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sabato 30 giugno 2012

C'è odore e... odore









L’odore, leggiamo dal vocabolario Treccani in rete, è «La sensazione specifica dell’organo dell’olfatto, diversa a seconda delle sostanze da cui è provocata: sentire un o., gli odori; non sento nessun o.; più in partic., indicando la qualità della sensazione: buon o.; cattivo o.; o. gradevole, sgradevole; un o. soave; o. grato, inebriante; un o. nauseabondo; o. forte, acre, acuto, penetrante; o specificando la cosa o la sostanza da cui la sensazione olfattiva proviene: l’o. dei fiori, delle rose, dell’erba; o. di violetta; o. d’incenso; o. d’arrosto, di bruciato; o. di chiuso, di muffa; o. d’ospedale, di farmacia; l’o. delle polveri bruciate; o. di pioggia, quello che emana da un terreno su cui è piovuto da poco; dare, mandare odore; non avere nessun o.; spandere, esalare, poet. spirare odore: Vivran que’ fiori, o Giovinezza, e intorno L’urna funerea spireranno odore (Foscolo). Con uso assol., è talvolta adoperato eufemisticamente per indicare il puzzo: che cos’è questo o.?; spec. al plur.: d’estate, nell’autobus molto affollato, si sentono certi odori!».
C’è odore e odore, quindi. E ogni odore ‘particolare’ ha un suo nome specifico. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere deve adoperare, quindi, il termine appropriato. Vediamo, negli esempi che seguono, l’odore (generico) con quale vocabolo va sostituito (in parentesi il nome appropriato).
L’odore (profumo) delle rose è molto delicato; in primavera l’aria è densa di odori (effluvi) inebrianti; nella casa c’era un mucchio di sudiciume che emanava un odore (lezzo) insopportabile; l’aria delle zone paludose è piena di odori pestiferi (miasmi); in quella stalla c’era un odore (puzzo) che toglieva il respiro; l’odore (olezzo) dei fiori d’arancio dà una sensazione di svenimento; quando fu aperta la stanza, chiusa per anni, venne fuori un odore (tanfo) asfissiante; quel caffè ha veramente un odore (aroma) squisito; dai bagni pubblici emanava un odore (fetore) ammorbante.
Quando non conosciamo il nome specifico dell’odore possiamo ricorrere al dizionario dei sinonimi, che ci può aiutare nella scelta:
http://parole.virgilio.it/parole/sinonimi_e_contrari/
In rete, comunque, si trovano altri dizionari dei sinonimi e dei contrari.


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Due parole, due, sulla “cravatta”, cioè su un complemento del vestiario maschile che sembrava scomparso con l’avvento dell’americanizzazione posbellica, ma tornato prepotentemente di moda anche tra i giovanissimi. La cravatta, dunque, ha mutuato il nome dai Croati; in origine, infatti, si chiamava “croata”. Il termine, però, è giunto a noi attraverso il francese “cravate” in quanto i Francesi presero questo capo d’abbigliamento quando Luigi XIV, il Re Sole, istituì un reggimento di cavalleria leggera formata di Croati. Questi soldati mercenari, noti anche in Italia – terra di conquista di tutti i popoli – avevano una divisa costituita di un dòlman rosso con alamari, un peloso colbacco e, caratteristica originale, una vistosissima striscia di lino bianco annodata attorno al collo. Questa sciccheria piacque moltissimo al sovrano francese tanto che volle che tutte le sue truppe fossero dotate di “croate”, divenuto in seguito, per corruzione popolare, “cravate”, donde la nostra ‘cravatta’. Oggi le persone che credono di parlar bene dicono ancora “corvatta”, a noi sembra puro snobismo. Da molto tempo, ormai, il termine è stato relegato nella “soffitta della lingua”. I gusti, però, sono gusti…


giovedì 28 giugno 2012

Il «lei» di cortesia







Gentilissimo dott. Raso,
quando si dà del “lei”, che è un pronome femminile, gli aggettivi vanno accordati al femminile anche se ci si riferisce a un uomo? Per esempio: Giovanni, lei è veramente simpatica. A me suona male quel “simpatica” perché si riferisce, appunto, a un uomo. Le cose stanno proprio in questi termini? Può farmi un po’ di chiarezza?
Grazie e cordialità
Federico M.
Pavia
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Cortese amico, “le cose non stanno proprio in questi termini”, per usare le sue parole. L’argomento è stato trattato sul “Cannocchiale”. Veda questo collegamento:


http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/03/21/il_lei_allocutivo.html

martedì 26 giugno 2012

Climatico e climaterico







Siamo rimasti di sasso nel constatare che molte persone – sembra incredibile, anche quelle cosí dette acculturate – ritengono che gli aggettivi climaterico e climatico siano uno sinonimo dell’altro e li adoperano, quindi, indifferentemente. Forse sono tratte in inganno dalla stessa radice: clima. Ovviamente non è cosí, si presti attenzione, dunque. Climaterico, in senso figurato, significa nefasto, pericoloso, difficile, infausto: abbiamo trascorso alcuni giorni veramente climaterici (difficili). L’aggettivo che si riferisce al clima è, invece, climatico: le condizioni climatiche stanno pian piano migliorando. Non si dica, quindi, come ci è capitato di sentire (ma anche di leggere): le condizioni climateriche della zona non sono tra le migliori.

http://www.etimo.it/?term=climaterico&find=Cerca

http://www.etimo.it/?cmd=id&id=3880&md=c0ee98a069f24672d458bd9801a3d3cc

lunedì 25 giugno 2012

L'esuberante...


Esuberante è un aggettivo che in senso figurato – ci dicono i vocabolari – significa pieno di vivacità: è un fanciullo esuberante. Il significato ‘nascosto’ del termine lo spiega, magistralmente, Enzo La Stella.
«Che una persona esuberante sia estroversa, piena di energie e portata ai rapporti umani lo capiamo tutti, ma forse non ci appare chiaro il collegamento con il latino “uber”, che significa mammella. L’ “ex” che lo precede offre l’immagine di mammelle cosí piene che una stilla di latte già affiora alla sommità dei capezzoli.
Analoga è l’origine dell’aggettivo “ubertoso”, che significa fertile e lussureggiante: e non è strano che i nostri antenati, che vivevano in campagna e dalla campagna traevano tutto il necessario, ricorressero alla tranquillizzante immagine delle turgide mammelle della vacca o della capra per esprimere concetti che, almeno per esuberante, non sembrano piú avere rapporto con l’agricoltura».


http://www.etimo.it/?cmd=id&id=18955&md=35e3f1ec3b04450b43e2f65ae51ccc83

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E a proposito di agricoltura e mondo contadino, un interessante articolo di Gian Luigi Beccaria:

http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/parole-in-corso/articolo/lstp/459589/

domenica 24 giugno 2012

Strafalcioni.... incredibili




Per ridere un po' su alcuni strafalcioni.

Si clicchi su:


sabato 23 giugno 2012

Vocaboli italiani usati alla francese





Con vocaboli italiani adoperati alla francese intendiamo quelle parole che da noi hanno un significato diverso da quello che hanno al di là delle Alpi. Usarli alla francese non è un errore vero e proprio, però… sarebbe bene non imitare i nostri cugini se vogliamo parlare e scrivere in buona lingua. Vediamo, dunque, qualche vocabolo italiano adoperato, per l’appunto, alla francese, in parentesi il termine appropriato.
Il concerto del cantante è stato aggiornato (rimandato, rinviato) per un’improvvisa indisposizione del protagonista; stasera sortiremo (usciremo) prima per rincasare quando comincia la partita; l’altra sera abbiamo assistito a uno spettacolo sensazionale (impressionante); qual è, secondo voi, il capo d’opera (capolavoro) di Michelangelo?; ecco un presente (dono) per ringraziarti del tuo aiuto; la signora Giuseppina, nonostante i suoi novantacinque anni, si porta bene (gode buona salute); la madre della sposa è rientrata di corsa in casa per ricucire il bordo (l’orlo) del vestito; fammi vedere il piano (disegno) della casa che stai costruendo in campagna; ti prevengo (avverto) che se non ti comporti bene non uscirò piú con te; sarà bene marcare (annotare, segnare) le parole rilevanti che pronuncerà l’ospite di turno; sei al corrente (informato) di ciò che ti aspetta?
Potremmo continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura.

mercoledì 20 giugno 2012

L'orfanatrofio? Per carità! Orfanotrofio






Abbiamo avuto modo di constatare che molte persone cadono in errore – immortalato, purtroppo, anche nel “Dizionario linguistico grammaticale e dei sinonimi e contrari”, edito dall’ Istituto Geografico De Agostini – scrivendo orfanatrofio in luogo della forma corretta ‘orfanotrofio’. Quella ‘a’ non c’entra nulla perché il termine proviene dalla voce greca orphanòs, divenuta in latino orphanotrophiu(m), da cui, appunto, il nostro orfanotrofio. Ma cos’è quest’orfanotrofio? E chi non lo sa? È un istituto dove vengono accolti ed educati i fanciulli rimasti privi di genitori.

http://www.etimo.it/?term=orfanotrofio&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=orfano&find=Cerca

Dimenticavamo. Non si vergognino gli autori del Dizionario edito dall'Istituto Geografico De Agostini, sono in buona compagnia. Si clicchi su:
https://www.google.it/search?q=%22orfanatrofio%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

martedì 19 giugno 2012

La mia madre o mia madre?






Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

ANGELICA scrive:
Salve! Sono studentessa spagnola di italiano e il mio dubbio é questo: sempre ho imparato che con i nomi di famiglia al singolare si usava il possessivo senza articolo es. MIA MADRE tranne LA MIA MAMMA, per essere un nome alterato. Allora, una amica mi ha detto di no, che questo non è cosí e che possiamo usare con o senza articolo al singolare. Non so se fidarmi di lei e mi piacerebbe tanto avere un aiuto. Grazie.

linguista scrive:
Sono possibili entrambe le soluzioni, con e senza l’articolo.
Alessandro Aresti
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Il dr Aresti ci perdonerà, ci corre l’obbligo di dissentire. Non sono assolutamente possibili le due soluzioni: con ‘padre’, ‘madre’, ‘figlio’, ‘figlia’ l’articolo si omette. Si veda, in proposito, la ‘sentenza’ dell’Accademia della Crusca (
http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=7673&ctg_id=93 ). E un nostro modesto articolo cliccando su: http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/11/01/i_singenionimi.html

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linguista scrive:
19 giugno 2012 alle 01:34
Evidentemente ho male interpretato il “questo” anaforico del quesito, che ho “sciolto” come “mia mamma”: infatti mi riferivo all’eccezione rappresentata della variante affettiva mamma (e papà). Con padre, madre, figlio e figlia l’articolo, naturalmente, si omette.

Alessandro Aresti

lunedì 18 giugno 2012

Parole in libertà...





Breve viaggio – senza una meta prestabilita – attraverso il vocabolario della lingua italiana alla ricerca di parole di uso comune, quelle che adoperiamo quotidianamente, “per pratica”, il cui significato nascosto non è sempre chiaro a tutti. Prendiamo delle parole che ci vengono alla mente, cosí, senza una “logica predeterminata”.
Cominciamo dalla nostalgia. Avreste mai immaginato che quel desiderio intenso per qualcosa che si è lasciato temporaneamente o per sempre, la nostalgia, appunto, è un “dolore tutto nostro”? Se analizziamo il termine dal punto di vista etimologico scopriamo che il vocabolo è composto con le voci greche “nòstos” (ritorno) e “algia” (sofferenza, dolore). La nostalgia, letteralmente dunque, è un forte dolore provocato dalla sofferenza (‘algia’) data dal desiderio del ritorno (‘nòstos’) ai propri luoghi o ai propri cari. Quando la parola nacque era adoperata esclusivamente nel linguaggio medico; solo verso la fine dell’Ottocento cominciò a essere impiegata nel parlare di tutti i giorni nel significato attenuato di “rimpianto”: ho nostalgia del mio paese, vale a dire rimpiango il mio paese e soffro dal desiderio di tornarvi.
E a proposito di medicina e di medico (altra parola di “tutti i giorni”), se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: colui che cura le malattie che non richiedono intervento chirurgico. La nostra sete di sapere, però, non è soddisfatta in quanto il dizionario non ci ha svelato il significato “nascosto” del termine. Insomma, chi è questo medico? È il latino “medicu(m)”, tratto dal verbo “mederi” (riflettere), quindi “curare” (dopo aver riflettuto). Il medico, insomma, “riflette” per poter curare. La persona, invece, che non riflette o, peggio, che non ragiona, nel linguaggio comune viene definita “folle”. Anche questo termine viene dal latino “folle(m)” (cuscino gonfio d’aria). Di qui, in senso figurato, il vocabolo è passato a indicare una “testa piena d’aria”, quindi “vuota” e chi ha la testa vuota non è in grado di connettere, di ragionare è, quindi, un… folle.
Lasciamo i “pazzi” e occupiamoci di due termini militari: caporale e sergente. Per questi ci affidiamo alle sapienti note di Aldo Gabrielli, insigne linguista.
“…Non occorre essere esperti di lingua per sentire subito, cosí ad orecchio, che ‘caporale’ risale alla parola ‘capo’ (…) e può quindi vantare una stretta cuginanza con ‘capitano’. In origine, anzi, il capitano era soggetto al caporale, appellativo generico di chi esercitava un comando (…). Caporali del popolo erano a Firenze quei cittadini che il popolo eleggeva ogni anno a tutela dei propri diritti contro l’aristocrazia; e infatti lo storico del Trecento Giovanni Villani, nella sua ‘Cronaca’ ci parla ‘delli maggiori e piú possenti caporali dell’annata’; e ci fa anche sapere che i caporali comandavano su quarantamila sergenti’. Davvero una gerarchia in evoluzione. Del resto non dimentichiamo che Napoleone si fregiò del titolo di ‘caporale’ di Francia. E non soltanto Napoleone. Il ‘sergente’ invece ebbe (…) un’origine piuttosto oscura. Il nome, infatti, è una semplice variante di ‘servente’, participio presente del verbo ‘servire’, influenzato dall’antico francese ‘sergent’, cioè ‘colui che serve’, un servo”.

domenica 17 giugno 2012

Andare di conserva






Gentilissimo dott. Raso,
ho appena scoperto – grazie a un amico – il suo stupendo e istruttivo blog sul buon uso della nostra lingua. Ne approfitto per chiederle se può spendere due parole sul modo di dire “andare di conserva”. Sperando nella sua disponibilità, la ringrazio anticipatamente e le porgo i miei più calorosi e deferenti ossequi.
Marino S.
Vercelli
PS. Ho messo subito il suo sito tra i preferiti, naturalmente.
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Cortese amico, grazie di cuore per le sue belle parole. Il modo di dire è stato già trattato. Clicchi su
: http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/11/29/andare_di_conserva.html

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Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, riporta, anche se di uso raro, primigeniti, forma plurale di primogenito. Per quanto attiene, invece, al plurale di ultimogenito attesta solo la forma ultimogeniti. Sarebbe interessante conoscere il motivo di questa disparità. Perché primigeniti sí e ultimigeniti no?

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=30601&r=105793

I due plurali (primigeniti e ultimigeniti) sono immortalati, comunque, in molti libri.

https://www.google.it/search?q=%22primigeniti%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it


https://www.google.it/search?hl=it&tbo=1&tbm=bks&sclient=psy-ab&q=%22ultimigeniti%22&oq=%22ultimigeniti%22&aq=f&aqi=&aql=&gs_l=serp.12...946375.953563.1.957282.14.14.0.0.0.0.360.3764.2-12j2.14.0...0.0.nWjdY_S5frM&psj=1&biw=1024&bih=613&cad=cbv&sei=OgTdT8HSLYyN4gSQ8

sabato 16 giugno 2012

Camminare sulle noci






Chi cammina sulle noci? Ovviamente in senso figurato. La persona che per i motivi piú disparati si trova coinvolta in situazioni scomode o pericolose, in cui qualunque azione risulta decisamente difficile. E le noci che c’entrano? Chi si trova in una situazione simile è come se camminasse su uno strato di noci senza, naturalmente, scivolare.


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«La lingua ‘edettica’»

La scoprirete cliccando su: http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8947&ctg_id=44

venerdì 15 giugno 2012

Lítote o litòte?






Da “Domande e risposte” del vocabolario Treccani in rete:

Ho sempre pronunciato piana, “alla greca”, con l'accento tonico sulla “o”, la parola “litote”, secondo l'indicazione che fornisce anche la vostra prestigiosa istituzione; tuttavia ho trovato in un dizionario di retorica, che devo correggere in qualità di redattrice, l'indicazione “lìtote”: sdrucciola, “alla latina”. Tale pronuncia è basata sul fatto che la “o” in latino risulta breve e pertanto l’accento ricade sulla terzultima. Tuttavia gradirei un vostro parere a riguardo.

La questione della pronuncia di parole dotte, pervenuteci cioè per tradizione libresca attraverso prelievi diretti dalla fonte linguistica classica, greca e latina, è questione annosa e di non facile componimento. Possiamo dire che spesso, molto spesso, le grammatiche e i dizionari dell’uso contemporanei mostrano, saggiamente, un atteggiamento aperto, ammettendo sia la pronuncia “alla greca”, sia la pronuncia alla “latina”.
Ne sanno qualcosa i medici, il cui linguaggio tecnico è particolarmente ricco di “doppioni” di questo tipo: aterosclèrosi e ateroscleròsi, nècrosi e necròsi, flògosi e flogòsi, fìmosi e fimòsi: non si sbaglia mai, scegliendo l’una o l’altra forma. Anche la retorica vuole la sua parte. Litòte (alla greca) e lìtote (alla latina) sono entrambe ammissibili, anche se l’uso sembra propendere a favore della soluzione grecizzante.
È, però, un terno al lotto, per dirla papale papale: non c’è una regola che decreti la liceità assoluta dell’accento alla greca o di quello alla latina; si va caso per caso e spesso la coppia… non scoppia, perché l’alternativa si risolve in compresenza. Sempre nel dominio delle figure retoriche, c’è chi pronuncia ossimòro, alla greca, e non sbaglia, anche se l’uso più diffuso è con l’accento alla latina, ossìmoro, e tanto meno s’incorre in errore scegliendo quest’ultima forma.
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La maggior parte dei vocabolari consultati, e lo stesso “Treccani”, contraddicono la risposta degli esperti: riportano solo la pronuncia alla greca, litòte. Dello stesso avviso il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. È da preferire, quindi, la pronuncia piana.

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=45302&r=9054

Ma vediamo cos’è questa ‘litòte’, dando la “parola” allo stesso “Treccani”:

«litòte s. f. [dal gr. λιτότης, propr. «semplicità», der. di λιτός «semplice»]. – Figura retorica che consiste nell’attenuare formalmente l’espressione di un giudizio o di un predicato col negare l’idea contraria, ottenendo per lo più l’effetto di rinforzarla sostanzialmente; così, per es., quando si dice che una persona non è un’aquila (per dire che ha intelligenza assai scarsa), o che non è priva d’ingegno (per dire che ha ingegno notevole), che si è avuto un danno non indifferente (cioè abbastanza grave), che un impiegato non brilla per la sua puntualità, ecc. Noto fra gli altri è l’esempio manzoniano: «Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone» (Pr. Sp., cap. I)».

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Dal quotidiano la Repubblica in rete del 14 giugno:

Polemiche per i bocciati in prima elementare
altri 4 casi nel pavese e nel bergamasco

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Forse è il caso di ricordare ai ‘titolisti’ del quotidiano che le aree geografiche si scrivono con l’iniziale maiuscola: Pavese, Bergamasco.



giovedì 14 giugno 2012

Il suffisso -ano







Due parole, due, sul suffisso -ano che - a volte – si trasforma in -iano. Quando? Andiamo con ordine. Il predetto suffisso serve per la formazione di nomi e aggettivi indicanti la condizione, l’origine e l’ufficio di una persona: italiano, napoletano, scrivano, cappellano, ortolano ecc. Muta in -iano se aggiunto ai nomi propri per indicare attinenza o appartenenza: cristiano (seguace di Cristo), berlusconiano (seguace di Berlusconi), andreottiano (da Andreotti), rossiniano (da Rossini), leopardiano (da Leopardi).

mercoledì 13 giugno 2012

È una giochessa






Tra le parole che ci piacerebbe fossero rispolverate segnaliamo giochessa. Che cosa è questa ‘giochessa’? È una beffa, una burla, uno scherzo. Attento Mario, Giovanni sta per farti una giochessa.

https://www.google.it/search?q=giochessa&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

martedì 12 giugno 2012

L'audiometro e... l'udometro







Alcune persone confondono l’audiometro con l’udometro ritenendo che i due vocaboli siano uno sinonimo dell’altro. Si presti attenzione, dunque, perché i due termini hanno significati completamente diversi. Il primo è un apparecchio che – come si può leggere nei vocabolari – viene adoperato per la misurazione della sensibilità uditiva. Il secondo, sinonimo di ‘pluviometro’, è un apparecchio, usato in meteorologia, per misurare la "quantità" e l' "altezza" della pioggia, è chiamato anche ietometro.

http://www.etimo.it/?term=udometro&find=Cerca

lunedì 11 giugno 2012

Giochi lessicali




Per mettere alla prova le vostre conoscenze lessicali.


Cliccate su:

http://www.treccani.it/magazine/strumenti/giochi/quiz/

domenica 10 giugno 2012

L'assenza? La «non presenza»







Sí, abbiamo proprio deciso di attirarci gli strali dei linguisti e dei vocabolaristi condannando, senza appello, la voce assenza nell’accezione di ‘mancanza’: per assenza di elettricità l’ascensore è fuori servizio. L’assenza, potremmo dire, è la ‘non presenza’, e la ‘presenza’ – a nostro modesto avviso – si riferisce a una persona non a una cosa. L’assenza, insomma, è la “mancata presenza o lontananza da un luogo in cui una persona dovrebbe essere o si trova di solito”. L’assenza, insomma, non può essere sinonimo di ‘penuria’, ‘difetto’, ‘scarsità’, ‘deficienza’, 'mancanza' e simili. Non diremo, per esempio, “gli sportelli sono chiusi per assenza di collegamento alla rete”, ma correttamente, “per mancanza di collegamento”.
http://www.etimo.it/?term=assente&find=Cerca

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Siamo stati sommersi da una valanga di lettere di dissenso. Restiamo della nostra idea: È assente una persona, non una cosa.

sabato 9 giugno 2012

L'intervista








Dalla rubrica La posta del Professore del sito della “Zanichelli”:

L’intervista: ‘a’ o ‘con’ qualcuno?


Gentile Professore, ecco il mio quesito: quale delle due espressioni è quella giusta, “Intervista a Marco Rossi” oppure “Intervista con Marco Rossi”? E, se esistono, quali le sfumature di significato tra le due espressioni?
Valeria

Gentile Valeria,
mi pare che sia ‘intervista a’ che ‘intervista con’ siano costruzioni corrette.
‘intervista a’ è senz’altro più frequente: nel nostro corpus di testi letterari e giornalistici il rapporto è infatti di circa 8 a 1 a favore di ‘intervista a (o al, all’, allo, alla) rispetto a intervista con (o col, coll’, collo, colla). Il rapporto di frequenza è circa lo stesso in Google.
‘intervista a’ si adatta di più a un’intervista di tipo tradizionale, con brevi domande e risposte più o meno lunghe; ‘intervista con’ invece descrive meglio una conversazione fra l’intervistatore e l’intervistato.
Ci sono poi le ‘interviste contro’ alla Ferrara o alla Santoro: ma questa è un’altra storia…
Con i miei migliori saluti,
Il Professore
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A nostro modesto avviso faremmo un distinguo sull’uso delle preposizioni ‘a’ e ‘con’. Impiegheremo la preposizione con se c’è il nome dell’intervistato: intervista del nostro giornale con il presidente Napolitano; la preposizione a se è riportato il nome della testata: intervista del presidente Napolitano (rilasciata) al nostro giornale.

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Il medesimo quesito è stato sottoposto a Domande e risposte del vocabolario “Treccani” in rete. Ecco la risposta:

In realtà, non c’è una grande differenza nell’uso, anche se, dalla sommaria analisi di alcuni quotidiani, la reggenza in a del sostantivo sembra predominare sia quando l’intervista parte da un ente o istituzione (giornale, tv, radio, ecc.) e si rivolge al destinatario (occhiello: Intervista al Presidente Usa / titolo: "L'Italia fa passi impressionanti Roma cruciale per superare la crisi", Stampa.it, 9 febbraio 2012), sia quando ci si mette nell’angolo visuale della persona che concede l’intervista (Nainggolan rivela di avere già un accordo con la Juventus. Il centrocampista del Cagliari scopre le carte in un'intervista al quotidiano belga La Dernière Heure, Tuttosport.com, 30 maggio 2012). La meno diffusa reggenza in con può anche essere promossa dal modello sintattico offerto dall’inglese, lingua di prestigio. Per citare un esempio, si ricordi Intervista col vampiro, traduzione del titolo del romanzo di Anne Rice Interview with the vampire (poi anche titolo del film che ne trasse il regista Neil Jordan).

venerdì 8 giugno 2012

Una piccola casetta





Chi sa se i cosí detti linguisti d’assalto concorderanno su quanto stiamo per esporre. Ci sembra sia invalso l’uso – non sappiamo se per snobismo linguistico – di far precedere i sostantivi alterati dagli aggettivi piccolo e grande: una piccola casetta; un grande palazzone. È un uso, questo, a nostro modo di vedere, orrendamente errato. Gli aggettivi ‘piccola’ e ‘grande’ alterano già il sostantivo: una ‘casetta’ è già una ‘piccola casa’, come un ‘palazzone’ è di per sé un ‘grande palazzo’. In buona lingua, quindi, o si adoperano i sostantivi già alterati (diminutivi, vezzeggiativi, accrescitivi) o si fanno precedere i sostantivi non alterati dagli aggettivi piccolo o grande: un orticello o un piccolo orto; un bacione o un grande bacio.

giovedì 7 giugno 2012

Il tascapane, i tascapani (?)





Abbiamo notato che non tutti i vocabolari concordano sul plurale di tascapane cioè – come leggiamo dal “Treccani” – quella «Borsa da tenere a tracolla, pendente sul fianco, in dotazione dell’esercito, per portare munizioni varie (in origine il pane, donde il nome); confezionata un tempo con tessuto rigato blu e bianco, oggi è di cotone impermeabile grigioverde. Con lo stesso nome viene indicata una analoga borsa di cotone usata da cacciatori ed escursionisti, oltre che, talvolta, dagli studenti per riporvi libri, quaderni e oggetti varî di piccole dimensioni». Alcuni, dunque, lo danno variabile (Gabrielli, DISC, Garzantilinguistica.it, Treccani), altri invariabile (Devoto-Oli, De Mauro, DOP, Palazzi, Sandron). Possiamo dire, quindi, senza tema di essere tacciati di analfabetismo, tanto i tascapane quanto i tascapani. Noi consigliamo, sommessamente, di lasciare il termine invariato: i tascapane.

martedì 5 giugno 2012

«Perfettamente»? Perfettamente... inutile





Quanto stiamo per scrivere, con tutta probabilità, sarà censurato da qualche linguista. A nostro modo di vedere l’avverbio ‘perfettamente’ non può essere adoperato come risposta affermativa nelle domande. Perfettamente, insomma, non significa ‘sí’, ‘per l’appunto’ o ‘certamente’. ‘Perfettamente’, in senso proprio, significa ‘in modo perfetto’, ‘nei migliori dei modi’ e simili. È correttamente adoperato, per esempio, in frasi: «Sei equipaggiato per la caccia? Perfettamente» (sono equipaggiato in modo perfetto). Non ci sembra corretto, imvece, in frasi tipo: «Stai uscendo? Perfettamente». Siamo smentiti, però dai vocabolari, come il “Treccani”:
“perfettaménte avv. [der. di perfetto]. – In modo perfetto, eccellente, nel migliore dei modi: conosce p. tre lingue; l’operazione è p. riuscita; non si è ancora p. ristabilito; l’apparecchio ora funziona p.; in modo completo, totale: perle p. rotonde; è rimasto p. immobile per un’ora. Molto com. l’uso con funzione fortemente rafforzativa: è una cosa p. inutile, del tutto inutile; soprattutto nelle risposte, come energica asseverazione, equivalente in genere, con intonazioni varie, a certamente, benissimo, e sim.: «Siamo intesi?» «P.!»; «Allora, ci siamo capiti?» «P.!». Con analoga funzione, per esprimere approvazione, compiacimento, è talora usato l’agg. perfetto (per influenza del fr. parfait): «Ho pensato io a tutto» «Perfetto!» “.
Voi, amici, regolatevi come meglio credete.

lunedì 4 giugno 2012

Flagrante e... fragrante






Si presti molta attenzione a questi due termini (fLagrante e fRagrante) perché molto spesso si confondono l’uno con l’altro. Hanno, invece, origine e significati completamente diversi. Il primo si adopera nell’espressione cogliere in flagrante cogliere, cioè, sul fatto. Nel linguaggio giuridico indica il reato scoperto nel momento in cui viene commesso: i malviventi sono stati colti in flagrante (nel momento in cui commettevano il reato) . Il secondo è un aggettivo che significa ‘profumato’, ‘che emana un gradevole e intenso profumo’: la camicia fragrante di bucato.

http://www.etimo.it/?term=flagrante&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=fragrante&find=Cerca

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Quando la lingua parla a sproposito...

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domenica 3 giugno 2012

«Che bello!»? Sí, che bello!







Il linguista Aldo Gabrielli, nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”, condanna le espressioni “Che bello!”, “Che buono!” e simili perché – sostiene - in questi casi la congiunzione “che” ha valore di aggettivo dimostrativo e sta per “quale” e in quanto tale non può essere unito direttamente a un altro aggettivo ma o a un sostantivo o a un altro aggettivo seguito da un nome. Noi, sommessamente, ci permettiamo di dissentire: in questi casi ‘bello’ e ‘buono’ sono aggettivi sostantivati e stanno per ‘bellezza’ e ‘bontà’: che bello! (che bellezza!), nevica; faremo una bella vacanza. Naturalmente attendiamo una smentita da qualche “linguista d’assalto”.
Siamo confortati, comunque, da un grande autore: «...e se arriviamo un'altra volta ad avere delle barche sull'acqua, e a mettere i nostri letti laggiù, in quella casa, vedrete che bello starsi a riposare su quell'uscio, la sera quando si torna a casa stanchi, e che la giornata è andata bene». (Verga)

sabato 2 giugno 2012

«Nell'occhio del ciclone»






L’espressione, che avete appena letto, è adoperata (impropriamente) per dire che una persona si trova nei guai. Ma, almeno in origine, significava ben altro, quasi il contrario. L’occhio del ciclone è la regione centrale dell’anello dell’uragano dove la pioggia cessa, il vento è moderato e chi vi si trova è in una posizione relativamente piú tranquilla di quella dei suoi vicini investiti dalla tempesta.

venerdì 1 giugno 2012

Ulteriore? Prima «va di là», poi... «aggiunge»




Stupisce il constatare che il Dizionario Sabatini Coletti in rete dia all’aggetivo ulteriore un significato ‘primario’ che, in effetti, non ha:
«Ulteriore[ul-te-rió-re] agg.• Aggiuntivo, che si aggiunge ai precedenti: per u. informazioni telefonare al seguente numero.
• avv. ulteriormente, ancora di più, ancora: i prezzi sono ulteriormente saliti».

Il Treccani in linea, invece, dà, come prima occorrenza, l’accezione ‘vera’ del termine e solo a questa – a nostro modesto avviso – è consigliabile attenersi:
«Ulterióre agg. [dal lat. ulterior -oris, comparativo, der. di ultra «oltre»]. –

1. Che è situato al di là, nella parte più lontana rispetto a quella (detta citeriore) che costituisce il punto principale di riferimento e di interesse; è adoperato di solito in determinazioni geografiche del mondo antico (Gallia U., Spagna U.), e in denominazioni amministrative ora disusate, come Calabria U., Abruzzo Ulteriore. Altrimenti è di uso letter. e raro.

2. Che si aggiunge ai precedenti; altro, nuovo: se avete bisogno di u. spiegazioni, rivolgetevi a me; in un u. avviso sarà precisato il luogo della cerimonia. In questo sign., la parola è entrata nell’uso attraverso il linguaggio burocr. e amministrativo. ◆ Avv. ulteriorménte, più oltre, più avanti: è inutile procedere ulteriormente; ancora di più: la febbre gli è ulteriormente salita; meno com., in seguito, in un secondo tempo: ulteriormente avrete informazioni più dettagliate».