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mercoledì 30 marzo 2011

La gran gala

Quanto stiamo per scrivere - siamo certi - non avrà l’ “approvazione” di qualche linguista, anche perché quasi tutti i vocabolari ci contraddicono. Ma, come sempre, andiamo dritti per la nostra strada, convinti della bontà della nostra tesi. Tutti gli organi di stampa, ma non solo, quando fanno la cronaca di qualche ricevimento importante parlano del “gran gala”, mascolinizzando un sostantivo che maschile non è. No, cortesi amici, chi ama il bel parlare e il bello scrivere deve dire (e scrivere) “la gran gala” deve, cioè, rispettare il “sesso” del sostantivo, che non è prettamente di origine italica ma ispanico-francese. Vediamo, dunque, come è nato il termine che le signore dell’alta società dovrebbero conoscere. La gala (femminile), dall’antico francese “gale”, non è, infatti, un ornamento di seta o altro che si mette ai vestiti e ai cappelli delle donne? Non avete mai sentito dire, per esempio, che quella donna indossava una gonna con ‘una gala’ tutt’in giro? Questa gala, dunque, si mette sui vestiti che si indossano in occasioni solenni, tanto è vero che il vocabolo ha acquisito l’accezione, generica, di lusso, sfarzo. Per gli amanti delle date possiamo dire che la gala è giunta a noi attorno al 1200. Con il trascorrere del tempo il termine è approdato in Spagna e ha assunto, per estensione, il significato di “festa”, “ricevimento” perché la gala si mette in particolari occasioni di festa e con questo nuovo significato il vocabolo è tornato a noi nel 1700. Coloro che dicono “il gala” sottintendono, eventualmente, “ricevimento” (ricevimento di gala) ma, ripetiamo, chi ama la lingua non deve dare ascolto alla “permissività” di alcuni vocabolari che ammettono la forma maschile: il gran gala. Altri ancora fanno di peggio accentando la “a” finale: galà. Gli amatori della buona lingua sono avvertiti... Dalla nostra parte, fortunatamente, abbiamo molti libri.

martedì 29 marzo 2011

L'accordo con i pronomi"clitici"


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Maria scrive:
Buongiorno. Avrei una domanda per quanto riguarda la concordanza del participio passato dei verbi composti con l’antecedente pronome oggetto di I-II persona singolare e plurale. Es: Vi ho salutato [e non salutati]/ Ti (riferito ad una donna) ho visto in centro… È riconosciuta formalmente corretta? O ancora tipica della lingua parlata? Grazie mille.

linguista scrive:
Pur tollerato nel parlato (o nello scritto meno sorvegliato), il mancato accordo nello scritto standard/formale (sovresteso, in letteratura: “Ha veduta la sua mamma”) è considerato a tutt’oggi uso errato.
Andrea Viviani
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Dissentiamo totalmente dal linguista. È corretto dire e scrivere tanto “Ha veduta la sua mamma” quanto “Ha veduto la sua mamma”. Per quanto attiene all’accordo del participio passato con i pronomi clitici (me, mi, te, sé, vi, lo, li, la, le ecc.) è obbligatorio solo con i clitici “lo”, “la”, “li”, “le”. Con le altre particelle pronominali clitiche l’accordo è facoltativo. Quindi: vi ho salutato o salutati; Ti ho visto o vista in centro.


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Cadere nella pania


Chissà quanti gentili blogghisti hanno sperimentato, senza rendersene conto, questo modo di dire sulla loro pelle. Come? Cedendo a lusinghe che, in realtà, nascondevano un tranello. La “pania” è - come recitano i vocabolari - una “sostanza collosa estratta dalle bacche del vischio che, spalmata su bastoncini di legno, serve a catturare piccoli uccelli”. In senso figurato, quindi, cade nella pania la persona che resta vittima di un inganno, di un raggiro, di un’insidia.

lunedì 28 marzo 2011

Un salto spettacoloso



Gentilissimo dott. Raso, i critici cinematografici , nelle loro “critiche”, adoperano indifferentemente gli aggettivi “spettacoloso” e “spettacolare”. Ciò lascia supporre che i due vocaboli siano sinonimi. Sbaglio? Ma a ben vedere, non c’è una ‘piccola’ differenza? Se sí, quale? La seguo da tempo nelle sue dotte disquisizioni sul buon uso della nostra lingua; la sua risposta, dunque, sarà per me l’unica “verità”. Grazie e cordiali saluti Francesco Z.


Novara


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Cortese Francesco, la ringrazio dell’apprezzamento, ma io non sono affatto il “depositario della verità” (linguistica), cerco solo di dare un mio modesto contributo perché la lingua di Dante non venga sistematicamente calpestata. Quanto al suo quesito, sí, i due aggettivi sono sinonimi, anche se, volendo, si può “scorgere” una sottile differenza. Ho espresso la mia opinione, in proposito, sul “Cannocchiale”, tempo fa. Clicchi qui.

sabato 26 marzo 2011

A tavola...


Nel linguaggio di tutti i giorni - lo abbiamo visto altre volte - adoperiamo termini che conosciamo “per pratica”, senza renderci conto del significato della parola stessa. Qualche esempio fra i tanti? Tutte le parole che usiamo quando ci mettiamo a tavola: forchetta, coltello, cucchiaio ecc. Quanti sanno, per esempio, perché l’occorrente per la tavola si chiama coperto quando tutto è... scoperto? E il cucchiaio, la forchetta, il coltello? Come vedete sono tutte parole di uso comune il cui significato “scoperto” è noto a tutti. A noi interessa scoprire, invece, il significato “coperto”, quello nascosto “dentro” la parola. Cominciamo con lo scoprire il... coperto, che nell’accezione moderna è l’apparecchiatura della tavola (tovaglia, tovagliolo, posate ecc.) e in senso piú esteso il diritto fisso che si paga, in trattoria, per il servizio. Per capire perché tutto ciò si chiama “coperto” (quando in realtà è tutto “scoperto”) occorre tornare indietro nel tempo, fino al Medio Evo. In quel periodo storico le morti per avvelenamento da cibo erano all’ordine del giorno, le pietanze, quindi, venivano chiuse a chiave dentro la credenza, al sicuro, lontano da eventuali avvelenatori. Nello stesso mobile, coperto in un vasellame preziosissimo veniva riposto tutto ciò che occorreva per imbandire la tavola del nobile e degli ospiti di riguardo. Trascorsi i “secoli bui” del Medio Evo si continuò nell’usanza di coprire in vasellami le posate di cui si sarebbe servito l’ospite al quale si voleva dare una rilevante importanza. Questo uso, in particolare, era molto in auge nelle corti francesi tanto è vero che il nostro “coperto” (nell’accezione di apparecchiatura della tavola) viene dal francese “couvert”. La Francia, in fatto di raffinatezza, è sempre stata maestra. E le posate? Ci affidiamo, in proposito, a quanto ci dicono Erminia Bellini e Andrea Di Stefano. Le posate, dunque, participio passato del verbo posare, derivano il loro nome dal fatto che segnalano il posto dove si deve collocare, “posare” il commensale. La parola discende dal latino “pausare” (fermarsi), ma certo ha subíto l’influenza della lingua spagnola, dove “posada” significa “astuccio con le posate” e ha finito col significare “locanda”. Nel secolo XVI troviamo anche in italiano “posata” nel significato di “albergo”, “alloggio” e “maneggio” dei cavalli, mentre nella nostra valenza attuale comincia a essere usato nel secolo XVII.
Impensata è l’etimologia della parola “cucchiaio”, presente nella nostra lingua solo a partire dal secolo XIV: deriva dal latino “cochlearium” , che era un recipiente per le chiocciole e poi, secondo Marziale, una specie di cucchiaio tagliente per estrarre le chiocciole dal guscio. La parola è strettamente connessa col greco “kòchlos” (conchiglia). Quindi cucchiaio, conchiglia, chiocciola sono parole legate l’una all’altra e la cosa appare talmente evidente che ci si meraviglia di non averci mai pensato. Intuitivo il termine forchetta: diminutivo di forca, dal verbo “forare”, di cui una varietà è “ferire”. La radice “far”, in sanscrito “bher”, si trova in “faringe” e “forbice”, il che dimostra che nelle derivazioni “far” ha assunto una valenza sia attiva sia passiva: produrre un foro o essere forato, cavo.
E veniamo al coltello, che ha un’origine molto incerta sebbene sia parola antichissima che si ritrova in tutta l’area indoeuropea. Il coltello, dunque, sarebbe (il condizionale è d’obbligo) il latino “cultellus” diminutivo di “culter, cultri” (coltro), lama assai tagliente, nell’aratro, disposta verticalmente davanti al vomere per fendere il terreno e, per estensione, l’aratro stesso. Il coltello, quindi, si rifarebbe al mondo contadino.
E già che ci siamo, due parole sulla “frutta” il cui plurale resta invariato anche se è tollerata la forma toscana “le frutte”. Cominciamo col dire che chi mangia la frutta è un... godereccio in quanto gode dei prodotti della terra. Il termine frutta viene, infatti, dal verbo “frui” (godere) e questo da una radice indoeuropea,”bhrug”, la stessa che ha dato vita al “frumento”, contrazione di “frugimentum”, e a “frugale”, nel senso di persona che si accontenta dei frutti della terra, quindi di cose semplici...


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«Morta gora»

Un articolo di
Angela Frati, della redazione della Crusca.
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Gli «appuntamenti» della "Dante Alighieri"


"2011: UN ANNO DA NON DIMENTICARE":
PALAZZO FIRENZE APRE LA "STANZA DELLA MEMORIA"
La Presidenza Centrale della Società Dante Alighieri Le ricorda i prossimi appuntamenti promossi nell'ambito del progetto "2011: un anno da non dimenticare" (programma completo sul sito www.ladante.it, dove è anche possibile ascoltare tutti gli incontri) e in programma a Roma, presso la sede della "Dante", in Palazzo Firenze (piazza Firenze 27):

lunedì 28 marzo 2011, ore 17.30: per in nono incontro del ciclo di conferenze dedicato alla letteratura e alla storia del Risorgimento italiano, Pietro Trifone, docente di Storia della lingua italiana presso l'Università di Roma Tor Vergata, parlerà di “Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani”: implicazioni linguistiche della massima di D'Azeglio. Informazioni: Chiara Barbato, c.barbato@ladante.it , cell. 3391228117.

martedì 29 marzo 2011, ore 17.00: "La musica del Cinquecento", concerto del Maestro Tullio Visioli. Informazioni: Lucia Caravale, info@dantealighieri-roma.it , cell. 3386078593.

mercoledì 30 marzo 2011, ore 17.30: nell'ambito dell'iniziativa "Pagine aperte", sarà presentato il volume di Luigi Contegiacomo, Direttore dell'Archivio di Stato di Rovigo, Spielberg. Documentazione sui detenuti politici italiani. Inventario 1822-1859 (Minelliana). Ne discuteranno insieme al curatore, Giuseppe Monsagrati, docente di Storia del Risorgimento presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della “Sapienza” Università di Roma, e Mario Cavriani, Presidente dell’Associazione Culturale Minelliana. Per l’occasione nella sala adiacente la Galleria del Primaticcio sarà allestita una mostra di volumi sul tema in un’atmosfera caratterizzata dal sottofondo di video e immagini dedicati alla vita nel carcere asburgico. Informazioni: Pierpaolo Conti, cell. 3346755306, p.conti@ladante.it.



"DANTE: LA PAROLA CHE DANZA.
INCONTRO TRA POESIA, ARTE E LINGUA"
Dalla collaborazione tra Civita, Società Dante Alighieri, Accademia Filarmonica Romana e Teatro Olimpico nasce l’evento “Dante: la parola che danza - Incontro tra poesia, arte e lingua”, in programma il 1° aprile alle ore 18 a Roma presso la Galleria del Primaticcio di Palazzo Firenze (piazza Firenze 27), Sede Centrale della “Dante”. L’occasione vedrà l’approfondimento degli stretti legami tra la poesia della Divina Commedia, l’arte, la danza, la musica e la letteratura. I temi presenti nel Purgatorio saranno approfonditi negli interventi dei proff. Walter Mauro, giornalista e scrittore, ed Emilio Pasquini, docente di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Bologna.
Alla conferenza, che sarà aperta dall’Ambasciatore Bruno Bottai, Presidente della Società Dante Alighieri, prenderanno parte Mimmo Liguoro, Presidente dell’Associazione Amici di Civita, e Sandro Cappelletto, Direttore Artistico dell’Accademia Filarmonica Romana. La presentazione sarà conclusa da Emiliano Pellisari, ideatore e regista della trilogia di spettacoli di danza ispirati alla Divina Commedia che ritorna al Teatro Olimpico con Cantica II – Divina Commedia, in scena dal 29 marzo al 10 aprile, dopo il grande successo ottenuto dai suoi ballerini acrobati lo scorso anno con Inferno.
Per l’occasione in Palazzo Firenze saranno esposte immagini e proiettati video della Trilogia Divina Commedia tratti dagli spettacoli di Emiliano Pellisari.






venerdì 25 marzo 2011

Accordo del soggetto «per attrazione»


Dallo "Scioglilingua" del Corriere della Sera in rete:
maschile o femminile?
buongiorno
quale delle due è corretta? Di più: qual è la regola generale?
screzi e ripicche ce ne sono stati (screzi) o ce ne sono state (ripicche)?
saluti e grazie
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Giovedì, 24 Marzo 2011
Il plurale, quando ci sono soggetti di diverso genere, va sempre al maschile.
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Cortese Professore, permetta di “completare” la sua risposta. Ciò che lei ha scritto è giustissimo se i soggetti di genere diverso sono persone. Se, invece, i soggetti di genere diverso rappresentano cose inanimate, oppure i soggetti di qualunque natura siano, sono messi dopo il verbo, questo si può accordare con il soggetto piú vicino (accordo per attrazione). Quindi: “Screzi e ripicche ce ne sono stati”; ma anche, e forse meglio, “screzi e ripicche ce ne sono state”.

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Trasamare

Tra le parole della nostra lingua che andrebbero “riesumate” metteremmo il verbo “trasamare”, vale a dire amare immensamente, accesamente. Se non cadiamo in errore questo verbo è registrato solo dallo Zingarelli e dal De Mauro. È composto con le voci latine “trans” e “amare”. Si trova, comunque, in molti libri.
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Il soldato acculturato, un bell'articolo di Luca Serianni.

giovedì 24 marzo 2011

Se lo dite al muro...


Abbiamo avuto occasione di occuparci tempo fa, su questo portale e se non cadiamo in errore, dell’uso corretto di alcuni prefissi. È stato, però, come se lo avessimo detto o meglio “predicato” al muro...
La stampa, alcune volte - per non dire sempre - usa i prefissi in modo errato e questo, a nostro avviso, non giova ai lettori, in particolare ai giovani che frequentano la scuola. I giornali entrano (o dovrebbero entrare) in tutte le case, sono letti da persone di ogni ceto sociale, da persone “acculturate” e no. Queste ultime, con tutto il rispetto, non sono in grado di capire al volo se la titolazione dei giornali presenta degli errori sintattico-grammaticali. La stampa, a nostro avviso, essendo “dispensatrice di cultura” ha il dovere di rispettare scrupolosamente tutte le norme che regolano la nostra lingua; non può adoperare i prefissi a suo uso e consumo. Torniamo, dunque, all’uso corretto dei prefissi. Il termine viene dal latino “praefixus” (messo prima, messo innanzi), composto con “prae” (innanzi) e “fixus” (participio passato del verbo latino “figere”, fissare, attaccare) e in grammatica è ogni parola, solitamente avverbi o preposizioni, che si mette prima della radice di un’altra parola per modificare il significato della parola stessa. “Condirettore”, per esempio, è parola formata con la preposizione “con” e con il sostantivo “direttore” e sta a indicare una persona che condivide con un’altra la responsabilità di una direzione. I prefissi si scrivono sempre uniti alla parola da “modificare”, mai con il trattino come ci capita, sovente, di leggere. Non si scrive, dunque, “filo-arabo” ma “filoarabo” (parola unica) altrimenti dovremmo scrivere, per coerenza, “filo-logo” in luogo della forma corretta filologo, oppure “filo-sofia” invece di filosofia. Due parole, ancora, sul prefisso “con”, che perde la “n” davanti a parole che cominciano con una vocale: coinquilino, coetaneo. Muta la “n” in “m” davanti alle consonanti “p” e “b”: combelligerante, comproduzione, comprimario. La consonante “n” del prefisso “con” si assimila, invece, davanti alle parole che cominciano con “l”, “m”, “r”: collaboratore, commilitone, corregionale (l’assimilazione è un particolare processo linguistico per cui dall’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda). Alla luce di quanto sopra esposto, dunque, insistiamo nel dire che la forma corretta, la sola forma corretta è “comproduzione”, non “coproduzione”, anche se alcuni vocabolari registrano tale “mostruosità linguistica”. Avremo, quindi, il “comproduttore” e il “comprotagonista”. Va da sé che se alcune parole con il prefisso “con” possono ingenerare ambiguità occorre trovare un sinonimo o ricorrere a una perifrasi. La congestione, per esempio, cioè la gestione in comune di una determinata cosa, non ha nulla che vedere con la “congestione” in medicina. Mentre il correttore (colui che corregge, anzi correggeva le bozze di stampa, professione oggi scomparsa) non ha nulla in comune con colui che divide con un altro la responsabilità di un rettorato. In questi casi, è ovvio, la regola non può essere rispettata: è errato, però, scrivere “co-rettore”.

mercoledì 23 marzo 2011

L' «Italiano in pillole»



Il Prof. Giuseppe Patota ha completato le sue dodici lezioni di “Italiano in pillole”. Si possono ascoltare (e vedere) cliccando qui.

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"Essere in vena di..."

Tutti conosciamo questo modo di dire che significa "essere nelle condizioni migliori per fare una cosa"; essere, quindi, ben disposti. Sembra che l'espressione risalga al linguaggio dei sanitari di un tempo. Quando questi, visitando il malato, avvertivano che la vena (o meglio, l'arteria) pulsava in modo regolare dicevano che il paziente "era in buona vena" e ciò era considerato un ottimo segno che faceva sperare bene; era un "segnale", insomma, di buona disposizione dell'organismo a riacquistare le perfette condizioni. Dal linguaggio prettamente medico l'espressione è passata nel linguaggio comune, in senso metaforico, e si adopera per dire di trovarsi nelle migliori condizioni di spirito per affrontare una determinata faccenda.

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Cortese Dott. Raso,
volevo chiedere un suo autorevole parere in merito a questa espressione letta su un giornale: "Per le signore, l'accessorio protagonista sono le scarpe con tacchi a spillo rigorosamente di 12 cm".
Secondo me la corretta dizione è: "L'accessorio protagonista è la scarpa con tacco a spillo rigorosamente di 12 cm."
Può sciogliere questo dubbio?
La ringrazio anticipatamente e le faccio i complimenti per il suo illuminante blog.
Resi
(Località omessa)

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Gentile blogghista, con il predicato nominale (cioè il verbo essere seguito da un sostantivo) l'accordo si può fare tanto con il soggetto (accessorio) quanto con il sostantivo di riferimento. Sono corrette, per tanto, sia la frase del giornale sia la frase proposta da lei. È solo questione di gusti stilistici personali.

martedì 22 marzo 2011

Pericolo in vista se l'aereo "è decollato"


Gli eventi libici hanno portato prepotentemente alla ribalta il verbo “decollare”, orrendamente coniugato dai giornalisti radiotelevisivi e della carta stampata: l’aereo “è” decollato. L’orrore è nell’uso dell’ausiliare essere. Il verbo decollare, nell’accezione di “prendere il volo”, si coniuga con l’ausiliare “avere”: l’aereo “ha” decollato. Non ci stancheremo mai di ripeterlo. Riproponiamo, in proposito, un nostro vecchio articolo.


Tremiamo al pensiero che un nostro conoscente o congiunto ha preso l’aereo che “è decollato da Milano ed è atterrato” a Roma un’ora dopo, come leggiamo sovente sulla stampa o sentiamo dai giornalisti radiotelevisivi: il velivolo “decollato”, cioè senza testa e quindi privo di guida, invade lo spazio aereo di una potenza straniera e viene colpito da un missile. Tremiamo – sarà bene precisarlo subito – per la nostra madre lingua, per l’uso errato dei verbi decollare e atterrare.
In lingua italiana il verbo decollare ha un solo significato, quello di “staccare il collo”, cioè “decapitare”; deriva, infatti, dalle voci latine “de” (prefisso di allontanamento) e “collum” (collo); alla lettera, quindi, “allontanare il collo”. Essendo transitivo può essere sia attivo sia passivo: i vandali decollano la statua posta sulla sommità della fontana pubblica; la statua è decollata dai vandali.
Decollare nell’accezione di “involarsi”, “prendere il volo” è, invece, un prestito dal francese “décoller”, formato con “de” (prefisso privativo) e “coller” (incollare), da “colle” (colla); alla lettera “scollare”, “staccare la colla”. L’aereo, quindi, quando decolla “stacca la colla” (da terra, in senso figurato) e prende il volo.
C’è da dire, però, che questo verbo è entrato di “diritto”, ormai, nella nostra lingua con il significato, appunto, di “involarsi” ed essendo usato intransitivamente richiede – come tutti i verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso – l’ausiliare avere: l’aereo ha decollato.
Analogo discorso per il verbo atterrare che ha due significati distinti: “gettare a terra” e “posarsi a terra”. Nel primo caso è transitivo con forma attiva e passiva: il portiere atterra il centravanti; il difensore è stato atterrato dall’attaccante. Nel secondo caso è intransitivo e richiede l’ausiliare avere: l’aereo ha atterrato.
Non diamo ascolto, per tanto, alle “malelingue” radiotelevisive: diciamo e scriviamo, correttamente, che l’aereo “ha” decollato e “ha” atterrato, anche se alcuni vocabolari ammettono l’uso dell’ausiliare essere con il verbo atterrare quando si riferisce a persone: “siamo” atterrati all’aeroporto di Fiumicino alle 18.30.

lunedì 21 marzo 2011

Perché "temere" è piano e "credere" è sdrucciolo?


Cortese sig. Raso,
le sarei veramente grato se potesse spiegarmi il motivo per cui l’infinito dei verbi della seconda coniugazione, quelli in “-ere” per intenderci, si presenta ora in forma piana ora in forma sdrucciola (temére, crédere). Certo di una sua cortese risposta, la ringrazio in anticipo e le porgo cordiali saluti.
Emanuele F.
Lecco
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Gentile Emanuele, la ragione va ricercata - come sempre - nell’origine della nostra lingua, cioè nel... latino. Nell’idioma dei nostri padri esistevano due coniugazioni in “-ere”, di cui una con l’infinito piano (“vidère”, vedere), l’altra con l’infinito sdrucciolo (“lègere”, leggere), che costituivano, rispettivamente, la seconda e la terza coniugazione. Queste due coniugazioni latine, che differivano non solo nell’infinito ma anche in altre forme, si sono unificate nella “parlata” durante il passaggio dal latino al volgare (l’italiano) mantenendo, però, la distinzione di accentazione dell’infinito, mentre le altre forme sono divenute uniche per entrambe le coniugazioni. Da notare che a questa coniugazione (in “-ere”) appartengono i verbi “fare” e “dire”, anche se alcune grammatiche li classificano,erroneamente, nella prima (fare) e nella terza (dire) coniugazione. Appartengono ambedue, come dicevamo, alla seconda coniugazione essendo le forme sincopate dei verbi latini “fa(ce)re” e “di(ce)re”. La sincope, sarà bene ricordarlo, è la caduta di una o piú lettere nel corpo di una parola. La “prova del nove” di quanto affermiamo si ha se si confrontano alcuni tempi e modi dei verbi fare e dire con altri della seconda coniugazione: facevo (temevo); dicevo (temevo); facessi (temessi); dicessi (temessi).

domenica 20 marzo 2011

La sorpresa...


Tutti conoscono, “per pratica”, il significato del verbo “sorprendere” (e i suoi derivati): cogliere all’improvviso e, in senso traslato, destare stupore, ammirazione. La sua origine - manco a dirlo - è latina, “superpre-hendere”, ‘prender sopra’, ‘prendere dal di sopra’. Nella bassa latinità - questo verbo - acquisí anche il significato di “ingannare” e lo testimonia la locuzione, nata piú tardi (con la lingua “volgare”), ‘sorprendere la buona fede di qualcuno’, vale a dire ‘ingannarlo’. Non tutti conoscono, invece, l’uso corretto del verbo - ed è lo scopo che si prefiggono queste noterelle - in quanto molto spesso viene adoperato “a pera”. Per non essere tacciati - dall’immancabile solone della lingua - di “presunzione linguistica”, diamo la parola al linguista Leo Pestelli, di gran lunga piú autorevole del titolare di questo portale.
«Un grosso gruppo verbale oggi molto usato ma non sempre correttamente è “sorprendere, sorprendente, sorpresa”. L’idea sostanziale di sorprendere (voce che la nostra lingua ha in comune con la francese) è di “cogliere alcuno sul fatto, d’improvviso”. Pertanto nel tristo giuoco che mediante pubblici ufficiali l’un coniuge fa all’altro per convincerlo d’infedeltà, detto gruppo torna a cappello, né altro che per ironia quella che il commissario fa al signore o alla signora. Tale si potrebbe dire “improvvisata”, che è sí visita che non t’aspetti, ma sempre innocua e per lo piú gradita. Si dice altresì bene, in senso figurato, “esser sorpreso da un rumore, dalla pioggia, dalla febbre” e altro che paia arrivarci improvvisamente addosso. Ma sorprendere, per “far grandemente meravigliare”; “essere o rimanere sorpreso”, o peggio ancora “sorprendersi” per “esser colpito di meraviglia”, cosí usati senza il necessario compimento (quale sarebbe di “meraviglia”, “di stupore” e simili), in senso compiuto e determinato, sono francesismi scrii scrii. Lo stesso è di “sorprendente” e di “sorpresa” in senso di “meraviglioso” e di “meraviglia”. Il grande Tommaseo di cui sempre sono le ragioni che capacitano avverte che nella voce “sorpresa” è un’immagine piuttosto di compressione che di eccitamento: donde l’improprietà del modo “destare sorpresa”, per “destare meraviglia”, “ammirazione”».

sabato 19 marzo 2011

«Fare le corna»


Gentilissimo dott. Raso,
veramente interessante il suo “post” «Fare uno conte di Corneto», non conoscevo la locuzione. Visto che siamo in tema di... corna, sarebbe interessante sapere come è nato il gesto di fare le corna non per “qualificare” una persona ma per scaramanzia.
Grazie e complimenti vivissimi per il suo interessantissimo e istruttivo sito.
Leopoldo G.
Chieti
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Grazie di cuore per il suo apprezzamento, cortese Leopoldo. Per quanto attiene al suo quesito, le faccio “rispondere” dal linguista
Ottorino Pianigiani.
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Fare la torta

Tutti conoscono il modo di dire “spartirsi la torta”; pochi, forse, quest’altro di uso prettamente popolare: fare la torta. Che cosa significa? In senso figurato, naturalmente, si dice di persone che si accordano con altre per dividersi vantaggi o guadagni, generalmente illeciti, provocando o creando “ad arte” una situazione confusa e intricata nella quale, poi, risulta molto difficile individuare i veri responsabili. La locuzione fa riferimento alla torta perché gli ingredienti usati una volta miscelati e impastati in modo omogeneo non possono piú essere separati e, di conseguenza, "individuati".

venerdì 18 marzo 2011

Il tricolore


Ieri tutti i vari tg hanno dedicato ampio spazio alle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’unità del nostro Paese e quasi tutti sono incorsi in uno strafalcione. Quale? “Frecce Tricolore”. Tricolore è un normalissimo aggettivo della seconda classe, come “facile”, e nel plurale muta la desinenza “-e” in “-i”: freccia tricolore, frecce tricolori. La forma corretta è, quindi, frecce tricolori. E a proposito di tricolore, stupisce il constatare che un autorevolissimo vocabolario, il Treccani (sia nella versione cartacea sia nella versione in rete), sbagli l’ordine dei colori della nostra bandiera.
Leggete qui:

tricolóre agg. e s. m. [dal lat. tardo tricŏlor -oris, comp. di tri- e color «colore»]. – Di tre colori, quasi esclusivam. con riferimento a bandiere nazionali: la bandiera t., per antonomasia quella italiana, bianca, rossa e verde (ma anche la bandiera t. francese, ecc.); spesso sostantivato al masch.: sventola il t. o il T.; Sala del T., nel palazzo del municipio di Reggio nell’Emilia; Quei che ... in Alessandria Diè a l’aure primo il tricolor, Santorre Di Santarosa (Carducci). Nel ciclismo, maglia t., la maglia, con i tre colori della bandiera, indossata dai vincitori dei campionati italiani. Nel linguaggio giornalistico e politico, governo t., formato con la partecipazione di tre partiti.
L’ordine corretto è: verde (vicino all’asta), bianco e rosso. Ci auguriamo che i responsabili lessicografi del vocabolario si accorgano dell’ “orrore” e provvedano a emendarlo.
E già che ci siamo, vediamo anche il significato dei tre
colori.

giovedì 17 marzo 2011

Il plurale di «uno»? «Uni»


Tutto ciò che occorre sapere per il corretto uso di “uno”. Pochi, crediamo, sanno che - anche se di uso raro o letterario - esiste il plurale di uno e di una: “uni” e “une”.
Vediamo, dunque, ciò che dice, in proposito, il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, cliccando
qui.

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Piantar carote

Quel giorno, Giuseppe, noto per le sue “sbruffonate”, la raccontò proprio grossa: immerso nei suoi pensieri, durante la consueta passeggiata pomeridiana si ritrovò, a un tratto, al Lido di Roma, che dista dalla città eterna circa 30 chilometri. Vi lasciamo immaginare, gentili lettori, se i suoi amici “se la sono bevuta”. Parecchie persone hanno il “vizio” di raccontare baggianate tanto che, alla fine, ci credono esse stesse. Costoro, come recita il modo di dire, non fanno altro che “piantar carote”. Questa locuzione, infatti, si adopera per mettere in evidenza il fatto che una persona - sia pure “inavvertitamente” - racconta un sacco di frottole, una dopo l’altra. Per la spiegazione ricorriamo alle note linguistiche di Puccio Lamoni al “Malmantile”: «Ficcar carote vuol dire quando uno, inventando qualche novella o trovato, lo racconta poi per non suo acciocché piú agevolmente gli sia creduto (...). Si dice ‘piantar carote’, perché questa pianta fa grossa radice e cresce assai ne’ terreni dolci e teneri: ed uno facile a credere si dice uomo dolce e tenero».

mercoledì 16 marzo 2011

«Dare il sapone»


Roberto uscí dal colloquio con il primo dirigente dell’ufficio personale con gli occhi stralunati, era sconvolto, fuori di sé: non riusciva a capire il motivo per il quale non era stato assunto nonostante avesse “strabiliato” - con la sua preparazione professionale - i componenti l’ufficio assunzioni. Non riusciva a darsi pace, aveva un urgente bisogno di lavorare per mantenere la famiglia, composta da moglie e cinque figli. Strada facendo si ricordò di una frase che gli disse un amico qualche giorno prima del colloquio, frase che lí per lí non afferrò: «Quando sarai convocato dal dirigente non dimenticare di portare con te un po’ di sapone, ti sarà utile al momento opportuno». All’improvviso ne “afferrò” tutta la sua “portata”: era un modo di dire per far capire che avrebbe dovuto fare un “pensierino” al primo dirigente.
“Dare il sapone” significa, infatti, offrire regalie, dare generose ricompense a chi esercita un ufficio per ottenere un trattamento di favore. Significa, insomma, per parlare fuor di metafora, “corrompere qualcuno”. Puccio Lamoni, nelle note al “Malmantile racquistato (un poema burlesco) cosí spiega la locuzione: «Come nell’insaponare una carrucola o una ruota si facilita il veicolo, e si fa che non strida». Cosí, potremmo dire, “insaponando” una persona si facilita la nostra... richiesta.

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Indifferente

Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce “indifferente”, possiamo leggere: « • agg.
1 Che non suscita particolare interesse o simpatia: un tipo di bellezza che mi lascia i. non i., che importa, che è degno di considerazione: somma non i. essere i., seguito da frase soggettiva, essere equivalente, uguale: che tu resti o esca per me è i.
2 Che non si lascia coinvolgere emotivamente SIN apatico, impassibile: persona i. per natura; che non si lascia influenzare da qlco. SIN insensibile: restare i. alle critiche, alle lusinghe
3 Imparziale: arbitro i.; parere i.
s.m. e f. Persona priva di interessi, apatica fare l'i., ostentare imperturbabilità quando invece si è commossi
avv. indifferentemente, senza che faccia differenza» (Sabatini Coletti in rete).
A nostro modo di vedere molto spesso si adopera in modo improprio dando al termine un significato che non ha: importante, ragguardevole, rilevante, non trascurabile, non da poco e simili. Non diremo, per esempio, “ho dovuto affrontare una spesa non indifferente”, ma, correttamente, “una spesa notevole, ragguardevole, rilevante” e simili. Indifferente non significa, infatti, “che non interessa”? E una spesa notevole interessa, eccome! Non tutti i vocabolari, però, sono del nostro avviso. Ma tant'è.

martedì 15 marzo 2011

«Fare uno conte di Corneto»


Appena fuori del portone, varcato l’angolo, Giovanni non poté fare a meno di attirare l’attenzione del padre ed esclamare: «Papà, guarda c’è il cavalier Del Raso con la moglie; lo sai che è diventato conte di Corneto?». Il padre, naturalmente, non capí e chiese spiegazioni al figlio. Questi, come i giovani di oggi, molto piú scaltro del genitore, con aria stupita (per l’ignoranza del padre) gli fece notare che era l’unico a non sapere che l’espressione “diventare conte di Corneto” è un modo elegante per mettere in dubbio la fedeltà coniugale di una persona. Nel caso del cavaliere era messa in dubbio la fedeltà della moglie. Del Raso, insomma, come si dice comunemente e volgarmente era un...
Vediamo come è nato questo modo di dire. Qualche anno dopo la breccia di Porta Pia, esattamente nel 1872, alla medievale cittadina di Tarquinia, in provincia di Viterbo, fu imposto il nome - che conservò fino al 1922 - di “Corneto di Tarquinia” (dal nome dell’omonimo castello). Dal nome di Corneto, attraverso un gioco di parole con “corno”, la fantasia popolare ha coniato le espressioni «mandare uno a Corneto», «farlo conte di Corneto»; «nominarlo duca di Corneto”; «principe di Corneto”. Tutti modi di dire, che, con eleganza, vogliono mettere in evidenza l’infedeltà coniugale.

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E sempre in tema di modi di dire, chi non conosce il significato figurato di «fare harakiri»? Prima di occuparci del significato metaforico dell’espressione, che in senso proprio indica il suicidio dei samurai giapponesi i quali - per motivi di onore - si tolgono la vita squarciandosi il ventre con la spada, ci preme soffermarci sull’esatta grafia del termine, che è con l’ “h” iniziale, ‘harakiri’, appunto, o se si vuole italianizzare, “carachiri”, come suggerisce il
DOP, non con il “k”, come molto spesso, per non dire sempre, si vede scritto sulla stampa. Ma tant’è. Fare harakiri, dunque, in senso figurato si dice di colui che - senza un motivo apparente o per lo meno senza motivazioni plausibili agli occhi di altri - decide la propria rovina economica, morale e di carriera. Tizio ha fatto harakiri, cioè “si è tolto di mezzo” rinunciando volontariamente alla propria fortuna.

lunedì 14 marzo 2011

Corbellerie... (2)


Riprendiamo il discorso sulle “corbellerie linguistiche” (7 marzo scorso) perché ci piacerebbe che le grammatiche smettessero di riportarne una dura a morire. Ci riferiamo al famoso “sé” pronome, che perde l’accento quando è seguito da “stesso” o “medesimo”. È una corbelleria, appunto. Sappiamo benissimo che l’argomento è trito e ritrito, ma non ci arrendiamo fino a quando le cosí dette grandi firme del giornalismo continueranno, presuntuosamente, a indurre in errore i lettori sprovveduti togliendo il “cappello” (leggi: accento) al pronome sé (quando è seguito da stesso o medesimo, appunto). Il pronome “sé” si accenta sempre. Non lo sostiene l’umile estensore di queste noterelle. Lo hanno stabilito fior di linguisti, tra i quali Amerindo Camilli, certamente molto piú autorevole di alcuni “illustri sconosciuti”, autori di grammatiche varie (indegnamente adottate nelle scuole di ogni ordine e grado e pedissequamente rispettate dai giornalisti “che fanno opinione linguistica”). Ma sentiamo il Camilli.
«Stabilito che il ‘sé” pronome si distingue dal ‘se’ congiunzione per mezzo dell’accento, è assurdo andar poi a ricercare quando sia piú e quando meno riconoscibile per dare la stura alle sottoregole e alle sottoeccezioni. E l’avere stranamente scelto proprio quelle due combinazioni (se stesso, se medesimo, ndr) e l’aver lasciato con l’accento, per esempio, il sé finale di frase, assolutamente inconfondibile con la congiunzione, o locuzioni come ‘per sé stante’, ‘di sé solo’, ‘a sé pure’, che si trovano nella stesse condizioni di ‘sé stesso’ e di ‘sé medesimo’, testimonia solo la mania delle distinzioni e suddistinzioni a vanvera di cui qualche volta soffrono i grammatici».
Sé stesso e sé medesimo, con i vari plurali e femminili, con tanto di accento, sempre. E basta! Si clicchi QUI.

domenica 13 marzo 2011

«Sopra il» o «sopra al»? (2)


A proposito di “sopra il” o “sopra al”, intervento di mercoledì 9 marzo scorso, il prof. Marco Grosso, moderatore del foro “Cruscate”, ci fa notare - nonostante il silenzio delle grammatiche sull’argomento - che le preposizioni improprie “sopra” e “sotto” possono reggere la preposizione “a” anche se non sono seguite da un pronome personale, e riporta esempi illustri.
Eccoli:

Un cipresso, da sopra una sporgenza che non si vede, pareva sospeso “sopra alla” pianura. (Tozzi)
L'incisore gli formò la cornice di pelle e zampe di lupo; e la testa del lupo assai simile di struttura sta “sopra alla” testa dell'uomo. (De Sanctis)
Continuando adunque il discorso vi dico che, conosciuta la vostra disposizione a venir qui ad abitare, ove alcun impiego ci fosse, abbiamo parlato a chi è “sopra alla” pubblica istruzione. (Leopardi)
Senza sonno i' giacea sul dì novello,
E i destrier che dovean farmi deserto,
Battean la zampa “sotto al” patrio ostello. (Leopardi)
Moltissime ne bruciò; parecchie di minor conto le lasciava cadere stracciate “sotto al” tavolino. (Foscolo)
Ma tu co 'l pugno di peccati onusto
Calchi a terra quei capi, empio signor,
E “sotto al” sangue del paterno busto
De le tenere vite affoghi il fior. (Carducci)
Nell’uso corrente, però, le predette preposizioni si uniscono direttamente al sostantivo tramite l’articolo: sopra “il” tavolo; sotto “il” tetto.

sabato 12 marzo 2011

«Prendere ombra»


Quest’espressione non deve indurre in errore gli amici blogghisti “calorosi”, che nei mesi estivi cercano di... prendere ombra per ripararsi dalla calura. La locuzione non ha nulla che fare con il...sole e con il caldo torrido. Che cosa sta a significare, allora? Gli amanti dei cavalli dovrebbero saperlo in quanto la locuzione è tratta dalla “vita equina”. Il modo di dire significa, dunque, “offendersi”, “risentirsi”, “impermalirsi” e simili. E i cavalli? È presto detto. Originariamente la locuzione era riferita ai cavalli quando si innervosiscono o si imbizzarriscono perché spaventati da... un’ombra. Con il trascorrere del tempo il modo di dire - forse poco adoperato - è stato trasportato nel “campo umano” con il significato, appunto, di “persona permalosa”: con Pietro non si può ragionare, prende sempre ombra. I termini “ombroso” e “adombrarsi” non si riallacciano, infatti, a quella particolare paura dei cavalli?

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Amovibile e inamovibile

Si presti attenzione a questi due aggettivi, perché molte persone credono che siano l’uno sinonimo dell’altro e li adoperano, sbagliando, indifferentemente. Hanno significati completamente opposti. Il primo, amovibile, non è formato - come molti credono - con “alfa privativo” greco, viene dal latino “amovère” e significa che “può essere rimosso”, che “si può spostare”; il secondo, inamovibile, è composto con il prefisso “in-” e ‘amovibile” e vale che “non si può spostare”, che “non si può rimuovere”. Il prefisso “in-” anteposto a un nome o a un aggettivo conferisce a questi un significato contrario. Si clicchi su amovibile e inamovibile

venerdì 11 marzo 2011

«BeQQuadro»? Correttissimo




Un gentile blogghista di Taranto, che desidera conservare l’anonimato, ci chiede chiarimenti circa la corretta grafia di un segno musicale, il “bequadro”. Il nostro interlocutore si è imbattuto, recentemente, nella variante grafica “beqquadro” non registrata da buona parte dei vocabolari (compreso il “suo” Palazzi) in quanto - secondo tutti i linguisti e i grammatici - la sola parola con la doppia “q”, in italiano, è “soqquadro”. “Beqquadro” - si domanda e ci domanda il lettore - sarebbe termine ortograficamente errato? No, gentile amico, solo desueto. Ed è per questo motivo che viene “snobbato” da quasi tutti i vocabolari. Prima di addentrarci nel merito della questione, vediamo il significato che i dizionari danno al termine in oggetto: «Un segno che, posto davanti a una nota precedentemente alterata, la riporta al suo stato naturale». Sotto il profilo prettamente etimologico la voce è composta con “be”, antico nome della nota musicale “si”, e “quadro” in quanto a differenza del “bemolle”, rappresentato con la parte destra tonda, questo l’aveva quadrata. Questo segno, insomma, somigliante a una “b” quadrangolare, ‘distrugge’ l’effetto del diesis e del bemolle. Quanto all’antica grafia con la doppia “q” (si diceva «beqquadro» o «biqquadro») è dovuta al fatto che si tendeva a rappresentare graficamente la pronuncia “forte” della consonante “q”: beqquadro. Oggi i vocabolari privilegiano la grafia con una sola “q”, anche se quella con la doppia non può essere considerata un errore. Leggiamo dal vocabolario “Treccani”:


«Bequadro (o beqquadro; ant. biquadro) s. m. [comp. del nome della lettera b (be) e quadro, perché il b quadratum (o b durum), b di forma quadrata, nella notazione medievale indicava il si naturale, mentre il b rotundum (o molle), b di forma rotonda, indicava la stessa nota abbassata di un semitono]. – Segno del sistema moderno di notazione musicale (♮), la cui funzione è di annullare l’effetto del bemolle e del diesis, sia quando questi segni musicali alterano accidentalmente una nota, sia quando, posti in chiave, indicano una sistematica trasposizione di suono. L’effetto del doppio bemolle e del doppio diesis si annulla, normalmente, col doppio bequadro (♮♮)».

Concludendo, cortese amico, può scrivere tanto bequadro quanto beqquadro e se privilegia quest’ultima grafia nessuno potrà tacciarla di ignoranza.

giovedì 10 marzo 2011

«Dietro il»?


Gentilissimo dott. Raso,
a proposito del suo intervento di ieri, anche per “dietro” valgono le stesse norme di “sotto” e “sopra”? La ringrazio anticipatamente e le porgo i miei piú cordiali saluti.
Tina F.
Isernia
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Sí, cortese Tina, anche per “dietro” si applicano, press’a poco, le medesime norme di “sotto” e “sopra”. L’argomento, piú particolareggiato, è stato trattato sul “Cannocchiale”. Clicchi
QUI.



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Da “Domande e Risposte” del Treccani in rete:

Ho letto, in una recente pubblicazione a stampa, il termine “usmare”. Ne ho ricercato il significato anche sul vostro sito, ma inutilmente. Dal contesto in cui è stato usato, ho dedotto che il senso del verbo possa essere ricondotto al significato di “annusare in modo rumoroso”, tipico degli animali che, con foga e/o eccitazione, si concentrano su un oggetto o su un altro animale che ne abbia attirato l’attenzione. È corretta tale mia interpretazione?

L’interpretazione è corretta. La parola, che ha corrispettivi in molte parlate dialettali qui e là per l’Italia (si va dal calabrese settentrionale osimare al lombardo usmà), è di diffusione regionale, ma va detto che nella letteratura ha i suoi estimatori senza declinazioni localistiche. Leggendo la voce usmare nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, scopriamo che il verbo è stato usato da Carlo Emilio Gadda (nel romanzo La cognizione del dolore) e, più di recente, da Stefano Benni, nel significato per l’appunto di ‘odorare, fiutare’.

Certo, l’usmare è tipico degli animali – si pensa subito ai cani da caccia che seguono l’usta lasciata dalla preda –, ma Gadda ne fa, come ci si poteva aspettare, un uso espressionisticamente figurato: «E poi scoppia fuori in un verso che è buono solo lui di farlo, come fosse il diavolo a ridere, ai piedi d’un morto, che lo ha appena usmato e sta per beccarselo via».

Usmare ha corrispondenze anche in altre lingue d’area romanza, dice il Battaglia, citando lo spagnolo antico osmar e il portoghese usmar. Proviene da una voce latina non attestata per iscritto, *osmare, a sua volta dal verbo greco osmáomai (che deriva dal sostantivo osmé ‘fiuto’).
COMMENTI
Usmare
Il verbo si trova anche nel GDU del De Mauro. Fausto Raso da fauras- 09/03/2011 23:21:29
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Il verbo in questione è “immortalato” in numerosi
libri.


mercoledì 9 marzo 2011

«Sopra il» o «sopra al»?



Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
sopra al tavolo o sopra il tavolo?
Buongiorno!
una breve domanda: con gli avverbi sotto o sopra è obbligatorio usare la preposizione A o no?
Posso dire: Sopra il tavolo c'è un bel quadro, o devo dire Sopra al tavolo c'è un bel quadro?
Grazie mille
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Martedì, 08 Marzo 2011
Le due espressioni sono ammesse.
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Cortese Professore, dissentiamo totalmente. La norma grammaticale stabilisce che le preposizioni improprie “sotto” e “sopra” si uniscono direttamente al sostantivo senza l’ausilio di altre preposizioni: sotto il ponte; sotto gli alberi; sopra il tetto; sopra il mobile. Si impiegano, invece, le preposizioni “di” o “a” con i pronomi personali perché in questo caso “sotto” e “sopra” acquistano valore avverbiale: sotto di (a) me; sotto a (di) voi; sopra a (di) essi; sopra di (a) noi.


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Procurare

Ancora un verbo - a nostro modo di vedere - adoperato, molto spesso, impropriamente e con l’avallo di buona parte dei vocabolari. Stiamo parlando del verbo procurare, il cui significato proprio è “ottenere”, “fare avere”, “procacciare” e simili: ti procurerò il denaro necessario per il viaggio. Alcuni lo adoperano dandogli un significato che, ripetiamo, a nostro avviso non ha: “causare”, “provocare”, “arrecare”, “cagionare” e simili. Si legge, spesso, sulla stampa: «L’alluvione ha procurato ingenti danni al tetto», oppure «L’ansia gli ha procurato intere notti in bianco». In casi del genere i verbi appropriati si possono scegliere tra quelli su menzionati, vale a dire “arrecare”, “provocare”, “causare” ecc.

martedì 8 marzo 2011

SeNonché o seNNonché?


La grafia corretta della congiunzione “sennonché” è con due “n” perché il “se” dà luogo al cosí detto raddoppiamento fonosintattico (si può scrivere anche in tre parole: se non che) come si legge nei vocabolari di lingua italiana, degni di tale nome, e come riporta anche il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. A questo proposito dobbiamo constatare - ancora una volta - che i redattori del vocabolario Gabrielli in rete hanno “ritoccato” il dizionario contraddicendo il loro Maestro. Aldo Gabrielli, nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”, scrive: «’Sennonché’, questa è la grafia giusta; eppure molti scrivono, sbagliando, ‘senonché’. Il ‘se’ infatti, nei composti richiede sempre il raddoppiamento: ‘sennò’, ‘sebbene’, ‘seppure’ ecc.». Per quale motivo i “ritoccatori” del Gabrielli in rete riportano la grafia errata ‘senonché’ come variante di quella corretta “sennonché”? Speriamo che l’insigne linguista non si rivolti nella tomba. Si clicchi su sennonché. Una piccola annotazione. Forse non tutti sanno che fino a qualche secolo fa si usava fare un distinguo, per la corretta grafia della congiunzione, sulle accezioni del “sennonché”. Se aveva il significato di ‘fuorché’, ‘tranne che’ e introduceva, quindi, una proposizione eccettuativa, si scriveva con una sola “n”: non dico altro ‘senonché’ occorre fare ogni sforzo per aiutarlo; se, invece, la congiunzione aveva il significato di ‘ma’ e introduceva una proposizione coordinata, si scriveva con due “n”: sarei dovuto partire ieri, ‘sennonché’ un impegno improvviso me lo ha impedito. Oggi, nella lingua “moderna”, non si fa piú alcuna distinzione e la sola grafia corretta è con due “n”: SENNONCHÉ.
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Cortese Dott. Raso,
nel caso di "parola chiave", la forma plurale corretta è "parole chiave" oppure "parole chiavi"? La ringrazio molto per la sua attenzione.
Giovanni
(Lecce)
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Gentile Giovanni, la forma corretta è "parole chiave", vale a dire "parole (che sono la) chiave".

lunedì 7 marzo 2011

Corbellerie...


L’argomento, ci sembra, è stato trattato sul “Cannocchiale”. Se è cosí, ci scusiamo per la “ripetizione”. Lo riproponiamo per coloro ai quali fosse sfuggito, ma soprattutto perché la corbelleria di cui parliamo è dura a morire.

Dunque, cos’è una corbelleria? Tutti lo sappiamo: una sciocchezza, una stupidaggine, uno sproposito, un atto o parola da sciocco, un errore grossolano e via dicendo. Come la corbelleria riportata da alcune grammatiche - e fatta propria da certi insegnanti - sul corretto uso della congiunzione “dunque”. Le grammatiche sostengono - a spada tratta - che “dunque” essendo una congiunzione deve ‘congiungere’, appunto, due proposizioni ed è adoperata correttamente solo se serve per concludere (un discorso) o per trarre una conseguenza: glie l’ho promesso, ‘dunque’ non posso esimermi. Corbellerie, corbellerie. Dunque pur essendo una congiunzione si può adoperare benissimo - ed è un uso correttissimo - all’inizio di una frase o di un periodo quando si vuole riprendere un discorso interrotto, anche se è trascorso molto tempo dall’... “interruzione”. E nel nostro caso, cortesi amici, il ‘dunque’ con il quale s’iniziano le nostre noterelle è la “conseguenza” del titolo. Gentilissimi amici, vi rinnoviamo l’invito a consultare - in caso di dubbi - grammatiche non redatte da illustri sconosciuti, che farebbero di tutto per poter pubblicizzare le loro “opere” comodamente seduti nei vari salotti televisivi. Mai la cultura, quella con la “C” maiuscola, è scesa cosí in basso! Ma tant’è.
E torniamo alla corbelleria i cui natali non sono certamente nobili. Il termine, infatti, è il derivato di corbello, cioè di cestino e attraverso un processo semantico (e potremmo dire anche per somiglianza) ha acquisito l’accezione eufemistica di “coglione” (si perdoni la volgarità, ma la lingua è fatta anche di queste cose) e gli organi genitali, chissà perché, nell’opinione popolare sono sinonimo di stupido, di sciocco. Possiamo benissimo rivolgerci a una persona sciocca, quindi, apostrofandola con un “sei un bel corbello”, cioè uno stupido. E in questa accezione abbiamo anche il femminile “corbella”: Giovanna, sei proprio una corbella!
Corbelleria, dunque, nel significato di “cosa fatta o detta per leggerezza, senza pensare alle conseguenze” è un termine adoperato anche dal principe degli scrittori, il Manzoni, il quale scrive: «Alle volte una corbelleria basta a decidere dello stato d’un uomo per tutta la vita». Ma non basta. Il corbello, nel significato di sciocco, ha partorito il verbo - poco conosciuto e di uso popolare - “corbellare”, vale a dire ‘beffare’, ‘canzonare’, ‘prendere in giro’, ‘ingannare’. In questa accezione abbiamo due bellissimi esempi, rispettivamente del Giusti e del Nievo: «Seguitando a corbellar la fiera, Verrà la morte, e finiremo il chiasso»; «Balzava a sedere sul letto dandomi dei grandi scappellotti e godendo di avermi corbellato col far le viste di dormire».


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Nominativo - questo termine, propriamente, sta per "elenco contenente piú nomi". Ne sconsigliamo decisamente l'uso in luogo di "nome". Diremo, correttamente, che le forze dell'ordine hanno preso i "nomi" dei fermati e hanno dato i "nominativi" all'autorità giudiziaria.

domenica 6 marzo 2011

«CassApanche» o «cassEpanche»?


Abbiamo notato, con un certo stupore, che la quasi totalità dei vocabolari sostengono (o sostiene, se preferite) che il plurale di “cassapanca” può essere tanto “cassapanche” quanto “cassepanche”. A nostro modo di vedere disattendono una regola grammaticale secondo la quale i nomi composti di due sostantivi dello stesso genere (cassa, femminile e panca, femminile) formano il plurale mutando la desinenza solo del secondo componente. Avremo, quindi, “cassapanche”. Questo il solo plurale legittimato dalla norma, cosí come riporta anche il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. E come sostiene, altresí, un “padre della lingua”, Aldo Gabrielli, dove nel suo “Dizionario linguistico Moderno” si può leggere: «Se i due sostantivi hanno il medesimo genere (entrambi maschili o entrambi femminili), di regola modificano nel plurale solo il secondo elemento: p. es., l’arcobaleno, gli arcobaleni; la cartapecora, le cartapecore; il pescecane, i pescecani; la madreperla, le madreperle...». Vediamo anche il vocabolario Gabrielli in rete cliccando su cassapanca.

sabato 5 marzo 2011

Capitolare...


Cortese dott. Raso,
la seguo da tempo e trovo le sue “noterelle” oltre che interessanti utilissime e impareggiabili. Le scrivo per una curiosità. Perché si dice “capitolare” quando qualcuno si arrende al nemico? Che cosa c’entrano i capitoli?
Grato se vorrà rispondermi.
Cordialmente
Ottavio L.
Ravenna
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Gentilissimo Ottavio, le potrà sembrare strano, ma i capitoli, in un certo senso, c’entrano. Il vocabolo in questione, inoltre, oltre che verbo è anche aggettivo e sostantivo. Molto meglio di me, le “risponderanno” Ottorino Pianigiani e Aldo Gabrielli, cliccando su capitolare .

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«In parte a...»

Un articolo di Matilde Paoli (dell’Accademia della Crusca).



venerdì 4 marzo 2011

«Cuccubeoni»


No, gentili amici, siete in errore se pensate che questo vocabolo, finendo in “-oni”, faccia parte di quella schiera di avverbi tipo “pulcelloni” (di cui ci siamo occupati ieri) ripudiati dai vocabolari perché bollati come desueti e... inutili. In lingua nessuna parola è “inutile”. Dobbiamo, però, rassegnarci di fronte a questo stato di cose e aprire il nostro “cuore” al progresso linguistico che - come tutti i processi - è inarrestabile. Guai, se cosí non fosse. Ci dispiace, però - e non vorremmo essere ripetitivi - constatare il fatto che in nome del progresso, linguistico naturalmente - i dizionari chiudano le porte a molte parole che nel corso dei secoli hanno fatto la storia della nostra lingua. È il caso di “cuccubeoni” (meglio “cuccubeone”) - non piú riportato da buona parte dei vocabolari, appunto - che quando è nato indicava una maschera carnevalesca, “di moda” nella Firenze medicea. L’etimologia non è molto chiara, anzi sconosciuta. Si sa che è un nome, scaturito dalla fantasia popolare, con il quale si indicava una maschera mostruosa e da far paura, come ci è dettagliatamente descritta dal Lasca, pseudonimo dello scrittore fiorentino Anton Francesco Grazzini (uno dei fondatori dell’Accademia della Crusca), nella novella sesta della seconda “Cena” (raccolta di 12 novelle, raccontate in tre serate da cinque giovani e cinque donne e che hanno per argomento beffe, avventure d’amore, storie comiche e tragiche):
«E in su la vetta della croce era una mascheraccia contraffatta, la piú spaventosa cosa del mondo, la quale in cambio d’occhi aveva due lucerne di fuoco lavorato, e cosí una per bocca, che ardevano tutte, e gettavano una fiamma verdiccia molto orribile a vedere; e mostrava certi dentacci radi e lunghi, con un naso schiacciato, mento aguzzo, e con una cappelliera nera ed arruffata, che avrebbe messo paura, non che a Caio e al Bevilacqua, ma a Rodomonte e al conte Orlando; e in su quelle pile vuote che riescono in Arno rasente le sponde, l’uno di qua e l’altro di là stavano cosí divisati in agguato e alla posta; e questi animalacci cosí fatti erano allora chiamati ‘cuccubeoni’».
Questi “cuccubeoni”, dunque, erano acconci a ordire beffe e quindi “utili” in qualunque stagione della Firenze dei Medici: andavano a spreco durante il carnevale, frammisti ad altri animalacci mostruosi allestiti per l’occasione. Il termine piacque moltissimo e fu affibbiato per secoli alle persone dall’aspetto poco... rassicurante e registrato nei vocabolari fino a quando - non si sa perché - qualche “Pierino della lingua” decise, ‘motu proprio’, che il vocabolo era superato dai tempi e andava, quindi, messo in soffitta. Noi, ci sia consentito dirlo, non la pensiamo affatto cosí e riteniamo che i vocabolari debbano attestare tutti i termini del nostro idioma e specificare, eventualmente, che si tratta di una voce desueta.
E a proposito di voci desuete, come non ricordarne un’altra - anch’essa relegata in soffitta - che si riferiva a persone che potremmo definire mostri: “tantafèra”. Vediamo assieme la sua nascita e la sua... morte. Questo termine, dunque, presenta due accezioni distinte (una sola, però, snobbata dai compilatori dei vocabolari). La prima si ricollega a “cuccubeoni” perché con “tantafèra” si indicava uno spauracchio ch compariva nelle mascherate del carnevale. Sempre secondo il Lasca sarebbe un nome composto con ‘tanta’ e con ‘fera’ in cui ‘tanta’ sta per ‘sí grande’ e ‘fera’ per ‘fiera’, cioè animale. Alla lettera, quindi, la “tantafèra” è una ‘grandissima fiera’, cioè un animalaccio, un mostro. L’altra accezione - questa sí registrata nei vocabolari - si riferisce a una persona che potremmo definire logorroica in quanto la tantafèra (o tantaferàta) è un ragionamento, un discorso lungo e noioso, vuoto e sconnesso. I lettori toscani dovrebbero ben conoscere questa voce popolare nata nella loro terra, anche se l’etimologia è incerta e non ha nulla che vedere con l’altra tantafèra, cioè con l’animale. Secondo alcuni linguisti proverrebbe dalle voci tedesche “tand”, inezia, e “thuhe”, carrettata. Alla lettera, dunque, tantafèra o tantaferàta varrebbe “una carrettata d’inezie”. Proprio come le “carrettate” di coloro che parlano a lungo e a sproposito.
Libri in cui si può trovare
cuccubeoni.

giovedì 3 marzo 2011

«Single»? No, pulcelloni


La maggior parte degli amici che ci seguono resteranno - o se preferite resterà - con gli occhi “stranulati” alla vista del titolo in oggetto: pulcelloni. E hanno perfettamente ragione in quanto nessun vocabolario (in nostro possesso) attesta questa voce, che non è affatto inventata e non fa parte, quindi, dei cosí detti neologismi. Resteranno con il famoso dubbio amletico se non ci affrettiamo, per tanto, a spiegare loro il significato e naturalmente l’origine del termine. Prima, però, soffermiamoci un attimo (non “attimino”, per carità, dio ce ne scampi e liberi) su “stranulato” per portare a conoscenza dei nostri lettori una figura grammaticale poco conosciuta: la “metatesi”, vale a dire l’inversione di lettere o fonemi all’interno di una parola. Letteralmente significa “trasposizione”, derivando dal greco “metàthesis”, tratto da “metatihènai” (trasporre). Abbiamo, quindi, per metatesi: drento per dentro; spengere per spegnere; straporto per trasporto e... stranulato per stralunato. Con l’occasione invitiamo i moltissimi “soloni della lingua” a non sedere a scranna per ritenere strafalcioni quelle parole che in realtà sono solo termini “metatesistizzati” . E torniamo a “pulcelloni”, che appartiene a quella schiera di avverbi in “-oni” che la storia della lingua ha condannato come desueti. Gli unici sopravvissuti sono “bocconi”, “carponi”, “tentoni”, “cavalcioni”, “ginocchioni”,
“penzoloni” e pochissimi altri; tutti adoperati, però, in modo errato facendoli precedere dalla preposizione “a”: a cavalcioni, a tentoni ecc. Gli avverbi non hanno alcun bisogno di essere “sorretti” dalla preposizione. Si dice, per caso, Pasquale camminava “a lentamente”? Perché, dunque, dobbiamo sentire una bestemmia linguistica come “a cavalcioni”? Ma non divaghiamo e torniamo a pulcelloni, che anticamente si riferiva all’amaro tempo (oggi, fortunatamente, non è piú cosí) del nubilato: quella donna ha vissuto tutta la vita pulcelloni, vale a dire senza marito. È veramente una iattura che la lingua “moderna” abbia messo in soffitta gli avverbi in “-oni” - ritenuti superati dal tempo - privilegiando i termini stranieri che, non ci stancheremo mai di ripeterlo, inquinano in modo considerevole l’idioma di Dante e di Manzoni. Si dirà: la lingua, come tutte le cose, invecchia e occorre dare spazio a vocaboli nuovi. Giustissimo, ben vengano i nuovi termini, purché siano italiani, non barbari. Che bisogno c’è di dire, infatti, che quella donna vive “single” quando avevamo un avverbio, o se preferite un vocabolo, tutto italiano che rendeva perfettamente l’idea della donna non sposata, “pulcelloni”, appunto? Ma tant’è. Arrendiamoci, dunque, al “progresso linguistico” ma condanniamo fermamente il barbarismo dilagante. È assurdo, infatti, il dover constatare il fatto che molti giovani di oggi (ma non solo essi) conoscano perfettamente (quasi) la lingua di Albione e restino “atterriti” davanti a parole come “sdraioni”, “gironi”, “brancoloni”, “sdondoloni”, tutti avverbi - come pulcelloni - ritenuti da alcuni lessicografi non degni di essere “lemmati” nei vocabolari (non tutti i dizionari, infatti, li registrano). Non crediamo di bestemmiare se sosteniamo che anche essi - per la parte che loro compete - sono altamente responsabili dell’impoverimento della nostra lingua. E a proposito di pulcelloni - che etimologicamente viene da “pulcella” (fanciulla) - sentite quanto scrive il trecentista Donato Velluti (“Cronica domestica”): “...Le dette Cilia e Gherardina non si maritarono; stettono un gran tempo pulcelloni, con isperanza di marito...”. Oggi “vivere pulcelloni”, che significa anche “non avere alcun rapporto matrimoniale”, sembra non avere piú importanza, ma quando l’avverbio “nacque” ne aveva (e come!) tanto che fu coniata anche un’altra parola (riferita sia agli uomini sia alle donne) per indicare le persone non sposate: pinzochero (con il femminile pinzochera) termine fortunatamente non ripudiato dai vocabolari. L’etimologia della parola è incerta: forse da “bizzoco”, membro d’una setta che seguiva la regola di S. Francesco, ma vivendo da eremita. Per estensione, quindi, il termine passò a indicare tutte le persone che non erano sposate in quanto “spiritualmente” vivevano da eremita. Si clicchi QUI.

mercoledì 2 marzo 2011

Procedere...


Ancora un verbo, procedere, che a nostro modo di vedere viene spesso adoperato in modo improprio, se non errato. Procedere, dunque, significa “inoltrarsi”, “proseguire”,
“avanzare” e simili: in questo tratto di strada bisogna procedere in fila indiana. Spesso, dicevamo, si usa con un significato che non ha: “provvedere”, “disporre”, “occuparsi”, “procurare”, “dotare”,
“corredare” e simili. Quest’uso “distorto” del verbo procedere si riscontra soprattutto nel linguaggio commerciale: la informiamo che abbiamo proceduto a spedirle quanto da lei richiesto. In buona lingua si dirà: abbiamo provveduto alla spedizione; abbiamo disposto la spedizione o locuzioni similari. I vocabolari, però, ci.... smentiscono. Ma tant’è.
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Siamo rimasti esterrefatti nel vedere che ci sono "scrittori" che... scrivono quoio.

martedì 1 marzo 2011

Pomodori «pelati»


Gentile dott. Raso,
la ringrazio immensamente per la tempestiva ed esauriente risposta circa l’origine della locuzione “perdere la sindèresi” (domenica 27 scorso). Approfitto della sua non comune disponibilità per un altro quesito. In un supermercato della mia città mi ha colpito un cartello che recitava: “Offertissima! Tre scatole di pomodori pelati al prezzo di una”. Non si dovrebbe dire “pomodori sbucciati”? “Pelare” non significa togliere i peli?
Grazie
Severino O.
Lecce
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Sí, cortese Severino,
pelare significa “togliere il pelo”. L’argomento è stato già trattato. Clicchi su questo collegamento.
Interessante, in proposito, vedere la grafia e il plurale corretti di pomodoro.