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mercoledì 31 agosto 2011

Toccare + infinito


Se non abbiamo preso un abbaglio sembra che tutti i linguisti siano d'accordo - una volta tanto - nel sostenere che quando il verbo "toccare", nell'accezione di "essere costretto", è seguito da un infinito è preferibile non farlo seguire dalle preposizioni "di" o "a": mi tocca partire domani mattina presto. Alcuni Autori, però, privilegiano la costruzione del verbo con la preposizione "di". Il principe degli scrittori, Alessandro Manzoni, invece, lega il verbo toccare all'infinito che segue con la preposizione "a": "Mi tocca a vedere e a sentir cose...!" Il nostro modesto parere - per quel che può valere - (abbiamo fatto una rima involontaria) è di legare 'toccare' direttamente al verbo che segue: A Giovanni è toccato dare la triste notizia. Questo, sempre a nostro parere, per una questione di "armonia stilistica".

martedì 30 agosto 2011

Io collàboro? Sarebbe meglio "collabòro"


Forse quasi nessuno sa - e qui ci attiriamo gli strali di qualche linguista d'assalto dell'ultim'ora - che la sola pronuncia corretta del verbo "collaborare" sarebbe quella piana: collabòro, collabòri e via dicendo. E qui tranquillizziamo subito l'eventuale linguista "d'assalto", perché non lo sostiene l'umile linguaiolo di questo portale, ma un autorevolissimo vocabolario, il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. Si clicchi su:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=72751&r=2237

lunedì 29 agosto 2011

La "console" o la "consolle"?


Molto spesso siamo incerti sulla grafia di quel mobile che si appoggia alla parete di una stanza: "console" o "consolle"? Ancora: resta invariato o si pluralizza? Non tutti i vocabolari sono di aiuto. Da parte nostra, diamo ascolto a ciò che "consiglia" il linguista Luciano Satta.
"Consolle. Così è italianizzato il nome francese - console - del noto mobiletto. Ma c'è subito un problema: bisogna dare alla parola il plurale italiano, che sarebbe 'consolli', o lasciarla invariata come numerose voci straniere (film, sport) accolte nella nostra lingua? Per la variante grafica che la 'italianizza', cioè per il raddoppiamento della 'l', e per la sua terminazione 'italiana', cioè in vocale, non ci dovrebbero essere dubbi: 'consolli', senza paura. (...) Sorte un poco buffa di questa parola è l'essere considerata straniera pur nella versione italiana. Se non è stato arbitrio del tipografo, così è accaduto anche al Tomasi di Lampedusa e a Enrico Emanuelli, nei libri dei quali leggiamo 'consolle' in corsivo. Ma non diremmo che ci abbia colpa il tipografo: dev'essere una credenza generale anche fra le persone colte, la 'consolle' parola francese (oppure è la credenza particolare dell'ignorante che qui vi scrive, la 'consolle' parola italiana). In Arrigo Benedetti leggiamo il vocabolo 'italianizzato' (così crediamo) con il plurale francese: Gli argenti schierati sulle 'consolles'; E s'irrigidivano, accanto alle 'consolles' ".

domenica 28 agosto 2011

L'incesso e il buono


Due parole, due, su un aggettivo e un sostantivo: "buono" e "incesso". Cominciamo dal secondo, che, anche se di uso "alto", lo eviteremmo per motivi di assonanza con l' "incesto" e con il... "cesso". Vediamo l'incesso, dunque, secondo il "Treccani": "incèsso s. m. [dal lat. incessus -us, der. di incedĕre «incedere»], letter. – L’incedere, il camminare, e più spesso il modo di camminare (indica sempre un portamento e un passo solenne, dignitoso): avanzare con i. regale; aveva l’i. di una dea". Questo sostantivo, dunque, non molto comune, sta per "modo di camminare", "portamento". Consigliamo di adoperare, al suo posto, l'infinito sostantivato "incedere" per le ragioni suddette: Luigi aveva un incedere solenne.
Quanto all'aggettivo "buono", tra le varie accezioni ha anche quella di 'capace': Giovanni è l'unico buono (capace) a fare questo tipo d'intervento. In questo significato si costruisce meglio con "a" che con "di". Alcuni scrittori, tuttavia, preferiscono l'uso della preposizione "di". Tra questi Natalia Ginzburg: "Non era buona di andare in bicicletta".


E a proposito di "buono", interessante la "nota d'uso" di "Sapere.it":

· L’aggettivo al maschile (buono) subisce troncamento in buon (senza apostrofo) davanti a vocale o a consonante seguita da vocale o da l o r (buon amico, buon padre, buon prodotto). La forma dell’aggettivo al femminile (buona) si elide di rado in buon’ (con l’apostrofo) davanti ad a (buon’amica) e ancora più raramente davanti a un’altra vocale.

giovedì 25 agosto 2011

Il «rebusista"


L’appassionato di rebus non ha un nome proprio che lo connoti; i vocabolari, per lo meno, non registrano alcun termine in proposito. Avremmo pensato di chiamarlo “rebusista”, con il solito suffisso “-ista”, che indica attività, professioni e mestieri. Siamo arrivati secondi, però, perché abbiamo scoperto che il Gradit (l’unico?) attesta “rebussista”. Onestamente non comprendiamo il motivo della doppia “s”. A nostro avviso il raddoppiamento sarebbe giustificato se il vocabolo “genitore” si leggesse con l’accento sulla “u” (rebús) in cui la consonante ‘s’ si “sente” doppia: rebúss.

mercoledì 24 agosto 2011

Il «cammello» del Vangelo


Dal Corriere della Sera in rete:
Kamélos
Leggo un bell'articolo di Paolo Guzzanti sul Giornale che inizia così:

"Tutto è nato probabilmente da un rozzo errore di traduzione, perché kamélos in greco vuol dire sia cammello sia filo, sicchè la celebre frase del Vangelo ...".
Mi fermo qui, perché il regolamento del forum vieta di discutere di temi religiosi e di usare toni ironici che possono offendere coloro che credono in una determinata religione.
Mentre mi pare pertinente per questo forum esaminare la traduzione di kamélos. So che ci sono ottimi grecisti forumaniaci e mi farebbe piacere avere il loro autorevole parere al riguardo.
Ringrazio e invio saluti ferragostani.
(Firma)

Risposta dell’esperto:

De Rienzo Lunedì, 22 Agosto 2011
Le rispondo io , non certo da ottima grecista, ma da studiosa di greco a livello scolastico: quello degli anni dal '63 al '67... quando si studiava, intendo.
kàmelos (con la "eta" greca che non so scrivere e l'accento acuto sulla "a" che il mio pc non possiede) vuol dire cammello. Così secondo il Rocci e altri vocabolari di greco.
Altra è la stessa parola ma scritta con la X (cioè con la "chi" aspirata che ancora una volta non so scrivere ma i grecisti mi intendono), che è aggettivo e sta per "a terra, "basso", "depresso (stessa fonte) e ha l'accento sulla "o".
La parola è ora a Paolo Guzzanti, che ci dica su quale fonte di lingua greca ha trovato questo "filo". Conosco anch'io la questione, ma non l'ho mai approfondita. I "rozzi derrori di traduzione", infatti, meriterebbero un forum apposta. Chiamiamo come moderatore Padre Pier Angelo Gramaglia, docente al seminario maggiore di Torino, esperto di patristica, conoscitore di ebraico e di aramaico, e credo anche di greco. Una personalità quasi mandata in esilio dalla Chiesa per una questione più grande di lui su cui le regole del forum ci impongono di glissare.
Poi bisogna fidarsi e basta, però...
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Forse non tutti sanno che quanto si legge nel Vangelo di San Matteo "È più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli", il cammello non c’entra nulla. In realtà San Gerolamo, che tradusse dal greco al latino il testo, interpretò il termine "kamelos" come "cammello", mentre l'esatto significato è "grossa fune utilizzata per l'attracco delle navi" (gómena). Il senso della frase resta ugualmente lo stesso, ma acquista molta più ‘consistenza’.
Il vocabolario etimologico del Pianigiani suggerisce, infatti, la provenienza del termine "Kàmilos" dalla lingua greca, con il significato proprio di "gómena".

http://www.etimo.it/?term=gomena&find=Cerca

martedì 23 agosto 2011

Intorbidire e intorpidire



Ancora due verbi che, nell’uso, spesso si confondono: intorbidire e intorpidire. Come “collezionare” e “collazionare” sono verbi denominali perché derivati da nomi (o sostantivi). Per il loro significato e il corretto uso, questa volta, diamo la “parola” al “Treccani” in rete:

INTORBIDIRE v. tr. e intr. [der. di torbido] (io intorbidisco, tu intorbidisci, ecc.). – Variante di intorbidare, in passato meno com. di questa forma, oggi invece altrettanto frequente (e spesso preferita), soprattutto negli usi fig. e nell’intr. pron.: i. le cose, la mente, la situazione; gli occhi, sotto la fronte corrucciata, gli si erano intorbiditi (Stuparich).

INTORPIDIRE v. tr. e intr. [der. di torpido] (io intorpidisco, tu intorpidisci, ecc.). –

1. tr. Rendere torpido, diminuire la sensibilità e la prontezza di movimento del corpo o d’una sua parte: il freddo, l’inerzia intorpidiscono le membra. Fig., infiacchire, rendere lento, pigro, riferito in genere alle facoltà intellettuali: l’indolenza intorpidisce la mente, lo spirito, la volontà.

2. intr. (aus. essere) Divenire torpido, essere preso da torpore fisico o spirituale: famiglie aristocratiche che intorpidivano nell’eccessivo benessere; anche con la particella pron., soprattutto nel sign. proprio: stando fermo al freddo mi si sono intorpidite le gambe. ◆ Part. pass. intorpidito, anche come agg.: membra intorpidite; volontà intorpidita; avere il cervello intorpidito.


lunedì 22 agosto 2011

Il «tressettista»


Se non cadiamo in errore non esiste un termine specifico per indicare la persona che, in una gara, si cimenta nel gioco del tressette. Perché non denominarla “tressettista”? Il suffisso ‘-ista’, sin dall'antichità, si affigge in italiano a basi lessicali verbali e nominali per formare sostantivi che designano attività, mestieri, professioni. Da arte abbiamo artista; da violino si ha violinista ecc. Dal gioco del tressette, dunque, possiamo avere benissimo “tressettista”: Giulio, per il suo stile, è stato giudicato il migliore tressettista fra tutti i partecipanti alla gara. Amici blogghisti, cosa ne pensate?

PS. Ci siamo accorti, dopo aver "postato" quest'intervento, che il termine proposto, "tressettista", è stato già pensato da altri. Google dà circa 219 occorrenze.

domenica 21 agosto 2011

Collezionare e collazionare






Si presti attenzione a questi due verbi perché molto spesso si confondono; hanno, invece, significati diversi. In comune hanno solo il fatto di essere verbi denominali, derivati, cioè da sostantivi (nomi). Il secondo, in particolare, dovrebbe essere noto agli operatori dell'informazione e a tutti coloro che lavorano in ambito editoriale. Vediamo, dunque, il significato dei due verbi secondo il vocabolario Gabrielli in rete:

collezionare
[col-le-zio-nà-re]
(collezióno)
v. tr.
Fare collezione, raccogliere in collezione: c. stampe antiche, francobolli


collazionare
[col-la-zio-nà-re]
(collazióno)
v. tr.
FILOL Confrontare un testo copiato o stampato con il suo originale, o più copie tra loro, per giungere alla lezione del testo originale: un libro collazionato sull'originale manoscritto
‖ EDIT Confrontare una bozza con un'altra o con l'originale per verificare l'esattezza del testo riprodotto
‖ ant. Confrontare


* * *

Dal quotidiano la Repubblica in rete:

1. marcoaugusto scrive:
20 agosto 2011 alle 09:46
“Altro lavoro che lo esaltava e non lo soddisfava perché…”
E’ quello che ho trovato su un quotidiano nazionale stamattina.Voi cosa pensate di quel “soddisfava”?
Grazie e complimenti.

2. linguista scrive:
20 agosto 2011 alle 11:10
La tradizione (da Machiavelli a Svevo) avrebbe ovviamente optato per “soddisfaceva”, e tuttavia “soddisfava”, nell’italiano corrente, è forma ormai molto diffusa. Dal mio versante posso solo consigliarle di evitarla, anche se temo che finirà per scalzare la concorrente.
Massimo Arcangeli
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Concordiamo con il linguista tranne che sul verbo finire seguito dalla preposizione “per” (temo che finirà per scalzare). In buona lingua i verbi “cominciare” e “finire” seguiti da un infinito si costruiscono con la preposizione “con”. Quindi: “… temo che finirà con lo scalzare…”.

sabato 20 agosto 2011

L'uso corretto di "vicino"


Dal quotidiano la Repubblica in rete:
«Abbordata alla stazione Termini, la donna è stata rapinata e ha subìto abusi per un'intera notte, il 16 agosto, in un appartamento di Riano, vicino Roma. Arrestata la banda di quattro romeni grazie alle riprese memorizzate sul cellulare»
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È il caso di ricordare ai redattori titolisti del quotidiano che “vicino” si costruisce con la preposizione “a”: vicino a Roma, dunque. I gentili blogghisti seguano, quindi, le indicazioni del linguista Luca Serianni, non gli "insegnamenti" del giornale.
Si clicchi su:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4090&ctg_id=44

venerdì 19 agosto 2011

La recluta


Due parole due sulla recluta che non ha nulla che vedere con la… reclusione, come ci è capitato di sentire. Il termine non è schiettamente italiano, è giunto a noi attraverso il francese e lo spagnolo. Il vocabolo, dunque, è pari pari lo spagnolo “reclúta”, tratto dal francese “recrue”, participio passato femminile del verbo “recroître” (ricrescere) e significa, propriamente, ‘ricrescita’. La recluta, dunque, è la “ricrescita”, vale a dire – come spiega il Tommaseo, “l’accrescimento delle milizie per giunta di nuovi militi”. Da notare, in proposito, che i puristi vorrebbero si leggesse “reclúta” come lo spagnolo, con l’accentazione piana; anche perché sarebbe una dizione piú “italiana” in quanto la maggior parte delle parole della nostra lingua hanno l’accentazione piana.

mercoledì 17 agosto 2011

Urrà!


Perché quando si festeggia si dice hip hip urrà?

Secondo alcuni studiosi, questa abitudine deriverebbe dagli usi militari del Settecento: “Huzzah!” era l’urlo di gioia dei marinai inglesi dell’epoca. Questa espressione gergale sarebbe passata nella lingua inglese (“hurra”) e poi in quella francese (“hourra”), prima di essere adottata, nell’800, anche in Italia. Secondo altri, all’origine dell’incitamento ci sarebbe l’urlo di battaglia dei soldati prussiani d’inizio Ottocento, oppure quello dei cosacchi lanciati all’attacco.

Al passo. “Hip” deriverebbe invece da “hep” o “hup”, usati per cadenzare il ritmo di marcia dei soldati. Lo stesso grido veniva però usato da pastori e carrettieri per incitare gli animali. Altre ipotesi lo farebbero derivare dall’acronimo della frase latina Hierusalem est perdita (“Gerusalemme è in rovina”) con cui i Romani annunciarono nel 135 d. C. la distruzione della città. Oppure dal grido di scherno “Hep! Hep!” che accompagnava le persecuzioni contro gli ebrei in Europa orientale, ai primi dell’Ottocento.



(http://www.ilsapientino.com/)


* * *

Dal Corriere della Sera in rete:

Spiagge violente nell'agrigentino
Due orecchie strappate a morsi
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Invitiamo i blogghisti amanti del bel parlare e del bello scrivere a non seguire l’esempio dei redattori titolisti del quotidiano, perché, a nostro avviso, il titolo contiene due… “imprecisioni”. Le località o meglio le aree geografiche vanno scritte sempre con l’iniziale maiuscola: l’ Agrigentino, quindi. È preferibile “orecchi” a “orecchie” perché i primi indicano proprio gli organi dell’udito: due “orecchi” strappati.

Si veda: orecchio
[o-réc-chio]
s.m. (pl. gli orécchi; le orécchie, f., nei sign. 1 e 2)
1 ANAT Organo dell'udito: l'o. destro; l'o. sinistro
‖ Orecchio interno, formato dal labirinto
‖ Orecchio medio, cavità dell'osso temporale in cui si trovano tre ossicini detti incudine, martello e staffa
‖ Orecchio esterno, costituito dal padiglione auricolare e dal condotto uditivo
‖ Parlare in un orecchio a qualcuno, parlargli a bassa voce, segretamente
‖ fig. Anche i muri hanno orecchi, di luogo nient'affatto riservato, dove chiunque può ascoltare, spiare
Aprire gli orecchi, fare attenzione
Entrare da un orecchio e uscire dall'altro, di cosa che subito si dimentica
Essere tutto orecchi, essere attentissimo
Fare l'orecchio a qualcosa, abituarsi a sentirlo
Fare orecchi da mercante, fingere di non capire
Giungere agli orecchi, di cosa che si sente dire
Gonfiare, grattare gli orecchi a qualcuno, adularlo
Mettere una pulce nell'orecchio a qualcuno, insospettirlo, dirgli qualcosa che gli dia da pensare
Non sentirci da quell'orecchio, non essere disposti a cedere, a trattare, su un dato argomento
Orecchi foderati di prosciutto, che sentono o vogliono sentire poco
Piegare gli orecchi a qualcuno, a qualcosa, apprestarsi ad ascoltare
Porgere, prestare orecchio, prestare attenzione
Rizzare, tendere gli orecchi, ascoltare attentamente
Stare con gli orecchi aperti, stare molto attento
Sturare gli orecchi a qualcuno, parlargli con energia e schiettezza
Sturarsi gli orecchi, sforzarsi di intendere bene
Turarsi gli orecchi, non voler sentire

2 per anton. Padiglione auricolare: orecchi piccoli, grandi, a sventola; prendere qualcuno per gli orecchi; calcarsi il cappello fino agli orecchi
‖ fig. Abbassare gli orecchi, mortificarsi
Avere gli orecchi lunghi, essere ignorante come un asino
Tirare gli orecchi a qualcuno, riprenderlo, ammonirlo
Tirata, tiratina d'orecchi, ammonimento, sgridata

3 estens. Udito: ha un o. acutissimo; è debole d'o.
‖ Gradito all'orecchio, melodioso, musicale
‖ Essere duro d'orecchi, essere sordo e ostinato
‖ Straziare gli orecchi, produrre suoni sgradevoli o molto acuti

4 fig. Attitudine ad apprendere la musica e a riprodurla con precisione: avere molto o.
‖ Non avere orecchio, essere stonato
‖ Cantare, suonare a orecchio, senza leggere uno spartito

5 fig. Cosa di forma simile a quella di un orecchio
‖ Piegatura, arricciatura dell'angolo di un foglio: un quaderno pieno di orecchi
‖ Prominenza, sporgenza tondeggiante; ansa: gli orecchi di un vaso
‖ Nell'aratro, parte superiore dell'avanvomere

6 BOT Orecchio di Giuda, fungo della classe dei Basidiomiceti (Auricolaria auricola Judae), con gambo molto breve e corpo lobato, che cresce come parassita sui tronchi di sambuco
‖ Orecchio d'orso, auricola
‖ Orecchio di topo, di sorcio, miosotide
‖ pegg. orecchiàccio
accr. → orecchióne

(Dizionario Gabrielli in rete)

martedì 16 agosto 2011

lunedì 15 agosto 2011




Un sereno Ferragosto a tutti gli amici blogghisti.

domenica 14 agosto 2011

Quattro chiacchiere con il signor Zaffíro


Incontriamo il sig. Zaffíro negli studi di una televisione privata: sta per essere venduto all’asta a un prezzo che egli non ritiene “adeguato” alla sua persona. Ma non è questo che lo irrita tanto, quanto il fatto che la maggior parte delle persone (anche quelle “acculturate”) pronunciano il suo nome in modo errato: con l’accento sulla ‘a’ anziché sulla ‘i’. Ciò lo rende nervoso e scostante, ma vista la nostra garbata insistenza accetta di riceverci.
- Allora, signor Zàffiro, mi scusi Zaffíro, ha fatto una ricerca particolare sul suo nome? Come mai si irrita se la chiamano Zàffiro, con l’accento sulla ‘a’?
- Lei al mio posto che farebbe? Accetterebbe con serenità il fatto che tutti, o quasi, pronunciano in modo scorretto il suo nome? Non si sentirebbe offeso vedendo calpestata la sua “personalità”?
- Ci parli della sua ricerca. Perché la pronuncia corretta è piana, ossia con la ‘i’ tonica, vale a dire accentata?
- Come lei certamente saprà, la maggior parte dei vocaboli della nostra lingua sono piani; ma non è questo il “vero” motivo: la mia discendenza è nobile vengo, infatti, dalla lingua classica, dall’aristocratico latino “sapphírus”, con tanto di ‘i’ lunga che in italiano si deve sentire e, per questo, deve essere accentata nella pronuncia. Naturalmente nella lingua parlata, non in quella scritta. Per essere estremamente chiaro aggiungerò che il latino “sapphírus” non è altro che l’adattamento del greco “sàppheiros” derivato, a sua volta, dal semitico “sappír”.
- Se può esserle di consolazione, sappia che altri signori, al pari di lei, vedono il loro nome “storpiato”: il verbo ‘valutare’, per esempio. Tutti dicono io vàluto e non valúto, con l’accentazione sdrucciola invece di quella corretta piana.
- Sí, lo so. Ho fondato un’associazione cui possono iscriversi tutti coloro che ritengono errata la pronuncia del proprio nome. Lo scopo è quello di sensibilizzare la gente sul problema dell’esatta pronuncia delle parole.
- Può prendersi la responsabilità di spiegarci il motivo per il quale il signor Valutare, durante la sua coniugazione, deve avere l’accentazione piana?
- Senz’altro. I motivi sono due. Il primo, che potremmo definire “logico”, si richiama all’accentazione dell’infinito: se un verbo, all’infinito, ha l’accentazione piana non si capisce perché deve cambiarla nel corso della coniugazione. Questa regola, però, ha le sue brave eccezioni che in questa sede non è il caso di citare. L’altro motivo è rappresentato dal fatto che un verbo conserva l’accento che ha il sostantivo corrispondente. Questa semplice regoletta è molto piú “sicura” della precedente. Qualche esempio renderà tutto piú chiaro. Il sostantivo corrispondente del verbo valutare è la valúta (moneta). Diremo, quindi, io valúto perché si dice la valúta, non la vàluta. Io dèrogo perché si dice la dèroga e non la deròga. Da ricordare, inoltre, che in linea di massima un verbo composto mantiene l’accento del verbo sul quale è formato.
- La ringraziamo per la sua gentilezza e per le sue preziosissime delucidazioni.
- Mi consenta ancora due parole.
- Prego…
- Perché nei casi dubbi la gente non ricorre all’ausilio di un buon vocabolario?
- Ha perfettamente ragione.

sabato 13 agosto 2011

«Buoneuscite»? No, "buonuscite" o "buone uscite"


Dal Corriere della Sera in rete:

«Decurtazioni per chi non rispetta gli obiettivi di riduzione della spesa. Pagamento ritardato per le buoneuscite»
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Forse è il caso di far notare ai redattori titolisti del quotidiano che “buoneuscite” è un plurale tremendamente errato. Gli amici blogghisti, amanti della lingua, non seguano quest’esempio.
Il plurale corretto è “buonuscite” se il termine viene univerbato o “buone uscite” se si preferisce scriverlo in due parole.

venerdì 12 agosto 2011

Errori ortografici






Segnaliamo alcuni emendamenti da apportare al “Piccolo Prontuario per l’autocorrezione dei piú comuni errori ortografici”, del sito http://ebookpdf.files.wordpress.com/2008/10/come-si-scrive-prontuario.pdf

Gli autori scrivono:
Li o Lì
li : art. det. m. pl.
es : li ho visti
lì : avverbio
es : stanno lì sul tavolo
----------
Li, senza accento, non è l’articolo determinativo maschile plurale, ma la particella pronominale di terza persona maschile plurale.

do : 1° pers. sing. indic. pres. verbo “dare” (non si accenta, perché difficilmente si può confondere
con la nota musicale)
es. : io do retta a tutti
---------
La prima persona del presente indicativo del verbo “dare” si può anche accentare, dipende dal gusto stilistico di chi scrive.

GIUSTO SBAGLIATO
chissà - chi sa
pertanto - per tanto
pressappoco - press'a poco
sennonché, senonché - se non che
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Le voci della colonna “sbagliato” sono, invece, correttissime. È errato il “senonché” scritto con una sola “n”.


giovedì 11 agosto 2011

«Il pozzo di San Patrizio»


«Papà, ho bisogno di centocinquanta euro per la revisione completa della motocicletta», disse il giovane Raimondo appena entrato in casa, di ritorno da un viaggio in lungo e in largo per l’Italia. Il padre, risentito per le pretese del figlio, sbottò, «Io vivo di stipendio, figliolo, non ho il Pozzo di San Patrizio!».
Quante volte, anche a voi sarà capitato di dire frasi del genere, inconsciamente, per mettere in evidenza il fatto che non si possiede una fonte di ricchezza inesauribile, come sta a significare, appunto, l’espressione “avere il pozzo di San Patrizio”. Vediamo, allora, come è nata questa locuzione, anche se il suo uso è improprio. Narra una leggenda che questo pozzo altro non era che una profondissima caverna – situata in un’isola del lago Derg, in Irlanda – rivelata da Cristo, nel VI secolo, al santo patrono di quella nazione, il vescovo Patrizio e da questo miracolosamente aperta per convincere gli Irlandesi e convertirli alla fede cristiana. Sempre secondo la leggenda, dal “pozzo” si poteva intravedere una “via” che menava all’ Aldilà. Coloro che vi si trattenevano in preghiera, ininterrottamente, per un giorno e una notte, ottenevano la remissione dei peccati.
Quest’espressione, dicevamo, è adoperata impropriamente per indicare una fonte di denaro ritenuta inesauribile da colui che vi attinge. A questo proposito potremmo azzardare l’ipotesi secondo la quale la “via” del pozzo era molto lunga, “inesauribile”, da qui, per l’appunto, il detto popolare “avere o essere il pozzo di San Patrizio.

Interessante il "Pozzo di San Patrizio" di Orvieto. Si clicchi su: http://www.luoghimisteriosi.it/umbria_pozzospatrizio.html

* * *
Avete dei dubbi su alcuni plurali “difficili”? Niente paura. Li “scioglie” l’Accademia della Crusca. Basta cliccare su questo collegamento: http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=3943&ctg_id=44

mercoledì 10 agosto 2011

Per un uso corretto della lingua italiana


Segnaliamo agli amici blogghisti due siti della massima importanza per il corretto uso della lingua italiana:

http://publications.europa.eu/code/it/it-4000000.htm

http://ec.europa.eu/dgs/translation/rei/#top

martedì 9 agosto 2011

Sull'uso corretto del possessivo


Caro Direttore del portale,
mi permetta di presentarmi prima di chiederle ospitalità per una lettera aperta agli amanti del bel parlare e del bello scrivere che seguono questo sito. Sono il possessivo, o meglio l’aggettivo determinativo che esprime l’idea del possesso, dell’appartenenza; i miei biografi, cioè i grammatici, amano definirmi «quella parte variabile del discorso che si mette prima o dopo un sostantivo per indicarne l’appartenenza, il possesso». Ho notato che non tutti mi adoperano correttamente, per questo ho pensato a una lettera aperta indirizzata a quanti hanno a cuore il buon uso della lingua italiana e accetteranno, quindi, alcuni miei modesti consigli circa l’ “obbligatorietà” dell’articolo davanti all’aggettivo possessivo. So benissimo che rischierò di rasentare la pedanteria (e di ciò chiedo scusa in anticipo), ma in lingua, alcune volte, è estremamente necessario essere rigorosi per non incorrere in strafalcioni che fanno inorridire “quanti ne sanno piú di noi”. Vediamo, dunque.
Innanzi tutto non è necessario ricorrere a me, cioè all’aggettivo determinativo (o possessivo), tutte le volte che il contesto del discorso indica chiaramente il possesso di un oggetto: ho smarrito l’ombrello (è chiaro, infatti, che si intende “il mio”); gli si è rotto il braccio (anche in questo caso è evidente che si intende “il suo”). Ed eccoci, gentili amici, alla cosa che piú mi sta a cuore: quando l’aggettivo possessivo si trova davanti a un nome indicante una relazione di parentela rifiuta o esige l’articolo secondo “regole” ben precise. Vediamole assieme.
Non si deve mettere l’articolo quando l’aggettivo determinativo si trova davanti a nomi di parenti stretti: padre, madre, fratello, sorella, figlio, figlia, marito, moglie. Si dirà, perciò, mio padre e non “il mio padre”. Si omette altresí l’articolo, ma non obbligatoriamente, davanti a nomi di parentela non stretta: zio, zia, nipote, cugino, suocero, genero, nuora ecc: tuo zio o il tuo zio; vostro genero o il vostro genero. È tassativamente obbligatorio, invece, mettere l’articolo (anche se la “legge linguistica” non commina la… reclusione) nei seguenti casi: a) davanti a nomi “affettivi” di parenti stretti, vale a dire mamma, papà, babbo, figliolo, figliola: il mio papà; la mia mamma; la sua figliola; b) davanti alle forme alterate di un qualunque nome di parentela e cioè nipotino, mogliettina, fratellino ecc.; c) quando il possessivo si trova dopo il sostantivo: la sorella mia; il padre vostro. Solamente in locuzioni esclamative, questo è importante, si sopprime l’articolo: padre mio! Mamma mia! Amore mio! d) quando qualsiasi nome di parentela è espresso in forma plurale: le vostre cugine; i suoi fratelli; e) quando oltre al possessivo c’è un altro aggettivo: il mio caro nonno.
Da ricordare, inoltre, che anche “proprio” è un aggettivo possessivo e sta a indicare il possesso di una qualsiasi delle tre persone cui si riferisce: può essere unito, infatti, a ‘mio’, ‘tuo’, ‘suo’ ecc. con valore intensivo. È correttamente adoperato, soprattutto, quando l’aggettivo possessivo ‘suo’ potrebbe dare adito ad ambiguità di indicazione; nel qual caso con ’proprio’ si indica il possesso del soggetto stesso: Giovanni fece riparare la sua automobile (nel contesto di un discorso potrebbe anche indicare l’automobile di un’altra persona). Se, invece, diciamo (o scriviamo) Giovanni fece riparare la “propria” automobile evitiamo possibili equivoci in quanto è chiaro che si tratta dell’auto di Giovanni, cioè del soggetto.
Vi ringrazio della vostra cortese attenzione e ringrazio, altresì, il Direttore per la sua squisita disponibilità.
Il vostro
Possessivo

lunedì 8 agosto 2011

Qualche curiosità linguistica


La moglie. Parliamo, cortesi blogghisti, della donna che può essere – secondo i punti di vista – croce o delizia della nostra esistenza: la moglie. Ne parliamo, ovviamente, sotto il profilo linguistico. Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: «Donna unita in matrimonio, che ha marito. Dal latino ‘mulier’ (donna)». Ed eccoci al punto. Per i Latini la “mulier” era la donna in genere e sembra provenire dall’aggettivo “mollis”, di significato intuitivo. “Mollis” nel comparativo di maggioranza diviene “mollior”; per tanto, gentili amici, che vogliate ammetterlo o no, avete sposato la “piú delicata” (mollior, ‘moglie’, appunto).

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Il poltrone e il bastardo. Colui che agli impegni e alla responsabilità del lavoro preferisce l’ozio viene definito, comunemente, “poltrone”. Questo termine – è interessante ‘scoprirlo’ – proviene, attraverso un viaggio etimologico affatto originale, da un vocabolo non piú in uso: poltro. Questo, a sua volta, dal latino “pullus” (‘piccolo’, riferito a tutti gli animali, quindi anche al puledro). Il poltro (puledro), dunque, indicava un animale da soma e, per ‘simpatia’, un divano, un letto. Da poltro, con l’accrescitivo femminile, si è formata la voce “poltrona”, con il significato a tutti noto, e da questa “poltrone”, appunto: colui che alla fatica del lavoro preferisce una comoda e rilassante… poltrona.
E a proposito di animali da soma, il termine “bastardo” non vi dice nulla? I vocabolari dicono che con la voce ‘bastardo’ si intende colui che è «nato da genitori non legittimamente coniugati». Perché? Perché originariamente questi figli erano concepiti sul “basto”, vale a dire sulla “rozza sella imbottita per muli e asini”.

domenica 7 agosto 2011

Rimediare...

Ancora un verbo usato, molto spesso, in modo improprio. Si tratta del verbo denominale “rimediare” che alla lettera significa “porre rimedio”, “accomodare una situazione” e anche “ovviare”, “provvedere”, “aggiustare”. Può essere tanto transitivo quanto intransitivo: Giovanni ha cercato di rimediare al misfatto che ha combinato; bisogna rimediare alla mancanza di mezzi; Pietro ha rimediato l’errore commesso dal figlio. Spesso, dicevamo, si adopera impropriamente con i significati di: trovare, raggranellare, raccattare, ottenere, raccogliere e simili: Giulio ha rimediato (ottenuto) un quattro in matematica; Giuseppe ha rimediato un biglietto per lo stadio. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere adoperi, dunque, il verbo rimediare nel significato proprio; negli altri casi usi i verbi sopra citati a seconda dei… casi.

http://www.etimo.it/?cmd=id&id=14710&md=6463665cd3559dd876fa45f19c7f7c6c


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Come si chiama la persona che legge qualunque cosa che le capiti sotto gli occhi? Non ha una denominazione specifica. Proponiamo “leggivoro” (dalle voci latine “legere” e “-vorus”, da “vorare”, divorare), sulla scia di onnivoro: Mario è proprio un leggivoro, legge di tutto. Che ne pensano gli amatori della lingua?

sabato 6 agosto 2011

Il tànghero e il «tanghista»


Incredibile, ma vero. Tempo fa, le nostre povere orecchie, anzi, correttamente, i nostri poveri orecchi, ebbero la sventura di udire queste frasi: “Giulio, accendi il televisore, c'è il campionato internazionale di tango al quale partecipano tutti i migliori tàngheri”. Facemmo fatica a trattenere il sorriso per non offendere i nostri illustri ospiti. Il tànghero, con il rispettivo femminile (tànghera), chiariamolo subito, è la persona zotica, rozza, ottusa e villana: con te non si può discutere, sei proprio un tànghero! La sua origine, vale a dire l'etimologia, è sconosciuta. Il linguista Ottorino Pianigiani, però, avanza un'ipotesi che facciamo nostra: «Dal barb. latino ‘tànganum che corrisponde con l'antico francese ‘tangre', ostinato, resistente, affine al verbo francese ‘tangoner', stringere, e al modello tedesco ‘Zange', e deriva da una radice germanica ‘Tahn-', tener saldo, tener fermo (…)». Il tànghero, potremmo dire, è la persona “ferma sulle proprie posizioni”, quindi ostinata, e “tiene strette le sue idee”.
Per quanto attiene, invece, al ballerino professionista di tango - non avendo un nome specifico - proporremmo di chiamarlo "tanghista" (il tanghista, la tanghista). Il suffisso "-ista", infatti, si adopera per indicare la persona che svolge una certa attività: violino/violinista; camion/camionista; bar/barista ecc. Perché, dunque, non chiamare "tanghista" chi, per professione, balla il tango? Che ne pensano gli amici blogghisti? Attendiamo i loro cortesi commenti.

giovedì 4 agosto 2011

Dintorno e... d'intorno


Crediamo di fare cosa gradita ai gentili blogghisti, che seguono le nostre modeste noterelle, spendere due parole su una… parola che può essere tanto avverbio quanto sostantivo: dintorno. Quando è in funzione avverbiale, con il significato di “intorno”, “da ogni parte”, “tutto in giro”, si può anche scrivere con la “d” apostrofata (d’intorno): gli sedevano tutti dintorno/d’intorno per festeggiarlo. Quando, invece, è in funzione di sostantivo e vale “vicinanza”, “luogo vicino”, la grafia deve essere tassativamente univerbata e si usa, per lo piú, nella forma plurale: i dintorni di Roma; il mio amico abita nei dintorni. Si veda anche questo collegamento:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=63555&r=22424

mercoledì 3 agosto 2011

Prorogare...


Abbiamo notato che molte persone danno al verbo “prorogare” un significato che non ha: rimandare, differire, aggiornare, rinviare e simili. Il verbo in oggetto significa “prolungare nel tempo”, “continuare oltre il tempo stabilito”. È usato correttamente, quindi, in frasi tipo “i termini di scadenza sono stati prorogati al 5 settembre” (prima il termine fissato era il 28 agosto, per esempio). Non è usato correttamente, invece, in espressioni tipo “l’udienza è stata prorogata a data da destinarsi” (come si legge spesso sulla stampa). In questi casi il verbo corretto da usare è “rinviare”, “rimandare”, “aggiornare”. Gli amatori del bel parlare e del bello scrivere cerchino di non cadere in questo… trabocchetto, tollerato da certi vocabolari.

http://www.etimo.it/?term=prorogare&find=Cerca

martedì 2 agosto 2011

Essere come la bandiera del Piovano Arlotto...


… Avere, cioè, varia e discutibile provenienza e si dice, in particolare, di beni di dubbia origine, come la bandiera del piovano, che era fatta di pezze rubate. Per la spiegazione del modo di dire diamo la parola – come facciamo sovente – a Ludovico Passarini, il “mago dei detti”.
«(…) Quest’altro motto pur vivo, come fosse nato ieri, va addossato ai sarti, i quali anche al tempo del Piovano Arlotto erano poco stimati, poiché fu egli, se non erro, l’inventore della seguente storiella. Il motto è “Bandiera o non bandiera, di questo non v ‘ era”. Un sartore per gravissima malattia era vicino alla morte. Il diavolo, che non lascia morir in pace chi in vita abbia avuto che fare con lui, si fece innanzi al morente, mostrandogli una bella bandiera fatta con tutti i pezzi, piú o meno grandi, delle stoffe che quegli aveva rubacchiato a’ suoi avventori. Il sartore però, che aveva visceri forti, risanò da quel male; e fatto dentro di sé il proposito di non rubare piú tornando al mestiere, ingiunse a un suo fattore: tutte le volte che mi vedrai tagliar drappi, mi dirai: ‘bandiera’. Il fattore obbedí sempre, e il sartore si teneva fermo al proposito; ma una volta gli capitò sotto le forbici un drappo sí nuovo e bello, che dicendogli quegli, ‘bandiera’, ei quasi trasportato da entusiasmo esclamò: o bandiera o non bandiera, di questo non v ‘era. Se tutte le prediche e gli apologhi di messer Arlotto Mainardi Pievano di San Cresci di Maciucoli nella diocesi di Fiesole fossero come questo, il libro di lui, che tanto è cercato, istruirebbe piú che non diletta. La novelletta del sartore insegna bellamente quel che l’altro comune proverbio, “la volpe muta il pelo, ma non il vizio”. Quel sartore lo aveva già radicato nell’ossa, e ipocritamente a quella nuova tentazione andò a pescare che un pezzo del drappo novissimo nella diabolica bandiera non era. Cosí certi ipocriti con mendicate scuse cercano di attutire la loro coscienza allor che fanno il peccato. La predetta bandiera poi non è andata piú giú; ed anche oggi certi sartori fra loro ora per ischerzo, ed ora per insultarsi se la sciorinano innanzi (…)».

lunedì 1 agosto 2011

Neofita? Meglio neofito


Cortese dott. Raso,
un amico mi ha fatto “scoprire” il suo impareggiabile sito. Ne approfitto subito per un quesito. Sulla stampa leggo spesso un sostantivo scritto ora in un modo, ora in un altro: neofito e neofita. Qual è, a suo parere, la grafia da privilegiare? Grazie se mi onorerà di una sua autorevole risposta. Nell’attesa la ringrazio vivamente e le faccio i miei complimenti per il suo impegno in difesa della nostra lingua, sempre piú bistrattata.
Enrico F.
Forlì
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Gentile Enrico, la ringrazio di cuore per i complimenti. Troverà la risposta cliccando su:

http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/07/21/l_escrologia.html