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sabato 28 luglio 2012

Un po' di riposo



Lo SciacquaLingua si concede qualche giorno di riposo e augura buone ferie agli affezionati lettori.

giovedì 26 luglio 2012

Fare o "tuttofare"?





Due parole due sul “buon” uso del verbo ‘fare’ adoperato, come suol dirsi, in tutte le salse e ciò non è affatto ortodosso sotto il profilo linguistico-grammaticale. A questo proposito è bene ricordare che l’uso di fare in sostituzione del verbo dire, per esempio, è linguisticamente accettabile soltanto quando nel corso di una narrazione o di un dialogo sottintende anche l’azione del gestire e vuole esprimere il concetto o, meglio, l’idea di un intervento repentino: m’incontra per strada, per caso e mi fa (cioè: mi dice): quando sei tornato?
È bene evitare – sempre che si voglia scrivere e parlare secondo le “leggi” della lingua – alcune locuzioni in cui il verbo fare è adoperato nella forma riflessiva apparente: farsi l’automobile e simili; farsi i baffi; farsi la barba; farsi i capelli; farsi la testa; farsi le unghie; farsi un dovere; farsi cattivo sangue; farsene una passione; farsene una malattia. In tutte le espressioni sopra citate – anche se di uso comune – il verbo fare può benissimo essere sostituito con un altro piú appropriato. Farsi la barba, per esempio, si può sostituire con il verbo “radersi”. Fare, insomma, non è un verbo... 'tuttofare'.


martedì 24 luglio 2012

«Alfa» e «beta»







Io ho un libretto nel quale si contengono tutte le scienze, e con pochissimi altri se ne può formare una perfettissima idea, e questo è l’alfabeto; e non è dubbio che quello che saprà bene accoppiare e ordinare questa o quella vocale con quelle consonanti o con quell’altre, ne caverà le risposte verissime a tutt’i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore da i semplici colori diversi, separatamente posti sopra la tavolozza, va, con l’accozzare un poco di questo con un poco di quello e di quell’altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci ed insomma imitando tutti gli oggetti visibili, senza che sulla tavolozza siano né occhi né penne né squame né foglie né sassi.

Cosí , Galileo Galilei nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”. Non c’è dubbio alcuno, infatti, che l’invenzione dell’alfabeto è stata la piú grande rivoluzione della storia dell’essere umano: non piú un segno per ogni parola (idea) ma un segno per ogni “suono”. Ed è altrettanto indubbio che da allora scrivere e leggere fu molto piú facile di prima e che oltre alle persone cosí dette acculturate (sacerdoti e scribi) anche i commercianti e gli artigiani capirono che l’ “alfabetizzazione” era di notevole importanza per la conduzione dei loro affari. Sembra che i primi a introdurre i “segni” per indicare nomi e numeri siano stati i Sumeri, ma si deve ai Fenici la semplificazione dei sistemi delle prime scritture e la scelta di un segno per unico “suono”. Nacquero, cosí, quei segni che diedero vita all’alfabeto, il “codice” – inventato dall’uomo - piú perfetto per comunicare. Da questo codice – dall’alfabeto fenicio – nacque quello greco, da questo l’etrusco, dall’etrusco il latino e da quest’ultimo il nostro.
Ma perché questo “codice di comunicazione” venne chiamato “alfabeto” e non, per esempio, “emmenne”? Perché, per semplicità, gli si è dato il nome delle prime lettere greche, “alfa” e “beta”, corrispondenti alle nostre “A” e “B”. Questo codice, dunque, è il complesso di tutte le lettere di una lingua disposte secondo un ordine convenzionale e non modificabile. Questo ordine immutato ci permette, infatti, in caso di consultazione di un vocabolario o di un elenco degli abbonati al telefono, di trovare subito il nome che cerchiamo: ciò grazie, appunto, all’ordine rigorosamente alfabetico. In un elenco telefonico, per esempio, Rossi Alessio si troverà prima di Rossi Antonio in quanto il codice, cioè l’alfabeto, stabilisce che la lettera “L” – nell’ordine – si trova prima della lettera “N”.
Per quanto attiene ai vari segni dell’alfabeto, questi si dividono in “consonanti” e “vocali”. Le prime – lo dice la stessa parola – sono quelle lettere (segni) che per emettere un “suono” debbono necessariamente accompagnarsi a una vocale (latino ‘consonantes’, participio presente plurale di ‘consonare’, “suonare assieme”, letteralmente: “sonanti insieme”): D (‘d’ piú ‘i’); V (v piú ‘u’) eccetera. Le vocali, invece, sono segni o meglio lettere che hanno suono proprio, non hanno bisogno, cioè, di accompagnarsi a un altro segno (o lettera) per emettere un suono (dal latino “vocales litterae”, ‘lettere che hanno voce’): a, e, i, o, u.
Da notare, a proposito delle vocali, che i segni sono cinque, ma i “suoni” sono di piú. La vocale ‘a’ ha un unico suono, sempre aperto; cosí anche la ‘i’ e la ‘u’, sempre chiuso; la ‘e’ e la ‘o’, infine, hanno due suoni (aperto e chiuso). Questi “suoni” si simboleggiano con l’accento, chiamato ‘accento fonico’ (dal greco “phonè”, suono). L’accento grave (\) dà alle vocali un suono aperto, l’accento acuto (/) dà, invece, un suono chiuso: cioè (‘e’ aperta); perché (‘e’ chiusa). A questo proposito non capiamo perché – visto che tanto la ‘i’ quanto la ‘u’ hanno un unico suono chiuso – le tastiere delle macchine per scrivere e quelle dei calcolatori (personal computer) hanno le vocali suddette con l’accento grave (ì, ù). Ma tant’è. Per concludere, non vogliamo tediarvi oltre misura, ricordiamo che le lettere dell’alfabeto possono essere rappresentate in diversi tipi di carattere: maiuscolo (latino ‘maiusculus’, un po’ piú grande); A, B, C ecc.; minuscolo (latino ‘minusculus’, un po’ piú piccolo): a, b, c; corsivo (dal latino ‘cursivus’, corrente, a mano) e a stampa.

lunedì 23 luglio 2012

La lingua e il femminile











Quattro autorevoli linguiste dissertano sul “sessismo” della lingua italiana.
Si clicchi su:
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/femminile/mainSpeciale.html

domenica 22 luglio 2012

Mafioso? Un tempo era... sciccoso


Forse pochi sanno che il termine mafia quando è nato non aveva l’odierna accezione di «unione di persone di ogni grado, di ogni professione, di ogni specie, che senza aver nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, senza aver rispetto né per la legge né per la morale». Aveva tutt’altro significato. Vediamo la sua “cronistoria linguistica” attraverso le parole di Gianfranco Lotti, linguista.
«Parola di oscura origine variamente interpretata. Vi fu chi la ritenne affine al francese settentrionale mafler, ‘mangiar molto, ingozzarsi’, (a sua volta derivato dall’olandese mafflen, ‘masticare’) e chi la considerò proveniente dal toscano smàferi, sgherri. Un missionario cappuccino, che si interessò alla questione, vide in ‘mafia’ chiare connessioni con tre vocaboli arabi: mohafat, difendere; hofuat, la miglior parte di una cosa e mohafi, amico riconoscente. Anche altri cercarono nell’arabo la matrice, ma proposero mahefil, adunanza, luogo di convegno; oppure mahias, millanteria. Capuana, in una conferenza ebbe a chiarire: “mafioso una volta non era un ladro, né molto meno un brigante (…). Mafioso significava qualcosa di grazioso e gentile… mafiosa veniva chiamata una bella ragazza, mafioso qualunque oggetto che i francesi direbbero ‘chic’… Oggi mafia e mafioso non sono piú niente di tutto questo».

Sentiamo, in proposito, anche Ottorino Pianigiani:
http://www.etimo.it/?term=mafia&find=Cerca

venerdì 20 luglio 2012

«Metterci il carico da 11»






Gentilissimo dott. Raso,
nel ringraziarla per l’esaustiva risposta circa il gerundio del verbo “sgranchire”, mi permetto porle un altro quesito, al quale tutti i vocabolari consultati non hanno saputo dare una risposta. Perché si dice “mettere il carico da undici” quando qualcuno fa qualcosa per peggiorare una situazione già di per sé grave?
Grazie in anticipo e un cordialissimo saluto.
Serafino T.
Brindisi
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Cortese amico, il modo di dire da lei citato fa riferimento al gioco delle carte. Nella “briscola” il “tre” e l’ “asso” vengono chiamati carichi. Il massimo punteggio è quello dell’asso, che vale 11 punti. Quando la mano del gioco viene ‘appesantita’ dall’asso si dice metterci il carico da 11, cioè il massimo punteggio. Dal gergo del gioco delle carte la locuzione è stata ‘trasportata’ nel linguaggio comune con il significato di peggiorare ancora una situazione già di per sé gravosa.


mercoledì 18 luglio 2012

Puzzare ancora di caverna









Il senso di questa locuzione ci sembra intuitivo: essere ignoranti, rozzi. Si dice soprattutto di persone che, sebbene si sforzino di sembrare colte, educate ma soprattutto… raffinate, tradiscono una educazione e una cultura di base allo stato “brado”; il loro comportamento, quindi, è come quello degli uomini primitivi che vivevano nelle caverne. Costoro, insomma, nonostante il benessere e il progresso, “puzzano” ancora di… caverna.
Per quanto riguarda il vivere allo stato brado diamo la “parola” a Ottorino Pianigiani:
http://www.etimo.it/?term=brado&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=bravo&find=Cerca

martedì 17 luglio 2012

La foresta e il... forestiero





C’è un “filo diretto” tra la foresta e il… forestiero? Vediamo ciò che dice, in proposito, il linguista Ottorino Pianigiani, il quale molto meglio di chi scrive saprà illuminarci. Noi possiamo solo dire che occorre risalire al padre dell’italiano, il latino ‘foris’ (fuori): ‘forestis (silva)’, ‘(selva) fuori del recinto’. Ci accorgiamo, però, di non aver detto… nulla. Leggiamo, quindi, dal “Dizionario etimologico” del Pianigiani.
« (Foresta, ndr) dal basso latino ‘foresta’ e ‘forasta’, che per lungo tempo si è voluto erroneamente trarre dal modello tedesco ‘Forst’ che vale lo stesso ma che per contro è di origine sicuramente romanza (…) da connettere al latino ‘foris’ o ‘foras’, fuori, su cui nella barbara latinità si formò anche ‘forasticus’, esterno, ‘forestare’, metter fuori, bandire, onde poi si ebbe ‘foresto’ e ‘forestico’ (…) per selvaggio, rozzo, ed anche per solitario (…). Dunque la voce ‘foresta’ messa su questa stregua avrebbe significato vuoi luogo ‘fuori dell’abitato’, e quindi solitario, selvatico, vuoi ‘luogo posto fuori della legge comune’, che è quanto dire luogo bandito, onde si ebbero ‘foresta venationis’ e ‘foresta piscationis’, cioè luogo proibito per la caccia, luogo proibito per la pesca e ‘forestare’ dal significato di ‘mettere al bando’ sarebbe passato all’altro di porre una foresta (…)».
Il forestiero, quindi, anche se alcuni lo fanno derivare dal provenzale ‘forestier’ si riconduce sempre al… latino ‘foris’ (fuori) in quanto indica colui che è nato in un luogo diverso (fuori) da quello in cui si trova o vive. Foresta e forestiero, per tanto, si possono considerare cugini sotto il profilo prettamente etimologico in quanto la radice di entrambi i termini è la medesima, vale a dire il latino ‘foris’. Il forestiero, insomma, è colui che viene ‘da fuori’. Il forestierismo, infatti, in linguistica non indica un termine o una locuzione derivata da lingue o da paesi stranieri, quindi ‘fuori’ dei confini nazionali?

lunedì 16 luglio 2012

SgranchEndo o sgranchIEndo?






Gentilissimo dott. Raso,
la seguo “dai tempi dei tempi”: le sue ‘noterelle’ sono sempre interessanti e preziose. Mi sono deciso a scriverle perché un dubbio mi assilla dai tempi della scuola, spero che con il suo aiuto possa dissiparlo. Il gerundio del verbo sgranchire è ‘sgranchiendo’ o ‘sgranchendo’? Io direi ‘sgranchiendo’ per la regola del dittongo mobile. Sono nel giusto?
Grazie e complimenti per il suo impegno in difesa della lingua italiana.
Serafino T.
Brindisi
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Cortese Serafino, mi spiace ma non è nel giusto, per usare la sua espressione. Il verbo “sgranchire” non contiene il dittongo mobile nel tema (o radice) né lo acquisisce nel corso della coniugazione. Il gerundio è, per tanto, ‘sgranchendo’ (senza la ‘i’). E la ragione è semplicissima. Da sgranchire si toglie la desinenza dell’infinito, che è ‘-ire’, e resta il tema ‘sgranch’ al quale si aggiunge la desinenza, normalissima, del gerundio, che è ‘-endo’ e si ottiene, quindi, ‘sgranchendo’. I verbi con il dittongo mobile – in linea generale – sono quelli che nel tema hanno le vocali ‘e’ o ‘o’ (non ‘i’), che, secondo la posizione dell’accento tonico, dittongano, rispettivamente, in ‘ie’ e in ‘uo’ come, per esempio, “sedere” che diventa “siedo” o “accecare” che diviene “accieca” o, ancora, “morire” che cambia in “muoio”.

domenica 15 luglio 2012

Dimenticare e scordare






L’uomo dimentica. Si dice che ciò è opera del tempo; ma troppe cose buone, e troppe ardue opere, si sogliono attribuire al tempo, cioè a un essere che non esiste. No: quella dimenticanza non è opera del tempo; è opera nostra che vogliamo dimenticare e dimentichiamo.

Questo pensiero di Benedetto Croce ci ha fatto venire alla mente, per analogia, il verbo ‘scordare’, che quasi tutti adoperano, indiscriminatamente, come sinonimo di dimenticare. Attenzione: sinonimo non vuol dire ‘uguale’, ‘identico’; una parola non può mai essere identica a un’altra. Sinonimo, dal greco ‘synònymos’, si dice di un vocabolo che, piú o meno approssimativamente, esprime il medesimo concetto di un altro vocabolo. Sinonimia, insomma, non è… sinonimo di identicità. I due verbi, quindi, a nostro modesto avviso, non si possono adoperare indifferentemente, ma secondo le varie sfumature di significato. E qui ci viene in aiuto l’etimologia, che – come si sa – è quella parte della linguistica che studia la derivazione delle parole di una lingua. E proprio da quest’ottica dimenticare e scordare hanno significati diversi: il primo vale ‘allontanare dalla mente’; il secondo ‘allontanare dal cuore’. Non si dice, infatti, che il primo amore non si scorda mai? Nessuno, crediamo, direbbe che il primo amore non si ‘dimentica’, proprio perché – come recita il verbo scordare – quell’amore non è mai stato allontanato dal fondo del cuore.
Dimenticare, dunque, è il latino tardo ‘dementicare’, composto con

il prefisso 'de-' – indicante allontanamento – e il sostantivo ‘mens, mentis’ (mente). Scordare, invece, è tratto da ‘recordare’, piú precisamente da ‘ricordare’, col cambio del prefisso ‘ri-‘ (di nuovo, ritorno) in ‘s-‘ per indicare allontanamento e ‘cor, cordis’ (cuore). I ricordi, infatti, che cosa sono se non i ‘ritorni nel cuore’? Coloro che vogliono parlare e scrivere bene diranno, dunque, che hanno ‘dimenticato’ gli occhiali a casa e che hanno ‘scordato’ le poesie che avevano imparato. Le poesie non ‘entrano’ nel cuore? Si scordano, quindi, non si dimenticano. In un certo senso si potrebbe dire, dunque, che le cose spirituali si scordano, le cose fisiche si dimenticano (ho ‘scordato’ la canzone; ho ‘dimenticato’ le chiavi). Alcuni vocabolari sostengono che «scordare ha gli stessi significati e gli stessi costrutti sintattici di “dimenticare”, rispetto al quale è d’uso piú popolare». Dissentiamo totalmente, pur prendendo atto del fatto che nell’uso non c’è distinzione alcuna fra i due verbi. Come è nata, allora, la confusione? Probabilmente perché anticamente il cuore era considerato la sede della memoria.

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Si è svolto recentemente, presso la Camera dei deputati, promosso dalla Società "Dante Alighieri", un convegno su Lingua, Immigrazione, Integrazione. Si veda questo collegamento:

http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Presidente/Dettaglio?IdEvento=5131

venerdì 13 luglio 2012

Fare il (essere un) gaglioffo






Ciò che avete appena letto non è propriamente un modo di dire; trattiamo l’espressione perché ci è stata richiesta da un amico che desidera conoscere, particolarmente, la ‘provenienza linguistica’ di… gaglioffo.
Se apriamo un qualsivoglia vocabolario possiamo leggere alla voce in oggetto: «Di persona buona a nulla, goffa e ridicola in tutto ciò che fa» e, anticamente, «mendico, pezzente, furfante, manigoldo». In origine, quindi, il termine aveva l’accezione primaria di ‘mendicante’ e attraverso vari passaggi semantici ha acquisito il significato odierno di ‘cialtrone’, ‘buono a nulla’. Vediamo, assieme, questi passaggi. L’opinione corrente comune è che il termine sia un incrocio di ‘gagliardo’ e ‘goffo’ (gagli-goffo). L’origine piú verosimile – a nostro avviso – è, invece, il tardo latino ‘galli’ e ‘offa’, vale a dire il “tozzo del gallo”, cioè del francese. Cosí era chiamata l’elemosina (‘offa’) che si dava nei monasteri ai francesi che si recavano in pellegrinaggio a S. Iacopo di Galizia. Coloro che ne usufruivano erano chiamati, quindi, ‘gaglioffi’. Il vocabolo, con il trascorrere del tempo, ha acquisito, per tanto, l’accezione di ‘mendicante’, ‘pezzente’; poi, sempre per degradazione semantica, ha finito col prendere il significato di ‘poltrone’, ‘balordo’ e via dicendo fino ad arrivare a quello attuale di ‘cialtrone’, ‘buono a nulla’.

giovedì 12 luglio 2012

Indaginoso... Perché no?








Gentile dott. Raso,
molto spesso uso il termine “indaginoso” per indicare qualcosa di cui non è chiara l’origine e la relativa spiegazione; bisogna… indagare, quindi. Mi è stato fatto notare che questo aggettivo non esiste, e infatti non è attestato nei vocabolari che ho consultato. Mi piacerebbe conoscere il suo parere in proposito: posso continuare a usarlo anche se i dizionari non lo registrano? Non vorrei essere tacciato di ignoranza.
Grazie e cordiali saluti
Manlio P.
Orbetello (GR)
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Cortese Manlio, i vocabolari non possono registrare tutti i vocaboli; danno, quindi, la “preferenza” a quelli maggiormente in uso. ‘Indaginoso’ non rientra tra questi. Lo può adoperare benissimo, comunque, perché il suffisso ‘-oso’, di cui indaginoso è composto, si usa per la formazione di aggettivi – il piú delle volte di derivazione latina – che indicano abbondanza, pienezza, dotazione, accentuata caratterizzazione, come in ‘maestoso’, ‘noioso’, ‘amoroso’, ‘muscoloso’ ecc. Il suffisso ‘-oso’ indica, insomma – in linea generale - la presenza di una certa qualità o condizione. Una cosa che si presenta complicata e di difficile soluzione si può benissimo definire indaginosa in quanto la sua 'accentuata caratterizzazione' è tutta da… indagare.


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Tra le parole che ci piacerebbe fossero 'rispolverate' metteremmo biante o viante.
Con questo termine si indicava un vagabondo che estorceva denaro ricorrendo a mille artifizi. Viene dal latino viante(m), participio presente di viare, viaggiare, andare, gironzolare e simili.

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=biante&searchfor=biante&searching=true

martedì 10 luglio 2012

L'antonomasia vossanica





Le noterelle di oggi vertono su un argomento non sempre riportato nei “sacri testi” grammaticali: l’antonomasia (semplice e ‘vossanica’).
L’antonomasia, dunque, è una figura retorica che, letteralmente, significa chiamo con un altro nome, deriva dal greco ‘anti’ (invece) e ‘onoma’ (nome) e conosciuta in latino come pronominatio (e vedremo il perché).
È, insomma, una particolare figura retorica che consiste nel sostituire il nome proprio di una persona o di una cosa con un soprannome (‘pronominatio’) derivato da una sua caratteristica (fisica o spirituale) o da qualcosa che l’abbia resa celebre o ancora, caso molto frequente, da un fatto o da un aneddoto che le si riferisce. È, dunque, un traslato che consiste nell’adoperare un nome comune determinato dall’articolo, invece del nome proprio, o viceversa.
L’antonomasia, quindi, può essere costituita da un aggettivo, da un sostantivo, da un avverbio. In particolare si ha l’antonomasia allorché si indica un personaggio celebre non con il suo nome proprio, ma con l’appellativo piú noto: il Divino (si intende Dante).
Vediamo alcuni esempi di antonomasia per assimilare meglio il concetto: il poverello d’Assisi (S. Francesco); l’eroe dei due Mondi (Giuseppe Garibaldi); il Redentore (Gesú Cristo); il flagello di Dio (Attila). Molto spesso il nome, l’aggettivo, l’avverbio, il verbo viene unito ad altre parti del discorso, in una locuzione piú o meno complessa, formando insieme l’antonomasia, come nell’esempio il flagello di Dio.
Ma vediamo altri esempi di antonomasia che si ha quando si indicano con il nome proprio di una persona o di un luogo famoso persone e cose che hanno le stesse qualità: essere un Adone (essere un uomo di particolare bellezza); fare il don Giovanni, fare, cioè, il seduttore, il conquistatore di cuori; fare una Babilonia, ovverosia una grande confusione.
E siamo giunti, cosí, al “perno” delle nostre noterelle: l’antonomasia vossanica. Non vorremmo peccare di presunzione nell’affermare che molta gente di cultura non ha mai sentito parlare di questo tipo di antonomasia, anche se l’adopera inconsciamente. Diciamo subito che non ha nulla che vedere con il… vassoio; non è, cioè, una ‘portata linguistica’ che si serve su un vassoio, come si potrebbe pensare dal… suono. È un’altra figura retorica chiamata vossanica, appunto, dal nome del linguista J.  Voss, che l’avrebbe introdotta verso il 1600.
Questa particolare antonomasia non sostituisce un nome proprio con un aggettivo o nome comune o altro che si riferisce a una determinata qualità del soggetto (come nell’antonomasia ‘normale’), si serve, invece, del processo inverso, utilizzando il nome di qualche personaggio famoso (o evento famoso) – caratterizzato proprio da quella particolarità che si vuole mettere in evidenza – come nome comune: la legge è il suo Vangelo; la sua è stata una vittoria di Pirro; chi è il tuo Romeo?; quel luogo è proprio una Babele.
Come si evince facilmente dagli esempi, nell’antonomasia vossanica sono stati adoperati nomi propri come nomi comuni. Dobbiamo dire, però, per amore della ‘verità linguistica’, che nell’uso corrente non c’è alcuna distinzione tra le due antonomasie, tanto è vero che abbiamo fatto alcuni esempi – all’inizio di queste noterelle – di antonomasia normale che, a rigore, sarebbero stati piú appropriati tra quelli di antonomasia vossanica.
Per concludere, possiamo dire che tutti i casi di antonomasia vossanica sono, comunque, delle metafore che prendiamo come termine di confronto fra le persone o le cose cui ci riferiamo e quelle reali o immaginarie.
Direbbe Ortega y Gasset: «La metafora è probabilmente la forza piú feconda che l’uomo possieda».
Come non dargli ragione? A pensarci bene.

lunedì 9 luglio 2012

Gioventú digitalizzata






Un interessante articolo di Massimo Arcangeli *

“Fans dei gd io proporrei 1tregua cs serve offenderci a vicenda?noi nn diciamo+cattiverie sui gd se voi ft la stessa cs cn i blue.Fatevi sentire se v va bn…”. “X marshall di dv 6? Da quant’è ke t piace EMINEM?Io da slim!E’ trp figo!W EMINEMx tt la vita!e poi l altra cs:cm faccio a votarlo se nn poxo andare su internet?”. “ciao Isa,sn Piccola Billie Joe,nn sapevo paxaxero i msg,m hai scritto clks?Cm è andata la gita?A me bn!Uffa ho acceso sl now la tv!Risp!!!”.
Sono tre messaggi apparsi qualche anno fa in sovrimpressione su Trl, un programma musicale, trasmesso da MTV, molto seguito dagli adolescenti; li ho riprodotti tal quali, resistendo alla tentazione di intervenire anche di fronte a piccoli terremoti tipografici come l’assenza, qua e là, di uno spazio bianco fra le parole. La pagina tipografica segmenta il parlato in modo irreale, scomponendone il legato ritmico-acustico in forme isolate, distanziate le une dalle altre; sono secoli, tuttavia, che la civiltà occidentale si è retta su questo approccio di lettura. Se i saperi alfabetici appaiono oggi in crisi è anche per gli effetti derivanti da una comunicazione in rete che ha reso problematico proprio il valore degli spazi bianchi tipografici.
Anche una scrittura che registri le sole consonanti, con tutta evidenza, rema contro rispetto a quei saperi: m (= mi); t (= ti); v (= vi); bn (= bene); cm (= come); cn (= con); cs (= cosa); gd (= Green Day, una band punk-pop americana); nn (= non); sl (= solo); msg (= messaggi); trp (= troppo); etc. Scrizioni del genere non sono novità assolute, ma con l’avvento del digitale si è assistito al loro boom. Molti studiosi hanno fatto coincidere la decisiva affermazione del pensiero analitico e astratto con l’aggiunta delle vocali, avvenuta in terra greca, al precedente alfabeto semitico; non è detto che a far breccia per la riaffermazione di un pensiero sintetico e concreto, sull’onda della spasmodica, incontrollabile velocità dei nostri tempi, non sia il processo contrario: la sottrazione di quei cinque miseri segni ai quali, per secoli, siamo rimasti fedeli.
Altre presenze fanno dubitare della natura alfabetica della scrittura dei giovanissimi affezionati di Trl, tanto contratta da sembrare orientata alla simbolizzazione: “1tregua”; “nn diciamo+cattiverie”; “W EMINEMx tt la vita!”; “l altra cs”; “X marshall di dv 6?” (‘per Marshall: di dove sei?’). Come per il tratto precedente (o per ke, poxo, paxaxero), anche qui cifre e operatori matematici rendono manifesto un gioco al risparmio; per quanto è della materia segnica, però, siamo di fronte all’ibrido prodotto di una collisione fra due diversi sistemi di rappresentazione del mondo: uno alfabetico e l’altro numerico. Il discorso coinvolge, com’è evidente, anche le emoticon. Centrali per la definizione del testo digitale in quanto modello o sistema synthesis oriented, sono a loro volta riferibili al suo status di testo ibrido. Rientrano nel generale contesto dell’iniezione di quel combustibile iconico in assenza del quale la macchina virtuale non girerebbe bene.
La spinta impressa dall’iconismo al testo digitale è così forte da far seriamente dubitare che un testo inserito nello “spazio grafico” (graphic space) di una pagina web si possa considerare davvero tale. Consiste in realtà di un complesso “spazio di scrittura” (writing space), un luogo semiotico multistrato che assume senso dall’insieme delle sue componenti – verbali e iconiche – e dal sistema delle loro reciproche relazioni. Ai nativi digitali, per questo aspetto, noi poveri immigrati digitali abbiamo però ben poco da insegnare.

* Linguista, responsabile scientifico del progetto Plida della Società “Dante Alighieri”

* * *


«Per un’incollatura»

Quest’espressione, probabilmente ignota ai piú, si usa allorché si vuol mettere in evidenza il fatto che un dato traguardo è stato raggiunto “per un pelo”, “per pochissimo”. Si adopera soprattutto in relazione a gare, confronti e simili ed essendo tratta dal mondo dell’ippica dovrebbe esser nota agli amanti degli sport equestri. Nel gergo ippico l’ incollatura è la lunghezza del collo e della testa del cavallo, che si misura – quando ci sono dubbi – per stabilire quale tra due cavalli arrivati quasi insieme sia il vincitore della gara.

domenica 8 luglio 2012

Un quattrennio su un'arcapredola



Cortese dr Raso,
approfittando della sua nota cortesia (e disponibilità) mi permetto sottoporle due quesiti: 1) è possibile adoperare il termine “quattrennio” per indicare un periodo di quattro anni? Ho consultato molti vocabolari ma, ahimè, con esito negativo; 2) che cosa significa “arcapredola”, termine scovato in un vecchio libro? Anche in questo caso i vocabolari non mi sono stati d’aiuto.
In attesa di una sua autorevole risposta, la saluto cordialmente.
Alfonso C.
Rovigo
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Gentilissimo Alfonso, “quadriennio” è il termine corretto e atto a indicare un periodo di quattro anni; non mi sentirei di condannare, tuttavia, il suo “quattrennio” (anche se non attestato nei vocabolari) perché correttamente formato con ‘quattro’ e il suffisso ‘-ennio’. Con “arcapredola”, anche se non si trova nei comuni vocabolari, si intende indicare una sorta di cassapanca sulla quale ci si può sedere. Veda questi collegamenti:

https://www.google.it/search?q=arcapredola&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

http://www.etimo.it/?term=predella&find=Cerca

PS. Dimenticavo: quattrennio è immortalato in diverse pubblicazioni:
https://www.google.it/search?q=quattrennio&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

sabato 7 luglio 2012

A ciascuno il suo...






Pregiatissimo Direttore del portale,
siamo due cugini che appartengono a una delle nove parti del discorso, ci rivolgiamo a lei in quanto si è sempre mostrato sensibile ai problemi della lingua; per questo la preghiamo di voler pubblicare questa lettera aperta agli amanti del bel parlare e del bello scrivere affinché ci usino in modo corretto.
Siamo Ciascuno e Ognuno, siamo cugini, abbiamo lo stesso sangue “per parte di padre” (il latino) ma non per questo possiamo essere adoperati indifferentemente. Per questo motivo, appunto, abbiamo deciso di rivolgerci a lei per spiegare, con questa lettera aperta e una volta per tutte, le nostre ragioni.
A ciascuno il suo, dunque. Cominciamo con Ciascuno. Questo può essere tanto aggettivo quanto pronome indefinito e viene dal latino volgare “quisque” e “unus”, non ha plurale, ovviamente, e indica una totalità di persone o cose riferendosi, però, a uno a uno ai singoli elementi che la compongono (la totalità) ed equivale, insomma, a ‘ogni’. Quando è in funzione di aggettivo deve sempre precedere il nome: ciascun libro; ciascuna penna; ciascun uomo. Come si evince dagli esempi, nella forma maschile si può troncare ma mai apostrofare; l’onore dell’apostrofo spetta solo al femminile: ciascun’amica. Quando assume la funzione di pronome significa ‘tutti’ o ‘uno per uno’ con valore distributivo o partitivo: impartí gli ordini a ciascuno; Piero ha litigato con ciascuno di loro. Da notare, in proposito, che quando Ciascuno pronome è usato con valore distributivo non necessariamente deve essere preceduto dalla preposizione ‘per’: regalai centomila euro a ciascuno o per ciascuno. La scelta di accompagnare il pronome con la preposizione ‘per’ dipende esclusivamente dal gusto stilistico dello scrivente o del parlante. Da evitare, tassativamente, la forma familiare o dialettale “Ciascheduno”, anche se non mancano esempi (negativi) di alcune cosiddette grandi penne.
E veniamo a Ognuno. Cominciamo con il mettere bene in evidenza la diversità, fondamentale, con Ciascuno. Ognuno, a differenza del cugino Ciascuno, è solo pronome e riferibile a persone (non a cose. Alcuni linguisti e alcuni vocabolari consentono la possibilità di riferirlo anche a cose ma è un uso, a nostro modo di vedere, se non errato, improprio). Sotto il profilo etimologico, infatti, Ognuno viene da ‘ogni’ e ‘uno’ (pronome indefinito riferito a persona non altrimenti determinata) e significa “ciascuna persona”, “tutti”. Ognuno, per tanto, può “sostituire” una persona, non una cosa. Come Ciascuno non ha il plurale e come quest’ultimo indica la totalità indefinita (per questo motivo molti lo confondono con Ciascuno e lo fanno anche aggettivo) però, a differenza di Ciascuno, distingue maggiormente ogni unità che fa parte dell’insieme perché ha un valore piú marcatamente distributivo: lo fa ognuno, vale a dire lo fanno “tutti” (il fare è 'distribuito' fra tutti); ognuno ha i suoi problemi, cioè i problemi sono ‘distribuiti’ fra tutti.
Con la speranza di aver fatto un po’ di chiarezza, ringraziamo il Direttore per la sua squisita ospitalità e a voi, gentili amici lettori, auguriamo un mondo di bene.
I vostri affezionatissimi amici
Ciascuno e Ognuno



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Buonasera, si può usare SOVENTE come aggettivo. Ad esempio come nella frase:
"lo svedese è soggetto a SOVENTI cambiamenti d’umore".
Grazie
S.
(Località non specificata)
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Sí, cortese amico,
sovente può essere anche aggettivo con il significato di "frequente", "ripetuto".
La sua frase, quindi, è correttissima (lo svedese è soggetto a soventi [frequenti] cambiamenti d'umore).

venerdì 6 luglio 2012

Possibile e probabile






Da “Domande e risposte” del Treccani in rete:

Molti usano dire : “è molto possibile”. Io credo che non sia corretto e che sarebbe più giusto dire : “è molto probabile”. Vi sarò grato se mi fugherete questo dubbio.

Possibile non rientra nell’esiguo drappello degli aggettivi non graduabili tramite avverbi di quantità (*molto eccellente o *molto perfetto non sono ammissibili, per esempio). Ritengo poco possibile che lui arrivi in tempo è frase legittima; analogamente, sarà ammissibile ritengo molto possibile ecc. Possibile e probabile hanno, peraltro, sfumature semantiche differenti.
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Vediamo, allora, le sfumature semantiche differenti dando la “parola” proprio al Treccani.

Possibile: http://www.treccani.it/vocabolario/possibile/

Probabile: http://www.treccani.it/vocabolario/probabile/


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Se avete disturbi cardiaci NON cliccate sul collegamento in calce: potreste rimetterci le... quoia.

https://www.google.it/search?q=%22quoio%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

PS. Quoio è "allemmato" nella IV edizione (1729-1738) del vocabolario della Crusca:

http://www.lessicografia.it/QUOIO

giovedì 5 luglio 2012

Maritozzo con panna





Si tranquillizzino i nostri affezionati lettori amanti della lingua, non sono “incappati” in una rubrica cucinaria (o culinaria), vogliamo solo vedere l’ “origine linguistica” del maritozzo.
Gli amici blogghisti, in particolare i romani, sanno che nella città dei sette colli c’è l’usanza – prima di recarsi al lavoro o durante la “pausa” – di andare al bar (ma dovremmo dire alla ‘mescita’, per non essere accusati di adoperare termini barbari: bar, infatti, è voce inglese e propriamente significa ‘sbarra’, quella che separava il bancone dagli avventori) per far colazione con un buon maritozzo con panna, “affogato” in un ottimo cappuccino caldo.
Questa usanza, dunque, nata a Roma – sembra – ben presto ha condizionato la vita di tutti i lavoratori, dalle Alpi alla Sicilia, passando per la Sardegna: se qualcuno di voi, cortesi amici, non è stato contagiato da questa ‘febbre’, scagli la prima pietra, come usa dire.
Abbiamo pensato, per tanto, di ricercare (come accennavamo all’inizio) l’ “origine linguistica” e storica dei suddetti vocaboli, ormai sulla bocca di tutti. Vediamo, dunque.
Il cappuccino, con due ‘p’, attenzione, non ‘capuccino’ come sovente si sente dire, vale a dire quella miscela di caffè e latte caldo, trae origine – manco a dirlo! – dal colore marrone simile a quello del saio dei frati mendicanti, che indossano una veste di colore marrone, appunto, confezionata con stoffa grossolana, provvista di cappuccio (Cappuccini) e stretta alla vita da una cintura di corda.
Piú interessante, forse, l’origine del maritozzo che, come sappiamo, è un panino dolce condito con olio, uva passita, pinoli e cotto al forno. Questo dolce deve il nome proprio al… marito. Filippo Chiappini (un romanista dell’Ottocento) cosí spiega la storia del nome: «… da marito perché quando i maritozzi si facevano a Roma soltanto nella quaresima, gli amanti e i mariti ne solevano fare un presente alle loro fidanzate e alle loro mogli nei venerdí di marzo».
Secondo altri autori, invece, il nome deriverebbe dal fatto che questo particolare dolce veniva offerto in occasione dei… ‘maritaggi’, cioè dei matrimoni. Quale che sia la “verità vera” resta il fatto – incontestabile – che il maritozzo, etimologicamente, è parente strettissimo del… marito.
E a proposito di marito, lo sapevate che in agricoltura il… marito è un albero che fa da sostegno a una pianta, specialmente alla vite? Questo termine si incontra, per la prima volta, come aggettivo nel linguaggio agricolo e, per traslato, nel significato di “coniuge di sesso maschile” in quanto ‘sostiene’ la donna sposata, anche se alcuni linguisti ritengono derivi dal latino “mas, maris” (maschio). L’origine ‘esatta’ resta, comunque, incerta.

mercoledì 4 luglio 2012

Il «tartarismo»






Occupiamoci di una parola omografa e omofona, di una parola, cioè, che ha la medesima grafia (omografa) e il medesimo suono (omofona), ma distinte origini (etimologia) e distinti significati (semantica): tartaro (da cui il titolo neologico tartarismo). Tartaro, dunque, ha diversi significati; quello, probabilmente, meno noto ai piú è «luogo di tormento» dove, secondo la mitologia, “furono precipitati i Titani per mano di Giove» e in seguito passato a indicare l’Inferno in cui vengono condannati i colpevoli. L’etimologia di questa prima accezione è incerta; si fanno solo ipotesi. Quella che ci sembra piú ‘veritiera’ si rifà alla voce gaelica tartar, confusione, strepitìo. L’Inferno non è un luogo di confusione?
L’altra accezione nota a tutti è «colui che appartiene a una razza mongolica guerriera e nomade originaria dell’odierna Mongolia». Con questo significato è in uso anche la forma tàtaro, preferita per indicare le attuali popolazioni. L’origine del nome, secondo il DELI, è l’aggettivo mongolico tatari, ‘balbuziente’, su cui subí l’accostamento con ‘tartaro’, ‘inferno’, quasi stirpe d’Inferno, quindi. La ‘salsa tartara’, tanto amata dalle cosí dette buone forchette, è – sempre secondo il DELI – la traduzione del francese sauce (à la) tartare, nome di fantasia vagamente riferito alla predilezione che i popoli primitivi avevano per gli aromi forti.
E concludiamo con il significato ‘principe’ del termine tartaro: incrostazione di color bruno scuro che il vino lascia come deposito nelle botti, il cui componente principale è l’acido tartarico, chiamato comunemente “cremor di tartaro”. Ma anche “incrostazione giallastra che si forma alla radice dei denti, o tra questi, allorché non vengono costantemente puliti, per deposito di sali di calcio o di squame di cellule morte della mucosa orale”.
Anche l’etimologia di queste ultime accezioni è quanto mai incerta. Alcuni autori la connettono all’arabo durd, pronunciato volgarmente ‘turt’ o ‘turti’ e voce trasportata e cambiata nel latino medievale dagli alchimisti in tartaru(m), sedimento, deposito, ‘feccia dell’olio e del vino’. Di qui sarebbe passata a indicare, per estensione, ‘feccia dentaria’, quindi… tartaro.

martedì 3 luglio 2012

«Previo» e «salvo»






Riteniamo importante spendere due parole sull’uso distorto – e, quindi, ‘raddrizzarlo’ – di due aggettivi tanto cari ai nostri burocrati: previo e salvo.
Previo e salvo sono, come dicevamo, due aggettivi e in quanto tali concordano nel genere e nel numero con il sostantivo cui vengono anteposti. Ci capita sovente di leggere in documenti ufficiali – quelli redatti dalla ‘macchina burocratica’ - frasi tipo “la documentazione richiesta sarà rilasciata previo domanda scritta”; oppure “l’ufficio si riserva il diritto di decidere in merito, salvo eccezioni previste dalla legge”. Bene. Anzi male, malissimo. Quel ‘previo’ e quel ‘salvo’ sono maledettamente errati perché non sono avverbi – che rimangono, ovviamente, invariati – ma aggettivi, di conseguenza devono concordare con il sostantivo. La forma corretta deve essere, per tanto, previa domanda scritta e salve eccezioni. Previo, insomma, dal latino ‘prae’ (prima) e ‘via’ (strada), significa ‘inviato prima’, quindi ‘che precede’, ‘precedente’. Precedente (o previo), dunque, non è un aggettivo? Per quale motivo debba essere considerato alla stregua di un avverbio resta un mistero eleusino. Confidiamo in qualche solone della lingua: che ci illumini in merito. Noi, piú modestamente, consigliamo agli amanti del bel parlare e del bello scrivere – per non sbagliare – di non scomodare questo nobile aggettivo in locuzioni assolute tipo ‘previo avviso’ e simili.
Discorso pressoché identico per quanto attiene all’aggettivo ‘salvo’. Questo vocabolo – che è un aggettivo, ripetiamo – adoperato in costruzione assoluta è forma ellittica e sta per a condizione che sia salvo. Va da sé, dunque, che deve prendere il genere e il numero del sostantivo che lo segue. In base a questa ‘legge linguistica’ occorre dire – per tornare all’esempio sopra citato - [fatte] salve [le] eccezioni previste dalla legge perché è la forma ellittica di [a condizione che siano] salve [le] eccezioni. Pedanteria? No, a nostro modo di vedere: uso corretto della lingua di Dante.