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domenica 31 luglio 2011

Grazie "di" o grazie "per"?


Molto spesso siamo presi dal dubbio sulla preposizione da far seguire a “grazie”, interiezione che esprime riconoscenza, ringraziamento e simili: “di” o “per”? Non c’è differenza alcuna, si possono adoperare l’una o l’altra: grazie “di” avermi risposto; grazie “per” avermi risposto. Personalmente preferiamo la preposizione “per” perché riteniamo esprima meglio il motivo, la ragione del… ringraziamento (grazie “per”, cioè grazie “perché” mi hai risposto). Quest’interiezione viene anche usata per mettere in evidenza l’ovvietà di un’affermazione o il carattere retorico di una domanda: Giulio è arrivato prima di te. "Grazie", abita lí vicino! Si fa seguire dalla preposizione “a”, invece, quando “grazie” sta a significare “per merito di”, “per volontà di”, "con l'aiuto di": grazie “a” te sono stato assunto (vale a dire “per merito “ tuo, "con il tuo aiuto" sono stato assunto).

sabato 30 luglio 2011

Chiamarsi fuori






Tutti conosciamo il modo di dire sopra citato; pochi conoscono, forse, l’origine. Vogliamo vederla assieme? Bene. Affidiamoci al “re” dei modi di dire, Ludovico Passarini.
Per indicare accortezza abbiamo anche un altro modo usato comunemente dal volgo, preso dai giocatori di carte; ed è “chiamarsi fori o fora”. Quando il giocatore, numerando le sue carte, si avvede di essere arrivato o ch’è per giungere a compire il numero di punti, che ci vogliono per vincere, timoroso che il suo compagno ci arrivi anch’esso, contento della vittoria dice: ‘Mi chiamo fori’. E se il compagno s’avvedesse di avere anch’esso accozzato i punti richiesti, e dicesse ‘mi chiamo fori anch’io’, il vincitore, verificato il numero dei punti, sarebbe l’altro, perché primo a proclamarsi fori, quasi fuor della meta da lui sorpassata. Da qui si vede che il “chiamarsi fori” è un atto di accortezza, e di lestezza, che non fatto a tempo fa perdere tutto il merito o il guadagno dell’opera. Questo motto quindi trasportato ai tanti casi della vita, in cui potrebbe corrersi qualche pericolo per ignavia o trascuratezza, vale a significare: ‘Io mi metto in salvo’; ‘Mi dichiaro innocente’; ‘Non ne so nulla’; ‘non me n’impaccio’ e cose simili.


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La sdraia, la sdraio

Un articolo di Matilde Paoli. dell’Accademia della Crusca. Non ci sembra chiaro, però, quale sia il termine da ritenere “piú corretto”.
Si clicchi su: http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8706&ctg_id=44

venerdì 29 luglio 2011

Turlupinare


Tutti conosciamo il significato di turlupinare, se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: ingannare, raggirare, gabbare, abbindolare. È un francesismo che sconsigliamo decisamente essendoci, per l’appunto, i corrispettivi verbi italiani. Riteniamo interessante, però, portare a conoscenza degli amici blogghisti l’origine del verbo. Ci affidiamo a Enzo La Stella.
Verbo di uso non comunissimo, che significa prendere in giro o, peggio, imbrogliare e che deriva dal nome d’arte di Henry le Grand Belleville, famoso attore comico francese del Seicento; a un certo punto della sua carriera, Henry scelse il nomignolo di “Turlupin”, con cui interpretò varie parti satiriche di grande successo. Tale nomignolo si rifaceva a una setta di eretici trecenteschi, che non usavano vestiti e che erano accusati di ogni sorta di eccessi, tanto che il loro nome aveva preso a indicare, genericamente, chiunque avesse fatto scherzi di dubbio gusto. Tuttavia, il loro nome non sarebbe entrato nel lessico francese (“turlupiner”) e nel nostro senza la mediazione artistica di Henry che, supponiamo, scelse maliziosamente il nomignolo citato nella convinzione che esso, contenente il vocabolo “pine” (uno dei molti modi francesi per chiamare il membro virile) avrebbe fatto scompisciare dalle risa le platee di bocca buona.

giovedì 28 luglio 2011

Due verbi servili: quale ausiliare?


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

1. Nicolas scrive:
27 luglio 2011 alle 12:35
Salve,quando nell’apparato verbale di una frase avente il verbo principale con ausiliare “essere” appaiono due verbi servili si utilizza l’ausiliare “essere” o “avere”?
es: Io sono voluto poter partire oppure io ho voluto poter partire. (io opterei per la prima forma dato che partire ha l’ausiliare “essere”).
Grazie

2. linguista scrive:
27 luglio 2011 alle 12:41
La norma tradizionale prevede che l’ausiliare del verbo servile sia lo stesso di quello del verbo retto: “sono partito”, quindi “sono voluto partire”.
Alessandro Aresti
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Stupisce la non-risposta del linguista. Il lettore chiedeva quale ausiliare adoperare in una frase in cui ci sono due verbi servili. Lo facciamo noi per lui. In casi del genere si adopera l’ausiliare del verbo servile piú vicino al verbo che… serve. Useremo, quindi, l’ausiliare ‘avere’ perché il servile potere ha questo ausiliare sebbene partire prenda l’ausiliare essere. Quindi: ho voluto poter partire.


mercoledì 27 luglio 2011

Rimarcare...


Un altro verbo che, a nostro modo di vedere e checché ne dicano i sacri testi, molto spesso viene adoperato impropriamente: rimarcare. Si sentono e si leggono, sovente, frasi del tipo “Gli sono stati fatti rimarcare, in quella circostanza, i suoi numerosi errori”. Bene, anzi male. In questi casi, a nostro avviso, il verbo rimarcare è adoperato, se non in modo scorretto, impropriamente. Rimarcare significa “marcare di nuovo”, cioè “segnare nuovamente”, “contrassegnare, di nuovo, con una marca”: tutti i cavalli della scuderia sono stati rimarcati. Non ci sembra corretto, dunque, adoperare il verbo in questione fuor di questo significato. A nostro avviso, insomma, non si può dare al verbo rimarcare un significato che non ha: notare, considerare, osservare e simili. Nel su citato esempio, quindi, si deve dire, "correttamente": Gli sono stati fatti notare, osservare...
Come dicevamo, i sacri testi ci contraddicono. Ma tant’è.

martedì 26 luglio 2011

Z: quando dolce e quando aspra?


Gent.mo Fausto,
sono anch’io appassionato di linguistica e fonologia, e vorrei, con la presente, chiedere la sua autorevole spiegazione a un dubbio che da un po’ di tempo mi sorge in conseguenza di richieste di alcuni amici in merito alla pronuncia della “Z” (sia semplice che doppia) sorda e sonora. Più precisamente mi interessa sapere, ad esempio, quando si pronuncia sorda e perché. Lo so che c’è l’influenza regionale un po’ in tutti i tipi di pronuncia ma, per esempio in Campania diciamo “calze” con la zeta sorda, mentre nel Lazio con la zeta sonora; così pronunciamo, ad esempio, mezzo, con la zeta sorda e pozzo con la zeta sonora e, infine, il nome di alcune località, come Lumezzane, non so se esiste una regola fissa per la giusta pronuncia. Sperando di essere stato chiaro e, nella speranza di una cortese risposta, La saluto cordialmente.
Giuseppe L.
(Località omessa)
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Cortese Giuseppe, i suoi dubbi potranno essere dissipati collegandosi ai siti in calce:

http://www.dizionario.rai.it/

http://www.attori.com/dizione/Diz00.htm

lunedì 25 luglio 2011

La dipartita di Giorgio De Rienzo

E' venuto a mancare un grande "amico" della lingua italiana: Giorgio De Rienzo. Le nostre opinioni molto spesso divergevano e quando sbagliava era pronto a riconoscerlo, con grande onestà intellettuale. Era, insomma, un grande signore, l'opposto di certi linguisti che "pullulano" in rete...
Vadano alla Famiglia le nostre sentite espressioni di cordoglio.
Si veda:
http://www.corriere.it/cultura/11_luglio_24/Addio-a-Giorgio-De-Rienzo-la-passione-per-l-italiano_2b22b8da-b609-11e0-b43a-390fb6586130.shtml

venerdì 22 luglio 2011

Vorrei sapere se...




Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

• Gaia scrive:
21 luglio 2011 alle 10:38
Salve devo scrivere una mail molto importante ad un docente universitario per chiedergli di ricevermi per iniziare la stesura della tesi ma mi è venuto un dubbio…. posso scrivere “vorrei venire a ricevimento per parlare con lei della mia tesi e sapere se SAREBBE disponibile a seguirmi” oppure al posto di sarebbe è preferibile SIA? grazie mille

• linguista scrive:
21 luglio 2011 alle 10:45
Nelle interrogative indirette introdotte da “se”, va usato l’indicativo o il congiuntivo. Trattandosi di una e-mail rivolta a un suo docente, consiglierei senza dubbio la formula in grado di mettere maggiore distanza, quella con il congiuntivo. Scriva senz’altro “sia”.
Alessandro Di Candia
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Ampliamo la risposta del linguista aggiungendo che con le interrogative indirette si possono adoperare tutt'e tre i modi del verbo: indicativo, congiuntivo e condizionale. Dipende dalle varie "sfumature". Nel caso specifico, al contrario dell'esperto di "Repubblica", ci vedremmo più il condizionale che il congiuntivo, proprio per mettere in evidenza la "maggiore distanza" (a nostro avviso il condizionale è anche il modo del verbo che indica "sudditanza" e "ossequio"). Ecco qualche esempio di Autori illustri in cui sono "rappresentati" tutt'e tre i modi verbali:



Sto in ansietà delle sue nuove e di quelle della mamma e dei fratelli; e vorrei sapere se è partito da Recanati il governatore... (Leopardi)


La quistione se il suicidio giovi o non giovi all'uomo (al che si riduce il sapere se sia o no ragionevole e preeleggibile), si ristringe in questi puri termini. (Leopardi)

E se quando l’abbia saputo, il Piemonte fosse contento, quanto all’arbitrio, rimarrebbe a sapere se sarebbe ugualmente contento quanto alla vergogna che gli verrebbe fatta col cacciare un profugo perché è stato uomo di fede e di onore... (D’Azeglio).

giovedì 21 luglio 2011

"Insieme con" e "assieme a"


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
insieme con
salve,
vorrei sapere se l'uso ormai comune di dire "isnieme con" è grammaticalmente corretto. Ho sempre sostenuto essere un grosso errore ma mi rendo conto che ormai tutti usano questa espressione da un pò di anni.
Grammaticalmente è corretto?
Grazie
(Firma)
Risposta dell'esperto:
Risposta De Rienzo Mercoledì, 20 Luglio 2011

Corretto: "insieme a". "Insieme" contiene già il "con", e sarebbe dunque una ripetizione.
Lasci perdere gli usi. La gente pensa male, parla male (e forse non vive nemmeno male, come lei, perché se ne frega). Ma... chissà se citare Moretti è forumisticamente corretto?
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La "sola" forma corretta è "insieme con", dal latino "insimul", e si costruisce con la preposizione "con". Questa la forma preferita dai migliori scrittori perché la preposizione 'con' indica relazione di compagnia, di unione, propria di questo avverbio. La preposizione 'a' designa, per lo più, appartenenza, direzione e si accompagna all'avverbio 'assieme'. Quindi: esco insieme 'con' Giuseppe e studio assieme 'a' Luigi.

mercoledì 20 luglio 2011

"D'assalto"



Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Paolo scrive:
18 luglio 2011 alle 22:48

Buongiorno a tutti e buon inizio settimana.

Ho letto che la preposizione DA non si può elidere, se non in determinate circostanze. Eppure, trovo, anche in grammatiche di valore, la parola “d’assalto” regolarmente elisa. Non sarebbe più corretto dire “da assalto”? Oppure l’elisione sta al posto di “di assalto”?

Grazie come sempre, saluti

Paolo

linguista scrive:
19 luglio 2011 alle 09:16

D’assalto (da assalto) è proprio una di quelle eccezioni.

Alessandro Aresti
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Non siamo molto convinti della risposta del linguista. Anzi, non lo siamo affatto. A nostro avviso non si tratta di una locuzione avverbiale in cui la preposizione "da" si può apostrofare (d'altronde, d'altra parte, d'ora in avanti ecc.), siamo in presenza di una locuzione attributiva nella quale "di assalto" fa da attributo, appunto, al sostantivo cui si riferisce: truppe "di" assalto. Una sorta di complemento di specificazione, insomma. Ci conforta - se non interpretiamo male - il Treccani in rete dove al lemma "assalto" possiamo leggere: "b. Nel linguaggio giornalistico, la locuz. d’assalto (tratta dalle prec. espressioni dell’arte militare) è spesso usata in senso fig. e con funzione attributiva, riferita a persone (soprattutto magistrati) ferme e decise nell’azione, spregiudicate e senza prevenzioni nell’esercizio della loro attività: un pretore d’a. (meno com., con connotazione negativa, un imprenditore, un finanziere d’a., e sim.).".

lunedì 18 luglio 2011

La sindaca






Gianluca ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La soldata": (11 maggio scorso)

Le terminazioni in A delle desinenze in O indicano sovente la moglie e non il grado della militare vedere lo zingarelli dove marescialla indica la moglie del maresiallo in più con tono dispregiativo come nel film pane amore e dove la lollo viene nominata la bersagliera potrei le sue caratteristiche comandesche e via di seguito quindi maresciallo colonello architetto devono essere al maschile che in questo caso diventa neutro ciao.
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Al commento di Gianluca rispondiamo con le parole del linguista Luciano Satta:

Senza fare discussioni e raffronti morfologici, indichiamo alcuni femminili di professioni e di cariche da usare, secondio noi, liberamente: la deputata, la presidente, la magistrata, la consigliera, la vigile, la giudice, la soldata, la ministra, la sottosegretaria, la segretaria (anche di un partito), la sindaca.
Sappiamo tuttavia che ci sono molte resistenze; e siamo pronti ad arrenderci. Ma un momento. È lecito osservare che, quando ci sono parole composte con “vice-” per esempio, si rimane nel dubbio, perché non si sa se la “vicesindaca”, sicuramente donna, abbia la desinenza in “-a” anche perché è vice di una sindaca o solo perché è donna lei e può essere vice di un sindaco. Però si converrà che lo stesso accade se diciamo “la vicesindachessa”, o “la vicesindaco” avendo scelto di chimare 'sindaco' una donna. Si arriva all'assurdo (teorico) che, detto “il sindaco” di una donna, dovremo fare lo stesso con la sua vice, chiamandola “il vicesindaco”; se manca il nome di battesimo abbiamo perciò i seguenti dubbi: “il vicesindaco” può essere un uomo, può essere una donna, può essere uomo vice di un uomo, uomo vice di una donna, donna vice di un uomo, donna vice di una donna. Si dovrà ammettere che con “la vicesindaca”, l'angosciosa incertezza di sesso e di anagrafe si riduce.

domenica 17 luglio 2011

Disquisizioni...




Da "Domande e risposte" del Treccani in rete:

È giusto utilizzare la prima consonante maiuscola e quindi scrivere “Vicepresidente” o “vicepresidente”? È giusto scriverlo attaccato o staccato aggiungendo una stanghetta (“Vice-presidente”)?

L’uso della cosiddetta maiuscola reverenziale dipende sostanzialmente da fattori esterni al dato linguistico. C’è estrema variabilità nell’uso della maiuscola o della minuscola iniziale con riferimento a titoli, cariche, funzioni svolte dagli esseri umani nel consesso civile, vale a dire nelle sue articolazioni organizzate a livello istituzionale, legale, associativo, ecc. Una variabilità che dipende dal tempo storico; dal contesto e dall’occasione; dalle intenzioni dello scrivente e dalle sue presupposizioni sull’orizzonte d’attesa del destinatario.
Può accadere, per fare un esempio, che il dirigente di un servizio ministeriale suggerisca ai suoi dipendenti di usare la maiuscola nelle pratiche interne e nella corrispondenza volta all’esterno ogni volta che si debbano menzionare alte cariche istituzionali, operanti sia nel pubblico, sia nel privato; un altro dirigente di pari rango e competenza dello stesso o di altro ministero potrebbe rivelarsi più selettivo, distinguendo tra maiuscole reverenziali da destinare soltanto alle più alte cariche dello Stato (per fare un esempio) ma non alle cariche di minor rango nella pubblica amministrazione.

Chi ha ragione? Chi ha torto? La grammatica non impone leggi capestro su questi fenomeni, anzi, sembra muoversi liberamente sulla fluida superficie dell’uso e delle situazioni particolari. Come scrive Luca Serianni nella sua “garzantina” Italiano (1997, I.191), «in casi del genere l’uso della maiuscola è legato a fattori stilistici: ci aspettiamo di leggere Papa se chi scrive è un cattolico o comunque un ammiratore del pontefice, papa se il discorso muove da indifferenza o addirittura da ostilità». In definitiva, deve essere scrupolo dello scrivente capire in quale situazione, con quali fini e destinatari e con quale tasso di formalità sta organizzando il suo atto comunicativo: da questa comprensione, potrà far discendere un uso sensato ed efficace dello strumento a due facce maiuscolo/minuscolo, cercando peraltro di perseguire una coerenza sistematica all’interno del testo o dell’insieme dei testi: Vicepresidente ma anche Consigliere, Amministratore Delegato, Sindaco ecc.; vicepresidente ma anche consigliere, amministratore delegato, sindaco, ecc.

Per quanto riguarda la scelta tra univerbazione (cioè, unione in unica parola: vicepresidente) e grafia analitica (vice-presidente; ma sarebbe possibile anche vice presidente), si sostiene che la scrizione unita (primo esempio) testimoni come lo scrivente avverta ormai un unico organismo nella somma dei due elementi formativi (vice e presidente). Anche qui, però, come nel caso della scelta tra maiuscola reverenziale e minuscola, entrano in gioco percezioni soggettive e usi locali.

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Consigliamo vivamente l'univerbazione perché "vice" è in funzione di prefisso e come tutti i prefissi si "attacca" alla parola che segue.

sabato 16 luglio 2011

Ma che lingua è?




Facciamo nostro questo bellissimo intervento di Gianni Pardo.


LA PITTRICE CIECA
Un articolo del “Corriere della Sera” (1) è intitolato “Scriviamo ancora italiano? Urge vocabolario”. E infatti il vocabolario avrebbe delle perplessità già per il sottotitolo: “Fra amnesie e sms la lingua evolve. In meglio?” Certamente non in meglio, è la risposta, dal momento che in buon italiano la lingua non evolve ma si evolve. Ma il meglio si trova nell’articolo, a firma di Maria Luisa Agnese. Questa signora fa pensare a un cieco che dia lezioni di pittura. Infatti gli errori sono tanti che è necessario riportarli sinteticamente.
“Ma come? io che ho sempre…”, con “io” minuscolo; dice che qual’é è sbagliato e dà come versione giusta qual é e non qual è; “il professore di italiano al ginnasio che era anche un poeta corresse…”: sarebbe stato necessario mettere l'inciso fra virgole, per non rendere poeta il ginnasio; il Devoto-Oli è definito bibbia “consolatoria dei miei dubbi”: i dubbi, piuttosto che consolarli, è meglio eliminarli; e a questo serve quell’eccellente dizionario; “ragazzini con penna dubbiosa”, altri con penna stilografica; “nessun numero di telefono a memoria neppure quelli dei parenti più stretti”: dietro “memoria” chi non avrebbe messo una virgola?; “ci siamo arresi a cerimonie di scrittura ultra semplificate”: cerimonie di scrittura?; “qualche giorno fa ero con il fotografo Giovanni Gastel per un’intervista, e ci siamo confortati a vicenda, di recente anche lui era stato assalito dal mio stesso dubbio proprio riguardo a superficie ed era rimasto altrettanto stupefatto della sua incertezza…”: uno stile che fa pensare a quello di un fante sardo della Prima Guerra Mondiale; e non si riportano altre frasi altrettanto bolse per non rendere questa nota troppo lunga; “Le vistose sgrammaticature si potevano perdonare ai sfortunati ragazzini napoletani”: ma si può perdonare a lei, che pubblica nel primo quotidiano d’Italia, il fatto che scriva “ai sfortunati”?Un paio di domande: è un articolo sulla lingua italiana o un articolo che reclama una traduzione in lingua italiana? È un articolo che insegna a scrivere o che insegna a non scrivere affatto, se non si è in grado di farlo?

venerdì 15 luglio 2011

Il "ciarlatano"


Il significato "scoperto" di 'ciarlatano" è noto a tutti: imbonitore e, per estensione, imbroglione. In questa sede vogliamo conoscere, invece, il significato "coperto", quello che sta 'dentro' alla parola. Per farlo ci affidiamo a Enzo La Stella.
Non si offendano gli abitanti di Cerreto di Spoleto (PG), ma pare proprio certo che ciarlatano sia antica deformazione di Cerretano. Nel Medioevo, gli abitanti di Cerreto si guadagnavano da vivere questuando per gli ospedali di Sant'Antonio e facendo gli imbonitori di fiera. In questa professione si gudagnarono una tale reputazione, forse anche per le molte ciarle necessarie a esercitarla con successo, che dovettero accettare, sia pure a malincuore, che il loro etnico si trasformasse in sinonimo di attività girovaga e un po' truffaldina. Ciarlatano è stato adottato e adattato alla grafia di numerose lingue straniere.

mercoledì 13 luglio 2011

Razziare


Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
VOCE DEL VERBO
Circa 10 anni fa, un quotidiano riportava la notizia di un furto perpetrato nei magazzini di un grossista di alimentari. Il titolo era il seguente: "ignoti razziano merce per 40 milioni dal magazzino della ditta XXXXX".
Mi son trovato unico, fra molti miei interlocutori, a sostenere che la parola "razziano" si doveva leggere con l'accento sulla i. Altri leggevano con l'accento sulla prima a. Altri non sapevano.
Io non avevo dubbi. Che ne dice Lei ?
Grazie.
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Martedì, 12 Luglio 2011
"Razziano", come "stanziano", o "sfogliano (sempre trisillabi) vogliono l'accento sulla prima sillaba. Altro è "razzìa", come "genìa", ecc.
Certo che i dubbi possono sorgere. E se qualche super-dotto dal Forum vuol dire la sua... fate pure RAZZIA di interpretazioni!
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Cortese Professore, non sono un “super-dotto” del Forum (né un fonetista) posso dire con certezza, però, che non è una questione di interpretazione. Ha ragione il Lettore, l’accento deve cadere sulla “i” perché il verbo in questione è un denominale (la “razzía” c’entra, eccome!), deve conservare, quindi, la stessa accentazione del sostantivo da cui proviene: razzía, appunto. Sono confortato, in ciò, dal Dop, Dizionario di Ortografia e Pronunzia. Ma anche dal vocabolario Gabrielli in rete
: razziare
[raz-zià-re]
(razzìo, razzìi, razzìa, razziàmo, razziàte, razzìano; congiunt. pres. razzìi, razziàmo, razziàte, razzìino; razziànte; razziàto)

martedì 12 luglio 2011

Capitalista e capitalistica




Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
Capitalista-capitalistica
Vorrei sapere quando usare "capitalista" e quando "capitalistica". Grazie
(Firma)
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Lunedì, 11 Luglio 2011
Capitalistica è aggettivo femminile di capitalista.
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Cortese Professore, duole il farlo, ma ci corre l’obbligo di correggere la risposta. Capitalistica non è affatto aggettivo di capitalista. Capitalista può essere tanto sostantivo quanto aggettivo: un uomo capitalista, una donna capitalista (con i rispettivi plurali “-sti” e “-ste”). C’è, poi, “capitalistico” che è solo aggettivo: capitalistico, capitalistica, capitalistici, capitalistiche. Non c’è differenza alcuna, quindi, nell’uso dei due termini (anche se è preferibile “capitalistico” riferito a cose), salvo il fatto che – come dicevamo – capitalistico si adopera solo in funzione di aggettivo.


* * *

Siamo lieti di constatare che il “Treccani” in rete è l’unico (?) vocabolario ad attestare la voce, correttissima, “confondatore”, anche se non come lemma principale. Il Dop (Dizionario di Ortografia e Pronunzia), alla voce “cofondatore” rimanda a “confondatore”, il che sta a significare che “confondatore” è grafia da preferire. Non si dice, del resto, “condirettore”? Per quale illogico motivo i soloni della lingua condannano “confondatore”?

Dal “Treccani”:

cofondatóre (o confondatóre) s. m. (f. -trice) [comp. di co-1 (o con-) e fondatore]. – Chi è fondatore di un’istituzione insieme con altra persona; in partic., nel linguaggio eccles., chi ha avuto parte rilevante nell’esecuzione del disegno concepito dal fondatore di un ordine o di una congregazione religiosa, così da poter essere considerato come un vero e proprio collaboratore intimo del fondatore stesso.

lunedì 11 luglio 2011

Fare le cose con la testa nel sacco


Chi fa le cose con la testa nel sacco? La persona che agisce sconsideratamente, alla cieca, senza ragionare, come se tenesse la testa e, quindi, gli occhi dentro un sacco; cosí facendo non ha, per tanto, la possibilità di vedere ciò che gli succede intorno. Questa persona, insomma, agisce senza tener conto delle circostanze e delle conseguenze cui va incontro.

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Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
Disotto o di sotto
In un libro ho trovato la parola "disotto", è corretto o bisogna scrivere "di sotto"?
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Domenica, 10 Luglio 2011
Si può scrivere in ambedue i modi.
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Forse è meglio ampliare la risposta. È preferibile la grafia scissa quando la locuzione è in funzione avverbiale: scendere di sotto; in grafia univerbata in funzione di sostantivo: il disotto del tetto.


sabato 9 luglio 2011

«Meteorologhi» o «meteorologi»?


L’argomento, ci sembra, è stato già trattato; lo riproponiamo perché abbiamo notato che non tutti i vocabolari concordano sul plurale dei nomi in “-logo”: astrologi o astrologhi? Urologi o urologhi? Alcuni danno corrette entrambe le forme, altri ritengono di uso polare la forma in “-ghi”, altri ancora privilegiano esclusivamente quella in “-gi”. Questa “anarchia” disorienta i lettori che non sanno come regolarsi in proposito. Eppure ci sembra che la grammatica sia categorica: la sola forma corretta è quella in “-gi”: astrologi, psicologi, teologi, filologi, neurologi ecc. Si potrebbe obiettare, quindi, che secondo questa regola il plurale di “dialogo” dovrebbe essere “dialogi”. No, questa regola si applica solo ai sostantivi che si riferiscono a persone e terminano in “-òlogo” (dialogo non finisce in “-òlogo” e non si riferisce a persone). Senza tema di sbagliare scriveremo, quindi, i meteorologi, gli ufologi, i cardiologi, i podologi…


* * *

“Una parola al giorno” dal vocabolario Zingarelli:

tralùcere / traˈlutʃere/
[vc. dotta, lat. translucēre, comp. di trāns ‘attraverso’ e lucēre ‘splendere’ con adattamento ai corrispondenti componenti it. ☼ av. 1292]
v. intr. (io tralùco, tu tralùci; difett. del part. pass. e dei tempi composti)
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Forse è il caso di chiarire che il verbo in questione ha solo le terze persone del presente indicativo, dell'imperfetto indicativo e dell'imperfetto congiuntivo. Chissà perché il coniugatore di "Virgilio" dà tutte le persone.

giovedì 7 luglio 2011

Un "orrore" da emendare








Segnaliamo alla redazione del “Treccani” in rete un errore da correggere il più presto possibile per non confondere le persone sprovvedute in fatto di lingua. Al lemma “sposare”, al punto 3. D. si legge: un’altro. L’apostrofo, ovviamente, è errato. Copincolliamo il testo:


d. Nella tecnologia, riferito a un corpo, combaciare con un’altro, riempire esattamente un vano, assumere la forma di un altro corpo, con cui è messo a contatto: la lastra viene martellata sopra il modello finché ne sposa tutti i contorni. ◆ Part. pass. spoṡato, frequente come agg. e sost., coniugato: un uomo sposato, una donna sposata (contrapp. a celibe e rispettivam. a nubile); ha una relazione con uno sposato, o con una sposata; una partita amichevole di calcio tra celibi e sposati.


La redazione ha emendato subito l'errore. Ci saremmo aspettato un "grazie"... Ma la lingua - si dice - si evolve e con questa i costumi e le buone maniere...

(8 luglio 2011)

* * *

Avere gli anni del primo topo

Si adopera quest’espressione, in senso figurato, riferita a una persona di età molto avanzata. Sembra che la locuzione faccia riferimento a un casato di origini antichissime, nel cui stemma erano rappresentati cinque topi. Avere gli anni del primo di questi, quindi, vuole significare essere il là con l'età.

mercoledì 6 luglio 2011

Perché «leGittimo» e «leGGibile»?



Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
Una "g" ballerina.
A proposito di illegittimo e di un post del 4 luglio.
Il termine italiano "legittimo" deriva da quello latino "legitimus" e mantiene di quest'ultimo la "g" semplice. Ma allora perché "leggibile" che deriva da "legibilis", ha la doppia "g"? Lei, caro prof, potrebbe rispondermi che "E' così perché è così" ma non sarebbe una spiegazione logica...
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Martedì, 05 Luglio 2011
In effetti non esiste sempre una ragione logica.
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Cortese Professore, secondo l’ «Avviamento alla etimologia italiana» di Giacomo Devoto “leggibile” prende la doppia “g” perché, pur provenendo dal tardo latino ‘legibilis’, è incrociato con l’italiano ‘leggere’.

martedì 5 luglio 2011

Nuotare in un bagno di melassa




Chissà quanti amici blogghisti, per la loro condizione sociale e senza volerlo, hanno nuotato o nuotano tuttora in un bagno di melassa, che significa essere circondati da persone piene di moine, gentilezze, dolcezza, tanto da sentirsene nauseati. Il modo di dire si rifà, in senso figurato, alla melassa, cioè al liquido che resta una volta estratto lo zucchero dalla barbabietola o dalla canna. Questo liquido è dolcissimo e appiccicoso. Di qui, per l’appunto, l’uso figurato della locuzione.

lunedì 4 luglio 2011

«Quotare...»


Ciò che stiamo per scrivere non avrà l’approvazione di qualche “linguista d’assalto” e di qualche “coraggioso” anonimo che segue questo portale con la sola speranza di prenderci in castagna, per poi inviarci i suoi commenti. La cosa ci lascia nella piú “squallida indifferenza” e andiamo avanti per la nostra strada sempre piú convinti della bontà di quanto scriviamo, lasciando ai nostri amici la libertà, ovviamente, di seguirci o no.
Intendiamo parlare del verbo denominale “quotare” che significa “fissare, stabilire un prezzo, una quota”: quel titolo è quotato in Borsa. Spesso si usa in senso figurato con il significato generico di “valutare”, “stimare”, “giudicare”, “apprezzare” e simili: È un professionista molto quotato. A nostro avviso è un uso, questo, da evitare in buona lingua italiana (anche se ammesso da numerosi vocabolari). Perché adoperare il verbo quotare fuor del suo significato primario quando ci sono i su citati verbi che fanno alla bisogna?


http://www.etimo.it/?term=quota&find=Cerca

domenica 3 luglio 2011

«Procurare danni...»


Da un giornale locale: “Le piogge di questi ultimi giorni hanno procurato gravissimi danni alle coltivazioni”. Questo titolo – a nostro modo di vedere – contiene una scorrezione: il verbo procurare adoperato nell’accezione di “arrecare”, “cagionare”, “causare”, “provocare”. In buona lingua italiana si deve dire: “…. Ha causato, arrecato gravissimi danni alle coltivazioni”. Il verbo procurare significa “fare in modo che…”, “provvedere” e simili, come si può apprendere anche cliccando su questo collegamento:
http://www.etimo.it/?term=procurare&find=Cerca . Perché, dunque, dare al verbo in questione un significato che non ha?

sabato 2 luglio 2011

«Sposare sotto l'albero fiorito»



Chissà quanti amici blogghisti, inconsapevolmente, hanno messo in pratica questo modo di dire - per la verità poco conosciuto - che significa “sposare senza l’approvazione ecclesiastica”, vivere in concubinaggio. La locuzione sembra sia nata a Roma, ai tempi della Repubblica Romana del 1798. Narrano le cronache del tempo che allora i matrimoni si celebravano sotto l’albero della libertà innalzato sulla piazza del Campidoglio dove i promessi sposi, perché la loro unione fosse ‘legalmente’ valida, dovevano pronunziare alla presenza di un ufficiale dello stato civile la semplice formula: “Questo è mio marito”, “Questa è mia moglie”. Da questa usanza è nato, appunto, il modo di dire suddetto, sposare sotto l’albero fiorito, vale a dire convivere senza regolare matrimonio.

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Cortese dott. Raso,
le scuole sono chiuse e riapriranno a settembre. Un mio amico mi ha ripreso perché secondo lui si deve dire “si riapriranno”. È giusta l’osservazione? E se sí, perché? Insomma, qual è il suo parere in proposito?
Grazie
Ottorino L.
Arezzo
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Gentile Ottorino, ha perfettamente ragione il suo amico. Per i motivi clicchi su questo collegamento:

http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/12/06/riapre_o_si_riapre.html

venerdì 1 luglio 2011

Dirottare...


Ancora un verbo che – a nostro modo di vedere – molte volte viene adoperato impropriamente se non in modo errato: dirottare. Il significato proprio del verbo è, come si può leggere nei vocabolari, «dirigere una nave o un aereo o un treno o una corriera per una rotta (o percorso) diversa da quella stabilita»: i terroristi hanno dirottato l’aereo. Spesso si usa in senso figurato o riferito a persone: il corteo dei manifestanti è stato dirottato verso un’altra piazza; ho dirottato i miei amici in casa di mio cugino; ho dirottato i sui gusti verso i miei. Frasi simili, a nostro avviso, in buona lingua italiana sono da evitare perché si fa un uso “distorto” del verbo in questione. In casi del genere ci sono altri verbi che fanno alla bisogna: mandare, suggerire, fare, prendere: ho mandato i miei amici in casa di mio cugino; ho fatto avvicinare i suoi gusti ai miei. Naturalmente molti linguisti – se dovessero imbattersi in queste noterelle – dissentiranno. Ma tant’è.