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lunedì 28 febbraio 2011

Una «cospicua» eredità


Sappiamo già che quanto stiamo per scrivere non avrà l’approvazione di qualche linguista, anche perché i vocabolari ci smentiscono. Ma andiamo avanti convinti della bontà di quanto sosteniamo. Intendiamo parlare dell’uso improprio che si fa dell’aggettivo cospicuo, che propriamente significa “famoso”, “celebre”, “illustre”, “insigne”, “egregio”,
“eminente” e simili: quell’uomo discende da una famiglia cospicua (illustre, celebre, ecc). Con il trascorrere del tempo gli è stato dato un significato che, a nostro modo di vedere e stando all’etimologia, non ha: “numeroso”, “abbondante”, “ricco”, “copioso”, “grosso”, “ingente” e simili: Giuseppe ha ricevuto una cospicua eredità. Si faccia attenzione, inoltre, a scrivere l’aggettivo correttamente, con la “c”, non con la “q” come ci è capitato di leggere su un quotidiano che si picca di fare opinione, e come si legge, anche, in... “cospicui” (numerosi) libri. A scusante, si fa per dire, degli autori c’è da dire che non esisteva questo dizionario.

domenica 27 febbraio 2011

Damasceno e damaschino


Probabilmente pochi sanno che c’è una piccola differenza tra “damasceno” e “damaschino”. Il primo termine designa l’abitante di Damasco, capitale della Siria. Il secondo, come aggettivo, si riferisce a tutto ciò che riguarda la città: canne di fucile damaschine; tappeti damaschini.

* * *

Gentile signor Raso,
ho notato che nel suo impareggiabile sito tratta, di tanto in tanto, l’origine di alcuni modi di dire (per lo piú sconosciuti). Potrei sapere donde ha origine l’espressione “perdere la sindèresi” che, se non sbaglio, ha lo stesso significato del modo di dire piú conosciuto “perdere la tramontana”?
Grazie e cordiali saluti
Severino O.
Lecce
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Cortese Severino, potrà trovare tutte le informazioni sul modo di dire cliccando
QUI.



sabato 26 febbraio 2011

Difilato e defilato


Sembra incredibile ma è vero: molte persone credono che “difilato” e “defilato” siano l’uno sinonimo dell’altro e usano i due termini indifferentemente. No, non è cosí. Il primo è avverbio e sta per ‘celermente’, ‘direttamente’, ‘velocemente’; il secondo termine è aggettivo e vale ‘appartato’: il giovane se ne stava defilato in un angolo. Secondo il Sabatini Coletti la voce è attestata dal 1855, Aldo Gabrielli, invece, la data una cinquantina d’anni piú tardi. Ma diamo la “parola” al Gabrielli.
«Neologismo, dal francese ‘défilé’, nato con la I guerra mondiale (1914-18): zona defilata, truppe defilate; cioè terreno, truppe fuori della vista o dei colpi del nemico. L’italiano dice la stessa cosa con vocaboli e modi suoi: ‘coperto’, ‘al coperto’, ‘protetto’, ‘fuori tiro’, ‘in angolo morto’: truppe al coperto, zona protetta o in angolo morto, terreno coperto e simili».
Questo francesismo, ormai, è entrato a pieno titolo nel nostro lessico e non ci sentiamo di condannarlo. Raccomandiamo solo di non confonderlo - come dicevamo all’inizio - con l’avverbio, difilato, che ha tutt’altro significato.

* * *

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Marcoaugusto scrive:
“Questa casa è vuota senza te”o è ammesso anche “Questa casa è vuota senza di te”?Una volta ero sicuro della risposta, ma alle volte vengono dei dubbi. Succede anche a voi?Grazie e complimenti ancora.

linguista scrive:
Può ricorrere in teoria a entrambe le soluzioni, ma sarebbe meglio optasse per “senza di te”. Se tempo fa, comunque, molti non avrebbero avuto dubbi nel prediligere il modulo con la preposizione “di”, e nel ritenerlo anche più diffuso dell’altro, oggi, con una rapida ricerca su Google, si scopre invece – prescindendo da peculiarità stilistiche, collocazioni particolari, ecc. – che “senza te” prevale (sia pure di poco) su “senza di te”, evidentemente anche per certe scelte di cantanti e cantautori italiani. La cosa ha però esiti ben diversi per altri pronomi: “senza voi”, per esempio, conta poco più di 55.000 attestazioni contro gli oltre 4.500.000 di presenze di “senza di voi”.
Massimo Arcangeli
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Con i pronomi personali la preposizione impropria ‘senza’ si fa seguire dalla preposizione “di”: senza di voi, senza di me, senza di loro. Lasciamo stare ciò che si trova con “Google” e quanto, piú o meno correttamente, scrivono i vari cantautori, seguiamo i “sacri testi”.

Il dizionario Sabatini Coletti: senza [sèn-za] prep., cong.
• prep. (in generale evita l'elisione, obbligatoria però in senz'altro; si usa con la prep. di davanti ai pron. pers. e talvolta anche davanti ai pron. dimostr. e rel.: s. di te; s.(di) questo; s. (di) che).

Il Garzanti:
ant. sanza, prep. 1 indica mancanza, esclusione, privazione (si unisce ai nomi direttamente e ai pronomi personali o dimostrativi mediante la prep. di): partirò senza valigie; rimase senza soldi; è senza padre e senza madre (o evitando la ripetizione di senza: è senza padre né madre); resterò senza di voi; che cosa farei senza di te?; mangia tutto senza pane; esce sempre senza cappotto; lo puoi portare con o senza sciarpa; cioccolato con panna o senza?; rimanere senza parole in numerose locuzioni che hanno valore aggettivale o avverbiale: un mondo senza pace; un uomo senza scrupoli; un ragazzo senza giudizio; un appartamento senza pretese; un tiranno senza pietà; furono uccisi senza pietà; un discorso senza veli; lo ha detto senza malizia; senza tregua, incessantemente; senza modo, smisuratamente; senza indugio, subito; senza confronto, incomparabilmente; senza dubbio, senza forse, senz'altro, sicuramente; senza più, (lett. rar.) senza indugio non senza, con: sono partito non senza rimpianti essere, rimanere senza qualcosa, esserne, rimanerne sprovvisto fare senza qualcosa, farne a meno.
Il Dizionario grammaticale di Vincenzo Ceppellini:
(Senza) si unisce direttamente al nome, tranne che davanti ai pronomi personali, nel qual caso vuole la preposizione 'di': senza di me, nessuno si muova.
Il Vocabolario Palazzi:
questa preposizione regge direttamente il nome senza aiuto di altre preposizioni; ma dinanzi a pronome personale vuole la preposizione di: senza di me, senza di voi, senza di lui, senza di loro.





venerdì 25 febbraio 2011

Abaco e... abbaco


La quasi totalità dei vocabolari che abbiamo consultato riportano abbaco come variante di abaco. Sullo stesso piano l'etimologo Ottorino Pianigiani. Le cose non stanno proprio cosí, e volendo sottilizzare potremmo fare un distinguo (anche se saremo contestati - certamente - da qualche “grande linguista”). Scriveremo ‘abaco’ (con una “b”) per designare la parte superiore del capitello di una colonna su cui poggia l’arco o l’architrave; con due “b” (abbaco), invece, per indicare il libro con le prime nozioni di aritmetica e anche una sorta di pallottoliere. Nel plurale entrambi i termini mutano la desinenza “-co” in “-chi”: abachi e abbachi. Sulla stessa “lunghezza d’onda”, ci sembra, il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia.

mercoledì 23 febbraio 2011

«Scranno»? No, scanno


Speriamo di non attirarci gli strali di qualche linguista cosí detto d’assalto o progressista se scriviamo che, anche se in uso, la grafia “scranno” è errata. Il seggio su cui siedono deputati, senatori, giudici, consiglieri comunali e regionali, cardinali in conclave ecc. si chiama “scanno” (senza l’inserimento della “r” dopo la “c”). Il vocabolo proviene dal latino “scamnum” (sgabello). Probabilmente il termine errato, ed entrato nell’uso, è nato per corruzione della voce “scranna” che deriva dal longobardo “skranna” (panca). Di qui è nata la locuzione “sedere a scranna”, vale a dire erigersi a giudice per sentenziare.
* * *
Per ridere un po'.
Digitate Qui il verbo stordire.

martedì 22 febbraio 2011

Perché repuBBlica?


Cortese dott. Fausto Raso,
ho scoperto proprio ora, per caso, il suo sito; incuriosito dal sottotitolo ho cominciato a leggerlo: dire che è interessante e istruttivo è riduttivo. L’ho messo subito tra i preferiti: leggerlo sarà la prima cosa che farò la mattina appena alzato. Ne approfitto per porle subito un quesito a cui tutte le persone (libri compresi) non hanno saputo rispondere: perché repubblica si deve scrivere con due “b”? Non è ammessa l’alternativa come, per esempio, in “obiettivo” e “obbiettivo”?
Grazie e ancora complimenti per il suo impegno in difesa della lingua italiana.
Lorenzo Z.
Vercelli
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Gentile Lorenzo, grazie per il suo apprezzamento. Il quesito che lei pone è stato già trattato. Lo può trovare cliccando
QUI.

lunedì 21 febbraio 2011

Un dizionario ministro di unità


Un articolo dell’accademico della Crusca Gian Luigi Beccaria

* * *

Dal vocabolario Treccani in rete:



Da Vocabolario on line TagT:
questi
quésti pron. dimostr. m. [lat. eccu(m) *ĭsti (forma di nomin. sing., per ĭste, modificato per analogia con qui; cfr. quegli)], letter. – Questa persona, la persona di cui si è appena parlato (per lo più come soggetto; in casi obliqui, preceduto cioè da prep., è più com. questo): Questi, che mai da me non fia diviso, La bocca mi basciò tutto tremante (Dante); è questi l’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco (Manzoni). Più raram. riferito ad animali o cose: Questi [il leone] parea che contra me venisse Con la test’alta (Dante); dall’una parte mi trae l’amore ... e d’altra mi trae giustissimo sdegno ...: quegli vuole che io ti perdoni e questi vuole che io contro a mia natura in te incrudelisca (Boccaccio).

COMMENTI
Errata corrige
Chiedo scusa, mi sono sfuggiti due refusi. Prendo leggasi "prende" e nom leggasi "non". Grazie. FR da fauras- 21/02/2011 00:17:14
"Questi" (e quegli)
Il linguista Aldo Gabrielli ritiene corretto l'uso di "questi" (e quegli) solo in funzione di soggetto. Nei casi obliqui la sola forma da adoperare è "questo" (e quello): Luigi e Carlo sono entrambi studenti, ma 'questi' (cioè Carlo) prendo lo studio con piú serietà; Parli forse di Carlo? Nom mi curo di 'questo' (non di 'questi'). Fausto Raso da fauras- 21/02/2011 00:09:34

Su "questi" si veda anche la nota d'uso QUI.



sabato 19 febbraio 2011

Perché non «lo» automobile?


Forse non tutti sanno che l’automobile, quando nacque, era propriamente un aggettivo: vettura ‘automobile’, vale a dire ‘vettura che si muove da sé’. In seguito il termine si è tramutato in sostantivo, o meglio in aggettivo sostantivato di genere femminile perché si sottintende, appunto “carrozza” o “vettura”. È occorso del tempo, però, perché si affermasse il genere femminile. Non mancano esempi, infatti, in cui il termine è adoperato al maschile: “S’arresta un automobile fremendo e sobbalzando” (Gozzano). Ciò è dovuto al fatto che, all’inizio, si sottintendeva anche “carro” o “veicolo”. Oggi è solo femminile, ricordiamolo, e abbreviato, comunemente, in “auto” con tanto di articolo femminile: un’auto.

* * *

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:


gina scrive:
si usa la parola sistemizzare per indicare la formazione di un sistema?

linguista scrive:
Il Grande Dizionario italiano dell’Uso non riporta questo verbo. Esso risulta usato raramente su Internet, in documenti scientifici o burocratici col significato di ‘integrare qualcosa in un sistema’ o anche intransitivamente, come ‘integrarsi in un sistema’.
Fabio Ruggiano
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È interessante notare che, anche se non «lemmato» nei vocabolari, il verbo in questione si trova in molti libri; uno, addirittura, del 1820.
Si clicchi
QUI.

venerdì 18 febbraio 2011

Analisi grammaticale


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

mara scrive:
la frase : i colombi selvatici si alzavano in volo con rumorosi colpi d’ ala, nell’ analisi grammaticale come è ? grazie

linguista scrive:
i = articolo determinativo maschile plurale
colombi = nome comune maschile plurale
selvatici = aggettivo qualificativo maschile plurale
si = pronome personale (atono) di terza persona plurale
alzavano = terza persona plurale dell’imperfetto indicativo di “alzare”
in = preposizione semplice
volo = nome comune maschile singolare
con = preposizione semplice
rumorosi = aggettivo qualificativo maschile plurale
colpi = nome comune maschile plurale
d’ = preposizione semplice
ala = nome comune singolare femminile
Massimo Arcangeli
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Completiamo l’analisi grammaticale del linguista:
colombi = nome comune di animale maschile plurale
si = pronome personale riflessivo di terza persona plurale
alzavano = voce del verbo alzare, prima coniugazione, modo indicativo, tempo imperfetto, terza persona plurale
volo = nome comune di cosa maschile singolare
colpi = nome comune di cosa maschile plurale
d’ = preposizione semplice apostrofata
ala = nome comune di cosa femminile singolare

giovedì 17 febbraio 2011

Parole: vuote e piene


Due parole sulla... parola. In grammatica, si intende per parola una sillaba (o l’insieme di piú sillabe) che abbia un significato nell’ambito di una lingua. La parola può essere orale o scritta, e si suole dividerla in due classi: parole “piene” e parole “vuote”. Appartengono alla prima classe quelle che hanno un preciso significato e sono dette, appunto, “piene” (di significato); fanno parte della seconda classe, invece, le parole che sono “vuote” (di significato). Appartengono alla prima categoria, insomma, gli aggettivi (bello, mio, questo), i verbi (lavorare, giocare), gli avverbi (ora, sempre, domani), i numerali (primo, terzo), i nomi di persona, di cose, di animali, i nomi che indicano uno stato d’animo, un avvenimento, una sensazione ecc. Si classificano tra le parole vuote, invece, quelle che servono a sostituire o a collegare tra loro le parole piene di una proposizione come: gli articoli, le congiunzioni, le preposizioni e le interiezioni. La preposizione “da”, per esempio, o il pronome “quale” da soli non hanno alcun significato, sono, quindi, parole vuote. Attenzione, però, a non confondere le parole vuote con quelle “astratte”. Queste ultime, anche se non si “toccano”, come la bellezza o la bontà, hanno un significato ben preciso, sono, per tanto, parole piene.

mercoledì 16 febbraio 2011

Mandare (o andare) alla malora


Questo modo di dire - ancora adoperato - si può riferire, in senso figurato, sia a una persona sia a una azienda che cade in rovina, che fallisce. Il senso della locuzione è, infatti, “deteriorare”, “non servire piú”, “perdere la funzionalità”. L’origine non è molto chiara e si fonda su alcune ipotesi. Riportiamo quella che ci sembra piú verosimile. L’espressione, dunque, è probabile che derivi dalla “corruzione popolare” delle parole latine ‘mala hora’, vale a dire “ora cattiva” e, quindi, “momento funesto”. Questo “momento” corrispondeva, all’incirca, alle ore notturne tra le 2 e le 4, quelle “piú buie” e in cui si registrava il maggior numero di decessi (decedere: ‘andar via da questo mondo’) tra le persone anziane e i malati. La “mala hora”, insomma, era il momento che incuteva maggior paura. Colui che va alla malora, quindi, attraversa un periodo particolarmente funesto.

* * *

Altre due lezioni del prof. Patota, con un piccolo "lapsus" scritto/parlato sulla terza persona plurale del congiuntivo presente di "parlare": essi parlano in luogo di "parlino". Si veda
QUI.
Lo abbiamo segnalato alla redazione; vi informeremo se l’ “errore” verrà emendato.

lunedì 14 febbraio 2011

Guardaspalle o guardiaspalle?


Due parole, due, sull’uso corretto del verbo “guardare” che concorre alla formazione di alcuni nomi composti. E ci spieghiamo meglio. Si deve dire “guardiacaccia” o “guardacaccia”; “guardaspalle” o “guardiaspalle” e simili? La “i” nel centro della parola la mettiamo o no? La stampa, in genere, dà entrambe le grafie e, come sempre in fatto di lingua, sbaglia: la “i” va omessa. E vediamo subito il perché. Si tratta di parole composte di un verbo (guardare, con il significato di ‘vigilare’) e di un sostantivo e non di due sostantivi (guardia e caccia, per esempio). Poiché la terza persona singolare del presente indicativo del verbo “guardare” è “guarda” (senza la “i”), avremo guardacaccia (colui che "guarda", che controlla la caccia) , guardaspalle (colui che "guarda" le spalle), guardafili, guardaboschi, guardaportone, guardafreni e via dicendo. Non seguite, quindi, i numerosi vocabolari permissivi che ammettono entrambe le grafie per alcuni sostantivi (guardacaccia e guardiacaccia) e per altri no (solo guardaboschi, solo guardaspalle). A questo punto, però, ci domandiamo: ammesso che si possa inserire quella “i”, perché - come suol dirsi - due pesi e due misure? Ripetiamo: tutti i sostantivi composti con il verbo “guardare” si scrivono senza la “i” epentetica (l’epentesi, forse è bene ricordarlo, è l’inserimento di una o piú lettere non etimologiche nel corpo di una parola). Fa eccezione “guardiamarina”, cioè il più basso grado di ufficiale nella marina militare, perché non ha nulla in comune con il verbo “guardare” essendo pari pari lo spagnolo ‘guardia marina’ trasportato in lingua italiana in grafia unita.

domenica 13 febbraio 2011

La sosia? No, "il" sosia


Dal vocabolario Treccani in rete:
sòṡia s. m. e f. [dal lat. Sosia, nome del servo di Anfitrione nella commedia Amphitruo di Plauto (e quindi dell’Amphitryon di Molière); di lui Mercurio prende l’aspetto, generando equivoci e scene comiche], invar. – Persona somigliantissima a un’altra, tanto da poter essere scambiata per questa: è proprio il suo s.; l’ho vista bene: a meno che non abbia una s., era proprio lei.

COMMENTI
"Sosia"
Se 'sosia' è maschile invariabile, riferibile, quindi, sia a un maschile sia a un femminile, deve restare invariato anche l'articolo maschile. Giovanni è il sosia di Mario; Susanna è il sosia di Marta (non 'la' sosia).
da fauras- 12/02/2011 19:13:47
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Vediamo, in proposito, ciò che scrive il linguista Aldo Gabrielli:

“Quante volte ho sentito frasi come queste: ‘Anna è la sosia di sua madre’, ‘Quell’attrice non è certo la sosia della Garbo’, parlando di due persone che si somigliano come due gocce d’acqua o non si somigliano affatto. E tutte le volte mi vien da dire: che erroraccio! Erroraccio perché? Ma perché sosia è un nome maschile, e maschio ha da restare, anche se da nome proprio una trasformazione l’ha già fatta diventando nome comune. Infatti questo Sosia, per chi non lo ricordasse, è il nome del servo di Anfitrione, nella famosa commedia di Plauto (…). Nella commedia plautina accade che un giorno Mercurio, mandato sulla terra da Giove, assumesse l’identico aspetto di Sosia, allo scopo di giocare alcune beffe diciamo piccanti all’infelice Anfitrione. Questo soggetto fu poi ripreso dal Molière nella commedia intitolata appunto ‘Amphitryon’, e il nome del servo, divenuto subito popolarissimo in Francia, da proprio si trasformò in comune, venendo a indicare persona somigliantissima a un’altra al punto da essere scambiata con questa. Noi riprendemmo il termine dal francese in questa accezione figurata verso la metà dell’Ottocento. Ma sempre come maschile, si capisce. Perciò dobbiamo dire ‘il sosia’, nel plurale ‘i sosia’, sia con riferimento a uomo sia con riferimento a donna. Non possiamo dare a Sosia una sorella dello stesso nome! Diremo quindi correttamente ‘Anna è il sosia di sua madre’, ‘Quell’attrice non è certo il sosia della Garbo’. Stona quel maschile accostato a un femminile? Ma stona forse dire ‘Anna è il ritratto, il doppione, il modello, lo stampo di sua madre? (…)”.

A questo punto c’è qualche linguista “progressista” disposto a contraddire le parole di un grande della lingua? Se c’è si faccia avanti, ma deve portare motivazioni convincenti e soprattutto logiche.

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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

verbi riflessivi e congiuntivo
Buongiorno dott. De Rienzo.
Vorrei chiederLe cortesemente una precisazione: i verbi riflessivi formati con una negativa reggono sempre l'indicativo? oppure è possibile farli combaciare anche con il congiuntivo?
È giusto dire "non mi piace chi faccia", oppure si dovrà dire "non mi piace chi fa". "Non ti piace che sia così la faccenda" o "Non ti piace che è così la faccenda". "Non si capisce che tu abbia/che abbia fatto questo" o "non si capisce che tu hai/che hai fatto questo".
Grazie come sempre,
buon fine settimana
(firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Sabato, 12 Febbraio 2011
Io userei l'indicativo, ma si possono usare tutti e due.
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Cortese Professore, non amiamo interpretare il ruolo del bastian contrario (non è nostro costume); non possiamo non far notare, però, che nelle frasi del lettore non siamo in presenza di un verbo riflessivo (piacere) e che in casi del genere l’uso dell’indicativo o del congiuntivo è dettato da ciò che si vuole evidenziare.

sabato 12 febbraio 2011

«Uscir di chiave»


Chi “esce di chiave”? La persona che non sa adeguarsi alle regole imposte da una determinata situazione; colui che non riesce a sottostare alle “leggi” di un organismo cui appartiene. Si dice anche di una persona che non è piú in grado di mantenere l’immagine che si è “costruita”, di sé, nel corso degli anni. In senso lato si dice, inoltre, di comportamenti “stonati” in relazione al posto in cui ci si trova. La “chiave” cui allude il modo di dire è quella musicale, la chiave di violino, che determina l’altezza delle note: l’uscirne dà luogo a una evidente stonatura.

* * *

Acchitto, acchito o achitto?

Un articolo di Matilde Paoli, della redazione dell’Accademia della Crusca, sull’argomento. Si veda qui.
Di là da ogni disquisizione, consigliamo agli amici blogghisti di attenersi all’unica forma ritenuta, attualmente, corretta: ACCHITO.
Si veda anche
questo collegamento.

venerdì 11 febbraio 2011

Pescaturismo (2)


L’argomento è stato trattato in questo sito prima di Natale. Lo riproponiamo perché abbiamo l’impressione che la stessa persona abbia posto il quesito prima ai linguisti del quotidiano la Repubblica in rete e ora a “Domande e Risposte” del vocabolario Treccani in rete. Lasciamo ai cortesi blogghisti trarre le... “conclusioni”.
Per “Domande e Risposte” si veda
questo collegamento.
Per questo sito si veda
QUI.
PS: sarebbe interessante sapere perché il vocabolario “Treccani” non attesta il termine.

* * *

Scorticare un pidocchio

Il modo di dire, che avete appena letto, significa essere venali, avari e nello stesso tempo gretti e meschini. Si dice di colui, insomma, che non si lascia sfuggire nessuna opportunità e occasione di vantaggio o guadagno tanto che, per raggiungere lo scopo, arriverebbe perfino a scorticare un pidocchio. Si dice anche di chi si dà da fare per un compenso molto misero, paragonabile a quello che otterrebbe scorticando un... pidocchio.
* * *
Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
laura scrive:
Cari linguisti,
sono attanagliata da un dubbio forse già discusso, che preposizione regge la locuzione “in conformità”? Con? A? Segue, nella frase, “i trattati internazionali”.
Grazie e buon lavoro!

linguista scrive:
Si possono usare tranquillamente entrambe le preposizioni.
Grazie!
Massimo Arcangeli
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Si può adoperare anche (e forse è meglio) la preposizione “di”. Dal Treccani:
Come locuz. avv. in c., in c. di, in modo conforme, secondo: in c. delle prescrizioni; in c. di quanto è stato disposto; questi sono gli ordini e voi dovrete agire in conformità.

giovedì 10 febbraio 2011

Ellissi del soggetto


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Paolo scrive:
Dubbi sulla concordanza
Buongiorno, vorrei per favore alcune delucidazioni su queste frasi (concordanza numero).

1) Nella pagina viene mostrato l’utilizzo della memoria e dell’unità centrale.

2) Nella pagina vengono mostrati l’utilizzo della memoria e dell’unità centrale.

3) Nella pagina vengono mostrati gli utilizzi della memoria e dell’unità centrale.

Qual è la frase giusta (o più corretta grammaticalmente)? Fermo restando che il problema mi si pone solo quando c’è un altro complemento di specificazione.
Grazie come sempre
saluti
Paolo

linguista scrive:
Sono corrette, ed entrambe accettabili, la frase 1 (l’utilizzo, sogg. sing., viene mostrato) e la frase 3 (gli utilizzi, sogg. plur., vengono mostrati); non è corretta invece la frase 2.
Francesco Lucioli
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È veramente errata la seconda frase? Non saremmo cosí sicuri. Si può considerare una frase ellittica del secondo soggetto (quello). Nella pagina vengono mostrati l’utilizzo della memoria e (quello = utilizzo) dell’unità centrale. Sottintendendo “quello” i soggetti sono due, quindi il verbo si può concordare al plurale. La frase, certamente, non è elegante sotto il profilo stilistico, ma non per questo è da considerare errata.
* * *
Per ridere un po’, digitate
QUI l’infinito del verbo “inorridire”.

mercoledì 9 febbraio 2011

L'aptonomia


Forse pochissime persone conoscono questo termine perché - a quanto ci risulta - non è attestato nei vocabolari (che abbiamo consultato). Cosa sta a significare, dunque, questo parolone? Non è altro che un sostantivo femminile atto a indicare lo studio scientifico dell'affettività. È composto con le voci greche “háptomai”, 'mi attacco' e –nomia.
Per una trattazione piú ampia riportiamo ciò che dice il sito “Il Sapientino”:

L’aptonomia (dal greco hapto, “toccare” e nomos, “regola”) fondata nel 1945 dal medico olandese Frans Veldman, studia l’affettività espressa attraverso il contatto tattile. È applicata soprattutto al rapporto pre e post-natale tra genitore e figlio. I sostenitori di questa tecnica affermano che l’approccio tattile dei genitori sul nascituro, esprimendo una conferma affettiva, consente all’individuo di sviluppare una maggiore sicurezza, utile per affrontare meglio le difficoltà della vita.

Affetto-terapia. Le sedute possono cominciare non appena la mamma sente il bambino muoversi e possono proseguire dopo la nascita. Negli ultimi anni l’aptonomia è stata utilizzata anche con persone sofferenti: la comunicazione di tenerezza e affetto pare abbia ottenuto risultati molto soddisfacenti.

martedì 8 febbraio 2011

Sfagiolare


Cortese dott. Raso,
mio figlio (IV ginnasio) è stato redarguito dall’insegnate perché in un componimento ha scritto che “quell’opera non gli sfagiolava”, volendo dire che non gli piaceva. Il docente ha detto che è un modo di dire popolare, che in uno scritto non si può adoperare. Eppure io l’ho sempre sentito e detto. Mi piacerebbe conoscere il suo autorevole parere.
Grazie e cordialità
Tina F.
Isernia
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Cortese Tina, non posso assolutamente contraddire l’insegnante di suo figlio: ha ragione da vendere. Il verbo sfagiolare, di uso prettamente familiare, per non dire popolare, è inammissibile in uno scritto formale, soprattutto in un componimento scolastico. È interessante, forse, conoscere l’origine che, a mio avviso, è intuitiva. Viene, infatti, da fagiolo piú il prefisso “s-” con funzione, per lo piú, derivativa e significa “piacere”, “andare a genio”, “garbare” e simili. Probabilmente il verbo fa riferimento al fagiolo che un tempo si metteva nell’urna quando si voleva esprimere un voto favorevole. È un verbo intransitivo e nei tempi composti si coniuga con l’ausiliare essere. Bisogna dire però, per onestà, che il verbo è 'immortalato' in molti libri.

lunedì 7 febbraio 2011

Qualunque...



Due parole due (anche se l'argomento - ci sembra - è stato trattato sul "Cannocchiale") sull’uso corretto di “qualunque” perché non sempre è adoperato... correttamente. Qualunque, dunque, è un aggettivo indefinito di quantità e significa l’uno o l’altro che sia. È invariabile e non si può adoperare in funzione di pronome (il pronome corrispondente è chiunque). Essendo invariabile non ha plurale; non è “ortodosso”, quindi, scrivere o dire, per esempio: non mi convincerete mai, qualunque siano le vostre motivazioni. Un verbo di numero plurale (siano) non può riferirsi a un singolare (qualunque). In casi del genere si sostituisca qualunque con quali che (siano le motivazioni). Alcuni vocabolari ammettono, sia pure raramente, l’uso al plurale, in questo caso, però, sempre posposto al sostantivo (un esempio, che sconsigliamo recisamente, si ha in questo libro di Gianni Celati - 1989 - 438 pagine
... Ma a questo punto si capisce impermalitosi il dottore per tale sfacciato
indirizzo non consentito a persone qualunqui si è arrestato di colpo solenne e
cattivo. Poi però non volendo abbassarsi a discutere con individuo così
malvestito ...
). Un’ultima annotazione. Qualunque si può adoperare anche in funzione di aggettivo relativo unendo due proposizioni e il verbo che segue va al congiuntivo (popolare l’uso dell’indicativo). In quest’ultimo caso è grave errore farlo seguire dal pronome “che” (essendo insito in qualunque). Non, quindi: voglio sapere qualunque cosa che voi facciate, ma, correttamente, “qualunque cosa facciate”.
Si veda anche il DOP

domenica 6 febbraio 2011

Irruento? Per carita! Irruente




Ci piacerebbe tanto conoscere il motivo per cui i redattori hanno “ritoccato” il vocabolario Gabrielli in rete. Il “ritocco” contraddice, alla voce “irruente”, quanto sostiene il Maestro nel suo “Si dice o non si dice?”.
Ecco il vocabolario in rete:
irruente
[ir-ruèn-te]
o irruento
agg. (pl. -ti)

Ed ecco ciò che scrive il Gabrielli nel suo libro:

Si dice: irruente
Non si dice: irruento, irruenta
irruente
Si dice “una folla irruenta” o “una folla irruente”? “Parlava con tono irruento” o “con tono irruente”? Si dice folla irruente, tono irruente, per la semplice ragione che un maschile singolare “irruento” e un femminile “irruenta”, coi rispettivi plurali “irruenti” e “irruente”, nella lingua italiana non esistono. Esiste solo la forma irruente, unica per il maschile e il femminile, e di conseguenza un solo plurale, irruenti. Volete una spiegazione più convincente? Eccola: irruente è un aggettivo modellato sul latino irruentem, caso accusativo del participio presente del verbo irrùere, correre contro, irrompere.
Nota bene: nell’etimologia latina di nomi e aggettivi quasi sempre dobbiamo risalire al caso accusativo: per chi conosca un po’ di analisi logica, è il caso del complemento oggetto. Esempio: vedente deriva da videntem, participio presente accusativo di video; amante viene da amantem, participio presente accusativo di amo eccetera.
Tornando a irruente, in italiano segue la forma di qualsiasi participio presente della seconda coniugazione come ad esempio, corrente, vincente, che nessuno penserebbe mai di mutare in “corrento”, “vincento”.

Abbiamo notato che anche altri vocabolari attestano la forma errata (irruento) come variante di quella corretta (irruente). Il “Treccani” in rete, addirittura, segnala “irruento” come lemma principale...
Altri hanno “l’accortezza”, invece, di annotare: anche se in uso la forma irruento è meno corretta.
Ma in lingua una parola o è corretta o non lo è; non può essere “corretta a metà”. Di questo passo i vocabolari finiranno con il considerare “meno corrette” le voci del verbo avere con l’acca. I “padri” della Lingua si rivolteranno nella tomba.
Consigliamo agli amanti del bel parlare e del bello scrivere di attenersi all’unica forma corretta, che è IRRUENTE.

PS: se "irruento" fosse la forma principale, come si legge nel "Treccani", l'avverbio corrispondente dovrebbe essere "irruentAmente". La forma corretta è, invece, "irruentEmente".

sabato 5 febbraio 2011

RastreLLiera o rastreGLIera?


Da “Domande e Risposte” del vocabolario Treccani in rete:

C’è differenza tra “rastrelliera” e “rastregliera”?

Rastrelliera, vale a dire l’attrezzo che consente agli animali di cibarsi nelle stalle o, per estensione, mutando le fogge e dimensioni, agli umani di depositare piatti e pentole lavati, parcheggiare in fila biciclette, riporre bagagli sul treno o poggiare il bilanciere per sollevare i pesi in palestra, deriva palesemente da rastrello.

La presenza del suono laterale palatale (-gl- di figlio) e della relativa grafia è, perciò già esclusa dall’etimo. I dizionari della lingua italiana non danno conto, perdipiù, dell’esistenza di una forma rastregliera, la quale va dunque considerata non corretta.
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Sí, è vero, “rastregliera” (con il digramma ‘gl’) non è piú in uso e non si trova, quindi, nei vocabolari. Lo era, però, fino alla fine dell’Ottocento. Il termine è attestato, infatti, nel
Dizionario della lingua italiana di
Francesco Cardinali, Pasquale Borelli - 1846
... rastregliera , il tasselle, il ma- glio, il mirtellj , le seghe, la pialla, Il piallotto, la harlotla, la sponderuola, la squadra, la sijiiadra zoppie o pifferello , il grafficito , lo scalpello , il badile , le scorbie , i 1 i V ...


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Gentile dr Raso,
vorrei sapere perché il verbo “uscire” muta la “u” in “e” nel corso della coniugazione in alcune persone, tempi e modi. Insomma: perché io “esco” e noi “usciamo”?
Grazie.
Giovanni S.
Macerata
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Cortese Giovanni, la questione è un po’ complessa. Le forme in “e” (esco) sono un retaggio dell’antico verbo “escire” (ancora esistente, veda
qui). Con il trascorrere del tempo, inoltre, per influsso di “uscio” e per una questione - diciamo - di suono, la “e” del tema si è mutata in “u” in posizione protonica mentre è rimasta in posizione tonica: noi “usciàmo” (posizione protonica); io “èsco” (posizione tonica). Protonico, in linguistica, è un aggettivo che indica una lettera (o un gruppo di lettere) che precede la sillaba o la vocale tonica, la vocale o la sillaba, cioè, sulla quale cade l’accento. Per farla breve: nel corso della coniugazione, insomma, la vocale tematica (la vocale che fa parte della radice del verbo) è “e” se su questa cade l’accento (io èsco); è, invece, “u” se questa non è accentata (voi uscíte).

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Tra le parole da salvare della nostra lingua metteremmo l’aggettivo “esizioso”, sinonimo di esiziale. A nostro avviso è preferibile a esiziale in quanto il suffisso “-oso” (‘portatore di’) rende meglio l’idea: il fumo è esizioso (‘portatore di danni’) per la salute.






venerdì 4 febbraio 2011

Lui "gli" sgridava


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

marta scrive:
L’insegnante di mio figlio ha considerato errore l’aver definito nella seguente frase “Caterina ci sgridava” la particella pronominale “ci” come complemento oggetto e, conseguentemente, nell’analisi grammaticale della stessa frase, il verbo “sgridava” come transitivo.
Ha corretto attribuendo a “ci” il valore di complemento di termine ed a “sgridava” funzione intransitiva.
Io non sono d’accordo, avendo consultato anche il “Devoto Oli” che riporta “sgridare” come verbo transitivo, ma vorrei un Vs. autorevole parere.
Ringrazio anticipatamente.
Marta F.

linguista scrive:
L’errore è stato commesso dall’insegnante. Il “ci” in questione è assolutamente, senza alcuna possibilità di dubbio, complemento oggetto e, per conseguenza, è corretto affermare che “sgridare” ha valore transitivo, come lei ha già avuto modo di verificare consultando il Devoto-Oli.
La particella pronominale “ci” può, è vero, avere valore di complemento di termine, ma non certo in questo caso, in cui precede, come si è detto, un transitivo. Probabilmente l’insegnante è stata tratta in inganno dalla presenza, in alcuni dialetti meridionali, del cosiddetto “accusativo preposizionale”, un complemento oggetto (retto pertanto da verbi transitivi) introdotto però dalla preposizione “a” (in frasi come “ho chiamato a Mario” o, per rifarci al suo esempio, “Caterina ha sgridato a Giovanni”): l’esito finale è un costrutto formalmente (ribadisco, solo formalmente) simile al complemento di termine, ma con intatto il valore di complemento oggetto. Ora, se un costrutto del genere è tollerato in alcuni dialetti e italiani regionali (ma sempre nell’uso orale informale e nello scritto che voglia imitare il parlato), diventa irrimediabilmente errore se parliamo di lingua italiana, in cui la relazione verbo-oggetto nel caso diretto non ha mediazioni. Direi, in conclusione, che suo figlio non ha nulla da rimproverarsi. A differenza della sua insegnante.
Alessandro Di Candia
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Ha ragione il linguista di "Repubblica" ed è la prova provata - qualora ce ne fosse ancora bisogno - di quanto andiamo “predicando” da tempo: la scuola italiana - ma anche l’università - è sempre piú affidata a docenti non all’altezza del loro compito. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: basta ascoltare un radiotelegiornale o leggere un qualsivoglia giornale. C’è da rabbrividire. Povera nostra lingua, come ti hanno ridotta!

giovedì 3 febbraio 2011

«Sfuso»: uso e... abuso


L’aggettivo “sfuso” è tratto dal verbo “fondere” con il prefisso “s” e significa “liquefatto”, “sciolto”, “fuso”. L’accezione principe del verbo è, infatti, “far passare una sostanza dallo stato solido a quello liquido”: fondere l’oro. Oggi è invalso l’uso di adoperare tale aggettivo nel significato di “non confezionato” e simili: caramelle sfuse. È un uso improprio del termine e da lasciare, eventualmente, al gergo dei commercianti: cioccolatini sfusi (non confezionati). Chi ama il bel parlare e il bello scrivere non adoperi quest’aggettivo - nel significato di “non confezionato” - in uno scritto sorvegliato. Si clicchi su fondere. Si veda anche questo collegamento: http://www.etimo.it/?term=fondere&find=Cerca

PS: naturalmente saremo seccamente smentiti da qualche linguista “progressista”. Ma tant’è.

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Cortese dott. Raso,
mi piacerebbe sapere perché quel “breve pasto, costituito per lo più da cibi freddi, consumato sia negli intervalli tra i pasti principali sia in sostituzione di uno di essi”, come recitano i vocabolari, si chiama “spuntino”.
Grazie per tutto quello che ho appreso seguendo il suo insostituibile e preziosissimo sito.
Cordialmente.
Saverio O.
Brescia
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Gentile Saverio, il “perché”, cioè l’etimologia del termine, è ignoto, legga l’ipotesi che fa il linguista
Ottorino Pianigiani.

martedì 1 febbraio 2011

«Curare con sugo di bosco»



«Per convincere quell’individuo ci vuole il ‘sugo di bosco’», cioè un sacco di bastonate. Il “sugo di bosco”, forse pochi lo sanno, è il legno degli alberi di cui è fatto il bastone. In senso figurato, quindi, è nata la locuzione “curare con sugo di bosco”, vale a dire usare il bastone per ‘curare’ la testardaggine di coloro che non vogliono cambiare idea.

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Gentile dott. Raso,
“goccio” e “goccia” sono sinonimi? Posso dire, indifferentemente, un goccio di vino e una goccia di vino? Complimenti per il suo magnifico sito, indispensabile per chi - come me - vuole “usufruire” della lingua in modo corretto.
Grazie in anticipo se avrò una risposta.
Augusto T.
Ascoli Piceno
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Cortese Augusto, “goccio” e “goccia” non sono proprio sinonimi perché hanno una diversa sfumatura di significato. Lo sono, invece, “goccio” e “gocciolo”. Per vedere la diversità dei due termini clicchi su
goccio e goccia. Ne approfitto per segnalare alla redazione del vocabolario Gabrielli in rete un refuso alla voce “gocciolo”:

Piccola quantità di liquido: un g. di acqua, di vino
‖ Sorsetto: assagia almeno un g. di questo vino
‖ dim. gocciolìno
accr. → gocciolóne.
Come si può vedere manca una “g” ad ‘assagia’.