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lunedì 31 dicembre 2012

Che scataluffo!

«Ora verrai con me dai signori Bombardini; cerca di comportarti bene - disse Piergiacomo al figlio Rossano - altrimenti quando rientreremo in casa di riempirò di scataluffi, tanti da ricordartene per tutta la vita». Scataluffo, ecco un altro vocabolo che i lessicografi hanno relegato nella soffitta della lingua. Ed è un vero peccato - a nostro avviso - perché il termine, che significa "ceffone", "schiaffo", "scapaccione" e simili è immortalato nel vocabolario degli Accademici della Crusca. Andrebbe rispolverato, dunque, e rimesso a lemma nei vocabolari che si rispettino.
Si veda questo collegamento:
https://www.google.it/#hl=it&tbo=d&output=search&sclient=psy-ab&q=scataluffo&oq=scataluffo&gs_l=hp.3...128203.131875.1.135641.10.10.0.0.0.1.1156.3734.5-2j2j1.5.0...0.0...1c.1.pdOcKdd8b7g&psj=1&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.r_qf.&bvm=bv.1355534169,d.Yms&fp=f24b5cbce348b609&bpcl=40096503&biw=1024&bih=638

domenica 30 dicembre 2012

Baldoria di Capodanno

Ci siamo. Domani è l’ultimo giorno del 2012, molti giovani stanno contando le ore che mancano all’arrivo del nuovo anno per salutarlo “scatenandosi” in una gioiosa baldoria. Ma cos’è questa baldoria? Propriamente il termine indica “allegrezza”, “felicità”, “gioia” ma soprattutto “allegria rumorosa”. Il vocabolo proviene dall’antico tedesco “bald” (ardito, fiero, coraggioso) con il quale si indicava un giovane molto fiero, coraggioso in quanto dentro di sé “ardeva”. E colui che ‘dentro’ arde è festoso, allegro, arde come il fuoco che si fa per festeggiare qualche lieto avvenimento. L’espressione “far baldoria”, ci fanno sapere le note linguistiche al «Malmantile racquistato» (un poema burlesco) indica, infatti, «un fuoco acceso in occasione di feste». In senso metaforico, quindi, tutti coloro che fanno baldoria per la ricorrenza di qualche festa non fanno altro che… “accendere un fuoco”.


http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=baldoria&searchfor=baldoria&searching=true

sabato 29 dicembre 2012

Fare un colpo gobbo

Questo modo di dire, pur avendo una sola “matrice”, ha due significati distinti: «mossa astuta e traditrice o mano fortunata nei vari giochi d’azzardo» e - questo il significato principe - «ottimo successo in campo finanziario di un’operazione che si riteneva desse risultati inferiori al previsto e nata, anche, da un caso fortuito». La locuzione ci è stata “regalata” dal linguaggio malavitoso, dove l’espressione indicava un colpo ladresco, molto rischioso, ma particolarmente redditizio. Da non confondere, a questo proposito, con l’altra espressione «dare a uno un colpo gobbo» la cui origine non ha nulla che vedere con la precedente. In questa locuzione, infatti, il “colpo gobbo” che, in senso figurato, indica un’azione che mira a colpire qualcuno in modo improvviso e, spesso, indiretto è l’equivalente di “colpo storto” lasciatoci in eredità dai duellanti di un tempo. “Storto”, nel “linguaggio duellesco”, era una finta, vale a dire un colpo apparentemente indirizzato in un punto e, poi, improvvisamente, deviato al fine di spiazzare l’avversario. Con significato affine si adopera l’espressione «fare uno scherzo da prete», cioè un qualcosa che non ci si sarebbe mai aspettato e che, quindi, si accetta poco volentieri vista la “provenienza”….

giovedì 27 dicembre 2012

Il portafoglio o il portafogli?

Secondo i vocabolari dell'uso e secondo... l'uso corrente i due termini sono uno sinonimo dell'altro, da adoperare, quindi, indifferentemente. C'è, invece, una differenza, e la spiegano il vocabolario di Aldo Gabrielli e il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia della Rai.

Gabrielli: portafogli

[por-ta-fò-gli]
A s.m. inv.
1 Custodia di pelle, stoffa o altro materiale, per conservarvi denaro, documenti personali e sim., che si porta solitamente in tasca
Avere il portafogli pieno, gonfio, vuoto, avere, non avere denari
Mettere mano al portafogli, pagare

SIN. borsello

2 Borsa o grande busta dove professionisti o politici ripongono i documenti

B anche agg. inv.

busta p.

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portafoglio
[por-ta-fò-glio]
s.m. (pl. -gli)

1 Portafogli

2 BUR Carica di ministro, ministero: il p. dell'Interno, degli Esteri, della Finanza, della Pubblica Istruzione

Ministro senza portafoglio, membro del governo che ha la carica di ministro, senza però essere a capo di nessun dicastero particolare

3 ECON Insieme delle attività e delle passività detenute da un individuo, un'azienda, un ente finanziario e sim.

Portafoglio clienti, complesso dei clienti di un agente di commercio

BANC Complesso delle cambiali scontate e conservate per le scadenze e altri titoli di credito posseduti da una banca

FINANZ Insieme dei titoli e delle azioni possedute da un operatore, sia esso un privato o un ente

Insieme delle polizze emesse da una compagnia assicurativa in una determinata data

***

DOP: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=29500&r=2749

mercoledì 26 dicembre 2012

La meronimia


Tutte le grammatiche -se non cadiamo in errore - non fanno cenno alcuno a quella parte della linguistica che va sotto il nome di "meronimia". L'argomento, invece, è interessante e andrebbe trattato. Vogliamo vedere di cosa si tratta? Clicchiamo su: http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/meronimia/

martedì 25 dicembre 2012

Buon Natale



Un sereno Natale 2012 agli amici blogghisti che ci onorano della loro attenzione

domenica 23 dicembre 2012

Colui...

Probabilmente ci attireremo gli strali di qualche linguista se sosteniamo che non è scorretto l'uso di colui (o colei) - in funzione di soggetto e di complemento - non seguito dal pronome relativo (colui che, colei che). Abbiamo l'avallo di Luciano Satta, che riporta gli esempi di autorevoli scrittori: «- Buon giorno - disse colui scappellandosi...» (Bacchelli); «... Ella ha amato a tal punto colei da poter quindi pronunciarsi» (Santucci).

sabato 22 dicembre 2012

Sei un tarpagnuolo!

«Sei proprio un tarpagnuolo! Non ti vergogni?». È un vero peccato – a nostro modesto avviso – che i vocabolaristi abbiano deciso di snobbare l’aggettivo “tarpagnuolo”, che significa ‘rozzo’, ‘volgare’, ‘goffo’, ‘zotico’ ma soprattutto ‘turlupinatore’, ‘truffatore’ e simili. Un uomo tarpagnuolo, dunque, può essere, secondo il contesto, una persona rozza o un truffatore. L’aggettivo ripudiato, per la cui etimologia rimandiamo al collegamento in calce, si trova in numerose pubblicazioni.


http://www.etimo.it/?term=tarpagnuolo&find=Cerca   

http://www.etimo.it/?cmd=id&id=18066&md=ad7b690b4516790b0a32ef177e446605

venerdì 21 dicembre 2012

Giusto fu impiccato a La Storta

Chissà quanti amici blogghisti – non sapendolo – hanno provato sulla loro pelle – in senso figurato, naturalmente – questo modo di dire (di origine romana: non sappiamo, onestamente, se il detto abbia varcato i confini dell’Urbe) che sta a significare che in questo mondo non c’è giustizia. Quanti lettori di queste noterelle, per esempio, nella loro vita lavorativa si sono visti “scavalcare” – in posti direttivi o di responsabilità – da colleghi non meritevoli? Per queste persone vale il detto sopra citato: «Giusto fu impiccato a La Storta»; per loro, infatti non c’è stata giustizia. L’espressione – come dicevamo – è nata a Roma sotto il pontificato di Sisto V. Si dice che un certo Giusto, reo di un gravissimo reato del quale sperava di rimanere impunito, mentre tranquillamente cercava di entrare nella Città Eterna, fu catturato a La Storta, alle porte della città, dalle guardie papaline e immediatamente impiccato, senza avere il tempo di mettere piede a Roma per un eventuale processo. Il popolo, venuto a conoscenza del fatto, disse che se Giusto non poté entrare nell’Urbe, un tempo culla del diritto, vuol dire che a Roma non può esserci giustizia, e coniò l’espressione citata, volendo significare, in senso lato, che la giustizia non è di questo mondo.

giovedì 20 dicembre 2012

Una punizione orbiliana

Una volta tanto siamo d’accordo sulla scelta dei lessicografi, della (quasi) totalità dei vocabolari, di aver relegato nella soffitta della lingua l’aggettivo “orbiliano”. Perché siamo d’accordo? Perché questo aggettivo ricorda i tempi in cui nelle scuole erano consentite le punizioni corporali, non degne di un Paese civile. Orbiliano, dunque, significa “manesco”, “corporale” e simili. È tratto dal nome del grammatico latino Lucio Orbilio Pupillo, precettore di Orazio. Questo maestro non si faceva scrupoli di ricorrere alla sferza sui propri alunni, per… “educarli”.


http://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Orbilio_Pupillo  

Lessico universale italiano - Volume 15 - Pagina 412


Umberto Bosco - 1968 - Visualizzazione snippet - Altre edizioni


L'uso delle punizioni corporali nella scuola, che fu proprio del grammatico latino Orbilio. orbiliano agg., non com. - Che imita o ricorda i rudi modi educativi propri del grammatico latino Orbilio: punizioni o., nella scuola, corporali, manesche.

mercoledì 19 dicembre 2012

Riffa di fine d'anno

Durante le festività natalizie, ma soprattutto di fine anno – come è consuetudine, ormai – non c’è bar o negozio di generi alimentari (ma non solo) che non organizzi per i propri clienti una grandiosa riffa mettendo in palio il meglio dei prodotti che il mercato possa offrire.


Il termine riffa è conosciutissimo; se apriamo un qualsivoglia vocabolario (anche quelli che definiamo “permissivi”) alla voce in oggetto, possiamo leggere: lotteria privata, avente per premio un oggetto di valore. Ciò che, probabilmente, molti non sanno, o meglio non conoscono, è la derivazione di questo vocabolo – tanto di attualità in questo particolare periodo – che non ha origini italiche bensí iberiche.

Riffa è, infatti, l’adattamento della voce spagnola “rifa” che significa, per l’appunto, “lotteria”. Non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese, nel corso dei secoli, è stato terra di conquista di molti popoli, tra i quali anche gli Spagnoli; è normale, quindi, che la lingua italiana abbia risentito dell’influenza del lessico di questo popolo.

La lotteria, anzi la riffa, ci richiama alla mente una locuzione, un modo di dire di uso corrente: “di riffa o di raffa”. Quante volte vi sarà capitato di dire o di sentir dire: ‘di riffa o di raffa, hai ottenuto ciò che volevi’; lo scopo è stato raggiunto in un modo o nell’altro, comunque sia; questo è, infatti il significato dell’espressione.

Per la spiegazione di questa locuzione occorre sapere che ‘riffa’ ha anche un’altra accezione: prepotenza. L’etimologia, in questo caso, non è molto chiara. Alcuni Autori fanno derivare il vocabolo dall’uso partenopeo di ‘riffa’ nel significato di “contesa”, “baruffa”. Raffa, invece, deriva dall’antico verbo “raffare”, aferesi di “arraffare” (l’aferesi – in linguistica – è la caduta di una o piú lettere all’inizio di una parola), “afferrare”, “strappare con violenza”. Di riffa o di raffa, in un modo o nell’altro, quindi – stando all’etimologia dei due termini – sempre di prepotenza.



http://www.etimo.it/?term=riffa&find=Cerca 





lunedì 17 dicembre 2012

Parole iberiche nel nostro idioma


Il nostro Paese – come si sa – è stato terra di conquista di molti popoli che hanno lasciato le loro “impronte” nel nostro idioma. Non possiamo sottacere, quindi, il fatto che gli Spagnoli, essendo stati i “padroni” di alcune nostre regioni, abbiano lasciato un segno indelebile della loro cultura e della loro lingua, ci abbiano dato, insomma i cosí detti iberismi. Vediamo, innanzi tutto, che cosa si intende con il termine “iberismo”. In linguistica si chiama cosí ogni parola o locuzione spagnola (o portoghese) entrata nell’uso comune della nostra lingua, solitamente con modificazioni della grafia e della pronuncia adeguandosi – in tal modo – ai sistemi grafici e fonetici del nostro idioma. Gli iberismi presenti nella nostra lingua si possono dividere in due gruppi: a) termini provenienti dallo spagnolo, propriamente detti “ispanismi”; b) vocaboli provenienti dal portoghese, propriamente chiamati “lusismi” (dall’antico nome del Portogallo: Lusitania). Questi ultimi, per la verità, non sono molti, al contrario degli ispanismi che entrano nell’italiano nel periodo che va dalla seconda metà del secolo XVI alla fine del XVII secolo, in coincidenza, appunto, del dominio spagnolo in Italia. Nei secoli precedenti sono poche le voci spagnole entrate nella lingua, ricordiamo “maiolica”; “infante” (nell’accezione di “principe reale”); “gala”(entrato, però, attraverso il francese) e “marrano”. La maggior parte degli iberismi, o meglio ispanismi, si ha – come abbiamo visto – con la dominazione spagnola. In questo periodo entrano nel nostro idioma termini militari come “alfiere” e “recluta” (voce derivata dal francese “recrue”, participio passato femminile del verbo “recroite”, ‘ricrescere’, “ricrescita”; come osserva il Tommaseo “accrescimento delle milizie per giunta di nuovi militi. C’è anche da dire che i puristi vorrebbero si dicesse “reclúta”, con l’accento sulla “u”, con la pronuncia piana, dunque, come la gran parte delle nostre parole); voci della moda: “alamaro”, “guardinfante”; termini marinareschi: “rotta”, “doppiare”, “nostromo”, “flotta”, “flottiglia”, “risacca”; termini vari: “buscare”, “appartamento”, “arrabattarsi”, “floscio”, “accudire”; voci “danzatorie” come “sarabanda” e “ciaccona”; termini di “comportamento sociale” come “baciamano”, “etichetta”, “creanza”, “disinvoltura”.

Dopo un periodo di stasi, in cui l’influenza spagnola sulla nostra lingua è pressoché nulla, si ha un “risveglio” nell’Ottocento in cui entrano nel nostro linguaggio vocaboli come “bolero”, “baraonda”, “caramella”, “camarilla”, “compleanno”, “corrida”, “disguido”, “guerrigliero”, “farfugliare”.

Pochi, invece, come abbiamo accennato all’inizio, i “lusismi” accolti nel nostro vocabolario in quanto i rapporti tra il nostro Paese e il Portogallo sono stati – nel corso dei secoli – quasi nulli e per lo piú indiretti; ciò spiega la “pochezza” del linguaggio italo-lusitano. Citiamo, dunque, i “lusismi” che tutti adoperiamo inconsciamente: “marmellata”, “casta”, “tolda”, “autodafé”. Il portoghese, tuttavia, come lo spagnolo, ha il “merito” di avere introdotto nella nostra lingua termini derivati dalle diverse lingue originarie dei Paesi extraeuropei che furono a lungo colonia della penisola iberica: “banana”, “bonzo”, “samba”, “pagoda”, “cavia”, “macao”, “mandarino”.



domenica 16 dicembre 2012

A giumelle

Cortese dott. Raso,
sono un suo “fan”, la seguo dal tempo del “Cannocchiale”. Le scrivo per una curiosità. Leggendo un vecchio libro mi sono imbattuto in un’espressione che non avevo mai sentito: “a giumelle”. Ho cercato nei vocabolari in mio possesso, ma non ho ricavato un ragno dal buco. Può dirmi se esiste e soprattutto che cosa significa?
Grazie e distinti saluti
Rossano P.
Cosenza

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Gentile Rossano, l’espressione esiste, anche se non comune e, di conseguenza, poco conosciuta. Significa “in abbondanza” e indica una quantità di qualcosa che può essere contenuta nel concavo di entrambe le mani accostate. Le copincollo quanto riporta, in proposito, il vocabolario Treccani in rete:

giumèlla s. f. [lat. gemĕlla (manus) «(mano) doppia», femm. dell’agg. gemellus «doppio»]. – Cavità formata dalle mani accostate insieme con le dita riunite e leggermente incurvate verso l’alto; soprattutto nella locuz. fare giumella, e meno com. fare giumelle (delle mani, delle palme): bevono facendo giumella delle palme (Carducci). Anche, quanto entra o può essere contenuto in tale cavità: una g. di riso, di farina, di fagioli, ecc. Come locuz. avv., non com., a giumelle, in abbondanza.

La locuzione si trova in molte pubblicazioni. Clicchi su: https://www.google.it/search?q=%22a+giumelle%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it  

sabato 15 dicembre 2012

Vedettero e provvedettero

Abbiamo notato – se non cadiamo in errore – che tutti i “sacri testi” consultati non menzionano il fatto che i verbi “vedere” e “provvedere” dispongono di due forme del passato remoto, riportano solo quelle piú conosciute: “vidi” e “provvidi”. No, accanto a vidi e provvidi abbiamo anche “vedetti” e “ provvedetti”. Vediamo nei dettagli:

io vidi, vedetti
tu vedesti
egli vide, vedette
noi vedemmo
voi vedeste
essi videro, vederono, vedettero


io provvidi, provvedetti
tu provvedesti
egli provvide, provvedette
noi provvedemmo
voi provvedeste
essi provvidero, provvederono, provvedettero.

Possiamo dire e scrivere, per esempio, che «quando Giovanni e Carlo vedettero lo stato di abbandono in cui versava l’appartamento provvedettero subito a ristrutturarlo». Nessuno, state tranquilli, potrà tacciarci di ignoranza linguistica.

mercoledì 12 dicembre 2012

È vietato di sostare...



Gentilissimo dott. Raso,
durante una passeggiata domenicale mi sono imbattuto in un cartello affisso a un portone “istituzionale” e che ha richiamato la mia attenzione: «È vietato di sostare davanti al portone». Io ho sempre detto e sentito “è vietato sostare”, senza la preposizione “di”. La scritta sul cartello non è, dunque, errata? O si può dire? Mi faccia capire, la prego.
Grazie e cordialità
Silvio T.
Ragusa

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Cortese amico, la scritta sul cartello è perfettamente in regola con le leggi grammaticali anche se, personalmente, preferisco omettere la preposizione “di”. La regola grammaticale stabilisce che davanti a un verbo di modo infinito, in funzione di soggetto, la preposizione “di” si può omettere o no. Dipende esclusivamente dal gusto stilistico del parlante o dello scrivente. Quindi: è vietato sostare o è vietato di sostare. Io sono per l’omissione della preposizione perché questa “sa” di francesismo.

domenica 9 dicembre 2012

Un pranzo opiparo



Un altro termine che la totalità (?) dei vocabolari ha deciso di "rinnegare": opiparo. A noi, invece, sembra elegante e lo consigliamo. Ma che cosa significa? È presto detto: sontuoso, dispendioso e simili. Il vocabolo è immortalato nel vocabolario della Crusca:

http://books.google.it/books?id=c_E9AAAAYAAJ&pg=PA462&dq=%22opiparo%22&hl=it&sa=X&ei=N5a-UNf_FKaH4ATG5oH4BA&ved=0CD0Q6AEwAw#v=onepage&q=%22opiparo%22&f=false

sabato 8 dicembre 2012

Per rilassarsi un po'...




La lingua, a volte, serve anche per rilassarsi un po'.
Si clicchi su: Strafalcioni linguistici e castronerie - YouTube

mercoledì 5 dicembre 2012

Il melofaro

È un vero peccato che buona parte dei vocabolari, se non tutti, abbiano relegato nella soffitta della lingua la voce “melofaro”. Forse perché si riferisce alle serenate, oggi non piú di moda? Il melofaro, infatti, è una sorta di faro o di fanale dove, invece dei vetri, c’è della carta sui cui sono scritte le note musicali e le parole e serviva, per l’appunto, al “serenante”.


Si vedano questi collegamenti:

http://books.google.it/books?id=QXBLAAAAYAAJ&pg=RA1-PA29&dq=%22melofaro%22&hl=it&sa=X&ei=OEG-UODNN8mGswammYCwDA&ved=0CDkQ6AEwAg#v=onepage&q=%22melofaro%22&f=false



http://books.google.it/books?id=c_E9AAAAYAAJ&pg=PA144&dq=%22melofaro%22&hl=it&sa=X&ei=bUC-UL7DNYrHsgaqtoHIDg&ved=0CEgQ6AEwBw#v=onepage&q=%22melofaro%22&f=false  



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Essere l’uscio del trenta

Non vorremmo essere tacciati di presunzione se affermiamo che molti (tutti?) lettori, pur non conoscendo questo modo di dire, lo mettono in pratica ogni qual volta la loro casa si riempie di gente e, quindi, diventa un luogo molto frequentato con un impressionante viavai di persone. L’espressione è la contrazione del detto (sconosciuto?) “essere l’uscio del trenta, chi esce e chi entra”, dove, però, quel trenta non ha nulla che vedere: è motivato da ragioni di pura assonanza. E a proposito di uscio, avete mai sentito la locuzione “trovare l’uscio di legno”? Anche se non l’avete mai sentita l’avete messa in pratica, inconsciamente, quando recandovi a far visita a una persona non l’avete trovata: avete trovato solo la porta chiusa, cioè l’uscio di… legno.





martedì 4 dicembre 2012

Gli abitanti del Qatar







Come si chiamano gli abitanti del Qatar?
Un interessante articolo di Matilde Paoli (redazione Crusca)

Si clicchi su: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/qatar-abitano-qatariani-qatarini-qatarioti

lunedì 3 dicembre 2012

Avere il baco

C’è un solo lettore di queste modeste noterelle che possa dire – onestamente – di non essere mai stato posseduto, naturalmente in senso figurato, da un baco? Se, per caso, ce ne fosse uno, mentirebbe spudoratamente: tutti nella vita, prima o poi, abbiamo avuto che fare con questo animaletto. Perché? Perché tutti ci siamo innamorati. Questo è, infatti, il significato della locuzione che avete appena letto. Dice il principe dei modi di dire, Ludovico Passarini, che «baco è lo stesso che verme, e il verme è un tremendo roditore sordo, che, lentamente sí, ma senza posa consuma le viscere del corpo in cui è nato e tiensi nascosto. Orrendi sono i danni prodotti dal verme, e il piú spesso irreparabili, perché non avvertiti a tempo. La peggiore malattia che incoglie i bambini è quella detta appunto dei bachi o dei vermi; le povere mamme lo sanno. I vermi morali poi sono i piú fieri; e che voglia che dirsi e che fare; il verme del rimorso strazia irreparabilmente. Se stesse bene prendere in burla tal pensiero, si potrebbe il rimorso chiamare il “verme solitario” dell’anima. Dal verme, dunque, che adagino adagino lavora dentro, guasta il sangue, scolorisce i be’ visini e infonde malinconia e tristezza, che non la sa chi non la prova, dico essere provenuta la metafora “avere il baco” (…) “Avere il baco di che sia” vale, quindi, figuratamente, essere innamorato, siccome spiegano i vocabolari. Significa ancora, pretenderla in qualche cosa, avere passione. Il Bellini nella “Cicalata” posta innanzi alla sua “Bucchereide” a c. 6 “dice di piú che questo vostro parente non ha altro da tacciarsi, che un piccolo difettuzzo , e questo è un po’ di baco di Poeta, e che però stasera cicalerà verseggiando” (…)».


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“Squadrati”, un articolo di Silverio Novelli

Si clicchi su: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/parole/Squadrati.html  

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"Uso" e "utilizzo"

Dal sito "Cruscate", moderato dal prof. Marco Grosso:

 So che è molto in voga, anche negli scritti del sito della Crusca, ma la parola utilizzo andrebbe limitata ai casi in cui si sfrutta qualcosa: utilizzo dell’invenduto, degli scarti di lavorazione; utilizzo di fondi, di residui attivi (esempi tratti dal Treccani). Quando si tratta di parole, abbiamo a disposizione uso e impiego.


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Il plurale di "zeta"

Sul plurale di 'zeta' i vocabolari non sono concordi.
Sabatini Coletti: http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/Z/zeta.shtml
Gabrielli: http://dizionari.repubblica.it/Italiano/Z/zeta.php
DOP: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=499&r=20547
Garzanti linguistica: http://garzantilinguistica.sapere.it/it/dizionario/it/lemma/9728b0d63782bb9c6b6b9dfb2870a6b7b06b1104
Palazzi: indeclinabile
De Mauro: indeclinabile




giovedì 29 novembre 2012

Fare una logicata

La “logicata” è un termine non attestato nei vari vocabolari dell’uso, i lettori toscani, però, dovrebbero conoscere il vocabolo essendo di uso prettamente toscano e attestato nel vocabolario di Pietro Fanfani. Ma cosa significa, esattamente? Comportarsi da imbecille; fare un’azione insensata e simili. Diamo la “parola” al Fanfani: http://books.google.it/books?id=jfENAAAAQAAJ&pg=PA534&dq=logicata&hl=it&sa=X&ei=R3C2UJKwGvPb4QTvuIHgCA&ved=       


E a proposito di imbecille, i sostantivi “imbecillità” e “imbecillaggine” pur essendo sinonimi hanno “sfumature” diverse. Ci affidiamo al vocabolario Gabrielli in rete:

imbecillità

[im-be-cil-li-tà]

s.f. inv.

1 spreg. Condizione di chi, di ciò che è sciocco, poco intelligente

‖ Azione, espressione da imbecille: quando la finirai di dire i.



imbecillaggine

[im-be-cil-làg-gi-ne]

s.f. (pl. -ni)

1 Carattere di chi, di ciò che è imbecille, sciocco, stupido







mercoledì 28 novembre 2012

Gli oratori in riunione negli oratorii

Due parole due, cortesi amici blogghisti, su un argomento che crediamo possa interessare a tutti coloro che amano scrivere (e parlare) correttamente. Abbiamo notato che il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia edito dalla ERI, edizioni RAI, alla voce o lemma ‘oratorio’ dà il plurale ‘oratori’, con una sola ‘i’, riservando quello con due ‘i’ (oratorii) all’uso prettamente letterario. Questa “scoperta” ci ha lasciato di stucco. Poiché l’argomento – come dicevamo – ci sembra della massima importanza, riteniamo sia il caso di chiarire che tutte le parole che finiscono in ‘-orio’ nella forma plurale prendono la doppia ‘i’ (a prescindere dall’uso letterario): l’oratorio, gli oratorii; il dormitorio, i dormitorii; il riformatorio, i riformatorii; l’ostensorio, gli ostensorii ecc. Osservando questa semplice “regoletta” saremo sicuri di non trovarci mai in difficoltà e, soprattutto, di non cadere in errore o creare confusione. Il plurale di oratorio, oratori (con una sola ‘i’), per esempio, potrebbe confondersi con oratori, plurale di oratore. Diremo (e scriveremo), quindi, che gli oratori hanno tenuto una riunione negli oratorii. Ancora. Il plurale di dormitorio, dormitori (con una sola ‘i’), potrebbe confondersi con il plurale di “dormitore”, voce arcaica, ma esistente. Pedanteria? Giudicate voi, amici.
Alcuni linguisti consigliano, in proposito, di segnare l'accento grafico sul plurale dei sostantivi in
 "-orio" per non confonderlo con il plurale di parole simili: direttòri (plurale di direttorio) e direttóri (plurale di direttore).



http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=33117&r=5059







lunedì 26 novembre 2012

Tener la carta bassa

Gli appassionati del gioco delle carte dovrebbero conoscere questo modo di dire, che si tira in ballo tutte le volte che qualcuno si comporta in modo tale da non lasciare trapelare minimamente le proprie intenzioni e agisce, quindi, con molta prudenza e cautela. L’espressione, in senso lato, sta a indicare anche l’imminente tradimento di qualcuno. La locuzione, dicevamo, viene – con significato letterale – dal gioco delle carte dove è estremamente importante non far vedere agli avversari il gioco che si ha in mano tenendo, per l’appunto, la carta bassa.

* * *

«L'italiano da regionale a virale»

Un articolo di Silverio Novelli

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/scritto_e_parlato/regionale.html

domenica 25 novembre 2012

È proprio teterrimo






Stupisce il constatare che un grande vocabolario di prestigio, come il Treccani, non attesti un aggettivo di uso letterario: teterrimo. È il superlativo latino "taeterrimus", da "taeter" (tetro). Significa, quindi, "orrendo", "spaventoso", "tetro", "che incute timore", "nerissimo" e simili.

venerdì 23 novembre 2012

La muridofobia



Cortese dott. Raso,
la ringrazio vivamente per la sollecita risposta circa la corretta pronuncia del presente indicativo del verbo additare. Approfitto della sua squisita e non comune disponibilità per un altro quesito. Mia moglie non vuole mai scendere in cantina perché, dice, è invasa dai topi. Esiste un termine atto a indicare la paura per i topi? I vocabolari non mi sono stati di aiuto. Confido in lei.
Grazie se anche questa volta soddisferà la mia curiosità.
Cordialmente
Luigi P.
Ferrara

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Cortese amico, ha perfettamente ragione, il termine che lei desidera conoscere non è registrato nei vocabolari (quelli in mio possesso, per lo meno). Il vocabolo, comunque, esiste: MUSOFOBIA o MURIFOBIA o MURIDOFOBIA (dal latino 'mus, muris') o SURIFOBIA, quest’ultimo termine, dal ‘sapore’ barbaro, è tratto dal francese ‘souris’.

Veda anche questo collegamento: http://www.fobie.org/Musofobia.html  

giovedì 22 novembre 2012

Io àddito o addíto (pronuncia sdrucciola o piana)?

Cortesissimo dott. Raso,
un dubbio mi assilla da molto tempo, riguarda la pronuncia corretta del verbo “additare”: io àddito o addíto (pronuncia sdrucciola o piana)? Complimenti per il suo stupendo sito dal quale c’è sempre qualcosa da imparare.
Grazie
Un cordiale saluto
Luigi P.
Ferrara
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Gentile Luigi, innanzi tutto grazie per i suoi complimenti, che spero di meritare. Quanto alla pronuncia del verbo in oggetto, che significa “indicare col dito”, quella corretta è piana, io addíto. In linea di massima, nel corso della coniugazione i verbi devono conservare la medesima accentazione dell’infinito, o, meglio ancora, del sostantivo corrispondente. Le do il collegamento al Dizionario di Ortografia e di Pronunzia.

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=83180&r=2966  



mercoledì 21 novembre 2012

«Far giacomo giacomo»






È interessante quanto scrive la Crusca sul detto “far giacomo giacomo” (le gambe fanno giacomo giacomo).


Si clicchi su: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/per-storia-detto-gambe-fanno-giacomo-giacomo  




martedì 20 novembre 2012

Dar le pere...

Chi non conosce questo modo di dire, tuttora “in vigore”, che si suole citare quando si vuol mandare via qualcuno? L’espressione, però, in senso “moderno”, si adopera soprattutto riferita a una coppia che si separa o divorzia: Giovanni e Lucia, dopo molti anni di vita in comune, hanno deciso di darsi le pere. La locuzione, ci sembra superfluo spiegarlo, allude – naturalmente in senso figurato – al fatto che con la frutta, nella fattispecie le pere, il pranzo è terminato e gli ospiti possono essere congedati. E a proposito di pera, come non ricordare le espressioni “ragionamenti a pera” e “avere in testa una pera”? Anche qui la spiegazione e il significato delle predette locuzioni sono… ‘lapalissiani’: la pera, tra i vari frutti, presenta una maggiore varietà di forma, ma sarebbe meglio dire irregolarità e, quindi, in senso figurato, si adopera per indicare qualcosa di deforme, di sbilenco, di conseguenza irregolare nella forma e, per estensione, qualcosa di insensato di illogico. Di qui le espressioni sopra citate, appunto; quindi le locuzioni “a pera”…


lunedì 19 novembre 2012

Qualsiasi...

Due parole, due, sull’indefinito “qualsiasi”, adoperato, molto spesso, in modo errato. Per il suo uso corretto, ci affidiamo al linguista Giuseppe Pittàno.


«L’indefinito ‘qualsiasi’ (da qual + siasi = quale che sia) è solo aggettivo singolare invariabile e significa ‘qualunque’. Può precedere o seguire il nome: un ‘qualsiasi’ libro, una casa ‘qualsiasi’. Abbastanza usata in Toscana è la forma ‘qualsia’. Rare e antiquate le forme al plurale ‘qualsiansi’ e ‘qualsisiano’. I grammatici non accettano ancora l’uso di ‘qualsiasi’ come aggettivo relativo indefinito seguito da un verbo al congiuntivo o all’indicativo, uso però ormai largamente diffuso nel parlare quotidiano: ‘qualsiasi cosa tu dica, lui la crede’. È preferibile: ‘qualunque cosa tu dica, lui ci crede’».



domenica 18 novembre 2012

Patito e passionista

Riteniamo interessante riportare quanto scrive il linguista Luciano Satta a proposito di “patito” che - secondo i comuni vocabolari - significa ‘fanatico’, ‘appassionato’, ‘maniaco’ e simili.


«Per ‘appassionato’, ‘maniaco’, secondo noi questa parola va bene, anche perché è italiana. Si dica pure, dunque, “patito del calcio, di un’attrice, del ballo” e cosí via; che è fra l’altro ottima toppa invece degli stranieri ‘fan’ e ‘aficionado’. Ma per carità si faccia a meno, in questi significati, di ‘passionista’, come purtroppo si ode spesso in bocca toscana (noi abbiamo letto un “passionista” su un giornale; il giornalista, forse, era toscano? Ndr). Passionisti sono i frati di San Paolo di Ovada, che portano appesa al collo la croce della Passione; cosicché dire “passionista dei fumetti” farebbe pensare che una ventata di frivolezza abbia pervaso quegli austeri religiosi».



sabato 17 novembre 2012

È proprio uno squarquoio

Forse pochi conoscono l'aggettivo "squarquoio", registrato come toscanismo nei vari dizionari e che significa 'decrepito', 'molto vecchio', 'cascante', quindi 'rammollito', 'rimbambito'. Secondo il Treccani è di incerta etimologia. Possiamo, infatti, leggere: «squarquòio agg. [etimo incerto], tosc. – Decrepito, cascante: un vecchio s., una vecchia s.; carnefice s. (D’Annunzio, con riferimento a Francesco Giuseppe); estens.: gioventù s. (Giusti), invecchiata prima del tempo, infrollita, rammollita. Raro con riferimento a cose, a oggetti: di fianco al finestrone di destra un banco s. (Cicognani)». Per il Pianigiani, invece, potrebbe avere varie origini:

L'aggettivo ci piace e lo consigliamo.

venerdì 16 novembre 2012

«Non ci piove!»




Gentilissimo dott. Raso,
nel suo impareggiabile e inimitabile “blog” lei tratta, di tanto in tanto, oltre alle questioni prettamente ortosintatticogrammaticali, il ‘perché’ dei modi di dire. Le scrivo proprio per conoscere l’origine di uno di questi. Perché si dice “non ci piove!”, che credo sia di tradizione popolare, quando si vuole esprimere la certezza di un determinato avvenimento, un dato di fatto incontrovertibile e simili? La pioggia cosa ha a che fare con la locuzione suddetta?
La ringrazio anticipatamente della sua risposta che, spero, vorrà darmi.
Un deferente ossequio
Emanuele S.
Barletta

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Cortese Emanuele, l’espressione, proprio perché di tradizione popolare, ha un’origine che si perde nella notte dei tempi. Nessuno studioso dei modi di dire – che io sappia – è riuscito a trovare una spiegazione del “perché si dice”. Posso azzardarne una mia, strettamente personale. Quando siamo certi di quello che affermiamo adoperiamo quest’esclamazione (non ci piove!) per mettere in evidenza il fatto che la nostra tesi è talmente chiara, limpida che non può essere raggiunta da una pioggia di critiche o contestazioni. In senso figurato, per tanto, le nostre considerazioni sono al riparo dalla “pioggia di critiche” e dalla “pioggia di polemiche”. Su questo, gentile amico, non ci piove…

giovedì 15 novembre 2012

Far gabole

Il modo di dire che avete appena letto - con molta probabilità  - è sconosciuto ai piú, ma non per questo non adoperato o relegato nella soffitta della lingua. Tutti, invece, prima o poi, abbiamo avuto modo di conoscere i “gabolieri”, vale a dire le persone che mettono in atto la locuzione, che significa ‘tessere imbrogli’, 'trafficare in operazioni complicate e poco pulite'. L’espressione si rifà alla voce longobarda ‘gabola’ (trappola). Colui che fa una gabola, quindi, in senso figurato, prepara una ‘trappola’ in cui far cadere la persona poco avveduta. Il ‘gaboliere’, insomma, con il suo modo di fare imbroglia le persone e da qui è nato anche l’altro modo di dire, “raccontar gabole”, cioè frottole, dare a intendere cose non vere o inverosimili. Allora, amici blogghisti, ora che avete appreso il significato di questa locuzione, fate mente locale, come usa dire, e vedrete in quanti ‘gabolieri’ vi siete imbattuti nel corso della vostra vita.

martedì 13 novembre 2012

Quando "-aggine" e quando "-agine"?

Molto spesso, nello scrivere, si resta perplessi sulla grafia delle parole che finiscono in “gine”: una o due “g”? Perché, per esempio, abbiamo “voragine” (una ‘g’) e “stupidaggine” (due ‘g’)? Per dissipare una volta per tutte questo genere di dubbio si può ricorrere a una “regola empirica” – contraddetta, però, da alcune eccezioni; queste non mancano mai – secondo la quale prendono la doppia ‘g’ (aggine) i vocaboli che, privati della desinenza 
 "-aggine" o "-agine", danno vita a una parola di senso compiuto: buffonaggine (buffona); stupidaggine (stupida); testardaggine (testarda). Si avrà, invece, una sola ‘g’ (agine) quando tolta la desinenza al vocabolo in esame resta un termine privo di senso compiuto: voragine; indagine; cartilagine. Se, infatti, togliamo la desinenza (aggine o agine) alle parole sopra elencate otteniamo dei vocaboli che non hanno alcun senso: imm(agine); vor(agine); ind(agine); cartil(agine). Ecco, però, subito una prima eccezione: Cartagine.   

domenica 11 novembre 2012

Un sito "scioglidubbi"






Segnaliamo un sito che - a nostro avviso - è utile per dissipare dubbi che spesso assalgono anche chi non è sprovveduto in fatto di lingua:

 http://www.grammaticaitaliana.net/l-ortografia/l-elisione-e-l-apostrofo.html

sabato 10 novembre 2012

Aspettare il panierino dal piano di sopra

Si adopera il modo di dire che avete appena letto – ovviamente in senso figurato e quasi sempre spregiativo – nei confronti di una persona che non fa nulla per risolvere i propri problemi, aspettando un intervento “esterno”. La locuzione richiama l’immagine del paniere con i viveri che qualcuno, con una fune, cala a un bisognoso che abita al piano sottostante.


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Gentilissimo dott. Raso,
mi vergogno, ma devo approfittare della sua non comune disponibilità. Mi figlio non riesce a capire quando deve usare “bei”, “belli” e “begli”. È stato rimbrottato dall’insegnante perché in un componimento ha scritto “i miei bei anni dell’infanzia”. Avrebbe dovuto scrivere, naturalmente, “begli anni”. Può aiutarmi a far capire a mio figlio quando deve adoperare l’una o l’altra forma?
Grazie di cuore
Marzio C.
Verbania

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Cortese Marzio, spero di esserle d’aiuto. Dunque. L’aggettivo bello ha forme simili a quelle corrispondenti dell’articolo determinativo (il, lo): bel libro (il libro, i libri), bei libri; bello zaino (lo zaino, gli zaini) begli zaini; bell’anno (l’anno, gli anni), begli anni.

venerdì 9 novembre 2012

L'analisi logica






Segnaliamo un sito utile per "districarsi" nella giungla dei vari complementi:

www.analisilogica.it

giovedì 8 novembre 2012

Fare (o ricevere) una ramanzina

Cortese dott. Raso,
la ringrazio di cuore per la sua puntuale ed esauriente risposta circa la locuzione “far venire i bordoni”. Da lei, mi ripeto, c’è sempre da imparare. Ho un altro quesito. Perché quando si rimprovera qualcuno si dice “fare una ramanzina”? Cos’è, insomma, questa “ramanzina”?
Grazie in anticipo se anche questa volta mi risponderà.
Marzio C.
Verbania

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Il motivo, gentile amico, è semplicissimo. “Ramanzina” sta per ‘romanzina’, tratta, ovviamente, da romanzo, che i nostri padri storpiarono in “ramanzo”. Il romanzo, come si sa, è un “racconto esteso” che, molte volte, per la sua lungaggine viene detto ‘rabbuffo’, soprattutto se noioso. La ramanzina, quindi, è un rimprovero ‘piccolo’ ma lungo come un romanzo.

http://www.etimo.it/?term=ramanzina&find=Cerca

martedì 6 novembre 2012

Tenere bordone

Esimio dott. Raso,
seguo da lungo tempo le sue magistrali “noterelle” sul corretto uso della lingua italiana. Da lei c’è sempre qualcosa da imparare. Le scrivo per un quesito non prettamente grammaticale. Perché si dice “tenere bordone” per dire di assecondare qualcuno in qualche cosa? Cos’è, insomma, questo bordone? La ringrazio anticipatamente e resto in attesa di una sua cortese risposta.
Marzio C.
Verbania

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Cortese Marzio, il modo di dire è un prestito del linguaggio musicale: ‘bordone’ è il nome di una canna di cornamusa (e degli strumenti a fiato, in genere) che emette un solo suono e fa da ‘accompagnamento’ alla melodia eseguita dalle altre canne. La persona che tiene bordone, quindi, in senso figurato, ‘accompagna’ un’altra persona in una discussione e simili. Si adopera soprattutto nei confronti di una persona che asseconda qualcuno impegnato in un’attività su cui è implicito un giudizio poco lusinghiero.

http://www.etimo.it/?term=bordone&find=Cerca  

lunedì 5 novembre 2012

Successo e succeduto

Probabilmente non tutti concorderanno su quanto stiamo per scrivere. Vogliamo spendere due parole su un verbo che ha due participi passati e due forme della terza persona singolare del passato remoto (che, però, non tutti i cosí detti sacri testi menzionano). Alludiamo al verbo “succedere”. Questo, dunque, ha due participi passati: ‘successo’ e ‘succeduto’; e due terze persone singolari del passato remoto: ‘successe’ e ‘succedette’. Alcuni non fanno distinzione… alcuna sull’uso dei participi e delle due forme del passato remoto. In buona lingua si preferisce ‘succeduto’ e ‘succedette’ quando il verbo assume il significato di “subentrare a qualcuno” e simili: Giovanni Paolo I succedette a Paolo VI; si avranno ‘successo’ e ‘successe’ allorché il verbo in questione sta per ‘accadere’, ‘avvenire’: Giovanni non ricorda piú cosa successe nel 1968.

sabato 3 novembre 2012

«Campagna elettorale»

Fra qualche mese i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per “rinnovare” la Camera dei deputati e il Senato della repubblica. Saremo, per tanto, in piena campagna elettorale. Non vogliamo, da questo portale, fare propaganda per questo o quel partito; vogliamo solamente vedere, sotto il profilo linguistico, come è nata e che cosa è esattamente la “campagna elettorale”. Dobbiamo prendere  il discorso alla lontana. Vediamo, innanzi tutto, che cosa è la campagna in senso lato. È – come recitano i vocabolari – un’ampia distesa di terreno aperto e pianeggiante, coltivato o coltivabile, lontano dai grossi centri abitati. Il termine viene, come il solito, dal latino “campania(m)”, tratto da “campus” (campo), di origine non chiara. Bene. Ma che cosa c’entra l’agricoltura con le elezioni, cioè con la “campagna elettorale”?  È presto detto. Dal significato di campagna come “terreno che può essere coltivato” nascono le espressioni “campagna bacologica”, “campagna granifera”, dove  con il termine campagna si intende il “periodo in cui si svolge un’attività agricola”. Di qui, è intuitivo, la locuzione campagna elettorale, cioè “periodo atto allo svolgimento della propaganda elettorale”. Infine, e concludiamo queste modeste noterelle, con un’ulteriore evoluzione semantica sono state coniate le espressioni “campagna stampa”, “campagna abbonamenti”, “campagna tesseramento” e via dicendo, dove con “campagna” si intende, appunto, “periodo atto a…”. Dal campo, cioè dalla campagna, viene anche l’espressione “campagna militare”, vale a dire “ciclo di operazioni militari”, “spedizione militare” in quanto la campagna aperta era zona adattissima alle battaglie.


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Allerta e all’erta. Si pluralizza?

Si clicchi su:
 http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=9058&ctg_id=44

venerdì 2 novembre 2012

Scartare...

Gentilissimo dott. Raso,
la ringrazio veramente di cuore per la sua esaustiva risposta circa l’uso del participio passato “cociuto”. C’è sempre da imparare. Grazie ancora. Approfitto della sua non comune squisitezza per un altro quesito. Il verbo scartare significa, come si sa, “togliere la carta”, “togliere l’involucro” e simili. Si usa anche nel significato di “allontanare”, “mettere da parte”, “ricusare”, “accantonare”. In queste ultime accezioni cosa ha a che vedere la carta con il verbo in questione?
Grazie in anticipo e molte cordialità.
Eugenio T.
Savona

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Cortese amico, grazie, innanzi tutto, delle sue belle parole. Scartare nell’accezione di accantonare e simili sembra provenga dal gioco delle carte. Preferisco, però, che le “risponda” il linguista Ottorino Pianigiani. Clicchi su:
 http://www.etimo.it/?term=scartare&find=Cerca



giovedì 1 novembre 2012

Cotto e... cociuto




Cortese dott. Raso,
mi rivolgo a lei per un quesito che non ha trovato risposta nei vocabolari che ho consultato. Un mio amico mi ha detto che il verbo cuocere ha due participi passati, “cotto” e “cociuto”. Il secondo, le confesso, mi lascia molto perplesso perché non l’ho mai sentito. Si può dire, per esempio, che i fagioli vanno cociuti assieme alla pasta? I vocabolari in mio possesso, ripeto, non mi sono stati d’aiuto. Confido in lei, se vorrà rispondermi.
Grazie e cordiali saluti
Eugenio T.
Savona
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Gentile Eugenio, no, i fagioli vanno cotti, non “cociuti”. Il suo amico, comunque, ha ragione, il verbo in questione ha due participi passati, cotto e cociuto, appunto. Non si adoperano, però, indifferentemente. Il primo, cotto, si usa in senso proprio: il sugo è cotto. Il secondo, cociuto, si adopera in senso figurato e intransitivamente con il significato di “rincresciuto”, “indispettito” e simili: il tuo comportamento, caro Pasquale, mi è molto cociuto, cioè mi ha indispettito. E sempre a proposito di cuocere, è interessante notare che fino a qualche secolo fa la grafia “corretta” era con la “q”: quocere, come si evince dal vocabolario dell’Accademia della Crusca e da altre pubblicazioni. Si clicchi su:
https://www.google.it/search?q=%22quocere%22&btnG=Cerca+nei+libri&tbm=bks&tbo=1&hl=it

martedì 30 ottobre 2012

Avere l'anello di Gige

Siamo sicuri che – nonostante questa locuzione sia pressoché sconosciuta ai piú – moltissimi amici blogghisti avranno avuto occasione di conoscere e, forse, di frequentare, loro malgrado, delle persone in possesso, appunto, dell’anello di Gige. Quest’espressione si riferisce a persone che sono maestre nell’arte di scomparire quando, al contrario, la loro presenza è indispensabile, soprattutto di fronte a una situazione spiacevole. Donde viene questo modo di dire? Secondo una leggenda narrata da Platone, Gige, ricchissimo re della Lidia (secolo VII a.C.), possedeva un bellissimo anello di ottone che gli consentiva di rendersi invisibile ogni qual volta che lo ritenesse opportuno (per ‘controllare’, senza esser visto, l’operato dei suoi collaboratori, ndr). Si usa, quindi, questa locuzione, a proposito di persone che sembrano avere la stessa prodigiosa facoltà di scomparire di fronte a situazioni ‘scabrose’: Giovanni ha l’anello di Gige; se n’è andato, è  ‘scomparso’ per non trovarsi invischiato in quella faccenda.

lunedì 29 ottobre 2012

Il capestro

Abbiamo notato che alcuni dizionari classificano il sostantivo  “capestro” tra i vocaboli di etimologia incerta, pur provenendo dal  latino ‘capistrum’. Noi,  modestamente,  cercheremo di  “provare” che si tratta di un sostantivo deverbale proveniente dal verbo latino ‘capere’(prendere). Da questo verbo   con il trascorrere del tempo  – è nato, sempre in latino, un altro verbo, intensivo di  ‘capere’ e passato pari pari in italiano, “captare” e vale, letteralmente, “prendere con astuzia, con forza, con accortezza”. Torniamo, ora, al capestro, cioè alla “fune per animali”. Quando mettiamo il capestro attorno al collo degli animali non li prendiamo con la forza o con l’astuzia? O quando si condanna al capestro un uomo, non si usa, forse, la forza? E uno scapestrato chi è, se non un individuo “senza capestro”, cioè una persona che conduce una vita sfrenata, disordinata, priva di regole perché la sua mente non è “atta a prendere e, quindi, a contenere le idee”?  Ma non finisce qui. Se non abbiamo preso una topica, con ‘capestro’ si intende anche un abito femminile scollato. E qui attendiamo eventuali  smentite dalle gentili blogghiste.

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Navigando nella Rete ci siamo imbattuti in questi divertenti strafalcioni grammaticali, ve li proponiamo. Cliccate su:

http://chiacchierona79.blogspot.it/2009/10/una-serie-di-irresistibili-strafalcioni.html

domenica 28 ottobre 2012

Il soldo e il soldato

Forse non tutti sanno che c’è una “parentela etimologica” tra il soldo e il soldato. Vogliamo vederla? Anzi, scoprirla? Cominciamo dal soldo, che è una moneta – ormai scomparsa dalla circolazione – di basso valore: la ventesima parte di una lira (prima dell’avvento dell’euro). Il suo valore, dunque, era talmente infimo che noi,  per mettere in risalto il fatto che una determinata cosa non vale assolutamente nulla diciamo, infatti, che “non vale un… soldo”. In origine, però, non era affatto cosí: il termine soldo indicava una moneta pesantissima e,  per tanto,  di ‘immenso’ valore.  Si pensi ai Romani, che chiamavano “nummus aureus solidus”  o, semplicemente, “solidus” , la moneta (‘nummus’) di oro massiccio. Il termine, dunque, ha cambiato di significato (si fa per dire) per il mutare dei costumi e delle condizioni storiche in cui vivono i parlanti: la perdita di valore della moneta ha tolto valore anche al suo nome. Questa premessa sul soldo per vedere, appunto, la parentela con il soldato. Occorre, però, tornare indietro nel tempo in cui gli eserciti erano formati dai cosí detti mercenari, vale a dire da gente che si metteva a disposizione, o meglio al servizio, di un signore o di uno Stato ricevendone un compenso. Questo compenso era chiamato ‘soldo’ (perché consisteva in moneta, ‘solidus’) e coloro che lo percepivano erano chiamati “assoldati”, vale a dire arrolati per guadagnarsi il ‘soldo’. Da assoldato –  per il solito processo linguistico –  è venuto il “soldato”, termine che si è conservato anche ora che i soldati non sono piú mercenari. E a proposito di mercenari, il vocabolo non vi dice nulla? Analizziamolo assieme: dal latino “mercenarius”, derivato di ‘mercedem’ (mercede, paga). Il mercenario, quindi, è «colui che serve gli altri per mercede». Il vocabolo era molto “in voga” alla fine del Medio Evo e nel Rinascimento in quanto designava, appunto, le truppe mercenarie, che servivano chi piú pagava, combattendo senza passione e senza ‘fede’ (politica).