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giovedì 29 settembre 2011

«Fine anno», «fine settimana» ecc. Maschili o femminili?










Le locuzioni "fine anno", "fine settimana", "fine mese" ecc. a quale "sesso" appartengono? Ecco un articolo chiarificatore della redazione consulenza linguistica della «Crusca»:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8654&ctg_id=93

martedì 27 settembre 2011

I «coprifuoco» o i «coprifuochi»?



Stupisce il constatare che il sito “Garzantilinguistica.it” classifichi il sostantivo “coprifuoco” tra i nomi invariabili. Leggiamo, infatti, «pop. coprifoco , s. m. invar. obbligo di ritirarsi in casa a un'ora stabilita, imposto ai cittadini per motivi d'ordine pubblico nel medioevo, il segnale che a una determinata ora della sera imponeva di spegnere fuochi o lumi a fiamma libera per evitare incendi notturni».
No, questo sostantivo si pluralizza normalmente come tutti i nomi composti con una voce verbale e un sostantivo maschile singolare: il passaporto, i passaporti; il parafango, i parafanghi; il coprifuoco, i… coprifuochi.

lunedì 26 settembre 2011

«Andare dal letto al lettuccio»



Forse pochi conoscono questo modo di dire, riferito a una persona malaticcia, a chi accusa sempre qualche malessere, ma soprattutto, in senso lato, alle persone pigre e sfaticate. Il “lettuccio” fa riferimento al divano, la locuzione, quindi, allude ironicamente alla… “fatica” di doversi alzare dal letto per stendersi sul divano.

sabato 24 settembre 2011

C'è il «mózzo» e il... «mòzzo»


Forse non tutti sanno che il vocabolo “mozzo” cambia completamente di significato a seconda della pronuncia aperta o chiusa della “o” e della “z”, aspra o dolce. Il mózzo, con la “o chiusa” e la “z aspra” indica il ragazzo che in una nave mercantile svolge servizi di “garzoneria” in attesa di diventare marinaio; con la “o” aperta e la “z” dolce (mòzzo”) designa, invece, come riporta il De Agostini: 1 (la) parte centrale di un organo rotante, in genere di forma cilindrica, avente la funzione di accoppiare l'organo stesso al suo asse; 2 (il) pezzo di legno massiccio in cui è incassata la corona della campana.

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=42605&r=15492

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=42606&r=15492

venerdì 23 settembre 2011

Digitale & analogico


Questi due aggettivi, pur esistendo da tempo, hanno conosciuto gli onori della cronaca solo oggi, nell’era informatica. Ci affidiamo alla penna di Enzo La Stella.

Due aggettivi che esistono da tempo, ma il cui significato principale è stato completamente stravolto dal progresso tecnologico e dalla pedissequa imitazione dell’inglese (ahinoi!, povera lingua nostra, ndr). È facile capire che il primo è in qualche modo legato al latino “digitus”, dito, da cui le impronte digitali, ma solo se sappiamo che in inglese “digit” indica la cifra, il numero, capiremo perché si chiami digitale l’orologio in cui una finestrella indica il tempo con il susseguirsi, a scatti rapidissimi, di numeri (ora, minuti primi, secondi). Gli orologi tradizionali sono detti “analogici” perché il movimento delle lancette è proporzionale (“analogo” in greco) allo scorrere del tempo, e non a scatti. A proposito di dita, ricordiamo che il vocabolo greco “dàctylos” è all’origine di dattiloscopia e “dattilografia”, oltre che di “dattero”, frutto di terra o di mare che ricorda la forma di una falange.

* * *

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Federica scrive:
22 settembre 2011 alle 12:27
Cari colleghi,
devo preparare il biglietto da visita per l’azienda per cui lavoro e, nell’indecisione se mettere o no il titolo da laureata (è forse un eccesso di presunzione o un traguardo duramente conquistato?) mi chiedevo se fosse più corretto Dott.ssa o Dr.ssa (non sono medico chirurgo ovviamente).
Grazie.

linguista scrive:
22 settembre 2011 alle 12:40
Le abbreviazioni per ‘dottore’ (persona laureata, in qualsiasi disciplina) sono Dott. e Dr., quest’ultimo derivatoci dall’inglese. Per ‘dottoressa’ si usa Dott.ssa.
Anna Colia
-----------------
L’abbreviazione dr (che si scrive senza punto finale) non ci risulta essere di provenienza inglese ( “errore” in cui cadono in molti) ma... latina. È, infatti, la forma "sincopata" del latino doctor. La sincope, forse è utile ricordarlo, è la caduta di una o piú lettere nel corpo di una parola. Da doctor, dunque, sono cadute le lettere centrali "octo" ed è rimasto solo il segno dr che non va assolutamente con il punto finale perché non è un "troncamento": dr Pasquale.
Dott. (con il punto finale) Pasquale. Il punto finale indica, infatti, la caduta delle ultime lettere. Per quanto attiene al femminile si può abbreviare anche in dr.ssa. Oggi si tende, però, ad adoperare l’abbreviazione “dott.” tanto per il maschile quanto per il femminile: Dott. Fabio Brambilla; Dott. Lucia Brambilla.

giovedì 22 settembre 2011

Contemplare...


Ancora un verbo della nostra bella e amata lingua adoperato, molto spesso, impropriamente (per non dire in modo errato): contemplare. Il verbo in oggetto significa “osservare attentamente e a lungo”, soprattutto con ammirazione, stupore, reverenza, piacere, devozione e simili: contemplare le stelle, contemplare un tramonto, contemplare un quadro, contemplare un monumento. Molti , invece, gli danno un significato che non gli “compete”, lo adoperano, cioè, con l’accezione di “considerare”, prevedere”, “stabilire”, “specificare”, “comminare”. Sulla stampa si leggono, spesse volte, frasi tipo: «per questo reato la legge contempla dai due ai cinque anni di reclusione»; oppure: «questa spesa non era contemplata nel bilancio familiare». Secondo voi gli anni di reclusione si “contemplano”; le spese familiari si “contemplano”? In questi casi (e in quelli similari) chi ama il bel parlare e il bello scrivere adopererà i verbi che fanno alla bisogna: comminare e prevedere. I vocabolari, però… Voi, amici che ci seguite, regolatevi secondo la vostra “coscienza linguistica”.

http://www.etimo.it/?term=contemplare&find=Cerca

martedì 20 settembre 2011

Il "famigerato" ma però


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
Ma, però...!?!
Ciao a tutti, ho un problema: se non ricordo "ma però" lo si può dire ma non lo si può scrivere, giusto? Grazie mille e buon lavoro ;-)
(Firma)
Risposta della titolare della rubrica di lingua:
De Rienzo
Sì, giusto. Sarebbe meglio anche evitare di dirlo, perché alla fine scappa di scriverlo (consiglio pratico).
---------------------
No, non è affatto giusto. Si può dire e scrivere benissimo. E chi lo sostiene? Non certo il titolare di questo portale, ma un grande linguista, Aldo Gabrielli:
Ma però si può dire, o è un errore? È un problemino vecchio, un problemino di sempre; se ne parlava un secolo fa, se ne parlerà tra cent’anni. Ma però non è un errore, come molti credono, e non è neppure una inutile ripetizione. È una semplice locuzione avverbiale rafforzata, come per esempio ‘ma invece’,’ mentre invece’,’ ma tuttavia’,’ ma nondimeno’,’ ma pure’. Come mai nessuno se la prende con queste e tutti se la prendono con ma però? Mah!
Se volete difendere un vostro ma però, citate Dante: verso 143 del XXII canto dell’Inferno: “...ma però di levarsi era neente” (traduzione: “...ma però era loro impossibile sollevarsi...”). Vi basta?

* * *
Per ridere un po’…

Guardate come coniuga il verbo “stordire” il coniugatore della “Scuola Elettrica”. Digitate il verbo in oggetto dopo esservi collegati a: http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.php


* * *

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
paola scrive:
20 settembre 2011 alle 09:15
In analisi logica:
ho problemi sul lavoro
sul lavoro: stato in luogo o compl di argomento?
Grazie

linguista scrive:
20 settembre 2011 alle 09:30
Io lo considererei più come luogo fisico, il luogo in cui il soggetto in questione svolge la propria attività lavorativa (e si tratterà allora di un complemento di stato in luogo: “ho problemi sul [posto di] lavoro”).
In un enunciato quale “ho problemi riguardanti il lavoro” avremmo invece più chiaramente un complemento di argomento. Comunque la distinzione è sottile.

Alessandro Aresti
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A nostro avviso è piú un complemento di limitazione: ho problemi (limitatamente) sul (posto di) lavoro.

Siamo convinti, infatti, che ci troviamo davanti a un complemento di limitazione, che indica "il limite entro cui deve restringersi l'azione del verbo": ho problemi agli orecchi.
L'azione del verbo si "restringe", si "limita" agli orecchi (ho problemi solo agli orecchi).
Agli orecchi sarebbe un complemento di stato in luogo? Non crediamo.
Ho problemi sul lavoro, vale a dire solo sul lavoro.

lunedì 19 settembre 2011

«Essere uom da sarti»


L’altro ieri abbiamo rispolverato un sostantivo relegato nella soffitta della lingua: cacacciano. Oggi rispolveriamo un modo di dire che lo richiama: «Essere uomo da sarti», vale a dire essere un uomo da nulla. Il “perché” dell’espressione l’apprendiamo – come sempre – dal principe dei modi di dire, Ludovico Passarini.
«Oggi volgarmente si suol dire a un uomo da nulla, “egli è un pezzo di legno”. Una volta dicevasi “esser uom da sarti”, perché questi costumavano tenere nelle loro botteghe una figura di legno, che serviva loro per provare le vesti, come i parrucchieri tengono tuttora certi busti e teste di legno per acconciarvi i parrucchini (…)».



* * *

Da "Treccani.it" un'interessantissima disquisizione su: diminutivi, vezzeggiativi e accrescitivi.
Si clicchi su:
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/domande_e_risposte/grammatica/grammatica_278.html

domenica 18 settembre 2011

"In ottemperamento a...?




Copincolliamo un articolo della redazione consulenza linguistica della "Crusca".

In ottemperamento alla lingua italiana

Come ha opportunamente precisato la nostra lettrice, il suo quesito riguarda un termine proprio del linguaggio giuridico e burocratico che, come è noto, è caratterizzato da parole difficili, forme perifrastiche e parole lunghe (documentazione per documento, modalità per modo, nominativo per nome). È il caso di ottemperamento, che non è registrato dai dizionari della lingua italiana, ma risulta attestato, seppur sporadicamente, in testi amministrativi, articoli di giornale, pubblicazioni settoriali e perfino in rete.

Il sostantivo ottemperamento si è formato a partire dal verbo ottemperare che significa ‘obbedire a una legge, a una prescrizione, a una norma, a una richiesta’. Deriva dalla voce dotta latina obtemperare ‘moderarsi davanti a’ che è composta da ob- ‘davanti, verso’ e temperare ‘temperare, mitigare, moderare’. Dallo stesso verbo si sono formati l’aggettivo ottemperante, l’avverbio di uso raro ottemperantemente e il sostantivo ottemperanza che è attestato fin dal XVII secolo e che, nel linguaggio burocratico, indica la “conformità alle disposizioni, alle norme vigenti”. Il sostantivo è diffuso specialmente nella locuzione preposizionalein ottemperanza a ‘in osservanza a’ (es. “in ottemperanza alla direttiva ministeriale invio la richiesta documentazione”); nella formula giuridica giudizio di ottemperanza, esso indica un tipo particolare di giudizio, quello “svolto davanti al giudice amministrativo allo scopo di ottenere che la pubblica amministrazione adempia agli obblighi che le derivano, per un determinato caso, dal precedente giudicato di un tribunale civile o amministrativo” (GRADIT).

Ottemperanza e il più recente ottemperamento sono entrambi nomi derivati dall’infinito ottemperare rispettivamente con i suffissi nominali deverbali -anza e -mento: il primo continua il latino -ăntia e indica una nozione astratta (abbondare > abbondanza), il secondo continua il latino -mĕ ntum e generalmente indica un’azione e il risultato che ne consegue (pagare > pagamento). Per capire meglio la sfumatura di significato veicolata dai diversi suffissi basta pensare alle coppie mancanza ‘l’assenza di qualcosa’ e mancamento ‘l’atto di venir meno, cioè uno svenimento’ oppure esperienza ‘l’acquisizione di conoscenza attraverso il contatto diretto con la realtà’ ed esperimento ‘la prova volta ad accertare la qualità di una cosa’. A margine andrà ricordato che nell’italiano contemporaneo tende ad affermarsi anche il suffisso nominale deverbale -zione: insieme a ottemperanza e ottemperamento si trova infatti, ma molto più raramente, il sostantivo ottemperazione, anch’esso non registrato dai dizionari dell’uso (la prima attestazione si trova in una rivista del 1918.

Ripercorriamo brevemente la storia linguistica del sostantivo ottemperamento. La sua prima attestazione risale alla seconda metà dell’Ottocento in un volume sulla storia del Parlamento subalpino:

Io non vedo pertanto come la Camera, come un Parlamento, entrando ne' segreti recessi, per dir così, della famiglia, per semplice sospetto, che avrebbe alcun che d'inquisitoriale, di despotico comando, e di servile ottemperamento, scrutinando i sacri ed impenetrabili segreti della coscienza, avrebbe ragione plausibile di adoperare a danno de’ religiosi diversamente che cogli altri eletti della nazione. (Storia del parlamento subalpino: iniziatore dell'unità italiana, vol. 3, 1867, p. 371).

La maggior parte delle attestazioni, come rivela una rapida ricerca in rete, si trova in testi amministrativi e pubblicazioni settoriali; i quotidiani, invece, registrano il termine sporadicamente. Nell’archivio del “Corriere della Sera” ci sono soltanto 4 occorrenze, in quello di “Repubblica” addirittura nessuna. Si può dunque dire che ottemperamento è ancora poco attestato. Per esempio su Google Libri, alle circa 35.500 occorrenze di ottemperanza, corrispondono soltanto 310 di ottemperamento che si trovano per lo più in testi pubblicati a partire dalla fine degli anni Ottanta. I termini sono usati in linea di massima come sinonimi e impiegati principalmente in due locuzioni: in ottemperanza / in ottemperamento a e mancata ottemperanza / mancato ottemperamento.

Riportiamo soltanto alcuni esempi, tratti da contesti letterari, storici e tecnico-giuridici:

Sta qui la difficoltà di definire uno statuto della letteratura libertina: difficoltà acuita dal fatto che questo filone, se ebbe consapevolezza del mancato ottemperamento ai cerimoniali imposti dagli usi letterari, raramente ebbe una coscienza critica del proprio operato. (“Rivista di Letteratura Italiana”, II, 2, 1984, p. 353).

Sappiamo che i Chierici Regolari si insediarono a Padova grazie ai buoni uffici del vescovo Nicolò Ormaneto, già vicario generale del cardinale Borromeo, in ottemperamento a un articolato programma di inserimento dei nuovi quadri controriformistici all’interno della diocesi padovana (“Quaderni di Palazzo Te”, 5, luglio-dicembre 1986, p. 47).

Il nuovo organo di controllo avrà 90 giorni di tempo per formulare il suo giudizio, che vincola esclusivamente la banca. Nel caso questa non rispettasse la decisione, l' Autorità fisserà un termine per farlo. In caso di mancato ottemperamento, renderà nota l’inadempienza con inserzioni sulla stampa a spese della banca inadempiente (“Corriere della Sera”, 1993).

In ottemperamento ai principi del federalismo, ogni ente locale potrà procedere a istituire il duplicato di ogni organo amministrativo. (lettera di un lettore ,“Corriere Online”, 2011).

Inoltre, è interessante notare che ottemperanza si trova, come abbiamo detto, nella maggioranza dei casi nella locuzione preposizionale in ottemperanza a (53%), mentre ottemperamento ricorre in questa locuzione soltanto per il 3% dei casi. Al contrario ottemperanza è associata all’aggettivo mancato soltanto nel 6% dei casi, mentre ottemperamento lo è per il 34%.

Questa distribuzione può essere spiegata tenendo conto almeno di due fattori. Il primo può essere ricondotto al diverso valore dei suffissi -anza e -mento che indicano rispettivamente una nozione astratta e il risultato concreto di un’azione: mentre ottemperanza indica in astratto il “concetto di obbedienza a una legge”, il termine ottemperamento ne esprime l’aspetto concreto, cioè il vero e proprio “atto di obbedire a una legge”. È per questo motivo che in proporzione – tenendo cioè conto del totale delle occorrenze – in ottemperanza a ha la meglio su in ottemperamento a (la locuzione ha infatti un valore astratto modale) e mancato ottemperamento ha la meglio su mancata ottemperanza (l’espressione indica infatti un atto mancato, un’azione che non è stata compiuta). Il secondo fattore potrebbe essere ricondotto alla tendenza, propria del linguaggio burocratico, a creare nuove forme in analogia con altre già esistenti: nel nostro caso i modelli potrebbero essere rintracciati nelle note formule, ormai stereotipate, mancato adempimento, mancato conferimento, mancato svolgimento e così via.

In conclusione, per rispondere alla domanda della nostra lettrice, le espressioni in ottemperanza e in ottemperamento possono in teoria essere usate indifferentemente perché entrambe grammaticalmente corrette e possibili. E anche se, forse, sarebbe da preferire la più antica e attestata in ottemperanza, saranno il tempo e l’uso a decidere in favore dell’una o dell’altra, come avviene sempre per tutti i fenomeni di cambiamento linguistico.

A cura di Angela Frati e Stefania Iannizzotto
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

sabato 17 settembre 2011

Il "cacacciano"





Ancora una parola "impolverata" che ci piacerebbe fosse (ri)spolverata: "cacacciano". Si dice/diceva di una persona timida, ma soprattutto di un uomo "da niente". I vocabolari (moderni), naturalmente, non l'attestano ma si trova in molti libri.
Si cerchi "cacacciano" con Googlelibri.

venerdì 16 settembre 2011

«Vivere alla babbalè»


Gentilissimo dott. Raso,
ho notato che, di tanto in tanto, le piace far rivivere parole della lingua italiana “relegate – come dice lei – nella soffitta della lingua”. A questo proposito mi sono imbattuto, sfogliando un vecchio libro, in un modo di dire veramente sconosciuto (o relegato nella soffitta): «Vivere alla babbalè». Sarebbe interessante conoscerne il significato e la provenienza. Grazie se spenderà due parole in merito.
Cordialmente
Osvaldo Venturini
------------------
Cortese Osvaldo, il modo di dire, da lei citato, è veramente sconosciuto. Significa “vivere alla buona, alla carlona, senza tante pretese, con modi semplici”. Viene da “babbeo” o “bebbaleo”. La rimando ai collegamenti in calce:


http://www.etimo.it/?term=babbeo&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=babbale&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=babbaleo&find=Cerca

La locuzione è "immortalata" anche in questi libri:
http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&q=%22vivere+alla+babbal%C3%A8%22&btnG=

giovedì 15 settembre 2011

L'uomo «covidoso»


Tra le parole da salvare (forse sarebbe meglio da “rispolverare”) della nostra lingua metteremmo l’aggettivo “covidoso” o “cuvidoso”, che significa ‘bramoso’, ‘desideroso’ , ‘cupido’. La provenienza, però, non è schiettamente italiana perché è tratto dal provenzale “cobeitos”, derivato di “cobeitar” (bramare, desiderare). A questo proposito è interessante sottolineare la diversa grafia (e pronuncia) di “cúpido” e “cupído”. La prima, sdrucciola, è l’aggettivo; la seconda, piana, e con l’iniziale maiuscola è il nome del dio romano dell’amore. Si vedano questi collegamenti:

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=76355&r=5623

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=76356&r=5623

mercoledì 14 settembre 2011

«Implicito...»


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
implicito
Volevo sapere se è più corretto "implicito a" o "implicito nel". Esempio: implicito ai trattati o implicito nei trattati?
(Firma)
Risposta dell’esperta:
De Rienzo Martedì, 13 Settembre 2011
Implicito ai (trattati).
---------------
Ci spiace, ma dobbiamo assolutamente emendare la risposta della titolare della rubrica di lingua del “Corriere”. La sola forma corretta è “implicito nei”, e ce lo dice il verbo da cui proviene l’aggettivo: implicare. Si è implicati “in” qualcosa, infatti, non “a” qualcosa. Vediamo, in proposito, ciò che riporta il “Treccani” in rete:
implìcito agg. [dal lat. implicĭtus, part. pass. di implicare, propr. «inviluppato, confuso insieme»]. –
1. Di giudizio o concetto o fatto che, senza essere formalmente ed espressamente enunciato, è tuttavia contenuto, sottinteso, in un altro giudizio o concetto o fatto (contrapp. generalmente a esplicito): non avendo fatto obiezione, il mio consenso era i.; il biasimo è i. nelle sue parole.

martedì 13 settembre 2011

«Dal momento che»


Se qualche “linguista d’assalto” dovesse imbattersi in questo portale strabuzzerà gli occhi e, naturalmente, dissentirà su quanto stiamo per scrivere; ma non ci interessa e andiamo avanti per la nostra strada, come abbiamo sempre fatto. Vogliamo parlare dell’uso errato, che fanno molti, dell’espressione “dal momento che”. Molte persone, dunque, danno alla locuzione suddetta un significato che non ha: “dato che”; “giacché”, “visto che”, “poiché” e simili. Ci capita di leggere e di sentire, spesso, frasi del tipo: “Dal momento che sei qui aiutami in questo lavoro”. In buona lingua, “dal momento che”, in frasi simili, deve essere sostituito con “giacché”, “visto che” ecc.: «Visto che sei qui aiutami in questo lavoro». “Dal momento che” ha tutt’altro significato: “dall’istante in cui”, “fin dal momento in cui”: «Quell’individuo non mi dà affidamento dal momento (cioè: dall’istante in cui, fin dal momento in cui) che l’ho conosciuto».

domenica 11 settembre 2011

RiempIEndo o riempEndo?


Dallo "Scioglilingua" del Corriere della Sera in rete:

"Io riempo"

Minoli, ieri sera durante la rievocazione dell'11 settembre 2001: "riempendo di fumo".
Cha si unisce a "voitila" e a "Pietralcina".
Bravo, ma approssimativo.
(Firma)

Risposta dell'esperta:
Risposta De Rienzo Sabato, 10 Settembre 2011

Approssimativo spesso, troppo.
La "i" di "riempio" sovente viene però omessa anche da uomini di cultura... eredità distorta, sentita magari in famiglia e andata a finire nell'imprinting. Ahimè..
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Riempiere è uno dei così detti verbi sovrabbondanti, può appartenere a due coniugazioni: la seconda (in -ere) e la terza (in -ire). Riempiere e riempire, dunque. Il gerundio presente dei verbi della II e III coniugazione ha la medesima "uscita" e si ottiene togliendo la desinenza dell'infinito e aggiungendo al tema la desinenza "-endo". Da "riempiere" togliendo "ere" resta "riempi" a cui si aggiunge "endo": riempiendo. Lo stesso discorso per "riempire": riempendo. In quest'ultimo caso la "i" sparisce perché non fa più parte del tema. Si può dire, dunque, tanto RIEMPIENDO quanto RIEMPENDO. Non tutti i linguisti, però, concordano.

sabato 10 settembre 2011

«Nevrile»








La maggioranza dei vocabolari non attestano il termine che avete appena letto, anche se "immortalato" in numerosi libri. Si tratta di un aggettivo. Per saperne di piú si clicchi su:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8716&ctg_id=44

Per i libri si veda questo collegamento:
http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&q=%22nevrile%22&btnG=

venerdì 9 settembre 2011

«Avere ancora le prime orecchie»




Questo modo di dire, forse non molto conosciuto (e, quindi, poco adoperato) si usa, in senso ironico, nei riguardi di giovanissimi che si danno “arie” di persone ricche di esperienza e di “vita vissuta”. La locuzione allude alle orecchie, in senso scherzoso, come fossero i denti, che si cambiano durante la crescita.

* * *

Un interessante quesito, posto a “domande e risposte” del sito “Treccani”, sul modo verbale che deve reggere “chiunque”:


VORREI SAPERE SE IN ITALIANO IL PRONOME “CHIUNQUE” REGGE ESCLUSIVAMENTE IL CONGIUNTIVO O ANCHE L’INDICATIVO.

Intanto, bisogna distinguere tra chiunque pronome indefinito collettivo (col significato di ‘ognuno, qualunque persona’) e chiunque come pronome indefinito correlativo. Nel primo caso, chiunque è seguito dall’indicativo: «chiunque può apprezzare i risultati ottenuti»; «chiunque ha il diritto di dire la sua».


Nel secondo caso, in cui chiunque indefinito ha la funzione di unire due proposizioni, la principale e la relativa, può essere seguito sia dall’indicativo, sia dal congiuntivo: «chiunque danneggia i beni di pubblica utilità presenti, è punito con l’ammenda di…»; «riteneva suo amico chiunque desiderasse stare in sua compagnia».

V’è poi un terzo caso, in cui chiunque indefinito può introdurre una proposizione relativa con valore concessivo. In questo caso, può essere seguito dal congiuntivo (più frequente) o dall’indicativo futuro: «chiunque sia stato, non la passerà liscia»; «si pensa che, chiunque farà propria la posizione del leader, questa volta la vittoria andrà comunque alla minoranza interna».

giovedì 8 settembre 2011

Lattice o latice?


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
LATICE O LATTICE
è PIù CORRETTA LA FORMA LATICE O LATTICE? SONO EQUIVALENTI O UNA DELLE DUE è PIU' CORRETTA.
GRAZIE
(Firma)
Risposta:
De Rienzo Mercoledì, 07 Settembre 2011
I due termini sono validi entrambi.
-----------------
Ampliamo la risposta.

Sí, i due termini sono corretti entrambi, anche se i vocabolari danno come prima occorrenza “latice”, dal latino “latice(m)” (liquido, acqua che scorre). La variante con due “t” si ha per incrocio con “latte”. Il Dizionario di Ortografia e di Pronunzia fa, in proposito, un piccolo distinguo. Si veda: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=43789&r=74819

mercoledì 7 settembre 2011

Finire per... o finire con...?

Il linguista di “Repubblica”, in risposta a un lettore che chiedeva se esiste il participio passato del verbo “splendere”, scrive:
A precisazione di “splenduto”. Alcuni buontemponi che si aggirano nella Rete citano, a difesa di “splenduto” (o “risplenduto”), testimonianze poetiche recenti e (soprattutto) antiche. Sono quegli stessi che magari, prendo un esempio a caso, mai e poi mai userebbero “finire per” (+ infinito: “se continua così finirà per scoppiare”) in sostituzione di “finire con”. Non si rendono conto, i buontemponi (e, ohibò, “integralisti”), che le lingue si evolvono: nuove forme continuamente nascono, vecchie forme continuamente muoiono. Se qualcuno, in una domanda o un colloquio di lavoro, si arrischiasse a usare “splenduto” potrebbe veder immediatamente cestinata la sua domanda o essere accompagnato cortesemente alla porta per il solo motivo di aver fatto ricorso all’improponibile participio. La percezione sociale è un fattore determinante nel giudizio che ciascuno di noi si forma su una lingua: se una comunità di parlanti sanziona una determinata forma grammaticale, perché uscita definitivamente dall’uso corrente, non c’è Dante (o d’Annunzio) che tenga. Gli utenti di questa rubrica diffidino perciò dei nostalgici dell’uso antico e, se presi dal dubbio, ci scrivano o consultino un buon dizionario dell’italiano. Scopriranno – se il dizionario è davvero serio – che di “splendere”, “pendere”, “stridere”, ecc., il participio passato (”splenduto”, “penduto”, “striduto”) non si dà o, se si dà, viene saggiamente annotato come “raro” o “non comune”.
Massimo Arcangeli
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Ribadiamo quanto scrivemmo il 21 agosto (“Collezionare e collazionare”) circa l’uso errato (o meno bene) della preposizione “per” dopo il verbo finire seguito da un infinito, nell’eventualità che il linguista faccia riferimento a noi a proposito di “alcuni buontemponi che si aggirano nella Rete”. Abbiamo consultato un buon vocabolario, il “Treccani” (come suggerisce il linguista), che al lemma “finire” riporta:

Uso assol. si ha anche nella costruzione finire con ...: finì col cedere; finiremo col rimetterci; finirai con lo stancarmi; ha finito col rovinare ogni cosa (frasi equivalenti a: alla fine cedette; alla fine ci rimetteremo, ecc.); meno bene, ma frequente nell’uso, finire per: ha finito per confessare ogni cosa.

martedì 6 settembre 2011

«Nonché», il suo uso corretto


Riteniamo importante spendere due parole su una congiunzione non sempre adoperata a dovere: nonché (o non che). Questa congiunzione, dunque, ha valore rafforzativo o intensivo e significa “tanto piú” (“tanto meno”), “per di piú”, “inoltre”, “oltre che”, è errato, quindi, il suo uso al posto della congiunzione “e”. Si legge, molto spesso, nelle cronache dei giornali: alla cerimonia sono intervenuti il ministro del lavoro nonché rappresentanti del mondo imprenditoriale. È chiarissimo come la luce del sole che in questo caso “nonché” sta per “e”, il suo uso, perciò, è orribilmente errato. La congiunzione nonché è adoperata correttamente, invece, in frasi del tipo: è un giovane intelligente, nonché (per di piú, oltre che) studioso.

lunedì 5 settembre 2011

Zàffiro? No, zaffíro


Gentilissimo dott. Raso,
in molte televisioni commerciali, che ospitano “venditori di gioielli”, si sente dire “zàffiro”. Un mio amico mi ha detto che la pronuncia corretta deve essere “zaffíro”. È cosí? Può spendere due parole in merito?
Grazie
Simone A.
Taranto
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Cortese Simone, l’argomento è stato già trattato sul “Cannocchiale”. La rimando a questo collegamento:

http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/01/21/a_colloquio_col_signor_zaffiro.html


http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=72&r=1522

domenica 4 settembre 2011

La cenere e il cenere


Gentile dott. Raso,
recentemente è venuto a mancare un mio carissimo amico. Nel testamento ha lasciato scritto di essere cremato e di gettare «i miei ceneri al largo del mar Adriatico». È corretto quel maschile “ceneri”? Ho sempre detto e sentito “le ceneri”.
Grazie e cordialità
Severino T.
Rimini
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No, cortese amico, il maschile ceneri è errato. Nella forma singolare, però, è ambigenere. È rigorosamente femminile quando il sostantivo in oggetto sta a significare “ciò che resta di materiale arso”. Maschile, e di uso letterario, quando indica i resti del corpo umano, soprattutto dopo la cremazione (“Parla di me col tuo cenere muto”, Ugo Foscolo). Nel plurale, in entrambi i casi, è rigorosamente femminile. Veda anche questo collegamento:

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=69643&r=9460

sabato 3 settembre 2011

Lo stratego e il patriota








Il vocabolario “Treccani” in rete attesta “stratego” come prima occorrenza, relegando al secondo posto la forma piú usata, “stratega”; per quando riguarda, invece, il lemma “patriota” riporta “patrioto” come voce antica o popolare. Ciò ci stupisce, e non poco, perché sul piano lessicale i due termini sono “alla pari”. Vi sono, infatti, dei sostantivi maschili che accanto alla desinenza “-a” assumono anche la desinenza “-o”. Abbiamo, cosí, il pilota e il piloto, lo stratega e lo stratego, il patriota e il patrioto. Perché, dunque, questa “discriminazione linguistica”? C’è da dire, però, che le forme in “-o” sono di uso letterario o popolare. Ciò non toglie che sul piano lessicale – come dicevamo - hanno pari dignità. Di questi allotropi (doppioni) il piú noto è – senza ombra di dubbio – il piloto per l’uso che ne hanno fatto i classici: «E se il piloto ti drizzò la nave» (Ugo Foscolo). Concludendo, si potrebbe dire che la terminazione in “-o” si può considerare una sorta di rivalsa sulla desinenza “-a” del maschile dei sostantivi come profeta, poeta, pianeta, teorema, tema e simili.

http://www.etimo.it/?term=stratego&find=Cerca

http://www.etimo.it/?term=piloto&find=Cerca

http://www.etimo.it/?cmd=id&id=12600&md=b8af0d9b5f77b27ab8bbca39f82cc29e



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Dallo “ Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
Sostantivo di indovinare
Vorrei sapere qual è il sostantivo del verbo indovinare. Ho trovato "supposizione" o "congettura" che certamente sono i sostantivi di altri verbi. Grazie
(Firma)
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Venerdì, 02 Settembre 2011
Riproponga la domanda. Così formulata è incomprensibile
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La domanda è comprensibilissima e il sostantivo, anche se di uso raro, esiste: “indovinazione” (femminile) o “indovinamento” (maschile).

venerdì 2 settembre 2011

«Experto crede Roberto»





L’espressione che avete appena letto, indubbiamente sconosciuta perché relegata nella soffitta della lingua, sta a significare che occorre dar credito alla persona che ha esperienza (e competenza) in una determinata materia. Il modo di dire – oggi non più adoperato, come si è detto – lo apprendiamo dal “re dei modi di dire”, Ludovico Passarini.
«Experto crede Roberto. M’è piaciuto rammentar questo proverbio il quale benché abbia la veste latina, può dirsi italianissimo per esser sulle bocche di tutti gl’Italiani, dotti e ignoranti. Nacque nelle scuole: e sia che fosse detto la prima volta da un Roberto vecchio insegnante, o che, a far la rima tanto amata nei detti sentenziosi e proverbiali, s’imponesse quegli il nome di Roberto; fatto è che divenne subito universale dettato per significare che deve credersi all’esperienza, che questa è in cima di tutti gl’insegnamenti; e chi non prova, non sa. Un povero giovine servitore si lamenta con un suo compagno di maggiore età intorno alle stranezze e a’ cattivi modi del loro padrone, e dice di volersene andare. Il compagno lo compatisce; e dicendogli che i padroni son tutti di una buccia e di un sapore, lo conforta a restare; e quale autorità sicura gli conclude, ‘experto crede roberto’. Cosí l’ ho sentito dir io in caso simile: e il vecchio servo volle dire: Credi a me, che ne ho mutati tanti di padroni; credi all’esperienza mia».

giovedì 1 settembre 2011

Parco giochi: plurale?



Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Paolo scrive:
30 agosto 2011 alle 19:47

Buon giorno a tutti.
Qual è il plurale di parco giochi? Ho letto che quando ci sono nomi composti da 2 sostantivi, muta al plurale solo il secondo termine. Resterebbe dunque “I parco giochi”? Non si dovrebbe dire “Parchi Giochi”? Qual è comunque, per favore, la regole da rispettare in questi casi?
Grazie come sempre. Paolo


linguista scrive:
31 agosto 2011 alle 09:32

Non è così semplice. Quando i due nomi godono di una certa autonomia (lo dimostra il fatto che siano graficamente separati l’uno dall’altro, come nel caso in oggetto) è in genere il primo, e non il secondo, a prendere su di sé la marca del plurale (per. es.: “la busta paga”/”le buste paga”). Il ragionamento iniziale da fare, nella circostanza, è comunque quello di ricostruire e rendere visibile la natura sintattica del composto: “parco giochi” sta per ‘parco dei/per i giochi’; il plurale, conseguentemente, dovrebbe essere “parchi giochi” (= ‘parchi dei/per i giochi’). Si usa sentire e leggere spesso, però, anche “i parco giochi” e “i parchi gioco” (così come “i parchi divertimento”). Il primo sarebbe tutto sommato accettabile se scrivessimo “parcogioco”/”parcogiochi”, perché, con l’univerbazione, il secondo elemento del composto potrebbe caricarsi della responsabilità del plurale (come avviene in altri composti nei quali i nomi coinvolti sono del medesimo genere: “capocuoco/”capocuochi” o “caporedattore”/”caporedattori”). Il secondo riflette la percezione più o meno inconsapevole del parlante che, in teoria, si potrebbe partire anche da ‘parco del/per il gioco’; muovendo da qui, il plurale sarebbe evidentemente “parchi gioco’ (che riflette lo stesso modello di “buste paga”).

Massimo Arcangeli
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Anche questa volta concordiamo parzialmente con il linguista, il plurale 'classico' è "parchi gioco". Non siamo d'accordo sulla formazione del plurale dei nomi composti con "capo" perché non seguono la regola secondo la quale se i sostantivi sono dello stesso genere assume la desinenza del plurale il secondo elemento: pescecane/pescecani; cassapanca/cassapanche. L'esempio, quindi, di "capocuoco/capocuochi; "caporedattore/caporedattori" non è ammissibile per spiegare il plurale corretto di "parco giochi". I nomi composti con "capo" formano il plurale secondo le funzioni che svolge il primo elemento (capo). E qui diamo la "parola" ad Aldo Gabrielli, linguista "snobbato" dal... linguista di "Repubblica":


* Nomi composti con capo più un sostantivo. Li dividiamo in due categtorie, a seconda della funzione che ha la componente capo.
* Prima categoria: capostazione. Qui capo ha funzione di soggetto.
* Seconda categoria: capocronista. Qui capo ha funzione di semplice attributo.
* Per capirlo, proviamo a ribaltare la parola. Ecco: capostazione non può diventare stazione-capo, mentre capocronista può diventare cronista-capo.
* Noi daremo la forma plurale solo all’elemento principale del composto: nel primo caso a capo: i capistazione, nel secondo a cronista: i capocronisti. Qualche altro esempio della prima categoria: capoclasse, il capo della classe, caporeparto, il capo del reparto, e ancora capoturno, caposquadra, capotreno, caposervizio, capofamiglia, capodivisione, capofila, capoposto, caposezione. Il primo elemento è preminente, e lo metteremo al plurale: capiclasse, capireparto, capiturno, capisquadra, capitreno, capiservizio, capifamiglia, capidivisione, capifila, capiposto, capisezione. Se il nome è al femminile, la componente capo rimarrà invariata: le capostazione, le capoclasse, le caporeparto, le capoturno, le caposquadra, le capotreno eccetera.
* Passiamo ora ad esempi della seconda categoria: capomacchinista: potremmo benissimo dire macchinista-capo. E così capotecnico, caporedattore, capocomico, capocuoco: qui è preminente il secondo elemento, e sarà questo solo che faremo plurale: capomacchinisti, capotecnici, caporedattori, capocomici, capocuochi. Seguono questa regola anche capoluogo, capolavoro, capoverso, capodanno che al plurale diventano capoluoghi, capolavori, capoversi, capodanni. Se il nome è al femminile, se ne farà regolarmente il plurale femminile: la capotecnica, le capotecniche; la capocomica, le capocomiche; la capocuoca, le capocuoche; la capomastra, le capomastre; la capocronista, le capocroniste; la caporedattrice, le caporedattrici eccetera.
* Ora attenzione: caposaldo non segue queste regole e fa al plurale capisaldi perché non è il composto di capo più un sostantivo, ma di capo più un aggettivo: vedi al punto 3.
* Per finire, a volte la parola capo viene dopo il nome cui si riferisce e si scrive separata: consigliere capo, redattore capo e simili. Qui capo, è “apposizione”, come se dicessimo “che è a capo”: consigliere, commesso, redattore “che è a capo” di altri consiglieri, di altri commessi, di altri redattori. Resta pertanto invariato nel plurale. Diremo perciò il consigliere capo e i consiglieri capo, il redattore capo e i redattori capo. Per la donna avremo la commessa capo, la redattrice capo, che pure rimangono invariate nel plurale: le commesse capo, le redattrici capo.

Dimenticavamo: siamo molto perplessi sull'uso del congiuntivo in "lo dimostra il fatto che siano".