direttamente le pupille abbacina, un paesaggio assolato abbaglia, una lampadina che si accende all'improvviso nell'oscurità profonda abbarbaglia, il falso profeta inganna.

Quanto alla pronuncia di "abbacinare" sono corrette entrambe le accentazioni: io abbàcino o abbacíno.
Si veda: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=82110&r=2192

domenica 10 febbraio 2013

Il retrobottega? Correttamente: la retrobottega

Il gentile blogghista “puntiglioso” ci perdonerà se non seguiamo il suo consiglio e segnaliamo un’altra “correzione” dei revisionisti al vocabolario Gabrielli in linea. Si tratta del sostantivo retrobottega, che il Maestro classifica, categoricamente, di genere femminile. Per i revisionisti, invece, può essere tanto maschile quanto femminile. Ecco il Gabrielli in linea:


«retrobottega
[re-tro-bot-té-ga]
s.m. o f. (pl. m. i retrobottéga; f. le retrobottéghe)
Piccolo deposito o ripostiglio situato dietro un negozio».

Il linguista, in proposito, scrive nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”:

«Retrobottega è sempre e soltanto femminile: ‘la retrobottega’, plurale ‘le retrobotteghe’. Errano quindi coloro che lo fanno maschile (…). I composti di ‘retro-’ prendono di regola il genere della parola che segue il prefisso; sono perciò femminili: ‘retroattività’, ‘retroazione’, ‘retrobocca’, ‘retrocamera’, ‘retrocarica’, ‘retrocessione’, ‘retroguardia’, ‘retrostanza’, ‘’retrovendita’, ‘retroversione’, ‘retrovia’; sono invece maschili: ‘retrocamerino’, ‘retrocedimento’, ‘retrofronte’ (affine a ‘retrovia’, ma qui ‘fronte’ è considerato maschile, come ormai comunemente nell’uso), ‘retroscritto’. Fanno eccezione: ‘retroterra’, che è sempre maschile (plurale ‘i retroterra’); ‘retroscena’ è femminile (plurale ‘le retroscene’) quando indica la parte del teatro che è dietro la scena; ed è invece maschile (plurale ‘i retroscena’) nel senso figurato di particolare non apparente di un dato avvenimento o affare, maneggio segreto, e simili: ‘il retroscena di una promozione’, ‘i retroscena della storia’».

*

Vocabolario Palazzi: retrobottéga sf. stanza o vano che è dietro la bottega: la retrobottega. M.E. è errore considerate tal nome come maschile, dovendosi sottintendere il nome feminile stanza.






sabato 9 febbraio 2013

Mo, ora, adesso



Tre avverbi e uno stesso concetto. Un articolo di Paolo D'Achille e Domenico Proietti.
Si clicchi su: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/tre-avverbi-per-solo-concetto-questo-momento

venerdì 8 febbraio 2013

L'«aggettivo» marrone

I “ritoccatori” del vocabolario Gabrielli in rete, non soddisfatti di avere rovinato un grande vocabolario prestigioso, hanno messo le mani anche su un suo libro, “Si dice o non si dice?”, “ritoccando” il Maestro dove
 tratta dell’aggettivo (?) marrone.

Questa la versione ritoccata, anzi, “corretta”:

Si dice: marrone (agg. plur.)

Non si dice: marroni (agg. plur.) marrone

Si deve dire guanti marrone oppure guanti marroni?

L’uso al plurale di marrone, inteso come colore, è molto comune (“guanti marroni”, “stoffe marroni”), ma non è corretto. Dovremmo dire guanti marrone, abito marrone, scarpe marrone. Perché? Perché marrone non è aggettivo come verde, giallo, rosso, azzurro, celeste eccetera, che richiedono, ovviamente, l’accordo nel genere e nel numero col sostantivo da cui dipendono: veste azzurra, calze rosse, libri gialli, prati verdi. Marrone è sostantivo, per l’esattezza è il nome di un frutto, e segue la stessa legge dei sostantivi, come rosa, ciliegia, ciclamino, viola, arancio, cenere, corallo, seppia, ocra e altri, quando ci servono per indicare un colore. Nessuno direbbe “vesti rose”, “capelli ceneri”, “seta coralla”, ma sempre e soltanto “vesti rosa”, “capelli cenere” “seta corallo”; si costruisce cioè, mentalmente, una frase ellittica (vedi ellisse o ellissi?) che per esteso suonerebbe così: “vesti del colore della rosa”, “capelli del colore della cenere”, “seta del colore del corallo”. Di conseguenza diremo guanti marrone, cioè “guanti del colore del marrone”.

Per capire ancora meglio, osserviamo questa differenza: calze rosse, ma calze rosso fuoco. Nel primo caso, per indicare il colore abbiamo usato l’aggettivo rosso, ovviamente al femminile plurale; nel secondo caso abbiamo usato il sostantivo fuoco, al quale si riferisce l’aggettivo rosso, come se dicessimo “calze del colore del fuoco rosso”.

Questo il testo originale del linguista:

Si deve dire ‘guanti marrone’ oppure ‘guanti marroni’? L’accordo al plurale del sostantivo ‘marrone’, inteso come colore, è certo assai comune (‘guanti marroni’, ‘stoffe marroni’), ma è proprio del linguaggio popolare e non è corretto. Correttamente, ‘marrone’, nome di colore simile a quello che ha il frutto di una varietà di castagno, è di regola invariabile e bisogna dire perciò ‘guanti marrone’, ‘abito marrone’, ‘scarpe marrone’, ‘stoffa marrone scuro’. ‘Marrone’, facciamo bene attenzione, non è un aggettivo come ‘verde’, ‘giallo’, ‘rosso’, ‘azzurro’, ‘celeste’, ecc., che richiedono, ovviamente, l’accordo nel genere e nel numero col sostantivo da cui dipendono: ‘veste azzurra’, ‘calze rosse’, ‘libri gialli’, ‘prati verdi’, ecc.; ‘marrone’ è sostantivo, e segue la stessa regola dei sostantivi ‘rosa’, ‘ciliegia’, ‘ciclamino’, ‘viola’, ‘arancio’ (in questo caso sempre nel maschile, mai ‘arancia’), ‘cenere’, ‘corallo’, ‘seppia’, ‘ocra’, ecc. quando sono assunti come determinazione di colore. Nessuno direbbe ‘vesti rose’, ‘capelli ceneri’, ‘sete coralla’, ma sempre e soltanto ‘vesti rosa’, ‘capelli cenere’, ‘seta corallo’; si costruisce cioè, mentalmente, una frase ellittica che suona, in forma distesa, ‘vesti color della rosa’, ‘capelli color della cenere’, ‘seta color del corallo’. Di conseguenza diremo ‘guanti marrone’, cioè ‘guanti color del marrone’.

Quel "dovremmo dire", che si legge nel secondo rigo (del primo testo), lascia intendere che il plurale 'marroni' non sia da condannare. Non è cosí. L'invariabilità di 'marrone' è ribadita anche nel "Dizionario Linguistico Moderno", sempre del Gabrielli.

*

Siamo rimasti esterrefatti nel leggere, quanto scrive in proposito, il sito della Treccani nella sezione "Domande e risposte".
Si veda questo collegamento:
 http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/domande_e_risposte/grammatica/grammatica_149.html

giovedì 7 febbraio 2013

Noi disegnamo o disegniamo?

Ci piacerebbe conoscere il motivo per il quale i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, nel loro libro «Ciliegie o ciliege?”, trattando dei verbi in “-gnare”, sostengono che la “i” della desinenza “-iamo” si conserva solo nella prima persona plurale del presente congiuntivo: che noi disegniamo. Nella prima persona plurale del presente indicativo si può anche omettere. Quindi: noi disegnamo o disegniamo. La desinenza è “-iamo” tanto per l’indicativo quanto per il congiuntivo, perché questa “disparità” di trattamento? C’è una regola “ortografico-fonetica” che ci sfugge? Preghiamo, gentilmente, i cortesi linguisti di illuminarci in merito.

1. Ciliegie o ciliege? E altri 2406 dubbi della lingua italiana - Pagina 124


http://books.google.it/books?id=EjiyOQ1KqHoC&pg=PA124&dq=%22sognamo%22+o+%22sogniamo%22?+della+valle+patota&hl=it&sa=X&ei=750SUbrOGqSR4ATF_4HACw&ved=0CDgQ6AEwAA

Valeria Della Valle, Giuseppe Patota ... voi sogghignate al presente indicativo, voi sogghigniate al presente congiuntivo noi sognamo o noi sogniamo? tutt'e due al presente indicativo, noi sogniamo al presente congiuntivo sognare qualcuno o ...

*

Aldo Gabrielli, nel suo “Si dice o non si dice?”:

disegnamo o disegniamo?

« "I verbi in -gnare, come anche quelli (pochi) in -gnere e -gnire mantengono sempre la 'i' della desinenza -iamo dell'indicativo presente. [...] Però alcune grammatiche ammettono anche le forme senza 'i', perché, dicono, tanto la pronunzia non cambia. Una ragione simile, una volta accettata, porterebbe una vera rivoluzione nella nostra ortografia. Ma poi è evidente che il mantener codesta 'i' è addirittura indispensabile nelle forme del congiuntivo presente. [...] Leggete questo periodo: 'Insigniamo con meritate onorificenze i migliori soldati perché anche voi giovani pugniate con valore e agogniate di imitare le imprese eroiche degli anziani': abolite la 'i' di pugniate e di agogniate e falserete addirittura il senso del discorso. Qualcuno dirà: manteniamo allora la 'i' solo nelle forme che possono generare equivoci, ma sopprimiamola dove equivoci non possono nascere... Ci sono dei grammatici che si compiacciono di questi distinguo, di questi cincischiamenti, ma son quelli appunto che riducono la lingua italiana a un affannoso e complicato tiremmolla."»





mercoledì 6 febbraio 2013

Lo starlòmaco

Forse quasi nessuno degli amici blogghisti ha sentito il termine su riportato in quanto nessun vocabolario lo attesta. Eppure è un vocabolo vecchio di secoli e sta per "astronomo". Purtroppo, nonostante tutte le ricerche, non siamo riusciti a risalire all'origine della parola. E ci scusiamo con coloro che ci onorano della loro attenzione.

Si veda questo collegamento:
https://www.google.it/search?q=%22starlomaco%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

martedì 5 febbraio 2013

Uscire dai gangheri

Questa locuzione, che significa 'sdegnarsi', 'arrabbiarsi', 'irritarsi' e comportarsi di conseguenza, non abbisognerebbe di spiegazioni circa la provenienza: le persone che escono dai gangheri assomigliano alle porte, che, senza piú una "guida" (il ganghero - come si sa - è un perno di ferro che, infilato in un 'occhio' della bandella fissata al battente, serve a sostenere e a rendere girevoli le imposte delle finestre, degli armadi, degli usci ecc.), "impazziscono". Non è raro trovare nelle espressioni che si adoperano per indicare uno "stato di collera" l'idea di trasposizione, come se una persona perdesse il suo vero essere per diventare altro: 'andare in bestia', 'perdere le staffe', come dire perdere il controllo, riferito all'equitazione. Con lo stesso significato si usano anche le espressioni "uscire dal manico", vale a dire 'comportarsi' come un martello, per esempio, che, uscito dal manico, scappa via senza controllo; "andare su tutte le furie" (il cui significato è, appunto, intuitivo) e "perdere il lume degli occhi": divenire quasi cieco per l'ira e agire di conseguenza, senza rendersi conto di che cosa si stia facendo.

lunedì 4 febbraio 2013

Attenzione a disertare...

Il verbo “disertare”, forse pochi lo sanno, ha
due forme, una transitiva e una intransitiva
e l’uso dell’una o dell’altra forma fa cambiare
di significato il verbo stesso.
La forma transitiva sta per “distruggere”,
“guastare” e simili ed etimologicamente è il latino
“desertare”, intensivo di “deserere” (‘abbandonare’).
Originariamente, infatti, il verbo stava
per “devastare”, vale a dire “ridurre in deserto”
e, quindi... “abbandonare”, "allontanare" (non
ci si allontana 'da' un luogo?). Di qui l’uso intransitivo

di “disertare” nel senso di “fuggire da
un luogo”. I deputati, per esempio, che non prendono
parte alle sedute “disertano dall’aula”, non
“disertano l’aula”, in quanto “fuggono dall’aula”,
non la... devastano. Insomma, amici
amanti del buon uso della lingua, come fa acutamente
notare il linguista Leo Pestelli «facciamo
una pasta dei verbi ‘disertare’ (neutro) e ‘disertare’
(attivo), che sono due cose ben distinte.
Il primo vale: fuggire dall’esercito; il secondo:
danneggiare e devastare. Il soldato diserta ‘dal’
reggimento abbandonandolo al suo destino; diserta
‘il’ reggimento portandogli via la cassa.
(...) Dicendo dunque noi per estensione: il pubblico
‘diserta’ il teatro; gli alunni ‘disertano’ la
scuola, diciamo altro da quello che intendiamo
dire, cioè che il pubblico con mazze e ombrelli, gli
alunni con gessi e temperini, danneggiano il teatro
e la scuola. Proprio cosí (...)».
Naturalmente ci sarà il solito Bastian contrario che cercherà di
confutare la nostra tesi. Se ciò avverrà, la cosa ci
lascerà nella piú squallida indifferenza, forti dell’appoggio
di un linguista con la “L” maiuscola.
Mentre a coloro che sostengono la tesi secondo
cui è l’uso che fa la lingua ricordiamo le parole
del grande poeta toscano Giuseppe Giusti:
“L’avere la lingua familiare sulle labbra non basta:
senza accompagnarne, senza rettificarne
l’uso con lo studio e con la ragione è come uno
strumento che si è trovato in casa e che non si sa
maneggiare”. E c’è da dire, in proposito, che
molte cosí dette grandi firme del giornalismo
maneggiano uno strumento che non sanno... maneggiare.
E ciò a scapito, per dirla con Vittorio Alfieri,
del nostro “idioma gentil sonante e puro”. Chi
vuole intendere... intenda.


PS. I vocabolari sono ambigui: attestano ‘disertare’,
nel senso di ‘abbandonare’, sia transitivo
sia intransitivo, non è proprio cosí, come
abbiamo visto. Non si confonda, inoltre, ‘disertare’
con ‘dissertare’. Quest’ultimo verbo ha tutt’altro
significato. Non sono, perciò, l’uno sinonimo
dell’altro.

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=disertare&searchfor=disertare&searching=true  

http://www.etimo.it/?term=disertare&find=Cerca



domenica 3 febbraio 2013

Alazzire

Gentile dott. Raso,
da qualche giorno ho cambiato casa. Tra le tante cianfrusaglie "nascoste" nella soffitta che stavo svuotando per il trasloco, mi sono imbattuto in un vecchio libro, privo di molte pagine, compresa la prima, non so, quindi, chi fosse l'autore e di quale anno si trattava. Sfogliandolo sono stato attratto da un termine che non avevo mai sentito: "alazzire". La frase recitava: «Giovanni, cerca di non alazzire tua zia, quando andrai a trovarla». Ho cercato il verbo in tutti i vocabolari in mio possesso, ma senza risultato. Esiste il verbo in questione? Se sí, che cosa significa?
Grazie se avrò una risposta.
Nell'attesa la saluto cordialmente.
Domenico B.
Crotone
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Cortese amico, probabilmente l'autore doveva essere di origine toscana. Il verbo "alazzire", pur non essendo a lemma nei vocabolari "moderni" è attestato in quello del Tommaseo-Bellini e significa "stancare", "indebolire".
Veda questi collegamenti:

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=alazzire&searchfor=alazzire&searching=true

https://www.google.it/search?q=%22alazzire%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

sabato 2 febbraio 2013

Le portabandiere



I revisori del vocabolario Gabrielli in rete continuano nell'opera di "sbugiardamento" dell'insigne linguista. Nel Gabrielli in linea si afferma che "portabandiera" è un sostantivo e un aggettivo invariabile:
«portabandiera

[por-ta-ban-diè-ra]
A s.m. e f. inv.
1 Chi porta la bandiera, spec. in una sfilata, una cerimonia e sim.: il p. del reggimento; i p. del comune.
SIN. alfiere, vessillifero
2 fig. Propugnatore, sostenitore, divulgatore tenace di un'idea, di una dottrina e sim.
B anche agg. inv.
ufficiale p.; artisti p. di nuovi movimenti».

Nel suo "Dizionario Linguistico Moderno" il glottologo sostiene, invece, che se il sostantivo si riferisce a un femminile prende il plurale femminile: il portabandiera, i portabandiera; la portabandiera, le portabandiere. L'argomento è trattato ampiamente nel "Si dice o non si dice?", dello stesso Gabrielli.
Sulla stessa linea del Gabrielli sono Giulio Bertoni e Francesco A. Ugolini, autori del "Prontuario di pronunzia e di ortografia":

http://books.google.it/books?id=-qhBAAAAIAAJ&q=%22le+portabandiere%22&dq=%22le+portabandiere%22&hl=it&sa=X&ei=2xAMUY_pEYSM4AS23YHIBg&ved=0CFgQ6AEwBQ