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sabato 31 dicembre 2011

I mortaletti


A mezzanotte in punto nelle varie località scoppierà il “finimondo” per festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Il fumo di migliaia e migliaia di mortaretti andrà ad ammorbare ancora di piú l’aria delle nostre città. Ma la festa è… festa. Non è di questo, però, che vogliamo parlare. Vogliamo dire che i “botti”, comunemente conosciuti come ‘mortaretti’, si possono chiamare (e personalmente è voce che preferiamo) anche ‘mortaletti’. Buon anno agli amici di questo portale e… attenzione con i mortaletti.

http://www.etimo.it/?term=mortaretto&find=Cerca

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Il plurale di ambo? Ambi e ambe

Contrariamente a quanto riportano i "sacri testi" (tutti?) l'aggettivo ambo si può pluralizzare regolarmente: ambi e ambe. Possiamo dire e scrivere, quindi, e nessuno può tacciarci di ignoranza, "da ambi i lati", per esempio, e "con ambe le mani". Sono plurali di uso raro, certo, ma non per questo errati. Si vedano i collegamenti in calce.

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22ambi+i+lati%22&btnG=#q=%22ambi+i+lati%22&hl=it&tbo=1&tbm=bks&ei=gU_-TtG0M5La4QTxwuCNCA&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&fp=678b9ddca958c85

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22ambe+le+mani%22&btnG=

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=85400&r=74257

venerdì 30 dicembre 2011

Le fedine? I basettoni (e altre disquisizioni linguistiche)








Fedine - strisce di barba lungo le gote, dalle tempie fino al mento; basette lunghe. Il termine, meglio conosciuto come “basettoni” non è molto… adoperato. Il vocabolo è nato nell’Ottocento e indicava i “fedelissimi” dell’Austria-Ungheria perché portavano i basettoni come segno di fedeltà (fedine) a Francesco Giuseppe, che aveva, appunto, quel tipo di barba.
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Amante e amatore – i due termini non andrebbero adoperati indifferentemente. Il primo solo nel significato proprio del verbo amare da cui deriva; il secondo (con il femminile amatrice) nell’accezione di cultore, appassionato e simili: Pasquale è un amatore della lingua italiana.
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Filiale e figliale – aggettivo e sostantivo femminile. Come aggettivo entrambe le grafie sono corrette; è preferibile la prima, però. In funzione di sostantivo sempre la prima grafia: la ditta ha una filiale a Civitavecchia.
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Gala
– sostantivo femminile; improprio usarlo nella forma maschile: tutta la nobiltà era presente alla grande gala. Errata la grafia con la seconda a accentata (galà).
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In ultima analisi – francesismo da evitare. Si dirà, correttamente: insomma, infine, tutto considerato, concludendo e simili.



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Chissà perché il sito "Garzantilinguistica.it" non dà il plurale di "lungadige"; lo dà, invece, per "lungotevere" e "lungarno". Molte autorevoli pubblicazioni, come si può vedere cliccando sul collegamento in calce, riportano il normale plurale "lungadigi".


http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22lungadigi%22&btnG=#q=%22lungadigi%22&hl=it&tbo=1&tbm=bks&ei=BQT9TrPtMYWl-ga2zLTrDw&start=0&sa=N&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&fp=678b9ddca958c85a&biw=1024& bih=637

giovedì 29 dicembre 2011

Dicesso? Sí, lontano...





È veramente un peccato che la quasi totalità dei vocabolari non registrino un avverbio che, a nostro modo di vedere, è piú pregnante dei sinonimi “lontano”, “ in disparte” , “discosto”. Vale a dire l’avverbio dicesso (o di cesso) attestato sin dal XIII secolo. Sí, sappiamo benissimo che è un termine relegato nella soffitta della lingua; si potrebbe rispolverare, però. A noi pare più elegante, insomma, dire, per esempio, “ Giulio e Paolo se ne stavano di cesso”, invece che in disparte.
Si clicchi sui collegamenti in calce.

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=di-cesso&searchfor=di%20cesso&searching=true

http://books.google.it/books?id=fLg9AAAAYAAJ&pg=RA2-PA244&dq=%22di+cesso%22&hl=it&sa=X&ei=G6T7TsaiLsq6-AaXiamdAQ&ved=0CDwQ6AEwAQ#v=onepage&q=%22di%20cesso%22&f=false

mercoledì 28 dicembre 2011

La «bisciabova»





Gentilissimo dott. Raso,
per la ricorrenza del Natale un caro amico mi ha fatto una strenna favolosa segnalandomi il suo inimitabile blog sul buon uso della lingua italiana. La rete pullula di siti sulla lingua, ma il suo è veramente la “crema” e per i contenuti e per il modo in cui si porge: semplice, elegante, educato ma soprattutto chiaro. Mi permetta di complimentarmi. È inutile che le dica che l’ho messo subito tra i preferiti. Ho visto che risponde ai quesiti che le vengono posti, ne approfitto anch’io per chiederle che cosa significa “bisciabova”, termine che ho sentito in una trasmissione di una televisione privata. I vocabolari che ho consultato non mi sono stati di aiuto, spero in lei. Grazie se mi risponderà e ancora vivi complimenti.
Gaetano S.
Nuoro
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Cortese Gaetano, la ringrazio veramente di cuore per le belle parole di cui ha voluto onorarmi. Quanto al suo quesito, si tratta di un termine desueto che significa “tifone” , “turbine” e simili. I vocabolari non lo attestano perché è stato relegato nella soffitta della lingua. Il significato e l’origine l’apprendiamo dal dizionario del Tommaseo-Bellini cliccando su questo collegamento:

martedì 27 dicembre 2011

I «bezioli»









Forse poche persone sanno che gli occhiali che servono per “raddrizzare” gli occhi alle persone affette da strabismo si chiamano “bezioli”. (Quasi) Nessun vocabolario dell’uso riporta, infatti, il termine in questione. Onestamente non conosciamo l’etimologia del vocabolo che si può trovare cliccando su questo collegamento:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22bezioli%22&btnG=


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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:






Marisa scrive:
MI DISPIACE DI AVER SBAGLIATO oppure MI DISPIACE AVER SBAGLIATO?
Grazie, e buon Natale

linguista scrive:
Nel costrutto implicito delle proposizioni soggettive rette da verbi impersonali, l’infinito può essere preceduto dalla preposizione “di” (per es. “non mi va di mangiare”), essere giustapposto al verbo reggente (“bisogna riflettere con calma”) o ammettere entrambe le costruzioni. Il verbo “dispiacere” è proprio uno di quelli che rende possibile il costrutto implicito con e senza “di” davanti all’infinito: “mi dispiace di aver sbagliato” oppure “mi dispiace aver sbagliato”, entrambi leggittimi.
Marcello Ravesi
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Non ce ne voglia il dott. Ravesi se diciamo che LEGGITTIMI non si può considerare il classico refuso ma un orrore ortografico perché per scriverlo ha dovuto pigiare due volte il tasto “g”.




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L' «orrore» è stato prontamente emendato (senza ringraziamenti...) e la nostra segnalazione altrettanto prontamente e democraticamente cassata dalla rubrica.

domenica 25 dicembre 2011



a tutti gli amici blogghisti

sabato 24 dicembre 2011

Buon Natale




Domani è Natale, non possiamo esimerci, quindi, dall'augurare una felicissima festività a tutti gli amici che ci onorano della loro attenzione. Per l'occasione riproponiamo un nostro articolo sulla nascita della strenna come... strenna natalizia ai cortesi amici blogghisti.


Si veda questo collegamento:


http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/12/16/strenna_natalizia.html

giovedì 22 dicembre 2011

«Mandare (o andare) in orinci»






Quando qualcuno vi infastidisce mandatelo, senza tanti complimenti, in orinci. No, non stiamo delirando. Forse nessuno conosce l’espressione “mandare (o andare) in orinci” che significa andare in un paese lontano e metaforicamente andare a quel… paese.

http://www.etimo.it/?term=orinci&find=Cerca

http://books.google.it/books?id=c_E9AAAAYAAJ&pg=PA486&dq=%22mandare+in+orinci%22&hl=it&sa=X&ei=3XPyTrKhHpOGhQfc5tGvAQ&ved=0CDAQ6AEwAA#v=onepage&q=%22mandare%20in%20orinci%22&f=false

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:



Giulia scrive:
Analisi logica:
“Ieri sono stato assente”
assente: è parte nominale del PN o complemento predicativo?
Grazie dell’aiuto

linguista scrive:
“Sono stato assente” è predicato nominale (abbiamo infatti il verbo essere).
Alessandro Aresti
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Forse è meglio “sviluppare” la risposta del linguista. Siamo in presenza di un predicato nominale e non di un complemento predicativo non tanto perché c’è il verbo essere quanto e soprattutto perché non c’è un verbo che introduce il complemento predicativo (del soggetto). Vediamo, quindi, quali sono i verbi che introducono il suddetto complemento:
1) Verbi copulativi, cioè quei verbi che assumono le medesime funzioni del verbo essere nel predicato nominale (restare, riuscire, sembrare, apparire, diventare, tornare): Giulio è apparso invecchiato;
2) Verbi appellativi coniugati nella forma passiva (essere chiamato, soprannominato, apostrofato ecc.): Giulio è stato soprannominato lo stangone;
3) Verbi estimativi anch’essi coniugati in forma passiva (essere creduto, ritenuto, considerato ecc.): Giulio è stato ritenuto innocente;
4) Verbi elettivi, sempre in forma passiva (essere eletto, designato, incoronato ecc.): Giulio è stato nominato direttore.

mercoledì 21 dicembre 2011

Scendere dal pero


Chi deve scendere dal pero? La persona che deve parlare con piú semplicità ed essere meno supponente. Si adopera questa locuzione, insomma, per invitare una persona a venire a cose piú concrete. L’espressione sembra derivi dall’antica locuzione “star sulle cime degli alberi”, riferita a chi mostrava supponenza o adoperava un linguaggio difficile. Nel II libro della “Storia vera” di Luciano si narra di un nave che fu costretta ad arrestarsi perché giunse in uno stretto di mare ingombrato da una selva di cipressi che galleggiavano a fior d’acqua. Perché proseguisse fu necessario tirarla su in cima a quegli alberi per poi calarla nuovamente in mare. Di qui, sembra, abbia origine la locuzione “star sulle cime degli alberi” per indicare cose difficilissime a comprendersi.

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

roberto scrive:
Altro dubbio: è sbagliato scrivere l’età anagrafica per esteso?, per esempio vent’anni al posto di 20 anni? La regola grammaticale ordina di usare le cifre se queste sono troppo lunghe, lo so. Ma spesso, per quanto riguarda l’età, le leggo per esteso anche su pubblicazioni di qualità.
Grazie per l’aiuto.

linguista scrive:
Dipende dal tipo di testo: in uno letterario, ad esempio, sono da preferire le cifre; nelle date o nell’uso tecnico o scientifico, i numeri arabi.
Alessandro Aresti
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Abbiamo l’impressione – e vorremmo essere smentiti – che il dott. Aresti abbia fatto un po’ di confusione. Cifre e numeri arabi sono la stessa cosa. Numeri romani, quindi, nella risposta; non numeri arabi.

martedì 20 dicembre 2011

L' «assaggiamento»


Cortese dott. Raso,
la prego, gentilmente, di voler dirimere una questione linguistica sorta tra mio figlio (V ginnasio) e la sua docente di lettere. Mio figlio, dunque, in un componimento in classe ha scritto che “l’assaggiamento di quella pietanza non gli era piaciuto”. L’insegnante ha sottolineato con la fatidica matita blu il termine ‘assaggiamento’ sostenendo che il vocabolo non esiste; mio figlio avrebbe dovuto scrivere “assaggio”. A me sembra di ricordare che il vocabolo “sub iudice” esiste, invece, anche se non l’ho trovato nei vocabolari che ho consultato. Sa dirmi qualcosa in merito?
Grazie in anticipo e tanti auguri per le prossime festività.
Ignazio T.
Siracusa
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Gentile Ignazio, che cosa dirle? Devo constatare, purtroppo, la pochezza linguistica della docente. Il termine in questione, non riportato dai vocabolari, è esistito ed è stato relegato nella soffitta della lingua, ciò non toglie, però, che non si possa adoperare, anche se di “sapore” stantio. “Assaggiamento”, dunque, è un sostantivo deverbale; proviene, cioè, dal verbo assaggiare. Lo si trova nel vocabolario degli Accademici della Crusca e in molte altre pubblicazioni. Suo figlio potrebbe farlo presente alla sua insegnante cercando, però, di non urtare la sua “sensibilità”. Guardi questo collegamento:


http://books.google.it/books?id=Irg_AAAAcAAJ&q=%22assaggiamento%22&dq=%22assaggiamento%22&hl=it&sa=X&ei=mYjvTpzkFcnc4QT71-y0Bg&ved=0CGsQ6AEwCQ

PS.: C'è anche il termine "assaggiatura", riportato da buona parte dei vocabolari.

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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Enzo scrive:
19 dicembre 2011 alle 21:57
Salve,
ho un nuovo quesito: è corretto dire «per intanto»? Avevo sentito dire che non fosse il massimo, linguisticamente parlando, ma l’ho giusto letto or ora in un saggio, e gradirei dunque avere un chiarimento.
Grazie in anticipo della risposta.

linguista scrive:
19 dicembre 2011 alle 22:15
Sì, è corretto.
Alessandro Aresti
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Il linguista Aldo Gabrielli sconsiglia vivamente “per intanto”.
Si dice: intanto
Non si dice: per intanto
intanto, per intanto
Intanto significa nel frattempo: “Io faccio il caffè, tu intanto preparati”. Anticamente era scritto separato: in tanto, sottintendendo tempo. Serve anche a contrapporre un’azione, una situazione a un’altra (funzione avversativa): “Giurava e intanto mentiva”. È usato addirittura per rafforzare una negazione al posto di invece: “Intanto non è vero!”.
Quella che è inutile, e di non ottimo gusto, è l’espressione per intanto, che pure i dizionari registrano. Forse è dovuta all’influenza dell’altra espressione idiomatica di uguale significato, per ora. Dimentichiamola.

lunedì 19 dicembre 2011

C'è adito e... adito






Ecco una parola omofona (stesso "suono") e omografa (stessa grafia) ma con due significati distinti. Ci riferiamo al sostantivo maschile adito, che ha, per l'appunto, due accezioni. La prima sta per passaggio, ingresso, accesso e simili e in senso figurato opportunità, possibilità di fare qualcosa; la seconda indica (forse bisognerebbe dire indicava) il luogo piú interno e sacro di un tempio pagano, riservato esclusivamente ai sacerdoti, che racchiudeva l'immagine della divinità.


http://www.etimo.it/?term=adito&find=Cerca

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=adito-2929

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=adito


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Consobrino

Consobrino è un sostantivo di uso letterario che significa cugino da parte di madre. Qualche amico blogghista sa come si chiama il cugino da parte di padre?


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Dal “Treccani” in rete

Neologismi
ANTI-MONTIANO
Anti-montiniani. Voglia di piazza. Hanno già annunciato che sciopereranno con la Cgil contro il decreto Monti e, già che ci sono, pure con la Cisl e con la Uil.
L'Espresso 15/12/2011
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Abbiamo segnalato il refuso “anti-montiniani” alla Redazione; è stato prontamente emendato.

domenica 18 dicembre 2011

Meco, meco e... Meco



È interessante scoprire che meco oltre a significare "con me" (oggi però in disuso) vale anche adultero.
È il nome anche di un comune della Liguria.

Si vedano questi collegamenti:



sabato 17 dicembre 2011

Affatto: uso e abuso







Dal Corriere della Sera in rete di ieri:





Monti: «Io disperato? Affatto»Diretta
Imu alla Chiesa, arriva il no dell'Aula
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Monti, invece, è disperatissimo stando alla lingua adoperata dai redattori ‘titolisti’ del quotidiano in rete. Forse è il caso di ricordare che l’avverbio “affatto” se non è preceduto da una negazione significa “del tutto”, “interamente” e simili. Il titolo corretto, quindi, avrebbe dovuto recitare: «Io disperato? Nient’affatto».
Per l’uso corretto di questo avverbio rimandiamo a un nostro intervento su “il Cannocchiale” di qualche anno fa.
Si clicchi su:
http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2009/12/13/abbastanza_e_affatto_due_avver.html

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La terminologia, un ponte fra i saperi. Un articolo di Maria Teresa Zanola.
Si veda questo collegamento:
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/termini/Zanola.html

venerdì 16 dicembre 2011

La «gelotologia»




Segnaliamo un altro termine non registrato nei vocabolari: gelotologia. È proprio del linguaggio scientifico e indica lo studio del riso e delle sue varie applicazioni terapeutiche. Sotto il profilo puramente linguistico il sostantivo riso è maschile nella forma singolare e femminile in quella plurale: il riso e le risa.




Si veda questo collegamento:

http://books.google.it/books?id=-LT1nfKdmOcC&pg=PA48&dq=%22gelotologia%22&hl=it&sa=X&ei=yS_rTs_GOvD44QSekI2fCQ&ved=0CDAQ6AEwAA#v=onepage&q=%22gelotologia%22&f=false

Si trova anche in altre pubblicazioni.

giovedì 15 dicembre 2011

Letteralmente...






Dell’avverbio “letteralmente”, adoperato in tutte le salse, si abusa non poco e quasi sempre a sproposito. E in… proposito, vediamo ciò che dice il linguista Luciano Satta.
«Il dizionario di Devoto e Oli dice che questo avverbio “sottolinea la particolare intensità o assolutezza di una condizione”. Ma siccome se ne fa uno scempio, non si può leggere un giornale senza trovarne una decina, non si può ascoltare né radio né televisione senza udirne altrettanti, noi proponiamo un giro di vite, ricordando che ‘letteralmente’ vale ‘alla lettera’; cioè l’aggettivo, il sostantivo, l’espressione cui l’avverbio si accompagna hanno un significato ‘letterale’ e non iperbolico. Ci fa ridere, scusate, il cronista sportivo quando racconta che “il portiere Tal dei Tali era ‘letteralmente un gatto’ “; sia abolito l’incontro, per il regolamento che non ammette di far giocare i gatti al calcio. E chi dice: “Ho ‘letteralmente le ossa rotte’ dalla stanchezza”, per punizione e per coerenza vada a farsi ingessare. ‘Letteralmente’».

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Merdocco



Questo termine, dal “sapore” volgare, ma non lo è, indica un unguento adoperato dalle signore per depilarsi. L’etimologia è incerta ed è snobbato dai vocabolari. Si trova attestato nel vocabolario degli Accademici della Crusca:

http://books.google.it/books?id=XluyeG4fxj4C&pg=PA1026&dq=%22merdocco%22&hl=it&ei=jATpTsbNGanZ4QT8wrnyBg&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=2&ved=0CDYQ6AEwAQ#v=onepage&q=%22merdocco%22&f=false

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Per ridere un po'

Si clicchi su:

www.youtube.com/watch?v=vj7xCIZw0s0
(sono diapositive, si aprono automaticamente dopo un po')

mercoledì 14 dicembre 2011

Troia, città e...


Gentilissimo dott. Raso,
cercando una regola grammaticale mi sono imbattuto nel suo sito. Dire che è interessante è riduttivo… Ho notato che spazia dalla grammatica, alla sintassi, ai modi di dire e all’etimologia. Ne approfitto, quindi, per togliermi una curiosità: perché una donna cosiddetta di “facili costumi” si chiama, volgarmente, troia? Tutti coloro ai quali mi sono rivolto non hanno saputo darmi una risposta. Confido, quindi, in lei, certo che non mi “deluderà”. Grazie in anticipo. Un caloroso ossequio.
Giovanni V.
Vicenza
PS.: Ho messo il suo sito tra i preferiti.
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Cortese Giovanni, potrà soddisfare la sua curiosità cliccando sul collegamento in calce. L’argomento è stato trattato, qualche anno fa, su “il Cannocchiale”. Visto che è un amatore della lingua, mi permetto farle notare che in buona… lingua dopo il cosiddetto (o cosí detto) non si mettono le virgolette, queste sono “insite” nel cosiddetto. Quindi: una donna cosiddetta di facili costumi o una donna di “facili costumi”.

http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/02/28/troia_no_citta_di_fausto_raso.html

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La lingua cambia. E le fonti per studiarla? Un articolo di Massimo Arcangeli, coordinatore dei linguisti della rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete.
Si clicchi su:
http://www.treccani.it/webtv/videos/Int_Massimo_Arcangeli_lingua_e_fonti.html

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«Alazzire»

È un vero peccato, a nostro avviso, che tutti (?) i vocabolari non attestino il verbo alazzire, ci sembra piú "pregnante" di indebolire e simili.

http://www.dizionario.org/d/?pageurl=alazzire

martedì 13 dicembre 2011

Un simpatico capamèno






Gentilissimo dott. Raso,
La ringrazio veramente di cuore per la tempestiva ed esaustiva risposta circa il significato di “viareccio”. Approfitto della Sua non comune disponibilità per un altro quesito. Mi sono imbattuto, sfogliando sempre una rivista di moltissimi anni fa, in un altro termine a me sconosciuto: 'capameno'. I soliti vocabolari non mi hanno… “risposto”. Spero molto in Lei. Grazie in anticipo.
Un deferente ossequio.
Salvatore T.
Foggia
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Cortese Salvatore, sono io a ringraziarla per l’onore che mi fa seguendo le mie noterelle. Sí, ha ragione, i vocabolari non riportano il termine che le interessa e che significa “persona bizzarra, mattacchiona”. Non lo snobbano il “Treccani”: «capamèno (più com.
capo amèno) s. m. (pl. capi amèni). – Persona bizzarra, che diverte per le sue singolari trovate: è stata un'idea di quel c. di suo cugino»; e il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia. Nonostante sia ignorato dai vocabolari è “immortalato” in numerose pubblicazioni. Clicchi su:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22capameno%22&btnG=


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Abbiamo avuto bisogno di un cardiotonico alla vista di un simile orrore: cospiquo.
Si veda questo collegamento:
http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22cospiquo%22&btnG=

Forse è il caso di ricordare che l'aggettivo in questione proviene dal latino conspicuus. http://www.etimo.it/?term=cospicuo&find=Cerca

lunedì 12 dicembre 2011

Nato "ettameno"




Chissà perché la totalità (?) dei vocabolari non attesta il termime ettameno, sinonimo di settimino, cioè colui che è nato di sette mesi. Si trova in alcune pubblicazioni, ma soprattutto in questo collegamento:

http://books.google.it/books?id=yn4QAQAAIAAJ&pg=PA250&dq=%22ettameno%22&hl=it&ei=QDblTpiNGsLE4gTcocGJBQ&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=3&ved=0CD0Q6AEwAg#v=onepage&q=%22ettameno%22&f=false

domenica 11 dicembre 2011

Una macchina (per scrivere) viareccia








Cortese dott. Raso,
un amico mi ha fatto scoprire il suo meraviglioso e insostituibile blog, che ho messo subito tra i preferiti. Le scrivo, sperando che prenda in considerazione la mia richiesta, perché sfogliando una rivista di moltissimi anni fa ho letto una pubblicità che mi ha incuriosito: “Si affittano macchine per scrivere viarecce”. Cos’è questo “viarecce”? Nei vocabolari che ho in casa e in quelli in rete non se ne fa menzione. Può gentilmente togliermi questo “tarlo” che mi assilla da mesi?
Grazie e molte cordialità.
Salvatore T.
Foggia
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Gentile Salvatore, per quale motivo non dovrei prendere in considerazione la sua richiesta? Tutti coloro che amano la lingua sono amici di questo portale. E veniamo alla sua domanda. “Viareccio”, termine attestato sin dal XIV secolo e composto con “via” e il suffisso
“-areccio” (“-ereccio”) significa “da portare via”, quindi “portatile”. Si trova attestato nel GDU del De Mauro, nello Zingarelli e nei vocabolari degli Accademici della Crusca, di cui le do il collegamento in calce. Si trova anche in altre pubblicazioni.

http://books.google.it/books?id=zLc9AAAAYAAJ&pg=PA381&dq=%22viareccio%22&hl=it&ei=BIzjTs30C4ip4gS34cG3BQ&sa=X&oi=book_result&ct=book-preview-link&resnum=2&ved=0CEcQuwUwAQ#v=onepage&q=%22viareccio%22&f=false


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Una curiosità. Sapete come si chiama la punta di metallo della fibbia? Ardiglione (è un francesismo, però). L'origine del nome l'apprendiamo da Ottorino Pianigiani cliccando su:

http://www.etimo.it/?term=ardiglione&find=Cerca

Si veda anche quest'altro collegamento:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ardiglione

sabato 10 dicembre 2011

Pretenzioso (o pretensioso)




Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
Pretenzioso
Scrivo per sottolineare il "catenaccio" (si dice così?) al titolo dell'articolo di Mauro Del Corona sulle strategie da usare contro i genitori "pretenziosi" (che pretendono troppo, secondo chi l'ha scritto). "Pretenzioso" ha tutt'altro significato: vuole dire che presume troppo di sé.
Sigh!, sob! ... direbbero i fumetti.
(Firma)
Risposta della titolare della rubrica:
De Rienzo Venerdì, 09 Dicembre 2011
PAROLE SANTE!
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Siamo allibiti! Se l’esperta avesse consultato un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana avrebbe visto che l’aggettivo (e anche sostantivo) “pretenzioso” (o pretensioso) ha anche il significato - con uso estensivo - di “persona che ha molte pretese”, “che vuole una cosa con forza”. Una persona di poche pretese che cosa significa se non una persona che si accontenta (“pretende”) di poco? Non sono parole sante, quindi.

venerdì 9 dicembre 2011

«Eminenza»



Chi è un' «eminenza» (sotto il profilo etimologico)? Un interessante articolo di Silverio Novelli. Si clicchi su:
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/parole/Eminenza_azzurrina.html

giovedì 8 dicembre 2011

La «strittipella»





È un vero peccato che i vocabolari non attestino un termine, nient’affatto volgare, e che rende bene l’idea di una donna di malaffare: strittipella. Il vocabolo, crediamo, si “spiega” da sé: donna che si stira la pelle e si spiana le rughe per apparire piú giovane e per avere, quindi, la possibilità di attirare piú avventori. Il termine si può trovare “immortalato” in alcuni libri: basta cliccare su questo collegamento:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22strittipella%22&btnG=


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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

1. Juri scrive:
7 dicembre 2011 alle 13:12
Ciao,
vorrei sapere se oltre a “suonare” male è improprio dire: “avrei potuto esserci”.
Grazie.
2. linguista scrive:
7 dicembre 2011 alle 13:19
Il costrutto non è improprio: se il verbo servile regge essere, l’ausiliare del verbo servile è avere.
Francesco Lucioli
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La risposta del linguista non ci sembra molto chiara; la riformuleremmo cosí: il verbo servile prende l’ausiliare del verbo al quale fa da “servo”. Ancora meglio la Crusca: Per quel che riguarda l'uso degli ausiliari coi verbi servili, si tratta di una questione un po' intricata, ma risolvibile nella prassi seguendo poche regole:
1) Se si sceglie l'ausiliare del verbo retto dal servile, non si sbaglia mai: es. "Ha dovuto mangiare" (come "ha mangiato"); "è dovuto partire" (come "è partito").
2) Se il verbo che segue il servile è intransitivo, si può usare sia "essere" che "avere": es. "è dovuto uscire" o "ha dovuto uscire".
3) Se l'infinito ha con sé un pronome atono (mi, si, ti, ci, vi) bisogna usare "essere" se il pronome è prima dell'infinito (es. "non si è voluto alzare"), "avere" se il pronome è dopo l'infinito (es. "non ha voluto alzarsi").
4) Se il servile è seguito dal verbo "essere", l'ausiliare sarà sempre "avere": es. "ha dovuto essere forte", "ha voluto essere il primo".

mercoledì 7 dicembre 2011

È proprio una «gumèdra»!


Ancora un vocabolo ignorato – se non cadiamo in errore – dalla totalità (?) dei vocabolari: gumèdra. Ci piacerebbe che i lessicografi lo prendessero in considerazione, invece, perché è atto a indicare una cosa inesistente ma che suscita meraviglia (come si può leggere nel “Dizionario” del Tommaseo-Bellini di cui, in calce, riportiamo il collegamento). Una cosa, insomma, favolosa e immaginaria nominata per destare l’attenzione degli interlocutori: “Pensate, era presente, addirittura, una gumèdra”. Cosa sia non si sa, appunto, però fa… effetto. L’origine è incerta, si pensa possa essere il latino “chimaera”.

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=gumedra&searchfor=gumèdra&searching=true

martedì 6 dicembre 2011

«Rattristare» e «rattristire»



Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
rattristito o rattristato?
Salve, vorrei sapere qual è la forma oorretta tra rattristito e rattristato, o se esistono entrambi e hanno significati diversi. Grazie
(Firma)
Risposta dell’esperta:
De Rienzo Martedì, 06 Dicembre 2011
RATTRISTATO è corretto. Ecco le sfumature: questo termine (participio passato di "rattristare") indica uno stato d'essere (rammaricato, addolorato, afflitto, ecc), non in divenire, ma che E'.
RATTRISTIRE indica invece un'azione in divenire, o in senso transitivo (ti rattristisco), o in senso intransitivo, come si può dire di un fiore che perde la freschezza (si è rattristito), o riflessivo (si rattristisce a sentire quei discorsi).
Il participio passato di questo verbo (RATTRISTITO) dovrebbe indicare un'azione passata, invece contiene in se' un concetto di "fluire dell'azione" che a mio avviso l'altro ha meno.
Dipende quindi dai gusti, dalle sfumature del contesto, e ancora una volta dico: dal suono o dal contesto dei suoni. Immaginiamo: "dopo essersi divertito si trovò rattristito". Se non vogliamo fare poesia in rima useremo "rattristato".
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Dissentiamo totalmente sulla risposta “esplicativa” della titolare della rubrica di lingua. I due verbi hanno il medesimo significato, si possono adoperare, quindi, indifferentemente (senza alcuna sfumatura). A voler “pignoleggiare” possiamo dire che “rattristire” è forma non comune di rattristare (sono entrambi verbi deaggettivali essendo composti con il prefisso intensivo “ra-“ e l’aggettivo “triste”).

lunedì 5 dicembre 2011

Il «traulismo»


Probabilmente molte persone sono affette da traulismo ma non lo sanno perché non conoscono il significato del termine. La colpa? Dei vocabolari, che snobbano questa parola. Cos’è, dunque, questo traulismo? Un difetto della voce per cui, nel parlare, si emettono piccoli fischi, ma soprattutto il difetto di pronuncia della «erre» (la cosí detta erre moscia). I vocabolari, dicevamo, ignorano la parola, ma non il dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani, di cui diamo il collegamento in calce.

http://www.etimo.it/?term=traulismo&find=Cerca

domenica 4 dicembre 2011

La lingua e i luoghi







Un bell'articolo di Gian Luigi Beccaria, accademico della Crusca.


Si clicchi su:

http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/parole-in-corso/articolo/lstp/431664/

* * *
Il commento che avevamo inviato ai linguisti della rubrica di lingua di “Repubblica.it” non è piú in attesa di moderazione, è stato cassato. La “distrazione” del linguista è stata, però, emendata.

sabato 3 dicembre 2011

«la Repubblica» e la lingua





Collegandosi alla rubrica di lingua del quotidiano in rete la Repubblica si legge:

Avete dubbi sulla grammatica? Scriveteli in questo forum e un gruppo di linguisti risponderà in tempo reale a ogni vostra singola domanda.
Un servizio di consulenza dedicato soprattutto agli studenti in ansia per la maturità ma aperto a chiunque voglia sollevare questioni sulla nostra lingua. Le risposte, a cura della redazione di “Lid’O. Lingua italiana d’oggi”, sono coordinate dal linguista Massimo Arcangeli.
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Abbiamo inviato una nostra modesta osservazione ai linguisti, ieri alle 12.16, sono le 18.16 del 3 dicembre e il nostro commento è ancora «in attesa di moderazione»:

Fausto Raso scrive:
Il tuo commento è in attesa di moderazione

2 dicembre 2011 alle 12:16
è venuta: terza persona singolare trapassato prossimo del verbo “venire”;
Il prof. Di Candia ha avuto un attimo di distrazione: è venuta è passato prossimo, non trapassato prossimo (era venuta).

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Il quesito posto dal lettore si può leggere cliccando su:




http://linguista.blogautore.repubblica.it/2011/08/19/dubbi-sullitaliano-risponde-il-linguista3/#comments

venerdì 2 dicembre 2011

giovedì 1 dicembre 2011

«Spettacolistico»? Perché no?!


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
ci sarà un limite?
Ieri mattina sentivo il Giornale radio delle 8 (Radiouno), e mi è andato di traverso un biscotto nel sentire un funzionario statale dire con serafica tranquillità "gli eventi spettacolistici" (!). Pensavo che con i vari "allo stato" "assolutamente si" "il fenomeno va attenzionato" e altri orrori che sottindendono profondi e fruttuosi studi si fosse già raggiunto un discreto livello di sconforto, ma quello "spettacolistici" rimette tutti in gioco.
Aiuto !!!
(Firma)
Risposta della titolare della rubrica:
De Rienzo Mercoledì, 30 Novembre 2011
Però deve ammetterlo: il funzionario HA DATO SPETTACOLO DI SE'. Lo dico sempre io (e non è una battuta, mi creda): mai guardare i tg o ascoltare i giornali radio mentre si mangia. Può andare di traverso qualcosa, è pericoloso. E comunque certe notizie non fanno certo bene alle pareti dello stomaco: i clinici dicono che cambiano colore, e ciò denota sofferenza.
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L’aggettivo “spettacolistico” (non comune) si può adoperare benissimo perché è attestato nel GDU del De Mauro e nel “Treccani” in linea e “immortalato” in numerose pubblicazioni. Non è, dunque, uno scandalo linguistico. Si clicchi su:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22spettacolistico%22&btnG=

mercoledì 30 novembre 2011

Terrificare...



Ancora un verbo che - a nostro modo di vedere - non andrebbe adoperato in buona lingua italiana, anche se attestato nei vocabolari: terrificare. Perché non andrebbe adoperato? Perché pur avendo nobili origini latine è mutuato dal francese "terrifier". Il nostro idioma ha "atterrire", che dice la medesima cosa. Lo stesso si dica per "terrifico" e "terrificante". Il buon italiano ha 'orrendo', terribile', 'spaventoso' e simili.

martedì 29 novembre 2011

«Castrimagia»





Forse pochissime persone si sono imbattute in questo vocabolo perché - come molti altri - è stato relegato nella soffitta della lingua e non attestato, per tanto, nei vocabolari. Ci piacerebbe che fosse "riesumato" perché indica la "voracità nel cibarsi". Questo termine è stato immortalato dal divino poeta nel XXIII canto del Purgatorio.



Si trova, inoltre, in numerose pubblicazioni:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22castrimagia%22&btnG=

lunedì 28 novembre 2011

«Sbancare il lunario»






Sul sito Cruscate un'interessante discussione sulla correttezza dell'espressione "Sbancare il lunario" e su altre amenità linguistiche.




Si clicchi su:

http://www.achyra.org/cruscate/viewtopic.php?t=2811


* * *


«Salire in su' muricciuoli»

Ancora un modo di dire - forse sconosciuto - relegato nella soffitta della lingua. Chi sale, dunque, sui 'muricciuoli'? Colui che diventa improvvisamente povero perché, apprendiamo da Ludovico Passarini (il "principe" dei modi di dire), «i poveri accattoni sogliono riposarsi e dormire su' muricciuoli».


* * *

Ih e hi

Sono entrambe interiezioni e si adoperano a seconda delle sfumature che lo scrivente vuole mettere in evidenza, come si può rilevare dal “Treccani” in rete:

ih 〈i〉 interiez. – Esprime stupore, raccapriccio, rammarico, avversione, tedio e sim.: ih, quanta roba!; ih, che indecenza!; ih, che schifo! Ripetuta, esprime ironia, disprezzo e sim.: tu stai male e io no, ih ih; riproduce anche una risata sardonica, un pianto stridulo, un ghigno e sim.: dalla bocca ... gli venne fuori con suono stridulo e imbrogliato il ritornello d’una canzonettaccia francese ... seguìto da un ghigno: ih ih ih ih (Pirandello).






hi 〈hi〉 interiez. – Può esprimere sentimenti vari: disprezzo ironico (soprattutto verso chi manifesti boria, vanità o pedanteria), ostentazione di noncuranza, meraviglia davanti a cose eccessive, a lunghe enumerazioni, e sim. È inoltre il segno grafico con cui può essere reso un particolare modo di ridere o di piangere, con suoni acuti e brevi.




sabato 26 novembre 2011

«Affegatare»


Ancora un verbo relegato nella soffitta della lingua e, quindi, ignorato dai vocabolari: affegatare. Ci piacerebbe, invece, che fosse rispolverato perché esprime bene la "figura" della persona afflitta, accorata. Affegatare significa, infatti, “accorarsi”, “affliggersi” e simili: Giovanni, ti prego, non ti affegatare per cosí poco.

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22affegatare%22&btnG=

venerdì 25 novembre 2011

«Assaccomannare»


Forse poche persone, anche tra quelle cosí dette acculturate, conoscono il verbo “assaccomannare” perché la quasi totalità dei vocabolari non lo registrano. Ed è un vero peccato – a nostro modesto avviso – perché il predetto verbo rende bene l’idea del “mettere a sacco”, quindi saccheggiare.

* * *

Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
Evoluzione dell'Italiano
Perché l'Italiano, che pur avendo internamente i suoi strumenti per forgiare nuovi termini, fa così resistenza ai termini nuovi, preferendo magari latinismi o locuzioni.
Se io dovessi ad esempio utilizzare la parola "dubitante", intesa come "colui che dubita" (sulla stessa scia di "passante", inteso come "colui che passa", o "presidente" inteso come colui "che presiede o presidia"), mi si fa notare che potrei semplicemente dire "persona dubbiosa".
Mentre - ad esempio - l'Inglese molto più facilmente accetta nuovi termini in -er, che grosso modo equivale agli italiani -tore/-trice e -ante/-ente.
Quindi perché l'Italiano ha più difficoltà ad auto-generarsi?
(Firma)
Risposta dell’esperta:
De Rienzo Giovedì, 24 Novembre 2011
Fossi in lei non mi chiederei perché e andrei oltre. DUBITANTE, comunque, è brutto, forse perché mai usato, come invece ABITANTE. Forse gli italiani, in questo caso, seguono semplicemente la via del bello. Ma è parere strettamente personale. Chissà il Forum...
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“Dubitante”, anche se ritenuto brutto, si può adoperare, correttamente, con l’accezione di “colui che dubita”. Questo aggettivo-sostantivo si trova attestato, infatti, nel GDU, nel Devoto-Oli, nel Palazzi e nello Zingarelli. Il vocabolo, inoltre, è “immortalato” in molte pubblicazioni. Si clicchi su:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22dubitante%22&btnG=

giovedì 24 novembre 2011

L' «anguimano»





Gentilissimo dott. Raso,
la ringrazio di cuore per la sua cortese e tempestiva risposta al mio quesito su “ogn’uno”. Approfitto della sua non comune squisitezza per porle un’altra domanda di cui, sono certo, saprà darmi un’esaustiva risposta, risposta che tutti i vocabolari consultati non sono stati “in grado” di darmi. Che cosa significa «anguimano»? Ho scovato questo termine in una vecchia rivista mentre mettevo un po’ d’ordine nella mia soffitta.
Grazie e un ossequio
Ludovico L.
Arezzo
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Cortese Ludovico, il termine di cui desidera conoscere il significato è stato relegato nella soffitta della lingua perché non piú in uso, per questo motivo i comuni dizionari non lo registrano. Nei secoli passati era chiamato “anguimano” l’elefante perché – come ci fa sapere Ottorino Pianigiani – la sua proboscide “sembra quasi una mano a forma di serpe”. Il vocabolo è composto con le voci latine “anguis” (serpe) e “manus” (mano). Si trova nel dizionario del Tommaseo- Bellini e in altri libri. Clicchi sul collegamento in calce.



http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22anguimano%22&btnG=

mercoledì 23 novembre 2011

«Ogn'uno»? Desueto, ma corretto


Cortese dott. Raso,
la seguo sempre, e con vivo interesse. Da lei ho appreso “cose linguistiche” che le comuni grammatiche non riportano. Le scrivo proprio per questo. Qualche giorno fa leggendo un libro sono sobbalzato sulla poltrona alla vista di “ogn’uno” (sic!). Lì per lì ho pensato a un errore di stampa, poi vista la “caratura” dell’autore mi è venuto il dubbio. Ho consultato grammatiche e vocabolari vari ma non ho trovato “ogn’uno”. Può dirmi, gentilmente, se la grafia con l’apostrofo è corretta?
Grazie e cordialità
Ludovico L.
Arezzo
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Gentile Ludovico, non cita l’autore del libro, vista, però – come lei scrive – la sua “caratura”, sono portato a credere che abbia voluto strabiliare il pubblico adoperando la grafia desueta, ma corretta. Fino a qualche secolo fa, infatti, la grafia cristallizzata era «ogn’uno», con tanto di apostrofo. Solo ai giorni nostri si è imposta la grafia univerbata: ognuno. Certo, oggi difficilmente qualcuno scriverebbe ognuno con l’apostrofo, ma non per questo si può condannare chi preferisce la forma apostrofata. La grafia desueta è attestata nel vocabolario degli Accademici della Crusca (e in altre pubblicazioni). Clicchi su:


http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22ogn%27uno%22+crusca&btnG=

* * *

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
carla scrive:
22 novembre 2011 alle 12:22
senti dire “ci sono tutta una serie di elementi…..”: è corretto? Perchè a me pare che sarebbe corretto dire “c’è tutta una serie di elementi…”
grazie

linguista scrive:
22 novembre 2011 alle 12:27
Grammaticalmente è scorretto, in quanto l’accordo dovrebbe andare al singolare. L’accordo a senso, cioè logico (una serie indica più elementi in successione, quindi il verbo viene coniugato al plurale), è accettabile solo in alcuni contesti informali (non nello scritto e nel parlato curato).
Alessandro Aresti
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L’accordo a senso, cioè la “sillessi”, è previsto dalla grammatica; come si fa, dunque, a sostenere che la frase proposta dal lettore “ci sono tutta una serie di… “ è grammaticalmente scorretta? E che l’accordo a senso è accettabile solo in contesti informali? “Ci sono tutta una serie” è comunissimo in uno scritto formale, come si può vedere cliccando su:

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22ci+sono+una+serie+di%22&btnG=#pq=%22ci+sono+una+serie+di%22&hl=it&ds=bo&cp=15&gs_id=j&xhr=t&q=%22ci+sono+tutta+una+serie+di%22&pf=p&sclient=psy-ab&tbo=1&tbm=bks&source=hp&pbx=1&oq=%22ci+sono+tutta+una+serie+di%22&aq=f&aqi=&aql=&gs_sm=&gs_upl=&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&fp=1fe59a5de69e8881&biw=1024&bih=637

martedì 22 novembre 2011

I «purosangui»


Contrariamente a quanto riportano le comuni grammatiche e i comuni vocabolari, l’aggettivo e sostantivo “purosangue” non è tassativamente invariabile. Essendo un nome composto si può pluralizzare secondo la regola della formazione del plurale dei nomi composti. Tale norma stabilisce che i nomi composti di un aggettivo e un sostantivo formano di regola il plurale come se fossero nomi semplici (cambia, quindi, la desinenza del sostantivo): il biancospino, i biancospini; la vanagloria, le vanaglorie; il purosangue, i… purosangui. Coloro che preferiscono dire e scrivere “purosangui”, pertanto, non possono essere tacciati di crassa ignoranza linguistica. Basta collegarsi al sito in calce per vedere che non abbiamo scritto una “bestialità linguistica”.

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22purosangui%22&btnG=

PS.: Dimenticavamo. Anche se di uso raro, esiste un altro plurale: purisangue.

lunedì 21 novembre 2011

«Scioglier Giordano»





Ancora un modo di dire relegato nella soffitta della lingua, quindi “sconosciuto” ai piú. Chi è Giordano? E chi lo scioglie, dunque? Giordano è un cane e lo scioglie (naturalmente in senso figurato) la persona che, in preda all’ira, vuole vendicarsi di un’offesa ricevuta. Ludovico Passarini cosí spiega la locuzione: «(Il modo di dire) può esser derivato da qualche fattarello o novella in cui si cantasse che un tale offeso, volendosi vendicare, avesse sciolto dalla catena il suo fido ‘Giordano’, nome di un noto fiume solito imporsi a’ cani, e avesselo attizzato alla vita dell’offensore (a)».

* * *
Dal Prof. Marco Grosso, moderatore di "Cruscate", riceviamo e pubblichiamo:

Indulgere "in" o indulgere "a"?


Si tende oggi a adoperare il verbo indulgere costruito con la preposizione in, mentre da sempre, in italiano, s’è costruito con a. Si tratta di un evidente influsso dell’inglese to indulge in, che i dizionari recenti si sono affrettati a registrare e ratificare.
Se è necessario tenere nel debito conto le evoluzioni che ogni lingua subisce per forza di cose, è altrettanto doveroso rimanere critici nel valutarle. Vi sono evoluzioni sane, e direi arricchenti; e ve ne sono di superficiali e deleterie. Il compito del dizionario sarebbe appunto di orientare il consultatore, cosa che sempre meno fa, acriticamente registrando, a mo’ di fotografo, quel che circola all’intorno.

Ecco l’esemplificazione dell’uso corretto.

Allora a gli occhi del soldàn rifulse

L’elmo, onde gravi l’onorata fronte;

per cui quel mago a se medesmo indulse

e forse affaticò Sterope e Bronte... (Tasso, Gerusalemme conquistata)


...Per indùlgere al mio tedio,

nova sorte mi fecero gli iddii. (D’Annunzio, Alcyone)



Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. (Pirandello, Candelora)



...il mio compagno Renato Brozzi – di Parma come Ildebrando – m’intaglia una Venere lunga, molto lunga dagli inguini ai malleoli, stralunga, per indulgere al mio vano amore delle ismisurevoli gambe, in un avorio d’insolita misura e d’insolita struttura donatomi da un amico di Calabria reduce dall’Africa monstrifera. (D’Annunzio, Pagine del Libro segreto)



Non aveva sul volto che l’augusta impronta della morte che tutto placa, che a tutto indulge: non la serenità, ma la pace. (Serao, Il paese di Cuccagna)



Imperterrita indulge al resupino,

al temerario – o Numi! – che l’esplora

tesse gli elogi di quel suo cugino... (Gozzano, Poesie sparse)



Nessun esempio di indulgere in nel Battaglia (dizionario storico in 22 volumi), né nell’archivio BIZ[a], che raccoglie oltre mille testi della letteratura italiana dalle origini al Novecento. Secondo ogni evidenza, questo costrutto recente è stato introdotto da qualche traduttore poco attento. Torniamo dunque a dire come s’è sempre detto: indulgere A qualcosa.

giovedì 17 novembre 2011

«Riflesso» e «riflettuto»




Due parole sull’uso del verbo riflettere che, come si sa (?), ha due participi passati: riflesso e riflettuto. Il primo si adopera esclusivamente in senso fisico (o medico): l’immagine riflessa nello specchio; il secondo in senso “intellettuale”: ho riflettuto a lungo prima di prendere questa decisione. Ciò che vogliamo mettere in evidenza è il fatto che molto spesso si adopera questo verbo nell’accezione di “concernere”, “riferirsi”, “riguardare”, “contenere”, “spettare” e simili. Bene. Anzi, male, malissimo. In questi significati il verbo in oggetto è mal adoperato. Non si dica, per esempio: “Questo grammatica riflette tutte le regole che cercavi”, ma, correttamente, “questa grammatica contiene, riporta tutte le regole che cercavi”.

martedì 15 novembre 2011

«Il distributore del distributorio»



Alcuni linguisti - apprendiamo da Luciano Satta - consigliano la voce "distributorio" per indicare le ampie stazioni di servizio per il rifornimento di carburante. Cosicché "distributore" dovrebbe essere soltanto l'apparecchio che elargisce benzina, o l'addetto che lo fa funzionare. I malviventi dunque aggrediscono un "distributore" per avere i soldi del "distributorio". Distinzione - secondo Satta - ragionevole. E noi la facciamo nostra.

domenica 13 novembre 2011

«Battere la quartana»



Un altro modo di dire – a nostro avviso - poco conosciuto. Chi batte, dunque, la quartana? La persona che trema per il freddo, ma soprattutto per la paura, come fosse assalita dalla febbre quartana. La quartana, come si può apprendere dal “Treccani” in rete, è «Febbre accessionale che compare ogni quarto giorno, e quindi è intervallata da due giorni di apiressia; rappresenta una varietà clinica della malaria, ed è detta doppia, tripla quando si manifesti con due o rispettivamente tre accessi febbrili ogni quattro giorni, per la presenza nel sangue di varie generazioni parassitarie».

* * *

Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Novembre sì, ma non è il nono
Novembre dovrebbe derivare da nove, ma in realtà è l'undicesimo mese dell'anno.
Lo stesso vale per Ottobre da otto e dicembre da dieci.
Perché i numeri non corrispondono?
Poi si potrebbe parlare anche degli altri mesi.
(Firma)
Risposta dell’esperta:
De Rienzo Sabato, 12 Novembre 2011
La parola agli esperti in calendaristica del Forum.
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La risposta è semplicissima. Nel calendario romano l’anno cominciava con il mese di marzo, quindi novembre (da “nove”, appunto) era il nono mese, ottobre l’ottavo e dicembre il decimo. Con la riforma voluta da papa Gregorio XIII (calendario gregoriano) nel 1582, l’anno solare non comincia piú dal mese di marzo ma da quello di gennaio; pertanto settembre, ottobre, novembre e dicembre pur conservando il nome non rispecchiano piú il “numero”.

sabato 12 novembre 2011

Giugno: si pluralizza?




Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
i mesi al plurale
in three hot Junes dice W> Shalkespeare, traducendo: esiste il plurale di giugno?
Grazie
(Firma)
Risposta dell'esperta:
De Rienzo Venerdì, 11 Novembre 2011
Es. "Tutti i mesi di giugno"... "Nei mesi di giugno fa caldo..."
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Nessuna norma vieta di pluralizzare i mesi dell’anno: tutti i 2 giugni si festeggia la nascita della repubblica italiana. Cosí come non vieta la formazione del plurale di sabato e domenica (i sabati e le domeniche). Restano invariati gli altri cinque giorni della settimana perché finiscono per “i”.

venerdì 11 novembre 2011

Parco e giardino: sono sinonimi?




Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

1. Arno scrive:

Salve! Sarei molto grato se mi spiegaste che differenza e` fra le espressioni VADO IN/NEL/AL GIARDINO (PARCO). C`e` una regola? Grazie.

2. linguista scrive:

Partendo dal fatto che ‘giardino’ non è sininimo di ‘parco’, come invece lo è ‘giardinetto’, come avevo scritto il 29/09/2011 non c’è una regola. La scelta della preposizione per i complementi di stato e di moto a luogo dipende dal verbo usato, dal sostantivo che segue la preposizione, e dalle intenzioni comunicative: in questo caso specifico, ad esempio, ‘vado al parco’ è l’espressione più corretta per indica un moto verso il noto spazio verde di città, che tutti conosciamo; ma se si volesse ‘andare in Liguria’ si userebbe in, come a per ‘andare a Foggia’, ecc.
Anna Colia
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Ci piacerebbe sapere perché la linguista di “Repubblica” sostiene che “parco” non è sinonimo di “giardino”. Basta sfogliare un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana per vedere che parco e giardino – sia pure con qualche sfumatura semantica – sono l’uno sinonimo dell’altro. Quanto a “giardinetto” apprendiamo - sempre dalla linguista – che non è il diminutivo di giardino, bensí un suo sinonimo. Hanno ragione da vendere, quindi, coloro che sostengono la progressiva evoluzione della lingua, evoluzione che capovolge completamente la grammatica. Stando cosí le cose, domani scopriremo, ahinoi!, che eravamo in errore quando scrivevamo “innocuo” (con tanto di “c”) l’evoluzione ha fatto sí che la grafia corretta è “innoquo”.

Un’ultima considerazione. È intollerabile leggere – in una rubrica di lingua – scritti infarciti di refusi…

* * *

«Avere la camicia che non tocca il culo»

Gli amici blogghisti ci perdoneranno se proponiamo questo modo di dire dal “sapore” un po’ volgare. Ma anche la volgarità fa parte della lingua. Chi porta (o ha), dunque, la camicia che non tocca il didietro? La persona superba, quella che assume un atteggiamento orgoglioso in seguito a un successo. L’espressione richiama l’immagine di colui (o colei) che comincia a camminare con aria impettita, facendo uscire, in questo modo, la camicia dalla cintura dei pantaloni (o della gonna).

giovedì 10 novembre 2011

«Giulività» e «giulianza»


Egregio Fausto Raso,
seguo sempre il suo meraviglioso blog dal quale apprendo sempre cose interessanti e, spesso, a me sconosciute sul buon uso della lingua italiana. È la prima volta che le scrivo. Spero mi risponderà. Vorrei sapere qual è il sostantivo corrispondente dell’aggettivo “giulivo”. Bontà è, appunto, il sostantivo di buono. Quello di giulivo? “Giulività”? Esiste questo sostantivo?
Grazie e cordiali saluti
Massimo T.
Avellino
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Sí, cortese Massimo, esiste il sostantivo giulività, anche se non attestato da tutti i vocabolari. Un tempo era in uso anche il sostantivo giulianza, oggi “snobbato” da tutti i compilatori dei vocabolari.
Entrambi i sostantivi si trovano in numerosi libri. Veda i collegamenti in calce.


http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22giulivit%C3%A0%22&btnG=

http://www.google.it/search?tbm=bks&tbo=1&hl=it&q=%22giulianza%22&btnG=

mercoledì 9 novembre 2011

Come è cambiata la lingua italiana?





Una lezione di Massimo Arcangeli.




Si può ascoltare e vedere il professore cliccando su www.treccani.it




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«Essere dolce di sale»



Ecco un altro modo di dire - che potremmo definire "ossimorico" - probabilmente sconosciuto ai piú. Si adopera in senso ironico o scherzoso per definire una persona sciocca, di scarsa intelligenza o estremamente ingenua o credulona. L'espressione è tratta dal mondo culinario dove con "dolce di sale" si intende una pietanza insipida.

martedì 8 novembre 2011

«Andare in giulebbe»





Ecco un modo di dire veramente poco conosciuto. Si adopera quando si vuole mettere in particolare evidenza il fatto che una persona è “preda” di una grande gioia o piacere, spesso esagerando fino a sdilinquirsi, dando l’impressione di sciogliersi. La locuzione fa riferimento a una bevanda. In proposito si vedano i collegamenti in calce.

http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=giulebbe&searchfor=giulebbe&searching=true

http://www.etimo.it/?term=giulebbe&find=Cerca

lunedì 7 novembre 2011

Gestire, cioè «fare gesti»





Ancora una volta i redattori del vocabolario Gabrielli in rete contraddicono ciò che il loro Maestro ha scritto nel “Dizionario Linguistico Moderno”. In questo caso si tratta del verbo «gestire». Scrive Aldo Gabrielli, nel suo “Dizionario”: «(Gestire) in buona lingua ha un solo significato: “fare gesti”, ed è il latino ‘gestire’, che vale propriamente “manifestare con gesti eccitati piú del consueto un particolar sentimento (di allegria, di disperazione, ecc.)”; è verbo sempre intransitivo: “Quell’oratore gestisce troppo”; “È un attore che non sa gestire mentre recita”, e simili. È quindi errato l’uso transitivo di questo verbo nel significato di ‘amministrare’, ‘condurre’, ‘dirigere’ (un negozio, un’azienda, e simili) o ‘trattare’, ‘discutere’ (una causa); tale uso deriva da un’impropria costruzione del verbo sui sostantivi ‘gestione’ e ‘gestore’».




Nel vocabolario Gabrielli in rete si può leggere:

gestire2
[ge-stì-re]
(gestìsco, -sci, -sce, gestìscono; gestènte; gestìto)
v. tr.
1 Avere la gestione di qualcosa; amministrare, condurre, curare per conto terzi: g. un'impresa, un'azienda, un negozio

2 Svolgere un'attività lucrativa in proprio utilizzando beni di proprietà altrui, su concessione del proprietario: g. un teatro, una piscina

3 estens. Guidare, condurre, indirizzare qualcosa nel modo dovuto: g. una trattativa sindacale; g. la propria vita autonomamente
‖ Misurare, dosare nel modo giusto: uno sportivo deve saper g. le proprie forze

Personalmente seguiamo gli insegnamenti del Gabrielli non “ritoccato” dai redattori.




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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

1. Christian scrive:
Qual è la corretta analisi del periodo della frase “L’obiettivo dell’associazione è quello di coinvolgere tutti gli Stati dell’arco alpino per fare in modo che le Alpi tornino ad essere il tetto più verde d’Europa”.
Grazie.

2. linguista scrive:
Propongo quest’analisi:
L’obiettivo dell’associazione è quello = proposizione principale
di coinvolgere tutti gli Stati dell’arco alpino = proposizione dichiarativa
per fare in modo = proposizione finale
che le Alpi tornino ad essere il tetto più verde l’Europa = proposizione consecutiva
Si tratta di un periodo complesso, per la presenza di verbi fraseologici e di valori semantici piuttosto sfumati. Le ultime due proposizioni, in particolare, formano un’unità sintattico-semantica di senso consecutivo-causale, in cui è difficile operare un taglio netto.
Francesco Bianco
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Come scrive giustamente il linguista è difficile, per quanto riguarda le ultime due proposizioni, operare un taglio netto e proprio per questo motivo – a nostro modo di vedere – l’ultima proposizione ci sembra piú una finale che una consecutiva.

sabato 5 novembre 2011

«Eternizzare»? No, eternare

Il verbo “eternizzare”, che sconsigliamo, anzi condanniamo recisamente, è registrato solo – se non cadiamo in errore – nel GDU del De Mauro. Gli altri vocabolari riportano la sola forma corretta “eternare” (rendere eterno, immortalare). Perché condanniamo “eternizzare”? Perché è voce scorretta modellata sul francese “éterniser”. In buona lingua italiana si dice, per l’appunto, “eternare”, come possiamo apprendere dal divino Poeta: «M’insegnavate come l’uom s’etterna» (Inferno, XV). Adoperato nella forma riflessiva (eternarsi) sta per “procurarsi una fama perenne”.
Una rapida ricerca con Googlelibri ha dato 2.110 occorrenze per “eternizzare” (che, ripetiamo, è voce errata) e 56.200 per “eternare”.

giovedì 3 novembre 2011

«Malmeggiare»





Ci piace portare all’attenzione degli amici blogghisti, che seguono le nostre modeste noterelle, un verbo “sconosciuto” perché non attestato nei maggiori vocabolari in uso: malmeggiare. Sí, ‘malmeggiare’ , che significa ‘maltrattare’, ‘malmenare’ e simili: quel losco individuo non fa altro che malmeggiare la moglie. Secondo il GDU del De Mauro il verbo suddetto è un incrocio di ‘malmenare’ con ‘palpeggiare’ ed è “nato” nel XIV secolo. Secondo Ottorino Pianigiani, invece, è composto di “ mal” e “maneggiare”, maneggiare male, quindi maltrattare, malmenare.


Dimenticavamo. Il verbo si trova nella "Lessicografia della Crusca":

http://www.lessicografia.it/MALMEGGIARE

mercoledì 2 novembre 2011

«Rispetto a...»






Il rispetto, sostantivo maschile, è un “sentimento di riguardo, di stima e di deferenza nei riguardi di una persona”. Questa premessa perché alcuni, “spalleggiati” dai vocabolari, fanno seguire questo sostantivo dalla preposizione “a” formando una locuzione come termine di contrapposizione. Bene. Anzi, male. A nostro avviso è un errore che in buona lingua italiana è da evitare. Non diremo, per esempio, i sindacati “rispetto agli” industriali rivendicano piú investimenti ma, correttamente, “nei confronti dei/degli”. La stessa locuzione – sempre a nostro avviso – è tremendamente errata se si adopera come termine di paragone: una città, per esempio, è piú o meno bella “di” un’altra, non “rispetto a” un’altra.


"Rispetto a", insomma, a nostro modo di vedere, non rispecchia l'etimologia del sostantivo:


http://www.etimo.it/?term=rispetto&find=Cerca

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Venerdì scorso abbiamo inviato un messaggio di posta elettronica alla redazione del “Treccani” in rete perché emendasse un orrore che campeggiava sulla prima pagina del sito. Finora l’orrore è rimasto. Ecco il messaggio inviato:
Gentile Redazione,
segnaliamo un "orrore" sulla "homepage" del sito da emendare al più presto:

«Quando l’allievo supera il maestro solo la critica riesce a sminuire le opere di un’artista celeberrimo. E’ il caso di Filippino Lippi, figlio di Filippo Lippi, ...».
Non crediamo sia necessario specificare quale "orrore".
Cordialmente
Fausto Raso

martedì 1 novembre 2011

Gli "elettrauti"? Nessuna norma vieta questo plurale






La totalità dei vocabolari consultati non ammette (o, se preferite, non ammettono) il plurale del sostantivo “elettrauto”: l’elettrauto, gli elettrauto. Anche se di uso raro, invece, esiste il plurale regolare “elettrauti” e coloro che lo adoperano non possono essere tacciati di ignoranza linguistica essendo una scelta… stilistica. In proposito si veda il Dop, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia:

http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=58997&r=113121