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lunedì 30 aprile 2012

«Nizzolare»


Ci piacerebbe che fosse rispolverato e, quindi, reintrodotto nelle pagine dei vocabolari il verbo nizzolare, sinonimo di “frugolare” (questo sí, attestato nei dizionari) perché indica molto bene l’immagine della persona che va di qua e di là con irrequietezza, inquietudine. È un verbo denominale derivato dal sostantivo ‘nizzola’, una sorta di uccello: Ho il cor gentile e vado a tutte l’ore / di qua e di là, a nizzolar d’amore (G. Guinizzelli).

http://books.google.it/books?id=lrnUAAAAMAAJ&q=%22nizzolare%22&dq=%22nizzolare%22&hl=it&sa=X&ei=goKdT4WtAYPP4QSrsoGqDg&ved=0CDIQ6AEwAA

sabato 28 aprile 2012

Giusta: una preposizione sconosciuta








Forse pochi sanno che “giusta” oltre che femminile singolare dell’aggettivo giusto è anche una preposizione impropria che sta per secondo, conforme e simili. È una preposizione non molto conosciuta perché snobbata dalla quasi totalità dei testi grammaticali. In proposito segnaliamo – per l’uso corretto – un articolo di Bice Mortara Garavelli.
Si clicchi su:
http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8905&ctg_id=44


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A Torino. Un manifesto per la difesa e la promozione della lingua italiana.
Si clicchi su:
http://www.civitanews.it/2012/04/15/allarme-linguaalla-fiera-del-libro-di-torino-si-presenta-il-manifesto-per-la-difesa-e-la-promozione-della-lingua-italiana/

venerdì 27 aprile 2012

Il grano e la golpe





No, amici blogghisti, non siamo impazziti e non abbiamo adoperato un barbarismo (‘golpe’/colpo di Stato) ma un termine che indica una malattia che colpisce il grano (e altri cereali). Questa malattia si chiama, appunto, ‘golpe’ (sostantivo femminile) ed è causata da un fungo, “tilletia caries”, per cui la spiga assume l’aspetto di una coda di volpe spelacchiata. Per maggiori dettagli rimandiamo ai collegamenti in calce.



http://books.google.it/books?id=2JhUAAAAYAAJ&pg=PA295&dq=%22la+golpe%22&hl=it&sa=X&ei=7Z6ZT6WPO-am4gSzgJ3FBg&ved=0CEUQ6AEwBA#v=onepage&q=%22la%20golpe%22&f=false

http://www.etimo.it/?term=volpe&find=Cerca

giovedì 26 aprile 2012

La noverca


Gentilissimo dott. Raso, mi rivolgo a lei sperando che possa rispondere a un quesito postomi da mio figlio. Questi, 12 anni, leggendo un libro si è imbattuto in un termine ‘oscuro’: noverca. I vocabolari in mio possesso non hanno saputo “rispondermi”. Spero, quindi, in lei.
Grazie di cuore per il “servizio” che svolge.
Con viva cordialità.
Mauro S.
Mantova
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Cortese Mauro, mi sembra veramente strano che i suoi vocabolari non riportino il termine in questione, anche se di uso prettamente letterario. La “noverca”, dunque, è la matrigna. Viene dal solito latino e significa “nuova madre” (perlopiù in senso spregiativo). Possiamo leggere in Dante: «qual si partio Ippolito d'Atene / per la spietata e perfida noverca, / tal di Fiorenza partir ti convene». Per l’origine “etimologica” clicchi sul collegamento in calce.

http://www.etimo.it/?term=noverca&find=Cerca



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Avere lo stomaco in fondo alle scarpe

Chi ha lo stomaco in fondo alle scarpe, come recita questo modo di dire di uso popolare? La persona che ha un grande appetito, come se si sentisse in grado di mangiare tanto da riempire uno stomaco allungatosi fino ai piedi.

mercoledì 25 aprile 2012

Quant'altro: uso e... abuso








Non c’è dibattito televisivo in cui non riecheggi l’espressione “quant’altro”. È corretta? Se ne abusa? La ‘parola’ alla Crusca.
Si clicchi su:
http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=7691&ctg_id=93

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Arrivare a buco

Ecco un modo di dire di origine popolare che significa “arrivare nel momento giusto”, “capitare a proposito”, come per tappare un… buco.

martedì 24 aprile 2012

Lo «scorpionista»


Chissà quanti amici blogghisti hanno avuto che fare con uno scorpionista senza, forse, rendersene conto. Ma chi è costui? Il termine, infatti, non è attestato nei comuni vocabolari. Lo scorpionista, dunque, è la persona che loda qualcuno quando è presente, ma è pronto a denigrarlo e a renderlo ridicolo quando è assente. L’etimologia non è chiara. Forse proprio dallo scorpione che, in senso figurato, come si può rilevare dal Treccani è «Persona brutta, maligna e velenosa: quel tuo collega (o anche quella tua collega) è un vero scorpione». Il sostantivo, comunque, si può trovare cliccando su questo collegamento:
http://books.google.it/books?id=VJANAAAAQAAJ&pg=PA93&dq=scorpionista&hl=it&cd=8#v=onepage&q=scorpionista&f=false

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«Lo “slang” della ministra Elsa Fornero». Un articolo di Silverio Novelli.
Si clicchi su:
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/scritto_e_parlato/Fornero.html

lunedì 23 aprile 2012

Infettare e infestare




Si presti molta attenzione a questi due verbi, perché molto spesso vengono confusi credendo che siano uno sinonimo dell’altro. Hanno, invece, significati distinti pur essendo ambedue verbi deaggettivali (infettare dall’aggettivo infetto e infestare dall’aggettivo infesto). Siamo in presenza, in questo caso, di una paronimia. Si clicchi su:

http://www.sapere.it/sapere/dizionari/dizionari/Italiano/P/PA/paronimo.html?q_search=paronimo

Per il significato, dunque, vediamo ciò che dice il vocabolario Gabrielli in rete:

infettare
[in-fet-tà-re]
(infètto)
A v. tr.
1 Rendere infetto: i. una ferita; i. la biancheria

2 fig. Corrompere, rendere impuro: mode che infettano l'arte
‖ SIN. contaminare

B v. intr. pronom. infettàrsi
Diventare infetto, prendersi un'infezione: si infettò di peste.

Infestare
[in-fe-stà-re]
(infèsto)
v. tr.
1 Rendere pericoloso o inabitabile un luogo operandovi ripetuti atti di violenza: bande armate infestano il paese; pirati che infestano il mare

2 estens. Invadere arrecando danni a luoghi e persone: topi che infestano le case; le erbacce hanno infestato l'orto; fig. i malfattori che infestano la nostra comunità

3 fig., lett. Tormentare, travagliare con insistenti richieste

4 MED Colpire con infestione

Per quanto attiene all’origine dei verbi si vedano i collegamenti in calce.

http://www.etimo.it/?term=infetto&find=Cerca

http://www.etimo.it/?cmd=id&id=8938&md=d96a1826a8e442b2a9732e4069d3dd8d

domenica 22 aprile 2012

Piano ammezzato






Ancora una disparità di vedute tra il vocabolario Gabrielli in rete e il “Dizionario Linguistico Moderno “, dello stesso autore, a proposito di “ammezzato”.
Leggiamo dal vocabolario in rete:
ammezzato
[am-meʒ-ʒà-to]
(part. pass. di ammezzàre)
A agg.
Diviso a metà, dimezzato
‖ Lavoro ammezzato, fatto solo per metà
‖ Recipiente ammezzato, riempito o vuotato per metà
‖ Piano ammezzato, fra il pianterreno e il primo piano
B s.m.
Piano ammezzato.
Nel “Dizionario linguistico Moderno” leggiamo, invece:
«Participio passato del verbo ‘ammezzare’, vale ‘diviso a metà’; però ora molti lo usano erroneamente, come fanno i Lombardi, nel significato di ‘mezzanino’, che è la voce corretta (diminutivo di ‘mezzano’) per indicare quel piano di casa che sta tra due piani di altezza e importanza maggiori».

sabato 21 aprile 2012

«Locale climatizzato»

Locale climatizzato. Questo cartello, che faceva bella mostra di sé sulla porta di un ristorante, ci ha richiamato alla mente ciò che sostiene il linguista Aldo Gabrielli a proposito di ‘locale’ (anche se ‘smentito’ dai vocabolari): in buona lingua italiana il termine in oggetto è solo aggettivo (clima locale, usi locali). Scrive, infatti, il linguista: «Sa di francesismo nel significato sostantivato di ‘camera’, ‘stanza’, ‘sala, ‘vano’ (“una casa di tre locali” è infatti una casa di tre ‘stanze’ o di tre ‘vani’)». Chi scrive si attiene ai dettami dell’insigne linguista. Voi, amici, amanti del bel parlare e del bello scrivere, seguite ciò che vi detta la vostra “coscienza linguistica”.



venerdì 20 aprile 2012

Bordare


Viaggiando attraverso lo sterminato vocabolario della lingua italiana ci siamo imbattuti in un verbo che – nonostante sia attestato nei dizionari – a nostro avviso è da evitare perché “odora” di francese: bordare. Viene, infatti, dal francese border e sta per ‘contornare’, ‘incorniciare’, ‘orlare’ ‘filettare’ e simili: bordare una gonna; bordare di pizzo una tovaglia; bordare una tenda. Come si può vedere i verbi succitati fanno alla bisogna, secondo i casi.


* * *
A proposito di «Perché parliamo “itangliano”?», del 20 marzo scorso, abbiamo scoperto che filme è a lemma nel GRADIT, con la marca basso uso. Ma non è questo quel che stupisce, quanto il fatto che sia considerata parola invariabile… Nella sua grammatica, l’accademico della Crusca, Luca Serianni (III, 132 c) dà il 'filme', i 'filmi', e cita un’occorrenza del plurale in Ojetti. E il Battaglia dice: «meno raro il plurale filmi».

mercoledì 18 aprile 2012

La psefologia


Interessante la parola di oggi del sito della Zanichelli:
psefologìa / psefoloˈdʒia/
[vc. dotta, comp. del gr. psêphos ‘piccola pietra’ col quale si votava (e, quindi, ‘voto’) e -logia ☼ 1987]
s. f. (pl. -gìe)
● Studio statistico delle elezioni, con particolare riguardo al comportamento dell'elettorato e allo spostamento dei voti da un partito all'altro.
Si veda anche questo collegamento: https://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22psefologia%22&btnG=

PS.: Stupisce il constatare che l'autorevolissimo "Treccani" in rete 'snobba' il termine.

martedì 17 aprile 2012

«Esser ferrato in...»


Sconsigliamo recisamente – anche se è nell’uso comune – l’espressione “esser ferrato in…” nell’accezione di “avere una profonda conoscenza di qualcosa”, “essere esperto di qualcosa” e simili: Pietro è molto ferrato in matematica. Perché la sconsigliamo? Perché è un francesismo, e in buona lingua italiana è da evitare. Ricalca, infatti, l’espressione francese être ferré o anche être ferré à glace sur un sujet, che letteralmente sta per “essere ferrato a ghiaccio su un argomento”. È un linguaggio proprio dei maniscalchi e indica la ferratura dei cavalli con particolari ferri che impediscono di scivolare sul ghiaccio. Come si può sostituire, quindi, questo francesismo? In tanti modi: esser dotto in, saper tutto su, essere maestro in, essere informatissimo su, essere preparato su e in tanti altri ancora. Se vogliamo parlare e scrivere bene non diremo, per esempio, “Paolo è ferrato in storia” ma “Paolo è molto preparato in storia”. Voi, amici che seguite le nostre noterelle, regolatevi come meglio credete…

lunedì 16 aprile 2012

Sul verbo «sedere»



Sull’uso di ‘sedere’ e ‘sedersi’ riportiamo un interessante intervento del linguista Leo Pestelli.
«Sedere o sedersi? Il Tommaseo non fu mai cosí in vena come nella lettera S del suo dizionario dei sinonimi. Nel si è idea di comodità: sedere in gogna (non sedersi). “Siede in cattedra chi ci va e ci sta per insegnare con cura e fatica: non pochi vi si seggono per sdraiarsi e far dormire a scosse”. Segga, per ‘si accomodi’ è un po’ asciutto, non promette cuscino; né il sedere a certi crocchi e pranzi è un vero accomodarsi. In parlamento taluni seggono anche e soprattutto per rizzarsi (li conosciamo); alcuni (non li vogliamo conoscere) seggono per “guadagnare un posto dove sedersi a bell’agio tutta la vita”. Il grande filologo continua con questa grazia e distingue chi sta seduto, chi si sta seduto (piú agio), e chi se ne sta seduto (solo o in disparte, e in pensiero); e a far sentire l’importanza di un semplice si anche privato d’accento, ci ricorda che nelle votazioni per alzata e seduta il deputato dice di sí o di no col sedersi: col sedere, la forma semplice non sarebbe bello. E finalmente che mettere uno a sedere, maniera ancora viva per “togliergli l’ufficio che aveva”, non si dirà metterlo a sedersi, ché anzi il meschino si disagia di là dove già si sedeva».

domenica 15 aprile 2012

"Deploriamo"... deplorare

Sí, siamo consapevoli del fatto che quanto stiamo per scrivere – anche in questo caso – farà storcere la bocca a molti (se non a tutti) linguisti dell’ultim’ora. Intendiamo parlare del verbo deplorare adoperato in modo errato, vale a dire con il significato di "biasimare", "condannare" e simili: deploro (condanno) il tuo comportamento. Tutti i vocabolari, infatti, lo attestano con questo significato. Ma il suddetto verbo, è bene ricordarlo, proviene pari pari dal latino deplorare (composto con il prefisso ‘de’ e il verbo ‘plorare’), piangere, lamentarsi; è bene adoperato, quindi, nelle accezioni di ‘dolersi’, ‘compiangere’, ‘lamentarsi’ e simili: tutti deploriamo (piangiamo) la scomparsa di quella povera ragazza. È usato in modo improprio, se non errato, nel significato di ‘condannare’, ‘biasimare’, ‘rimproverare’: deploriamo il comportamento scorretto di certi giovani. Diremo, correttamente, ‘condanniamo’, ‘biasimiamo’ il comportamento…


http://www.etimo.it/?term=deplorare&find=Cerca

sabato 14 aprile 2012

Lo spedalingo


Tra le parole che vorremmo non fossero relegate nella soffitta della lingua segnaliamo il termine spedalingo. Chi è costui? vi chiederete. È un primario ospedaliero, un dirigente sanitario di un nosocomio. Il vocabolo è composto con spedale, aferesi di ospedale, piú il suffisso -ingo, di origine teutonica, indicante uno stato, un’appartenenza, una condizione, come, per esempio, casalingo.



http://193.205.158.203/Controller?E=52;101917638;&c1=350;-7;3;-21159276;212722725;&c2=129;-39;3;40;69;1;130;32;5;40;66;1;129;-39;65;-31;69;4;130;1025;5;40;75;13;130;27;3;1646876352;1545561153;&qi=&q1=spedalingo&q2=&q3=&q4=&qr=null&num=20&o=115;-38489505;-1185594668;&idV=214246;4;7;1178117743;-2013072384;&TDE=spedalingo;&TDNE=

venerdì 13 aprile 2012

La portabandiera, le portabandiere


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Paolo scrive:
Buongiorno a tutti e buon fine settimana.
Vorrei per favore un chiarimento su queste frasi:
1) Martina e Paola sono le portabandiera della squadra
2) Martina e Paola sono portabandiera della squadra
3) Le ragazze sono le portabandiera della squadra
4) Le ragazze sono portabandiera della squadra
Come si agisce in questi casi? Meglio ripetere “Le” oppure no? È grammaticalmente errato, oppure è solo una questione di stile?
Grazie come sempre, saluti Paolo

linguista scrive:
Le frasi sono tutte corrette, ma la presenza o l’assenza dell’articolo determina differenti sfumature di significato. Mentre gli esempi (1) e (3), in cui è presente l’articolo, sembrano suggerire l’idea che le ragazze siano le uniche portabandiera della squadra, le frasi (2) e (4) pongono l’accento unicamente sul ruolo svolto dal soggetto, non escludendo cioè l’idea che anche altri (Giovanna, Francesca o perfino alcuni ragazzi) svolgano la funzione di portabandiera.
Marco Maggiore
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Ci dispiace, ma dissentiamo dal linguista di Repubblica. Tutte le frasi presentano il sostantivo ‘portabandiera’ invariabile (pur riferito a un femminile). La legge grammaticale (a dispetto dei vocabolari) stabilisce che «i sostantivi composti di una forma verbale e di un nome singolare femminile restano invariati se il “risultante” è di genere maschile: lo spazzaneve, gli spazzaneve; il portabandiera, i portabandiera. Se, invece, il “risultante” è di genere femminile prende, nel plurale, la desinenza femminile: la guardaroba, le guardarobe; la portabandiera, le portabandiere». Questa regola si può trovare nel “Prontuario di pronunzia e di ortografia” di Giulio Bertoni e Francesco A. Ugolini e in altre pubblicazioni cliccando sui collegamenti in calce.

https://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22le+portabandiere%22&btnG=


http://www.borsanalisi.com/palestra/midive5.shtml

mercoledì 11 aprile 2012

Alludere e illudere


Alcune persone – può sembrare incredibile – ritengono che i verbi alludere e illudere siano l’uno sinonimo dell’altro e li adoperano, quindi, indifferentemente rendendo ciò che scrivono pressoché incomprensibile. Hanno, invece, un significato totalmente diverso. Il primo, leggiamo dal vocabolario Gabrielli in rete, vale «Accennare a qualcuno o a qualcosa senza farne espressa menzione: a chi volevi a. con quel gesto?; dicendo questo non alludo a niente e a nessuno». Il secondo, illudere, sta per «Ingannare facendo credere, sperare ciò che non è o che non può essere: lo illude con mille promesse; se non la ami, perché la illudi?». C’è, però, a nostro avviso, un motivo nascosto per cui i suddetti verbi vengono confusi, e ce lo fa ‘scoprire’ Ottorino Pianigiani cliccando sui collegamenti in calce.

http://www.etimo.it/?term=alludere&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=illudere&find=Cerca

PS.: come avete visto, entrambi i verbi provengono dal latino ludere, giocare, scherzare.

martedì 10 aprile 2012

Portare scalogna





Chi non ha mai sentito o adoperato questo modo di dire, che i giovani hanno ribattezzato “portare sfiga”? Vediamo come lo spiega Giuseppe Pittàno. «L’origine del modo di dire è alquanto incerta e dibattuta. C’è chi la fa risalire al latino calumnia (calunnia) ma la maggior parte la collegano a una specie di cipolla piccola e piccante. Occorre ricordare che Plinio cita (…) la caepa Ascalonia, la cipolla di Ascalona, da cui senz’altro deriva la nostra ‘scalogna’ o ‘scalogno’. L’Osterman (‘La vita in Friúli’) dice: “Chi tocca quest’erba sarà per quel giorno sfortunato nel giuoco; e quando a uno le conte sono contrarie, gli si dice: ‘ce scalogne c’i tu as’. A noi sembra probabile che l’origine sia da ricercarsi nel fatto che cipolla e scalogna erano il cibo dei poveri e quindi erano anche sinonimi di miseria. A questo allude anche il Cherubini nel ‘Vocabolario milamese-italiano’ in cui scalogna è resa con ‘miseria’».

lunedì 9 aprile 2012

Giudizialmente e giudiziariamente

Sí, lo sappiamo già, quanto stiamo per scrivere ci attirerà gli strali di molti linguisti, veri e improvvisati. Vogliamo parlare di un avverbio inesistente, o meglio attestato solo dal GRADIT: giudiziariamente. A nostro modo di vedere questo avverbio andrebbe adoperato in luogo di giudizialmente per tutto ciò che concerne gli atti giudiziari: quell’individuo ha ottenuto tutto ciò giudiziariamente, vale a dire per via giudiziaria. Riservando l’altro avverbio, giudizialmente, alle cose riguardanti il senno, il discernimento, la prudenza, il modo di agire: quel giovane, da quando lo conosco, si è sempre comportato giudizialmente, cioè con assennatezza. Stranamente, però, non tutti i vocabolari attestano l'unico avverbio riconosciuto ufficialmente: giudizialmente.

domenica 8 aprile 2012

Tribale? Meglio «tribuale»

UNA SERENA PASQUA A TUTTI GLI AMICI BLOGGHISTI CHE SEGUONO LE NOSTRE NOTERELLE LINGUISTICHE .

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Sappiamo benissimo che quanto stiamo per scrivere non avrà l’approvazione di molti linguisti piú autorevoli dell’estensore di queste modeste noterelle, ma non possiamo sottacere il fatto che i vocabolari abbiano attestato la voce aggettivale “tribale” in luogo di “tribuale”, l’unica, a parer nostro, corretta. Perché? Perché il termine è di provenienza latina (“tribus”). I vocabolari, però – secondo il noto proverbio per cui l’erba del vicino è sempre piú verde – preferiscono farlo derivare dall’inglese “tribal” – coniando ‘tribale’, appunto – o dal francese “tribal”. Il Sandron, per esempio, alla voce in oggetto, riporta: “della tribú, che è proprio della tribú o a essa relativo; dal francese ‘tribal’, derivato di ‘tribu’, tribú”.
Anche il linguista Giacomo Devoto, nel suo “Avviamento alla etimologia italiana”, “cade” in questo errore. La sola forma corretta è – a costo di essere tacciati di... presunzione - “tribuale”, derivando, come abbiamo visto, dal latino “tribus”. Sappiamo anche che la nostra è una “predica al vento”, e questo “vento” farà venire i... brividi ad alcuni (se non tutti) “professori della lingua”, ma non ci interessa. Da parte nostra diremo sempre e solamente “tribuale”. Chissà, un giorno...
PS: per la cronaca. Il “Treccani” in rete attesta “tribuale” ma come voce “ormai desueta”.
Il Dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani, stranamente, non registra né tribale né tribuale.

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Al barlocchio non far mai condurre il cocchio. Forse pochi conoscono questo proverbio in quanto “barlocchio” non è attestato nei comuni vocabolari. Questo sostantivo si riferisce a una persona che ha la vista debole. In senso figurato, quindi, barlocchio si dice di una persona poco affidabile. Non si affidi, per tanto, il governo di alcunché a un barlocchio.

http://books.google.it/books?id=FPVNAAAAcAAJ&pg=PA176&dq=%22barlocchio%22&hl=it&sa=X&ei=0GyBT73SM4Pk4QSe5snpBw&ved=0CGkQ6AEwCQ#v=onepage&q=%22barlocchio%22&f=false


http://www.etimo.it/?term=barlocchio&find=Cerca

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=barlocchio&searchfor=barlocchio&searching=true

sabato 7 aprile 2012

«Quisquiglia»? No, «quisquilia»






Siamo stupiti, e ci dispiace veramente, di dover constatare che uno dei piú autorevoli vocabolari della lingua italiana, il “Treccani”, attesti “quisquiglia” come variante della forma corretta “quisquilia”. Dal “Treccani” in linea: «quisquìlia (o quisquìglia) s. f. [dal lat. quisquiliae -arum, propr. «immondezza, feccia»]». Se il termine, come è bene specificato, proviene dal latino “quisquiliae”, senza la ‘L’, non capiamo come si possa giustificare quel digramma “gl”. Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, alla voce in oggetto, recita testualmente: “Non quisquiglia”. C’è da dire, però, che il Treccani non è solo, gli fanno buona compagnia lo Zingarelli e il GRADIT.

http://www.etimo.it/?term=quisquilia&find=Cerca

venerdì 6 aprile 2012

La regina delle congiunzioni





Riproponiamo un nostro articolo – di qualche anno fa – sulla congiunzione ‘che’. Questa parte invariabile del discorso ha molteplici funzioni che non tutti riescono a ‘individuare’.



Tutti i grammatici sono concordi – una volta tanto – nel definire la congiunzione “che” regina delle congiunzioni subordinanti; la ritroviamo, infatti, a introdurre quasi sempre ogni specie di proposizione subordinata. Il titolo di regina le spetta, dunque, per “diritto linguistico”. Oltre a essere una congiunzione dichiarativa – che è la sua principale funzione – la “regina” è anche congiunzione causale: si arrabbiò moltissimo ‘che’ io fossi mancato all’appuntamento; e finale: stava sempre attento ‘che’ i figli si comportassero bene; e consecutiva: il freddo è tale ‘che’ non si resiste; e comparativa: è più intelligente ‘che’ non sembri; e temporale: lo incontrai ‘che’ era inverno inoltrato.
Altre volte si può trovare davanti ad altre specie di proposizioni subordinate in compagnia di altre parole; talvolta anche fusa con queste ultime, tanto ‘che’ è appena riconoscibile: allorché (allor che), fuorché (fuor che), sennonché (se non che), poiché (poi che), ancorché (ancor che) e via dicendo. A questo proposito non siamo affatto d’accordo con alcuni scrittori “moderni” che “scopiazzano” i loro colleghi francesi che riducono al minimo l’uso delle congiunzioni: preferiscono uno stile letterario che lasci indipendenti il più possibile le proposizioni l’una dall’altra; non amano, insomma, la subordinazione. La moderna lingua d’Oltralpe preferisce dire, per esempio, “pioveva moltissimo. Da tempo non si vedeva una pioggia così abbondante” in luogo di “vien giù una pioggia ‘quale’ non si vedeva da tempo”.
Anche in casa nostra – come dicevamo – c’è la tendenza a sopprimere più che si può le congiunzioni, a imitazione dei Francesi, secondo la famosissima “legge” che stabilisce l’erba del vicino essere più verde. Certo, non si può negare il fatto – evidentissimo – che le congiunzioni appesantiscono il periodo; i periodi con pochissime congiunzioni risultano indubbiamente molto più snelli. Ma è altrettanto certo il fatto che è proprio del genio della nostra lingua – idioma gentil sonante e puro, per dirla con l’Alfieri – concatenare in modo logico le varie proposizioni del periodo e metterne bene in evidenza i rapporti finali, temporali, causali e gli altri che esistono tra questi. E questo compito è proprio delle congiunzioni. Per questo motivo condanniamo – senza appello – i moderni scrittori che privilegiano lo “stile gallico” al posto di quello “italico”.
Il nostro stile è il vero erede di quello latino, quant’altro mai complesso, organico, compatto, concatenato. Ma non basta. A infilzare una lunga teoria di proposizioni indipendenti e necessariamente brevi – a imitazione dei moderni scrittori francesi – si finisce con il ridurre il discorso – e, quindi, il nostro scritto – a una cadenza sincopata, asmatica, singhiozzata, che a lungo non può che generare pena e monotonia. Quando ci capita di leggere una paginetta di quelle “minifrasi”, ciascuna delle quali va per proprio conto, ci sembra di sentire un discorso dinoccolato, disarticolato, senza scheletro. Il discorso, insomma, di un selvaggio.
Per concludere queste noterelle riteniamo, dunque, che sia opportuno rimanere fedeli alla nostra lunga tradizione linguistica – consacrata da moltissimi “mostri” letterati – perché quando si sa maneggiare bene la penna e si fa un uso accorto delle congiunzioni i nostri scritti avranno un bell’effetto e un maggior vigore d’espressione. Attenzione però, ripetiamo, al loro uso corretto. Nella lingua parlata, per esempio, non si fa alcuna distinzione tra “ovvero” e “oppure” e si adopera l’una o l’altra congiunzione con valor disgiuntivo. Ciò è un grossolano errore: solo “oppure” è una congiunzione disgiuntiva con il significato di “o”; mentre “ovvero” è congiunzione di equivalenza (o esplicativa) e sta per “cioè”, “ossia”. Perché alcuni vocabolari non specificano la differenza che intercorre tra le due congiunzioni? o, peggio, le attestano come sinonimi?

giovedì 5 aprile 2012

I «dopopranzo» o i «dopopranzi»?


La “Garzantilinguistica.it” attesta, come si può vedere, il sostantivo ‘dopopranzo’ invariabile nella forma plurale: «dopopranzo
s. m. invar. le ore che seguono al pranzo di mezzogiorno: passare il dopopranzo in casa». No, amici, questo sostantivo si pluralizza normalmente: i dopopranzi. Segue, infatti, la regola che stabilisce la formazione del plurale dei nomi composti di una parte invariabile del discorso e di un sostantivo singolare maschile. Secondo questa norma il sostantivo assume la desinenza del plurale: il contrordine, i contrordini; il sottaceto i sottaceti, il dopopranzo, i dopopranzi. «Noi siamo tutti i dopopranzi a far visita alle monache. Ho conosciuto una certa suor Agostina che è terribile per far la crema al fico d'India. Ce ne fa mangiare anche dopo pranzo, ...» (I. Nievo). È invariabile, e preferibilmente in grafia scissa (dopo pranzo), solo quando è in funzione avverbiale: verremo a trovarvi dopo pranzo.







martedì 3 aprile 2012

La pastora


Facciamo un po’ di chiarezza sulla formazione del femminile dei nomi (o sostantivi) la cui terminazione è “-tore”; vedremo fra poco il perché di questa scelta. I sostantivi in “-tore”, dunque, generalmente indicano la professione o l’occupazione sociale: pittore, direttore, uditore, imprenditore, scrittore, lettore, governatore ecc. Questi nomi – secondo la regola generale – formano il femminile mutando la desinenza del maschile “-tore” in “-trice”: pittore, pittrice; attore, attrice; imprenditore, imprenditrice. Non mancano, come sempre, alcune eccezioni come pastore il cui femminile è ‘pastora’; tintore, ‘tintora’; avventore, ‘avventora’. Solo l’uso di un buon dizionario e la lettura costante di ottimi autori possono sciogliere i dubbi che spesso ci assalgono quando dobbiamo “femminilizzare” alcuni nomi che indicano professioni. Ci è capitato di leggere, non ricordiamo dove, una ‘fattrice’ in luogo di fattora. Forse l’errore è spiegabile con il fatto che l’articolista ha voluto applicare la regola dei nomi in “-tore” e, giustamente, il fattore è diventato ‘fattrice’, facendoci pensare, però, a una donna che fa le fatture, non alla moglie del fattore o a una donna proprietaria di una fattoria. Se costui avesse consultato un buon vocabolario non sarebbe caduto in questo ridicolo errore. La nostra lingua, amici, è piena di insidie; non bisogna mai essere sicuri di nulla e un bagno di umiltà eviterebbe a molte cosí dette grandi penne di cadere nel baratro (linguistico). Ma torniamo al femminile occupandoci dei nomi in “-sore”. Lo spunto ci viene offerto da un’altra perla giornalistica: difenditrice in luogo della forma corretta ‘difensora’. Questo sostantivo, contrariamente alla regola che stabilisce che il femminile dei sostantivi in “-sore” si ottiene mutando la desinenza del maschile in “-itrice (persuasore, ‘pesuaditrice’; recensore, ‘recensitrice’) ha il femminile, per l’appunto, in “sora”: difensora. Difenditrice è, propriamente, il femminile di difenditore, anche se non molto comune.

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Terapeuta o terapista?

Un interessante articolo di Giovanni Nencioni. Si clicchi su:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8881&ctg_id=44

lunedì 2 aprile 2012

Il «forbannuto»









Cortese dott. Raso,
nel ringraziarla sentitamente per la esauriente spiegazione circa il “tecomeco”, azzardo, timidamente, un altro quesito: spulciando in un vecchio libro, non so di quale anno, mi sono imbattuto nel termine “forbannuto”. Credo sia superfluo dirle che non ho trovato riscontro in nessun vocabolario; sa dirmi qualche cosa in proposito? La ringrazio anticipatamente e le rinnovo i miei complimenti per il suo magnifico e direi insostituibile blog.
Con viva cordialità
Costantino C.
Carbonia
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Gentile Costantino, anche in questo caso ci troviamo dinanzi a un vocabolo relegato nella soffitta della lingua e, quindi, non piú attestato nei vocabolari. Il termine in oggetto - aggettivo e sostantivo - significa ‘bandito’, ‘fuorilegge’, ‘delinquente’ e simili. Cliccando sui collegamenti in calce può vedere l’etimologia e in quali pubblicazioni è “reperibile”.



http://www.etimo.it/?term=forbannuto&find=Cerca



http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=forbannuto&searchfor=forbannuto&searching=true




https://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22forbannuto%22&btnG=

domenica 1 aprile 2012

«Tal'altro»? Giammai!






Ancora una perla dei redattori che hanno “ritoccato” il Dizionario della lingua italiana di Aldo Gabrielli. Nell’edizione in rete (non abbiamo quella cartacea), come potete vedere, apostrofano il pronome indefinito ‘tale’:
talaltro
[ta-làl-tro]
o tal'altro
pron. indef.
Qualche altro (in correlazione con talùno e con talvòlta): taluno gridava, t. taceva; talvolta inganna il tempo giocando, talaltra leggendo.

Il grande Maestro, nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”, scrive: «Tale quando si tronca in ‘tal’ (…) non richiede mai l’apostrofo dinanzi a parola che comincia con vocale: tal altro, tal amore, tal e quale, tal ira, tal orrore, tal umiliazione; errore è quindi scrivere, come invece spesso si vede, “tal’altro”, “tal’e quale” ecc». Povero Prof. Gabrielli, si starà rivoltando nella tomba.