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domenica 30 settembre 2012

Giornalisti & linguisti

L’argomento odierno non attiene prettamente al buon uso della lingua italiana; è una nostra “riflessione” sulla differenza che intercorre tra il giornalista e il linguista. Perché? Perché abbiamo l’impressione che si stia cercando di dimostrare - da qualche parte - che un giornalista cosí detto di grido, un giornalista dal nome prestigioso, è anche un ottimo linguista. Questa tesi – a nostro avviso – è falsa e, quindi, da respingere decisamente. Un ottimo giornalista è colui che sa “scegliere” le notizie e, una volta assimilate, le commenta per il grande pubblico con parole semplici, come farebbe un insegnante di fronte ai suoi allievi. Il giornalista, in un certo senso, è l’educatore della pubblica opinione. I giornalisti dal nome prestigioso, che non rispettano le regole grammaticali per mero snobismo, non possono essere definiti linguisti; costoro sono colpevoli di “lesa lingua” quanto, se non di piú, i loro colleghi (e sono un’infinità) che non applicano le regole perché non le conoscono. Il giornalista-linguista si preoccupa, quando scrive (o parla), di non incorrere in “inesattezze linguistiche” che potrebbero turbare l’ “equilibrio linguistico-grammaticale” dei lettori, soprattutto dei lettori-studenti, mettendo, cosí, in discussione quanto i docenti, quelli con la ‘D maiuscolata’, si sforzano, lodevolmente, d’insegnare ai loro allievi, a dispetto dei giornalisti che “fanno la lingua”.






sabato 29 settembre 2012

Il «fa da sé»

Ciò che stiamo per scrivere non incontrerà il favore di qualche linguista (se, per caso, si dovesse imbattere in questo sito). Ma tant’è. Andiamo avanti per la nostra strada, certi della bontà di quanto sosteniamo. Vogliamo fare alcune considerazioni sull’uso corretto del prefisso “auto-”. Ci capita sovente di leggere, sulla stampa, frasi del tipo: «I cittadini si sono autotassati per finanziare i lavori di restauro del loro patrimonio artistico»; oppure: «Nella sua autobiografia, l’autore mette in evidenza…». Bene. Anzi male, a nostro modo di vedere. Queste frasi non sono corrette. Vediamo il perché. Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana (non cispadana, si badi bene) alla voce “auto”, possiamo leggere: «Primo elemento che in parole composte significa “da sé”, “di sé stesso”». Alla luce della definizione che abbiamo appena letto, dire o scrivere “si sono autotassati” - a nostro avviso - è errato perché il pronome, anzi la particella pronominale ‘si’ è compresa nella voce ‘auto’ (da sé, di sé stesso): i cittadini hanno tassato sé stessi. Si dirà correttamente, dunque, «i cittadini si sono tassati», oppure, anche se non molto elegante, «i cittadini autotassati per…». Lo stesso discorso, ovviamente, per la “sua autobiografia”. Diremo: «Nella sua biografia o nell’autobiografia l’autore…». È veramente triste notare certe smarronate nelle pagine ‘culturali’ dei quotidiani. Provate a dire, cortesi amici blogghisti, per controllare la bontà della nostra tesi, «mi sono autoregalato una cravatta»; se la frase vi “suona”, tutte le nostre scuse per avervi dato un cattivo consiglio linguistico.


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Il fiume ceco-teutonico "Elba" è maschile o femminile?
Un interessante articolo di Silverio Novelli.
Si veda il collegamento in calce.

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/scritto_e_parlato/Elba.html



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Da “Domande e risposte” del vocabolario Treccani in linea:

Può un avverbio accompagnare un superlativo assoluto? Ad esempio è corretto dire “è veramente bellissimo” o “è veramente bello”?

A rigor di logica, dovrebbe bastare l'intensificazione del grado positivo dell'aggettivo: veramente bello. Va detto, però, che, in mancanza di contesto, non si può decidere se il veramente, accanto a bello o al superlativo bellissimo, sia usato come un segnale di superlativo, col significato di 'al massimo grado', oppure come un semplice avverbio asseverativo, col significato di 'davvero, realmente, effettivamente'. Se dal contesto si potesse desumere che quel veramente ha questo secondo valore, allora sarebbe pacifico poterlo accoppiare anche con la forma superlativa bellissimo. Nell'altro caso, diventerebbe una forma rafforzativa tipica del parlato informale, stilisticamente poco adatta a una comunicazione scritta elegante o di tono formale.
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A nostro modesto avviso il problema non si pone se l’avverbio si colloca dopo il superlativo: È bellissimo veramente.

Nessuna "legge" linguistica vieta, a ogni modo, l'uso di un avverbio prima o dopo un superlativo.
Si veda questo collegamento: https://www.google.it/search?q=%22%C3%88+veramente+bellissimo%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

venerdì 28 settembre 2012

Attenti ai marroni...

Il nostro viaggio attraverso parole e locuzioni di uso comune ma dal significato “recondito”, non sempre chiaro a tutti, fa tappa all’espressione «prendere in castagna».
A tutti è noto il significato ‘scoperto’ di tale modo di dire: cogliere qualcuno sul fatto, coglierlo, in modo particolare, in errore. Che cosa c’entrano, allora, le castagne? Si domanderà qualcuno. C’entrano, ma solo di nome. Occorre sapere che fino a qualche secolo fa, l’espressione era ‘prendere in marrone’ perché ‘marrone’, derivato dal latino medievale ‘marro, marronis’ significava (e significa tuttora), «errore», per l’appunto. Se qualcuno di voi, cortesi amici blogghisti, si prende la briga di consultare un buon vocabolario della lingua italiana alla voce ‘marrone’, oltre al frutto del castagno, leggerà anche ‘errore’, sia pure come termine arcaico.
Come è nata, dunque, la confusione tra l’«errore» e il «marrone» (frutto del castagno)? Secondo il Lurati si tratta di un’irradiazione sinonimica della locuzione “prendere in marrone”: il marrone frutto del castagno e il marrone, errore, sono parole omofone, il parlante, quindi, non poteva rendersene conto, cosí, come avviene spesso in fatto di lingua, attraverso i secoli si è affermata la versione ‘popolana’.
Dal marrone medievale è stato coniato il verbo “smarronare”, con il significato di «sbagliare»; è formato, infatti, con ‘marrone’ e la ‘S’ detta intensiva o durativa. La medesima ‘S’, per intenderci, dei verbi ‘sgocciolare’, ‘sbattere’, ‘scancellare’ e via dicendo.
Sempre a proposito di marrone, attenti ai… marroni o, se preferite, alle smarronate quando dovete usare il vocabolo marrone con l’accezione di ‘colore’. Ci capita spesse volte di leggere sulla stampa frasi del tipo: «Alla cerimonia è intervenuta la baronessa Maria Stella, indossava scarpe e guanti marroni». Ebbene, quel ‘marroni’ è una… smarronata! Marrone, colore simile a quello che ha il frutto del castagno, è invariabile perché non è un aggettivo ma un sostantivo. Si dirà, quindi, scarpe e guanti (del colore del) marrone. Coloro che credono che marrone, inteso come colore, sia aggettivo e di conseguenza si accordi nel genere e nel numero con il sostantivo cui si riferisce ‘smarronano’ di grosso. Marrone, insomma, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è un sostantivo come lo sono ‘rosa’, ‘viola’, ‘ciclamino’, ‘corallo’, ‘ocra’, che restano invariati: due camicie (del color della) rosa; due calze (del color della) viola.



giovedì 27 settembre 2012

L'infiorata del fisco

«Quando mi sorprendo a recriminare per il fatto che non sono immortale, subito mi richiamo all’ordine domandandomi se mi piacerebbe davvero la prospettiva di dover compilare la denuncia delle tasse per un numero infinito di anni futuri», cosí scriveva Arnold J. Toynbee.


Parliamo, dunque, di… fisco, argomento al centro dell’attenzione, in questi ultimi anni, per le varie riforme annunciate, smentite e riconfermate. Ne parliamo, ovviamente, sotto il profilo prettamente linguistico.
Il fisco, come tutti sanno, è l’«erario pubblico»: questo il significato ‘scoperto’; e quello ‘recondito’? Vediamo di scoprirlo insieme. Anche in questo caso occorre chiamare in causa la lingua dei nostri antenati, vale a dire il… latino.
“Fisco”, dunque, non è altro che il latino ‘fiscus’, che significa, esattamente, «cestino», «corbello», di quelli intessuti di giunchi, di ginestre, con il manico ricurvo, per metterci dentro di tutto, dai fiori di campo alla ricotta e ai formaggi che i contadini portano in città. Questo cestino, quindi, può essere foggiato anche in forma diversa, con il coperchio e può contenere qualsivoglia cosa, anche del denaro. Il ‘fiscus’, infatti, era la “cassaforte” dentro la quale i legionari romani custodivano il denaro durante le operazioni belliche; era, potremmo dire oggi, la “cassa da campo del reggimento”. Durante il periodo imperiale il ‘fiscus’ era la cassa privata dell’imperatore, cassa che, ovviamente, non era di vimini, era chiusa a chiave e recava lo stemma dell’imperatore.
Il ‘fiscus’ personale dell’imperatore si distingueva da un’altra ‘cassa’, l’«aerarium» (l’erario), da “aes, aeris” (‘rame’, in seguito ‘moneta di rame’), che era la cassa dello Stato. Fisco ed erario, quindi, anche se in origine avevano sfumature diverse, oggi si possono considerare l’uno sinonimo dell’altro.
Da ‘fiscus’ è nato il verbo “confiscare”, cioè ‘mettere nel fisco’, mettere nel cestino; in seguito il sostantivo ‘confisca’ che è una «misura di sicurezza consistente nell’avocazione allo Stato di cose usate per commettere un reato o provenienti dallo stesso».



mercoledì 26 settembre 2012

«Dare in budella»

Gentilissimo Sig. Raso,
nel suo meraviglioso blog sul buon uso della lingua italiana tratta, di tanto in tanto, l’origine di alcuni modi dire, conosciuti e sconosciuti. Le sarei veramente grato se potesse spiegarmi il significato e l’origine dell’espressione “Dare in budella”. La ringrazio anticipatamente e le esprimo i miei sentimenti di stima e ossequio.
Attilio V.
Taranto
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Cortese Attilio, la locuzione di cui desidera conoscere il significato e l’origine è simile a quella piú conosciuta e adoperata: menare il can per l’aia, vale a dire non concludere nulla. Per l’origine e la spiegazione mi affido a Ludovico Passarini, il ‘re’ dei modi di dire. «“Dare in budella”, trascrivo la dichiarazione che ne dà il Biscioni nel citato luogo del “Malmantile” (un poema burlesco, ndr). Si dà sempre in budella. Non si conchiude mai cosa di buono. Questo proverbio si dice copertamente: fare come il cane del peducciaio; e s’intende “dare in budella”; che esprime discorrere assai , e conchiudere poco; ed è lo stesso che “dare in trippa”, “in ceci”, eccetera. Perché tanto è dire “dare in budella” che “dare in trippa”; di qui è che il proverbio viene dall’apprestare spesso alla mensa una medesima vivanda, a questa vilissima, quali sono le budella (che dicono altrimenti il “lampredotto” , dalla similitudine della lampreda), e la Trippa o Venere delle bestie grosse (…)».

Veda anche questo collegamento:

https://www.google.it/#hl=it&output=search&sclient=psy-ab&q=%22dare+in+budella%22&oq=%22dare+in+budella%22&gs_l=hp.3...4922.12422.1.14703.17.5.0.0.0.0.391.954.2-1j2.3.0...0.0...1c.1.MNyg0P7_mhU&psj=1&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.&fp=b8dfbbac50d99de5&biw=1024&bih=638   

lunedì 24 settembre 2012

Infilar le pentole

Il modo di dire che avete appena letto ha lo stesso significato degli altri piú noti e, quindi, piú adoperati: “restare al verde”, “essere in bolletta” ed “essere povero in canna”. Chi va a infilar le pentole, dunque? La persona che improvvisamente cade nella miseria totale e alla quale non resta altro da fare che meditare sulle pentole… vuote. Infilare, in questo caso, assume il significato di ‘mettere in fila’, ‘allineare’: il povero in assoluto può solo infilar le pentole, vale a dire le può allineare ma non… riempire. L’espressione acquista anche, in senso figurato, il significato di “cadere da uno stato sociale alto a uno basso”. Nei tempi andati si usava anche assolutamente: ‘E l’ha infilate’. Espressione riferita alla persona che falliva e, quindi, cadeva in miseria. Ai falliti, purtroppo, non restava altro che ‘infilar le pentole’, cioè contarle e basta. Gli amici blogghisti non piú tanto giovani avranno ancora viva l’immagine degli accattoni che portavano – infilata nella cintola – una pentola o scodella, per lo piú di latta, con la quale andavano a prendere la minestra nei vari conventi.




domenica 23 settembre 2012

Metamorfosi linguistiche

Tutti sanno (o dovrebbero sapere) che i mutamenti all’interno di una lingua sono numerosi e rapidissimi finché questa è solo parlata; diventano, invece, piú rari e piú lenti – e forse pochi lo sanno - allorché comincia a essere adoperata per la scrittura di opere letterarie in quanto la forma scritta è sempre un fattore di stabilità: gli scrittori sono piú ‘conservatori’ e meno esposti alle influenze esterne e agli ‘umori’ momentanei dei ‘progressisti’, cioè dei parlanti i quali sono sempre pronti a inventare e a improvvisare alla bisogna la loro lingua momento per momento. Gli scrittori, insomma, al contrario del popolo, prima di accogliere nel loro linguaggio un vocabolo nuovo ‘ci pensano sú’. La lingua, però – si sa – è in continua evoluzione e gli scrittori, ‘obtorto collo’, devono sottostare a questo dato di fatto. Il nostro idioma, dunque, raggiunse l’assetto stabile di lingua scritta tra il XIII e il XIV secolo, quando si affermarono tre grandi scrittori toscani: Dante, Boccaccio e Petrarca. Da allora, la “lingua del popolo” parlata in Toscana, particolarmente nella città di Firenze, fu accettata – non senza contrasti e dispute che si trascinarono per secoli – come l’unica vera lingua nazionale. Un dialetto, insomma, grazie agli scrittori su menzionati, assurse a lingua adoperata in tutto lo Stivale. Occorre dire, però, che la stabilità di una lingua, anche quando viene scritta, è sempre relativa e a questa ‘legge’ non è sfuggito l’italico idioma che, in oltre otto secoli di vita, ha subito numerose metamorfosi di cui ci rendiamo conto leggendo le opere degli scrittori antichi e moderni. Queste metamorfosi continuano ancora oggi, perché i parlanti subiscono le influenze della moda e degli avvenimenti: in questi ultimi tempi, con lo sviluppo vorticoso dei massinforma (mezzi di comunicazione di massa), le mutazioni si sono fatte piú frequenti. Queste metamorfosi riguardano, particolarmente, la morfologia, il lessico, la sintassi. Da quando è nata la lingua italiana a oggi, insomma, questi mutamenti sono sotto gli occhi di tutti. Poiché l’argomento è molto vasto ci occuperemo – sia pure per sommi capi – solo dei mutamenti che si sono avuti nel lessico. Con questo termine si indica l’insieme di vocaboli antichi e recenti che costituiscono una lingua e questo ‘patrimonio linguistico’ viene continuamente ‘avvicendato’ per l’introduzione di parole nuove, per la morte di altre (parole in disuso) e per il cambiamento di significato di altre ancora. Vediamo, sommariamente, questi singoli fenomeni linguistici o “metamorfosi linguistiche”: 1) Nascita dei vocaboli. Molte parole entrano nella nostra lingua, cioè nel nostro lessico, per l’influenza delle lingue straniere o per la necessità di inventare nuovi termini in seguito a scoperte scientifiche o a nuove istituzioni come, per esempio, la ‘radio’, entrata nella lingua quando fu inventato l’apparecchio per la trasmissione e la ricezione dei suoni attraverso lo spazio; il ‘caffè’, accolto nel nostro idioma nel secolo XVII, quando venne introdotto l’uso di questa bevanda, o il ‘socialismo’, il cui ingresso nel nostro patrimonio linguistico avvenne quando furono elaborati i primi concetti dell’ideologia e cominciarono le prime lotte della classe operaia; 2) morte di parole (termini in disuso). Molte parole cadono in disuso in quanto non piú necessarie o soppiantate da altre che hanno avuto maggior fortuna. Vediamone alcune: ‘fantesca’, ‘sirocchia’ (soppiantata da ‘sorella’), ‘messere’ (‘signore’ ha avuto la meglio), ‘speme’ (speranza), ‘dottanza’, sostantivo in uso nel Trecento per ‘timore’, ‘paura’, ‘allotta’ (‘allora’ ha avuto il sopravvento); 3) cambiamenti di significato. Molti termini cambiano di significato perché mutano le istituzioni e i costumi o per cause che sfuggono agli stessi studiosi di fenomeni linguistici; tra queste abbiamo: ‘frate’, che in origine significava ‘fratello’, poi mutò il suo significato in “appartenente a una confraternita religiosa”, ‘pelago’, che originariamente significava ‘mare’, come in latino, ma oggi è adoperato solo in senso figurato, ‘galera’, indicava un tipo di imbarcazione (galea) i cui rematori erano dei condannati al carcere, prese l’accezione odierna di prigione e decadde come termine nautico.

sabato 22 settembre 2012

Il «metaplasmo»

Gentile dr Raso,
l’insegnante di mio figlio ha chiesto agli alunni di fare una ricerca linguistica per “scovare” un termine specifico che indica il passaggio di un verbo da una coniugazione all’altra oppure un vocabolo da un genere all’altro. Ho cercato di aiutare mio figlio in questa difficile ricerca, ma, ahimè, non sono approdato a nulla. Esiste questo termine? Se sí, come si chiama in linguistica?
Sperando in una sua cortese e sollecita risposta, la ringrazio anticipatamente e le porgo cordiali saluti.
Giovanni T.
Grottaferrata (Roma)
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Sí, cortese amico, il termine esiste e si chiama “metaplasmo”. Per una risposta piú esaustiva do la “parola” a ‘Sapere.it’:
 sm. [sec. XVIII; dal greco metaplasmós, da metaplássein, trasformare]. Nell'antica grammatica, ogni modificazione fonetica della parola dovuta ad addizione (protesi, epentesi, paragoge), a soppressione (aferesi, sincope, apocope, elisione), a inversione (metatesi), a cambiamento (assimilazione, dissimilazione), o a fusione di suoni (contrazione). In particolare il termine si è fissato soprattutto per indicare i cambiamenti di categorie morfologiche, come il passaggio da un genere a un altro (il dito, le dita), da una declinazione a un'altra (latino facies, latino volg. facia, faccia), da una coniugazione a un'altra (latino florēre, latino volg. florīre, fiorire).





venerdì 21 settembre 2012

Salire in bigoncia

Sapete perché si dice e cosa significa “montare o salire in bigoncia”? L’espressione fa il paio con quella piú conosciuta e adoperata, “salire in cattedra”, vale a dire fare il saccente, pretendere di insegnare tutto a… tutti. Il modo di dire, vecchiotto, per la verità, ‘chiama in causa’ la bigoncia perché anticamente era il pulpito (o la cattedra) dal quale si parlava nelle università e nelle accademie. La locuzione, anche se ‘stantía’, dovrebbe essere nota soprattutto agli amici blogghisti toscani, visto che a Firenze è in uso – se non cadiamo in errore – la variante “favellare in bigoncia”.


Aggiungiamo – da parte nostra, e a costo di essere tacciati di presunzione – che il detto calza a pennello ai soloni della carta stampata e no: pretendono di sapere tutto, soprattutto in fatto di lingua. Non sanno, poverini, che molto spesso, per non dire sempre, la loro lingua è “biforcuta” e fa a pugni con la grammatica italiana.



http://www.etimo.it/?term=bigoncia&find=Cerca

giovedì 20 settembre 2012

Che bello sognare un «sogniamo» con la "i"






Tutti sanno o dovrebbero saper che il digramma ‘gn’ non richiede la ‘i’ davanti alle vocali: sogno, ognuno, campagna. Fanno eccezione, naturalmente, le parole in cui la ‘i’ è parte integrante del suffisso ‘-ia’ come, per esempio, in compagnia (gruppo di persone). Pochissimi sanno, invece, (e moltissime grammatiche non lo spiegano; e gli insegnanti?) che il gruppo ‘gn’ prende obbligatoriamente la ‘i’ quando quest’ultima fa parte della desinenza dei verbi: sogniamo, disegniamo, insegniamo, impegniamo, grugniamo, digrigniamo. Se, infatti, "scomponiamo" il verbo ‘sognare’, per esempio, avremo: ‘sogn’ (tema o radice) e ‘are’ (desinenza dell’infinito). Poiché le desinenze (‘parti finali’) della prima persona plurale del presente indicativo, del presente congiuntivo e della seconda persona plurale del presente congiuntivo sono ‘-iamo’ e ‘-iate’, avremo “sogniamo” (indicativo e congiuntivo) e “sogniate” (congiuntivo). Contrariamente a quanto sostengono alcune scuole di linguisti e pseudolinguisti, dunque, consigliamo vivamente di attenersi a questa regola. Da parte nostra, ve lo assicuriamo, continuerà la ‘campagna’ in difesa della nostra Lingua (quella con la L ‘ maiuscolata’).
E a proposito dei verbi che hanno il digramma ‘gn’ parte integrante del tema, riportiamo un significativo “pensiero” di Luciano Satta, indiscusso arbitro del linguaggio italico:
«(…) Un aspetto curioso della controversia (‘-iamo’ e ‘-amo’, ndr) è che i normatori di entrambe le tendenze (‘-iamo’ con la ‘i’ e -‘amo’ senza la ‘i’, ndr), gli abolitori o i conservatori fanno esempi della prima e seconda coniugazione, “sognare”, “bagnare”, “spegnere”, ma non si curano della terza, come se questa coniugazione fosse estranea alla controversia o fossero del tutto assenti i verbi in “-ire”, ossia qui in “-gnire”. Sicché c’è anche il caso che una compunta delegazione di maiali si presenti da un grammatico per lamentare: “Signore, possiamo anche decidere se ci ‘lagniamo’ o ‘lagnamo’, ma ancora nessuno ci ha detto se ‘grugniamo’ o ‘grugnamo’, ci aiuti lei”».
Personalmente, lo ribadiamo, riteniamo che la ‘i’ non si tocchi quando fa parte della desinenza (e Satta è di questo avviso) anche se il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, generalmente non “generoso” in fatto di lingua, non disdegna la soppressione della ‘i’.

Voi, amici, seguite chi volete, sappiate, però, che i grammatici ‘gimmaiuscolati’ condannano i ‘possibilisti’.


mercoledì 19 settembre 2012

Essere un asino risalito


L’espressione che avete appena letto – siamo quasi certi – è sconosciuta ai piú, anche se molti amici blogghisti – nel corso della loro vita – hanno avuto modo (e lo vedranno) di conoscere parecchi di questi ‘asini’.
La locuzione, dunque, si riferisce a persone di bassa cultura e di infimo ceto sociale, che essendo riuscite a salire i gradini della cosí detta società civile esibiscono atteggiamenti arroganti, sprezzanti, pacchiani e via dicendo: un asino, si sa, anche se “risalisce” resta sempre tale.
Allora, amici, abbiamo indovinato? Tornate indietro nel tempo e vedrete in quanti ‘asini risaliti’ vi siete imbattuti, specialmente durante la vostra vita lavorativa. Le aziende, gli uffici, pullulano di questi asini. E, a nostro avviso, non c’è peggior persona di “un asino risalito”. Con significato affine si adopera anche l’espressione essere un asino battezzato, riferita, appunto, a una persona ignorante, presuntuosa e testarda oltre che villana, che si distingue dall’asino solo perché, presumibilmente, ha ricevuto il… battesimo.

lunedì 17 settembre 2012

Refusi d'autore






Le case editrici e gli editori dei giornali farebbero bene a meditare su quest'articolo di Silverio Novelli.

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/percorsi/percorsi_90.html


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Ricevere la rosa d’oro

La “rosa d’oro” – forse pochi lo sanno – era un dono rituale che veniva tradizionalmente offerto dal Pontefice – a partire dall’anno Mille - come segno tangibile di apprezzamento e di riconoscenza a sovrani o altissimi dignitari che si erano particolarmente distinti – con atti concreti – nei confronti della Chiesa. Il “riconoscimento papale” consisteva in un cespo di pietre preziose e rose d’oro, e prima di essere consegnato veniva solennemente benedetto, dallo stesso Pontefice, la quarta domenica di Quaresima (chiamata, per questo, “domenica delle rose”, ndr). Per la cronaca ricordiamo che l’ultima rosa d’oro venne offerta alla regina Elena, nel 1937, da Pio XI.
Con il trascorrere del tempo, l’espressione “ricevere la rosa d’oro” ha acquisito il significato - metaforico - di “alto e raro riconoscimento”.


sabato 15 settembre 2012

Fare come il caval del Ciolle






Per la spiegazione di questo modo di dire (probabilmente poco conosciuto) ricorriamo – come facciamo di tanto in tanto – a una storiella.
Il ragionier Frullini desiderava ardentemente avanzare di grado nell’ufficio in cui prestava la sua opera. Ogni mattina, quindi, si recava nella stanza del capo del Personale con la speranza di ricevere la “buona novella”, e ogni mattina il dr Piani – questo il nome del dirigente – lo congedava con belle parole e tante promesse.
«Vede, ragioniere, lei è insostituibile, conosce il suo lavoro meglio di altri, se la rimuovo dall’incarico che svolge attualmente per ‘promuoverla’ – come lei desidera e come giustamente merita – mi ritrovo l’ufficio esportazioni privo di un capo ‘carismatico’ quale lei è. Abbia ancora un po’ di pazienza, aspetti che il suo collaboratore abbia imparato bene le mansioni per le quali è stato assunto poi, glie lo prometto, il posto di dirigente aggiunto, resosi vacante, sarà suo».
Dopo queste bellissime parole, Frullini lasciava la stanza del suo superiore contento e ‘ringalluzzito’, e riprendeva serenamente il suo lavoro in attesa del ‘grande salto’. Questa scena si ripeteva – come abbiamo visto – tutte le mattine, da diversi mesi. Gli impiegati lo avevano soprannominato, per questo, il “cavalier del Ciolle” perché si comportava come il suo cavallo: si accontentava di tante parole senza approdare a nulla. Per l’origine dell’espressione chiediamo aiuto a Benedetto Varchi, che nel suo ‘Ercolano’ cosí scrive:
«Di quelli che si beccano il cervello, sperando vanamente che una qualche cosa debba loro riuscire e ne vanno cicalando qua e là, si dice che fanno come il caval del Ciolle, il quale si pasceva di ragionamenti, come le starne di monte Morello di rugiada».

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Segnaliamo un sito in cui sono raccolte le risposte di Giovanni Nencioni ai vari quesiti di lingua: http://nencioni.sns.it/index.php?id=758


venerdì 14 settembre 2012

Interdetto? Sí, proibito, vietato






Due parole sull’uso del participio passato del verbo interdire: interdetto. Il significato del verbo – come tutti dovremmo sapere – è vietare, proibire, impedire (con autorità): gli fu interdetto di bere. Nel diritto vale vietare, proibire a qualcuno l’esercizio della propria capacità legale. Alcuni danno al participio passato in oggetto un significato che non ha perché lo adoperano come sinonimo di: “sbalordito, senza parole, turbato, stupefatto, sorpreso, stupito, incredulo, attonito” e simili: a quelle parole il giovane rimase interdetto; tutti gli astanti rimasero interdetti. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere aborrisca da quest’uso, anche se legittimato da qualche vocabolario.

http://www.etimo.it/?term=interdire&find=Cerca

giovedì 13 settembre 2012

La «co-conduzione»






Ciò che stiamo per scrivere – siamo certi – non avrà l’approvazione dei linguisti, quelli con la “L” maiuscola. Ma tant’è. Vogliamo parlare di un neologismo ‘scovato’ navigando in rete, esattamente nel “Treccani”: co-conduzione.

Leggiamo: co-conduzione s. f. Conduzione congiunta. ◆ Il riferimento è al duo Francesco Giorgino-Simona Ventura, entrambi felici di una co-conduzione iniziata nelle polemiche. (Giornale, 10 marzo 2002, p. 25, Album Spettacoli) • Giuliano Ferrara e Gad Lerner si sono «lasciati» ufficialmente ieri sera. Lo ha annunciato in una nota l’emittente La 7: «Lerner ha concordato di interrompere la collaborazione con il programma Otto e mezzo in vista del prossimo impegno con L’Infedele, che riprenderà da Milano il 5 novembre. La 7 ha pertanto offerto la co-conduzione di Otto e mezzo a Ritanna Armeni». (Maria Volpe, Corriere della sera, 8 ottobre 2005, p. 53) • dismessa la formula «la bionda e la mora» a fare in buona sostanza da vallette, magari di lusso e talvolta persino parlanti, ma sempre vallette, [Pippo] Baudo ha scelto la via della co-conduzione. (Alessandra Comazzi, Stampa, 1° marzo 2007, Imperia, p. 49).
Derivato dal s. f. conduzione con l’aggiunta del prefisso co-.
Già attestato nella Repubblica del 1° settembre 1996, p. 37, Spettacoli e Tv (Antonio Dipollina).

Questo neologismo - a nostro parere, dunque - è malformato. Il prefisso “con-” perde la “n” solo davanti a parole che cominciano con vocale: coabitante, coinquilino. Negli altri casi, senza dilungarci troppo, questo prefisso conserva la “n” (condirettore) oppure quest'ultima si tramuta in “m” (comprimario, combaciare) o, ancora, si assimila (corresponsabile, connazionale). In base a questa “legge” linguistica – a nostro modo di vedere, ripetiamo – il neologismo corretto è conconduzione.
È lo stesso caso, insomma, di "cofondatore", che il DOP marca "meno bene".


Si veda:

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=73752&r=312294


mercoledì 12 settembre 2012

La collisione...






La collisione, come si sa, indica uno scontro, uno urto fra oggetti. Questo termine, infatti, è adoperato nelle cronache giornalistiche parlando di incidenti stradali, ferroviari, aerei ecc. Alcuni usano il vocabolo - a nostro modo di vedere impropriamente - riferendolo a “urti ideali”, a "scontri di idee": tra i due oratori c’è stata una collisione di idee, di opinioni. In questi casi i sostantivi che fanno alla bisogna – sempre a nostro modo di vedere – sono contrasto, discrepanza, discordia e simili. Siamo confortati in ciò dal dizionario di Ottorino Pianigiani.

http://www.etimo.it/?term=collisione&find=Cerca

lunedì 10 settembre 2012

La bottiglia e il bidone







Dal linguista Luciano Satta apprendiamo, con sorpresa,
che «Spesso la lingua viene stabilita per legge, piú o meno bene. Cosí mentre il ‘Grande dizionario’ del Battaglia fa variare ‘da un litro circa a un quarto di litro’ il contenuto di una bottiglia, è stato decretato, con pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale” del 5 maggio 1958, che deve chiamarsi ‘bottiglia’ il recipiente di capacità inferiore a tre litri; da tre a ottanta litri il recipiente è ‘bidone’».


domenica 9 settembre 2012

Evolversi e evolvere. Quale adoperare?





Delle due forme verbali, la "piú italianamente corretta" e di uso piú comune è e rimame quella pronominale: evolversi.



Si veda, in proposito, questo collegamento:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=9017&ctg_id=93

venerdì 7 settembre 2012

L'erede, l'elmo e l'èra








Due parole, due, su… tre parole di uso comune per scoprirne il significato ‘nascosto’. Cominciamo con l’ ‘erede’, vale a dire “colui che succede a chi muore”. Proviene dal latino ‘heres’, da cui è facile ritrovare la radice ariana ‘har’, che significa “impossessarsi”. L’erede non si impossessa dei beni del defunto? E l’ ‘elmo’, cioè il copricapo difensivo, di cuoio, di ferro o di bronzo che sia, non si indossa come “protezione” derivando dal germanico ‘helm’, che significa, per l’appunto, ‘protezione’? La terza parola che abbiamo preso in esame è l’ ‘èra’ – quel vocabolo che indica “un periodo di tempo” (epoca, età e simili) – cosí chiamata in quanto proviene dal latino ‘aera’, plurale neutro di ‘aes, aeris’ (monete, bronzo), che era la quantità di gettoni che servivano a calcolare o a rappresentare un determinato numero. In origine, un’ ‘èra nuova’ stava a significare una nuova partita nel libro dei conti. Con il trascorrere del tempo il termine ha acquisito il significato estensivo di ‘data di partenza di una cronologia’, quindi epoca, età, evo.

http://www.etimo.it/?term=erede&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=elmo&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=%E8ra&find=Cerca


* * *

A proposito del plurale di ‘perdigiorno’, del quale abbiamo parlato due giorni fa, segnaliamo un altro termine sul cui plurale non tutti i vocabolari concordano: ‘perditempo’. Alcuni dizionari, categoricamente, sono per l’invariabilità; altri sono più “possibilisti”: variabile e invariabile. Come regolarsi? Consigliamo di attenersi al DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. Si veda, dunque, il collegamento in calce.


http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=26174&r=97457


giovedì 6 settembre 2012

I coriandoli...





Anche se non siamo in periodo carnevalesco, ci sembra interessante parlare della ‘nascita’ del coriandolo. I coriandoli, dunque – è risaputo – sono il simbolo principe del carnevale. Ciò che non tutti sanno, forse, è che i coriandoli, piú appropriatamente il coriandolo, sono delle piante della famiglia delle Ombrellifere, con fusto eretto, fiori piccoli e bianchi i cui semi – chiamati anch’essi coriandoli – contengono un olio aromatico, un tempo adoperato in liquoreria per ‘insaporire’ cibi e bevande.
Da queste piante si pensò di ricavarne dei piccoli confetti rotondi, contenenti un seme di coriandolo e, vista la loro economicità e leggerezza, si cominciò a gettarli dalla finestra sui festosi e chiassosi cortei carnevaleschi; piú tardi, verso la fine dell’Ottocento, per motivi puramente economici, si pensò di sostituire i confetti di coriandoli con altri fatti di gesso; in seguito, economizzando sempre di piú, si sostituirono i confetti di gesso con i dischetti di carta che avanzavano dalla preparazione dei fogli bucati per i bachi da seta. Oggi, dove tutto è industrializzato, i coriandoli vengono fabbricati appositamente; non sono piú i residui dell’industria serica, il nome originario, però, è rimasto inalterato.

mercoledì 5 settembre 2012

Il perdigiorno, i... perdigiorni



Abbiamo notato che tutti i vocabolari consultati (Treccani, Sabatini Coletti, Gradit, Gabrielli, Garzanti) tranne il DOP, dizionario di Ortografia e di Pronunzia, non contemplano il plurale del sostantivo perdigiorno. Questo sostantivo, dunque, riferito sia a un uomo sia a una donna, non avrebbe la forma plurale. A nostro modo di vedere ha ragione solo il DOP, che ammette il plurale perdigiorni e dà come forma rara l’invariabilità. Questo sostantivo, infatti – sempre a nostro modo di vedere – segue la regola del plurale dei sostantivi composti con una voce verbale (perdere) e un sostantivo maschile singolare (giorno). I nomi cosí composti formano il plurale regolarmente: passaporto, passaporti; parafango, parafanghi; coprifuoco, coprifuochi; perdigiorno… perdigiorni. Il plurale, oltre tutto, ci sembra logico: chi bighellona, chi non fa nulla perde “i giorni” che, inevitabilmente, passano. Quindi: Giulio è un perdigiorno; Pasquale e Umberto sono dei perdigiorni.

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=26165&r=114231

Dimenticavamo. Sempre a nostro modo di vedere, è preferibile non pluralizzare il sostantivo in oggetto quando si riferisce a un femminile, per analogia con ficcanaso, che resta invariato quando non fa riferimento a un maschile: Luigi e Corrado sono dei ficcanasi; Rossella e Mariella sono delle ficcanaso.

martedì 4 settembre 2012

«Dal punto di vista...»





Chiediamo scusa a tutti coloro che usano nei loro discorsi e nei loro scritti frasi tipo dal punto di vista letterario il libro non è interessante; oppure, dal punto di vista economico il Paese non ha fatto un passo avanti.

Perché chiediamo scusa? Perché frasi del genere ci fanno ridere. È un francesismo ridicolo. Come si può parlare di fatti, di oggetti, di cose che non hanno occhi? Dal punto di vista letterario: dove sono gli occhi? Dal punto di vista economico: dove sono gli occhi? Ci siamo accorti che in questa ‘ridicolaggine’, purtroppo, alcune volte vi è caduto anche l’estensore di queste noterelle. Cercheremo, in futuro, di fare piú attenzione.

Insomma, a nostro sommesso avviso, la locuzione dal punto di vista si può adoperare esclusivamente riferita a una persona (che ha occhi per vedere e, quindi, per giudicare): Dal punto di vista di Giovanni quel libro non ha nulla di letterario. Che cosa fare, allora, quando non ci si riferisce a una persona? Cambiare locuzione.

Quel libro non è interessante perché non ha alcun valore letterario; oppure: quanto a valore letterario quel libro non è interessante. In quanto all'economia questo Paese non ha fatto un passo avanti; oppure: per ciò che riguarda l'economia questo Paese non ha fatto un passo avanti (o locuzioni simili).

lunedì 3 settembre 2012

Un caso anfibologico






Dal Tg2 delle 13.00 apprendiamo, con stupore, che il cardinale Carlo Maria Martini era il proprietario del duomo di Milano. Un “serpentone” del Tg, infatti, recitava: «Milano. Oggi alle 16.00 i funerali nel duomo del cardinale Martini».
Ecco un caso di anfibologia che gli amanti del bel parlare e del bello scrivere debbono assolutamente evitare.

http://www.etimo.it/?term=anfibologia

http://www.treccani.it/vocabolario/anfibologia/

domenica 2 settembre 2012

Laburismo? Meglio laborismo





Da questo portale abbiamo sempre condannato l’uso dilagante dei barbarismi, che inquinano orrendamente l’idioma di Dante e Manzoni. Alcuni, addirittura, vengono adoperati malamente. In proposito il linguista Luciano Satta scrive:
«Laborismo è da preferire a laburismo per due ragioni: si associa alla serie italiana (‘laborioso’, ‘laboratorio’); laburismo è inutile perché non riproduce fedelmente la pronuncia inglese (la ou di Labour party non suona proprio u)».

sabato 1 settembre 2012

È proprio uno scanfardo...








Cortesi amici blogghisti, quando siete adirati con qualcuno e volete offenderlo - senza che la “vittima” se ne renda conto - chiamatelo pure scanfardo. Il termine, non attestato nei comuni dizionari dell’uso, sta per ‘birbante’, ‘mascalzone’,’delinquente’ e simili. È un vocabolo, insomma, che si adopera quando si vuole ingiuriare qualcuno, come si può leggere nel vocabolario degli Accademici della Crusca (http://books.google.it/books?id=Qe89AAAAYAAJ&pg=PA496&lpg=PA496&dq=%22scanfardo%22&source=bl&ots=SLaw-oRUTU&sig=hpw4mPWcU2gbqUaUA2rZ-i3TKng&hl=it&sa=X&ei=lwpBUPjpJe314QTK34DADg&ved=0CDYQ6AEwAQ#v=onepage&q=%22scanfardo%22&f=false ) e in altre pubblicazioni. È un vero peccato che sia snobbato dai lessicografi. Purtroppo, e ci dispiace veramente, non siamo in grado di risalire all’etimologia.