mercoledì 30 marzo 2011

La gran gala

Quanto stiamo per scrivere - siamo certi - non avrà l’ “approvazione” di qualche linguista, anche perché quasi tutti i vocabolari ci contraddicono. Ma, come sempre, andiamo dritti per la nostra strada, convinti della bontà della nostra tesi. Tutti gli organi di stampa, ma non solo, quando fanno la cronaca di qualche ricevimento importante parlano del “gran gala”, mascolinizzando un sostantivo che maschile non è. No, cortesi amici, chi ama il bel parlare e il bello scrivere deve dire (e scrivere) “la gran gala” deve, cioè, rispettare il “sesso” del sostantivo, che non è prettamente di origine italica ma ispanico-francese. Vediamo, dunque, come è nato il termine che le signore dell’alta società dovrebbero conoscere. La gala (femminile), dall’antico francese “gale”, non è, infatti, un ornamento di seta o altro che si mette ai vestiti e ai cappelli delle donne? Non avete mai sentito dire, per esempio, che quella donna indossava una gonna con ‘una gala’ tutt’in giro? Questa gala, dunque, si mette sui vestiti che si indossano in occasioni solenni, tanto è vero che il vocabolo ha acquisito l’accezione, generica, di lusso, sfarzo. Per gli amanti delle date possiamo dire che la gala è giunta a noi attorno al 1200. Con il trascorrere del tempo il termine è approdato in Spagna e ha assunto, per estensione, il significato di “festa”, “ricevimento” perché la gala si mette in particolari occasioni di festa e con questo nuovo significato il vocabolo è tornato a noi nel 1700. Coloro che dicono “il gala” sottintendono, eventualmente, “ricevimento” (ricevimento di gala) ma, ripetiamo, chi ama la lingua non deve dare ascolto alla “permissività” di alcuni vocabolari che ammettono la forma maschile: il gran gala. Altri ancora fanno di peggio accentando la “a” finale: galà. Gli amatori della buona lingua sono avvertiti... Dalla nostra parte, fortunatamente, abbiamo molti libri.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Dr. Raso
Seguo sempre con molto piacere le sue preziose note sul linguaggio che ci aiutano nel nostro abituale scrivere e parlare. Mi permetto farle una piccola precisazione. Molti studi (fra cui Annali filologia germanica, vol. 27, 1984, pag.185-191) hanno convenuto che “gala” dal significato di volantino di stoffa o di trina increspato che guarnisce abiti femminili è omografo di “gala” = divertimento, piacere .
Le due parole hanno un’etimologia diversa: la prima dal francese galon = nastro (Bolelli-DIR) e il dizionario etimologico della lingua italiana di M. Cortelazzo e P.Zolli (Bologna 1979 ) definisce gala “striscia” una retroformazione di galone, prestito dal francese galon - galonner, che sarebbe di origine sconosciuta; la seconda mediata dallo spagnolo “gala” deriva dal francese antico “gale” (wale/gale )= divertimento, piacere; deverbale da “galer”=divertirsi (Bolelli e DIR). L’origine di galer risale al galloromanzo walare, che può tradursi con “godersela, prendersela comoda”. Walare proverrebbe dal francone wala, ossia “bene” (donde l’olandese wel e l’inglese well) o da una voce germanica, wallen, cioè “slanciarsi, ribollire” ( Dictionnaire historique de la langue francaise, a cura di A.Rey -voce galant).
Sempre cordialmente
Ivana Palomba

Fausto Raso ha detto...

Gentilissima Ivana,
le sue precisazioni sono sempre ben accette: contribuiscono alla sempre migliore conoscenza dell'italico idioma.
Con viva cordialità.
FR