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domenica 31 ottobre 2010

«Non sono potuto entrarci» (2)


A proposito di non sono potuto entrarci, costrutto che un accademico della Crusca, Luca Serianni, ritiene corretto, riportiamo quanto scrive il prof. Marco Grosso, moderatore del sito “Cruscate” (http://www.achyra.org/cruscate/viewtopic.php?t=2287):

Ho spulciato la LIZ[a] con questa ricerca: potuto/dovuto/voluto andarci/andarvi/entrarci/entrarvi e i risultati confermano che in questi casi si usa avere: con essere c’è un solo esempio, di Manzoni, ma si tratta d’un costrutto col si impersonale:

La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. (Manzoni, I Promessi sposi, cap. 11)

Qui sarebbe agrammaticale *si avrebbe potuto andarci perché il si impersonale seleziona essere.

Tutti gli altri esempi sono con avere:

...perciò smontando lì i miei compagni tutti ristretti seguitorono gl’Indiani, e arrivammo allo scoglio così presto che non ebbero tempo di rompere i ponti, perché levandoli non averemmo potuto entrarvi. (Ramusio, Relazioni sul Guatemala, Relaz. 2)

Occorreva ch’egli facesse una corsa a questa villa, di cui da un poco gli parlava il Botola, posta in una bellissima posizione, in pieno mezzodì, già ammobiliata, con un giardino ombroso fino al lago; e avrebbe potuto andarci quando Arabella cominciasse ad uscir dal letto. (De Marchi, Arabella, I, 13, «Prime scaramucce»)

Il mio cardinale è andato a’ bagni: io non ho potuto andarvi; e poi m’è sopraggiunta la febre, da la quale non sono ancora libero. (Tasso, Lettere, G1135)

...la risposta del qual re era che lodava la celebrazione del concilio, ma non approvava il luogo di Trento, allegando per raggioni che i suoi non averebbono potuto andarvi, e proponeva per luoghi opportuni Costanza, Treveri, Spira, Vormazia o Aganoa. (Sarpi, Istoria del Concilio tridentino, libro 5, 32)

Lelio Fornari, conoscendo il marito solamente di vista, non avrebbe potuto andarvi senza un invito speciale: aveva portato le due carte da visita al palazzo il giorno dopo la presentazione, e tutto era rimasto lì. (Oriani, Oro Incenso Mirra, Oro, 2)

Ei andava a visitare il carcame del grigio in fondo al burrone, e vi conduceva a forza anche Ranocchio, il quale non avrebbe voluto andarci... (Verga, Vita dei campi, «Rosso Malpelo»)

Scappò di corsa verso il mare, come se sull’Emilia avesse voluto andarci a nuoto. (Zena, La bocca del lupo, 16)

Mi pare dunque consigliabile seguire tale uso e lasciare essere a un italiano alquanto innaturale.

sabato 30 ottobre 2010

Portacenere o posacenere?


È preferibile, in buona lingua, “posacenere”, sebbene sia piú comune portacenere. Perché? Perché
i prefissi "porta-" e "posa-" non sono sinonimi. Il primo si adopera per designare oggetti fatti per portare a lungo ciò che esprime il nome (portaritratti); il secondo per indicare oggetti su cui si posa temporaneamente qualcosa (posaferro [da stiro]). Il portaritratti resta, non si getta; la cenere si getta e il ferro si toglie dal... posaferro. È bene ricordare, anche, che sia portacenere sia posacenere sono sostantivi maschili invariabili: il portacenere, i portacenere; il posacenere, i posacenere. I sostantivi maschili formati con una voce verbale e un sostantivo femminile singolare ("porta", verbo e "cenere", sostantivo femminile) nella forma plurale non cambiano.

venerdì 29 ottobre 2010

Chiese e conventi aperte agli ebrei


Titolo di "Portaaporta" di ieri sera:
Chiese e conventi
aperte agli ebrei

Bruno Vespa, solitamente attento alla lingua, ha fatto passare questo strafalcione: APERTE.
Quando due soggetti sono di genere diverso il verbo si mette al maschile.
Quando però i soggetti sono essere inanimati il verbo si può accordare, per "attrazione", con il soggetto più vicino al verbo.

Nel caso specifico "aperte" sarebbe stato corretto invertendo i soggetti:
Conventi e chiese
aperte agli ebrei.
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Una piccola nota: sembrava anche di stare a Parigi perché sia il conduttore sia gli ospiti dicevano "Pio dodici", e non, correttamente, "dodicesimo". Solo in francese (forse anche in qualche altra lingua romanza) si usano i numerali cardinali per indicare i re, i papi e gli imperatori.

giovedì 28 ottobre 2010

All'incontrario


“Al contrario” o “all’incontrario”? In buona lingua è preferibile la prima forma. La seconda, anche se corretta, ai nostri orecchi suona popolare. È sconsigliabile inoltre, perché come spiega Pietro Fanfani, «una preposizione articolata (all’) non può reggere un’altra preposizione (in) anche se fusa con la parola che segue (contrario)». Sotto il profilo semantico vale “nel senso contrario”, “all’opposto”, “a rovescio” e simili: Giulia, per la fretta, si mise il giubbino al contrario. È anche sconsigliabile, come molti fanno, usare questa locuzione con un significato che, propriamente, non ha: invece. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere non dica, per esempio, “ti avevo detto di non uscire e, al contrario, sei uscito”. Dirà, correttamente, “ti avevo detto di non uscire, e invece sei uscito”.

* * *

È bene ricordare che non esiste il suffisso “-simo” per indicare gli aggettivi numerali ordinali dal decimo in poi. Qualche giorno fa, il tg3 ha mandato in onda un “serpentone” con la scritta “67simo”. Il suffisso corretto è “-esimo”: 67esimo; 85esimo ecc. Meglio, però, far seguire le cifre dal punto: 45.esimo. Riportiamo dal “Treccani”: « -èṡimo [dal lat. -esĭmus di centesĭmus, ecc.]. – Suffisso dei numerali ordinali: undicesimo, dodicesimo, ventesimo, ecc. (a eccezione dei primi numeri, da 1 a 10). In matematica, può essere aggiunto sia a un numero sia a una lettera o a un’espressione: 0-esimo (zeresimo, di posto zero), n-esimo (ennesimo, di posto n), i-esimo (iesimo), (n2 + 1)-esimo (ennequadratopiuunesimo), ecc.; anche scritto 0-mo, n-mo, i-mo, ecc.».


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Forse non tutti sanno che "tranquillare" sarebbe da preferire al piú comune "tranquillizzare". È, infatti, pari pari il latino “tranquillare”. Tranquillizzare ricalca il francese ‘tranquilliser’. Il "tranquillante" che cosa è se non il participio presente sostantivato di tranquillare? Qualcuno dice: "dammi un tranquillizzante"?

mercoledì 27 ottobre 2010

Un'allucinazione linguistica


Abbiamo fatto una scoperta linguistica allucinante. Si può fare il troncamento davanti a parole che cominciano con “s” impura (la “s” seguita da una consonante): BUON studio; buon scrittore; un studente e via discorrendo. Gli studenti possono di che rallegrarsi e contestare i docenti (quelli con la “d” maiuscola, se ancora si trovano) che si ostinano a sottolineare con la fatidica matita blu questi troncamenti. Gli allievi “rimbrottati” possono invitare i loro insegnanti a collegarsi al sito della Crusca (http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8440&ctg_id=93 ) affinché si ravvedano. « Nostra lingua, un giorno tanto in pregio, è ridotta ormai un bastardume » (Carlo Gozzi). Mai parole furono piú “sante”.

martedì 26 ottobre 2010

«Non sono potuto entrarci»


A proposito dell’ausiliare da adoperare con i verbi servili, l’accademico della Crusca, Luca Serianni (Italiano, Garzanti, VII, 74) scrive:
«Nei tempi composti l'ausiliare è quello dell'infinito quando il pronome atono è anteposto al verbo reggente («non ci sono potuto entrare», perché si dice «sono entrato»), può essere quello richiesto dal verbo servile quando il pronome è enclitico («non ho potuto entrarci», come si dice «ho potuto» assolutamente; ma è altrettanto corretto: «non sono potuto entrarci»)».
Stupisce, e non poco, la posizione di Serianni, che contrasta con quanto sostengono altri “sacri testi”, tra cui la GGIC, il Gabrielli e la grammatica di Maurizio Dàrdano e Pietro Trifone. Quest’ultima è chiarissima: «Se il riflessivo è accompagnato da un verbo servile, si ha l’ausiliare essere quando la particella pronominale è proclitica (si è voluto lavare), l’ausiliare avere quando è enclitica (ha voluto lavarsi)».
Ci piacerebbe sapere quali motivazioni adduce l’Accademico nel sostenere la correttezza del costrutto *non sono potuto entrarci.

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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Desiderata
Gentile dott. De Rienzo, la prego di togliermi un dubbio: è più corretto "Le desiderata", come usa dire il mio preside, o "I desiderata", come viene d'istinto alla sottoscritta?
La ringrazio e la saluto insieme a tutto il forum.
Firma
Risposta del linguista:
De Rienzo Lunedì, 25 Ottobre 2010
Se intende dire "le cose desiderata", senz'altro "DESIDERATA".
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No, no, gentile Professore, la lettrice ha ragione da vendere: “I desiderata”.
Leggiamo dal vocabolario Sabatini Coletti: «Desiderata s. neutro lat. pl.; in it. s.m. pl.
• Cose desiderate, volute, richieste: registro dei d.». E dal Gabrielli: «Desiderata
[de-si-de-rà-ta]
s.m. pl.
Le cose desiderate, ciò che si desidera: questi sono i nostri d.».


lunedì 25 ottobre 2010

Vistoso


Due parole sull’uso corretto dell’aggettivo “vistoso” che, come si intuisce, significa che “dà alla vista, attira la vista”, quindi, appariscente, vivace, chiassoso. A nostro modo di vedere è adoperato correttamente solo se riferito al colore di un vestito o di qualcosa (o anche a una donna piú appariscente che fine, elegante): una cravatta dai colori vistosi; una ragazza vistosa; un'automobile vistosa. Oggi è invalso l’uso di dare a quest’aggettivo - per estensione - un significato che, propriamente, non ha: grande, grosso, ragguardevole, ingente, abbondante e simili: è un palazzo vistoso; una vistosa ricompensa; una vistosa eredità. I vocabolari, però, non sono dalla nostra parte. A nostro giudizio, insomma, gli aggettivi ‘grande’, ‘grosso’, ‘ragguardevole’, ‘ingente’. ‘abbondante’ e simili non si possono adoperare come sinonimi di ‘vistoso’.

sabato 23 ottobre 2010

Mica...










Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Mica..
Salve. Vorrei chiederle una cosa. Un verbo all'imperfetto congiuntivo, può essere preceduto dal rafforzativo di negazione "mica"? Mica sono cretino. In questo caso il "mica", precede un verbo al presente indicativo. Mica mi sarei addormentato se ci fosse stato un bel film. In questo caso il "mica" precede un verbo al passato condizionale. Giorni fa però ho utilizzato quest'espressione : "Mica volessi entrare a scuola". Ho utilizzato quest'espressione in quanto essendo andato a scuola, ho spiegato ai miei compagni che nonostante non volessi entrare a scuola, alla fine sono entrato. Spero mi risponda e mi dia una spiegazione al riguardo. La ringrazio anticipatamente.
Firma
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Venerdì, 22 Ottobre 2010
Avrebbe detto meglio: "Mica avrei voluto entrare a scuola".
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Cortese Professore, sarebbe il caso - forse - di ricordare che l'avverbio “mica” se non è preceduto dall’altra negazione “non”... non nega nulla. Oggi è invalso l’uso - avallato, purtroppo, da molti “sacri testi” - di adoperare detto avverbio da solo. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere deve seguire quanto prescrive la grammatica, e questa prescrive l’obbligatorietà di un “non” prima di mica.
In proposito si veda un nostro intervento - sul “Cannocchiale” - di qualche tempo fa:
http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/09/06/mica_un_sostantivo_evirato.html


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“Bisognare”


Si faccia molta attenzione alla scelta dell’ausiliare con il verbo “bisognare”, che è impersonale. I verbi impersonali prendono l’ausiliare “essere”: era bisognato uscire. Alcuni coniugatori traggono in inganno, come questo
http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml, che “prescrive” l’ausiliare avere.

venerdì 22 ottobre 2010

Sdare



Un verbo da salvare perché è in via di estinzione: «sdare». Significa “sbagliare”, “ingannare”. Adoperato in forma riflessiva sta per “scoraggiarsi”, “impigrirsi”, “non aver voglia di fare una cosa”, “avvilirsi”. Lo attestano ancora il GDU del De Mauro: «v.intr. e tr. (io sdo /zd;*/) * tosc. [av. 1614; der. di dare con s–] 1 v.intr. (avere) sbagliare, ingannarsi 2 v.tr., svendere una merce» e il Palazzi: «rifl. rar. impigrirsi, non avere piú voglia di fare una cosa, diminuire di alacrità, cessare: ormai si è sdato dalla musica - avvilirsi: costoro alla minima contrarietà si sdanno».

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Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Congiuntivo con frasi negative
Buon giorno Dott. De Rienzo,
vorrei per favore una delucidazione sull'uso del congiuntivo nelle frasi negative.
Si dice "non c'è nulla che mi può fermare" o "non c'è nulla che mi possa fermare".
"In questa classe non c'è nessuno che studia" o in questa classe non c'è nessuno che studi.".
"non so nemmeno se esistono" o "non so nemmeno se esistano".
Io di solito tendo ad optare per il congiuntivo, visto il tono d'insicurezza della frase, ma l'indicativo non mi suona sgradevole ad orecchio.
Grazie per l'attenzione
La saluto cordialmente
Paolo
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Giovedì, 21 Ottobre 2010
Anch'io userei il congiuntivo, ma l'indicativo non è sbagliato.
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Gentile Professore, permetta un piccolo emendamento alla sua risposta. Con le frasi interrogative indirette negative il congiuntivo è d’obbligo. L’esempio del lettore, “non so nemmeno se esistono”, è, per tanto, grammaticalmente scorretto. Fa bene, quindi, ad adoperare il congiuntivo.

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Diffidare da
Devo inviare una raccomandata di diffida, ma non mi convince il testo che mi ha inviato il mio avvocato! "Vi diffidiamo da voler provvedere al ritiro urgente del Vs. veicolo XXXX xxxx che abbiamo a tutt' oggi ancora in giacenza presso la ns. sede" messa così a me viene da pensare che non voglio assolutamente che si vengano a ritirare il veicolo, mentre - in realtà - questa vorrebbe essere un' intimazione a venirselo a prendere immediatamente!!!! Che faccio? Ringrazio infinitamente!
Firma
Risposta del linguista:
De Rienzo Giovedì, 21 Ottobre 2010
"Diffidare" nel senso di intimare a qualcuno una diffida, vuole la preposizione "da". Il senso della frase è però contorto. A me pare che lei debba andare urgentemente a ritirare la sua vettura.
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Cortese Professore, l’uso corretto del verbo diffidare ha fatto accapigliare i linguisti sulla scelta della preposizione da adoperare. Quando significa “intimare di fare o non fare una cosa” è preferibile l’uso della preposizione “a”, non “da”: La polizia ha diffidato l’uomo “a” presentarsi subito in questura e lo ha anche diffidato “a” non insistere nel suo atteggiamento.


















giovedì 21 ottobre 2010

L'omertà


L’omertà, leggiamo dal vocabolario Gabrielli in rete, è una “forma di complicità tra gli appartenenti alla malavita, per cui una persona colpevole di reato viene protetta, anche da parte di chi ha subito il danno, celando la sua identità alla giustizia, onde evitare vendette” e, per estensione, un legame di “solidarietà tra gli appartenenti a una stessa categoria di persone, per cui ciascuno tiene celato l'operato dell'altro per propria opportunità o reciproco interesse”. Quanto riportato dal vocabolario non soddisfa, però, il cortese blogghista Giampaolo D. di Salerno, il quale desidera notizie piú “approfondite”. Insomma, si domanda e ci domanda il gentile amico: “Che cosa è questa omertà, soprattutto donde trae il nome”? La risposta non è semplice, cortese Giampaolo, perché l’origine del nome è incerta, quasi “sconosciuta”. Alcuni fanno derivare la voce dal dialetto napoletano «umertà» (“umiltà”) quasi a volere sottolineare la totale sottomissione (con “umiltà”) degli uomini alle leggi della camorra e del suo capo. Altri, invece, ritengono sia di origine siciliana riconducibile allo spagnolo «hombredàd» (“virilità”), da “hombre” (“uomo”). In questo caso la voce sarebbe da interpretare come “comportamento, atteggiamento da ‘vero’ uomo”, rispettoso della “legge del silenzio”.
Veda anche questo collegamento: http://it.wikipedia.org/wiki/Omert%C3%A0

martedì 19 ottobre 2010

Leggitore


Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
La "E" accentata a inizio periodo
Buongiorno a lei, professore, e buongiorno a tutti gli amici del forum. Scrivendo al computer, mi sono trovato a domandarmi più volte come scrivere la "E" accentata a inizio periodo. Stando alla grammatica, si dovrebbe utilizzare il simbolo "È", ma troppe volte trovo anche su testi autorevolissimi il simbolo E', apostrofato. Sicuramente, la seconda soluzione è più facile da digitare, ma è corretta?
Grazie anticipatamente per la risposta. Saluti.
Daniele
Risposta del linguista:
De Rienzo Martedì, 19 Ottobre 2010
Sì, è corretta.
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No, cortese Professore, la e maiuscola con l’apostrofo non è corretta. Questa “usanza” è nata dal fatto che la tastiera del computiere non ha la « È ». Chi usa word può ottenere la e maiuscola accentata digitando la e minuscola accentata (è): dopo averla evidenziata premere contemporaneamente i tasti “maiuscolo” e “F3”. Oppure: tenendo premuto il tasto “alt” e digitare sul tastierino numerico, a sinistra, 212. Quindi: alt + 212 = È.

*

leggitore
Ieri un famoso presentatore ha chiamato la prima cittadina di Milano, Letizia Moratti, "signor sindaco". Viene un po' da ridere; se proprio gli costava caro "sindaca" bastava "signora".
Giorni fa si è tenuta una conferenza di filosofia qui da noi e i relatori, tra cui l'illustre ospite, tutti e quattro supertitolati, intercalavano ogni cinque minuti e non esagero, con un "come dire". anche qui viene da ridere.. ma come? filosofi a corto di idee e di parole!
infine, vorrei chiedere se esiste o esisteva la parola "leggitore".
molte grazie
Firma
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Martedì, 19 Ottobre 2010
Leggitore non esiste sui dizionari. Basta "lettore".
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Gentile Professore, ancora una volta, nostro malgrado, siamo costretti a dissentire. “Leggitore, anche se di uso raro, è a lemma nei vocabolari “Treccani”, “Devoto-Oli”, “Zingarelli”, “Palazzi”, “GDU” del De Mauro, “Gabrielli” e nel vocabolario degli accademici della Crusca.








lunedì 18 ottobre 2010

Invece e in vece


Due parole, due, sull’uso “piú corretto” di «invece», che i vocabolari classificano tra gli avverbi o le congiunzioni testuali. «Invece», dunque, significa “all’opposto”, “al contrario”, “in cambio di”, “al posto di”, “in luogo di”. Si può scrivere in grafia univerbata o scissa: “invece” e “in vece”. In buona lingua italiana è preferibile la grafia univerbata quando assume il significato di “all’opposto” e simili: molti, per protesta, hanno abbandonato l’aula, la maggioranza invece è rimasta. Si scriverà in forma scissa quando acquisisce il significato di “al posto di”, “in luogo di”, “in cambio di”: si è presentato lui in vece del collega. Con gli aggettivi possessivi la grafia scissa è obbligatoria: Paolo assisterà alla cerimonia in vece mia (anche: in mia vece). Spesso, soprattutto nel parlar familiare, si usano le congiunzioni avversative “ma” e “mentre” come rafforzative di “invece”: ti ostini a negare, ma invece l’evidenza è contro di te. L’unione di due avversative - in buona lingua - è da evitare. Meglio, quindi, “ti ostini a negare, ma l’evidenza è contro di te”. Invece si può rafforzare... invece con la semplice aggiunta della congiunzione “e”: ti ostini a negare, e invece l’evidenza è contro di te.

domenica 17 ottobre 2010

Superfluità ridicole


Vediamo qualche superfluità ridicola piluccando qua e là (giornali quotidiani e periodici). Cominciamo con il vedere che cosa si intende per superfluità. Recitano i vocabolari: “ciò che non è necessario”; “eccedenza rispetto a ciò che è necessario”. Nel nostro caso, potremmo dire che la “superfluità linguistica” è un’eccedenza di parole. Vediamo, dunque. Tra virgolette l’eccedenza.
Il figlio promise al padre, per non deluderlo, che avrebbe studiato con “costante” assiduità; la madre del giovane arrestato soffre di gravi cefalee “alla testa”, per questo è stata ricoverata all’ospedale “per malati”; il giovane, alla visita medica di leva, fu posto in congedo provvisorio a causa di una penosa podagra (gotta, ndr) “ai piedi”; il Vittoriano si distingue immediatamente per la sua “magnifica” grandiosità; quel ragazzo si affermerà subito perché scrive ottimamente “bene”; la villa è circondata da un “piccolino” giardinetto; l’herpes è una fastidiosa eruzione cutanea “della pelle”; il presidente del Consiglio è ritornato “di nuovo” tra i terremotati; gli alunni hanno portato con sé, per la gita, cinque pagnotte “di pane”; voglia gradire, signor direttore, i miei “rispettosi” ossequi. Ci fermiamo qui, per non annoiarvi oltre, facendovi notare che, in alcuni casi, non si tratta di superfluità ma di veri e propri errori. Errori che gli amanti del bel parlare e del bello scrivere debbono assolutamente evitare.
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A proposito di eccedenza, forse è bene ricordare che il relativo aggettivo, eccedente, non si può adoperare come sostantivo. Abbiamo letto su un giornale: "L'eccedente è stato dato in beneficenza". Si dirà "la somma eccedente" o "l'eccedenza".

sabato 16 ottobre 2010

Avere ed essere


Riproponiamo quest’articolo, pubblicato sul “Cannocchiale” molto tempo fa, perché abbiamo avuto modo di constatare - leggendo i giornali e ascoltando i notiziari radiotelevisi - che le nostre modeste noterelle non hanno sortito l’effetto sperato.
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Caro Direttore,
confidando nella sua ormai nota gentilezza e disponibilità, chiediamo anche noi ospitalità sul suo prestigioso portale per una lettera aperta agli amanti del bel parlare e del bello scrivere e, perché no, agli amici scrittori e giornalisti (non si offendano, per carità) affinché facciano un uso sempre più corretto di questa bella lingua della quale noi abbiamo l’onore e il privilegio di far parte.
Siamo, infatti, i verbi Essere e Avere. Di tutti i nostri colleghi noi siamo, senza ombra di dubbio, i più adoperati. Ed è proprio questo, cortesi amici, il fatto che ci ha spinto a prendere carta e penna (non sappiamo usare il computiere) per pregarvi di metterci un po’ a... riposo; ci eviterete continue liti con alcuni colleghi che ritengono – e hanno ragione – di essere più appropriati di noi alla bisogna.
Ci sono dei casi, infatti, in cui io, verbo Essere, ho un significato simile (non uguale, si badi bene) a quello di altri verbi con i quali è possibile sostituirmi: così darete ai vostri scritti un tocco di raffinatezza... linguistica. Vediamo, dunque.
Posso benissimo essere sostituito – ovviamente secondo i casi – con i miei colleghi verbi vivere, consistere, accadere, stare, trovarsi, recarsi o andare.
Cercherò, con gli esempi che seguono, di rendere più chiaro il concetto: quando non vivremo più (invece di non ci saremo) chissà il progresso quanta strada avrà percorso!; la felicità non consiste (invece di è) nei soldi; che cosa è accaduto (in luogo di è stato)?; stavamo a Roma; ci trovavamo a Napoli.
Ci sono alcune locuzioni particolari, però, in cui la mia presenza – a dispetto di alcuni colleghi invidiosi – è indispensabile, sempre per una questione di... raffinatezza. Permettetemi, quindi, di pavoneggiarmi elencandovi le espressioni in cui insigni linguisti ritengono di primaria importanza la mia partecipazione. Eccole:
ci siamo!, locuzione che si adopera quando si vuole mettere in evidenza il fatto di essere giunti nel momento decisivo oppure quando ci troviamo di fronte a qualcosa che aspettavamo e temevamo;
come se nulla fosse, locuzione usata per indicare la facilità e la naturalezza di un determinato avvenimento: ha superato quella tremenda prova come se nulla fosse;
che è e che non è, modo di dire usato, a volte, in sostituzione dell’avverbio improvvisamente.
Prima di passare la penna al collega Avere, consentitemi ancora, gentili amici, di ricordarvi che la mia presenza è altresì indispensabile quando si desidera sottolineare l’appartenenza o, meglio, il concetto di appartenenza: quella penna è mia; quando si vuole indicare una qualità: è un uomo di cuore; quando si desidera mettere in evidenza l’effetto di qualcosa: la tua vicinanza mi è stata di conforto. Infine, e lascio lo spazio ad Avere, allorché si vuole indicare la destinazione a un ufficio: è di turno la mattina.

Eccomi qui, amici, sono il verbo Avere. Al contrario di Essere, però, ho meno pretese. E mi spiego. Il mio impiego oltre a quello di ausilio ad altri verbi (insieme con Essere sono chiamato, infatti, verbo ausiliare) serve per indicare l’idea del possesso, che può essere tanto materiale quanto morale: ha molti soldi; ha una buona memoria.
Sono pochi, per la verità, i casi in cui posso essere sostituito con altri verbi più appropriati, non mi dilungherò, quindi, nell’elencarli. Vi prego soltanto, questo sì, di adoperami in alcune espressioni particolari perché la mia presenza – per usare le parole di Essere – dà un tocco di raffinatezza ai vostri scritti.
Sono indispensabile, per tanto, nelle seguenti locuzioni: avere in animo, nel senso di pensare; avere la luna, nel significato di essere irritati, di cattivo umore; averne fin sopra i capelli, per dire di essere stanchi di una cosa; avere un diavolo per capello, nel senso di essere nervosi, inquieti; avere le mani in pasta, essere, cioè, impegnati in qualche affare; avercela con uno, provare odio, antipatia, rancore verso qualcuno; aver luogo, nell’accezione di svolgersi; aver colpa, essere colpevole. Non trovate, cortesi amici, queste espressioni più appropriate al concetto che si vuole esprimere? Amici scrittori, che ne dite? Essere ed io abbiamo peccato di presunzione?
Vi ringrazio della vostra attenzione e insieme con Essere esprimo la gratitudine al Direttore del portale per la possibilità che dà a tutti, indistintamente, di esporre liberamente le proprie idee (linguistiche).

Grazie ancora e a risentirci.
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A proposito dei verbi "essere" e "avere", divertitevi con un giochino linguistico cliccando su: http://www.impariamoascrivere.it/giochi_flash.php?gioco=caccia_verbi


* * *

Gli autori della trasmissione televisiva “L’eredità” (Rai1) non sanno, forse, che la bevanda “principe” degli Inglesi si scrive, in italiano,

« tè », non thè. Ora lo sanno.

venerdì 15 ottobre 2010

Equo e adeguato


A costo di attirarci le ire di qualche “linguista d’assalto” (e ce ne sono a iosa), vogliamo mettere in evidenza il fatto che - a nostro modo di vedere - gli aggettivi “adeguato” ed “equo”, nonostante la stretta parentela etimologica, non si possono considerare “perfettamente” sinonimi. Adopereremo l’aggettivo adeguato quando sta per “proporzionato”: occorre dargli un risarcimento adeguato (proporzionato) al danno subíto. Useremo “equo” quando quest’aggettivo significa “giusto”, “ragionevole”: tutti, per il loro lavoro, hanno diritto a un’equa (giusta) retribuzione. Scriviamo queste noterelle perché abbiamo letto, su un giornale locale, che “gli avvocati hanno chiesto al tribunale di dare una pena equa all’atrocità del delitto”. Ancora ridiamo.
PS: per la parentela etimologica si clicchi su: http://www.etimo.it/?term=adeguare&find=Cerca

giovedì 14 ottobre 2010

Bere e mangiare (usi "impropri")


Molto spesso, nel parlare ma anche nello scrivere, adoperiamo i verbi “mangiare” e “bere” dando loro un significato “generico”. Ci sono, invece, verbi piú appropriati, a seconda del contesto, che sarebbe bene adoperare se si desidera scrivere e parlare con proprietà. Vediamo qualche esempio. Tra virgolette il verbo generico, in parentesi il verbo appropriato. Dopo tanto digiuno, i peccatori “mangiarono” (divorarono) anche il pane raffermo; il bimbo ha “bevuto” (trangugiato) quella medicina con mille smorfie, tanto era disgustosa e amara; Giovanni, “mangia” (assaggia) questo pezzettino di torta, ti leccherai i baffi; quei birbanti hanno “mangiato” e “bevuto” (gozzovigliato) tutta la notte; Carlo, “bevi lentamente” (centellina) questo liquore per gustarlo meglio; era ubriaco fradicio perché aveva “bevuto” (ingurgitato) litri e litri di vino. Potremmo continuare, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. A voi, seguire o no, i nostri modesti consigli.

mercoledì 13 ottobre 2010

Idroplano e idrovolante


Si ritiene, comunemente, che “idroplano” e “idrovolante” siano l’uno sinonimo dell’altro. A nostro modo di vedere non è cosí. L’idrovolante è un aereo che si stacca e ammara sull’acqua, e su questa può galleggiare. L’idroplano è uno scafo a motore dotato di alette laterali che, una volta fermo, restano sommerse per emergere, invece, durante la corsa sollevando via via lo scafo stesso che “striscia” sull’acqua.

Si vedano queste voci:
idrovolante e idroplano
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“Una parola al giorno” del sito del vocabolario Zingarelli riporta: birichino o (raro) biricchino.
Nessun vocabolario consultato attesta la “variante” biricchino. Il Battaglia, in particolare, è categorico: errato biricchino. Ci piacerebbe sapere quale criterio hanno adottato i lessicografi del vocabolario in questione per attestare la voce errata
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martedì 12 ottobre 2010

«Fusionare»


Segnaliamo un altro verbo “barbarico”; questo, per fortuna, non ancora “lemmato” nei vocabolari: “fusionare”, modellato, probabilmente, sul francese “fusionner”. Lo abbiamo scovato su un giornale locale a distribuzione gratuita: “I due amministratori delegati hanno deciso di fusionare le due società”. È evidente che l’estensore dell’articolo intendeva dire che le due società si sarebbero fuse. In italiano non esiste il verbo “fondere”? Con il suo participio passato “fuso”? Perché, dunque, ricorrere a “fusionare”? Ci sorge un dubbio. Il giornalista, forse, ritiene che fondere si adoperi solo riferito a un motore: Luigi ha fuso il motore della sua utilitaria.

lunedì 11 ottobre 2010

Tallonare...



Speriamo di non attirarci gli strali di qualche “novello linguista” se scriviamo che in buona lingua italiana non si dovrebbe adoperare il verbo “tallonare”: Pasquale ha tallonato Luigi per tutto il giorno. Perché non si dovrebbe usare? Perché è un brutto barbarismo essendo il francese “talonner” (da “talon”, tallone). Il nostro idioma è ricco di verbi che possono sostituire e, forse, rendere meglio l’idea di tallonare: “inseguire”, “sospingere”, “incalzare”, “stare alle calcagna”, “sollecitare”, “premere” e simili, naturalmente a seconda del contesto. Se proprio si vuole adoperare, lo si lasci al linguaggio sportivo: il terzino tallona l’avversario.

domenica 10 ottobre 2010

«Terapia occupazionale»


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
terapia occupazionale
Ho visto un cartello pubblicitario che offriva "terapia occupazionale".
Ma di cosa si tratta?
(Firma)
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Sabato, 09 Ottobre 2010
La parola al Forum.
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Il lettore potrà sapere tutto cliccando su questo collegamento:
http://www.terapiaoccupazionale.it/riv1a000066.htm


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Gentile Signor Raso,
la seguo da molto tempo, prima sul “Cannocchiale”, ora su “Blogspot”. Leggendola ho appreso moltissime cose che non sapevo. Le scrivo per una curiosità: vorrei sapere cosa significa (e perché si dice) “morire con le scarpe ai piedi”. Quest’espressione l’ho sempre sentita da mia nonna.
Grazie e cordiali saluti.
Massimo A.
Grottaferrata (RM)
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Cortese Massimo, la locuzione mi sembra intuitiva: non morire nel proprio letto. Si dice di persona che muore all’improvviso, ma soprattutto di morte violenta; con le scarpe ai piedi, dunque, perché non si trova nel proprio letto.

sabato 9 ottobre 2010

Inoltrarsi

Abbiamo riscontrato, ancora una volta, una “diversità di opinioni” tra il vocabolario Gabrielli in rete e il “Dizionario Linguistico Moderno” dello stesso Autore. Si tratta del verbo “inoltrarsi”. Per il Gabrielli in rete si clicchi su inoltrare. Vediamo, ora, cosa scrive, invece, il “Dizionario”.

«(Inoltrarsi) È sempre verbo intransitivo pronominale: “inoltrarsi nel bosco”; e anche figuratamente “inoltrarsi negli anni, negli studi”. È quindi errore usarlo transitivamente, come fanno i burocrati: “inoltrare un documento, una domanda, la corrispondenza” e simili; in buona lingua italiana si dirà “inviare”, “spedire”, “trasmettere” (lettere, documenti e simili), “presentare”, “produrre”, “avanzare”, “fare” (domande, proposte, istanze, suppliche e simili). Anche il derivato “inoltro” è neologismo ignorato dai dizionari; si dica “trasmissione”, “invio”, “spedizione”, “presentazione”».

A questo punto, francamente, non sappiamo cosa consigliare agli amanti del bel parlare e del bello scrivere: se seguire il Gabrielli in rete o quello del “Dizionario Linguistico Moderno”.

venerdì 8 ottobre 2010

Un discorso spallato


Cortese dott. Raso,
un mio amico mi ha fatto notare che molto spesso, anzi sempre, si adopera l’aggettivo “sballato” con il significato di “privo di fondamento”, “privo di logica”, “irrazionale” e simili: il tuo discorso è sballato. Si dovrebbe dire - secondo il mio amico - “spallato”. È veramente cosí? Se sí, potrebbe, gentilmente, spiegarmene il motivo?
Grazie e complimenti per il suo meraviglioso e insostituibile “blog”.
Giovanni O.
Biella
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Gentile Giovanni, ha ragione il suo amico. L’argomento è stato trattato qualche tempo fa (sul “Cannocchiale”). Glie lo ripropongo.
Molto spesso si sentono frasi tipo: “Il tuo ragionamento è sballato”; “Mi sono fatto trascinare in un'impresa sballata” e simili. A voler sottilizzare entrambe le frasi sono scorrette. Si dovrebbe dire “spallato” e “spallata”. “Sballare” significa “tirar fuori dalla balla, dall’imballaggio”. Un ragionamento si “sballa”? Un'impresa si tira “fuori dall’imballaggio”? Una merce si sballa, non un ragionamento o un'impresa. In buona lingua si dovrebbe dire, dunque, un ragionamento “spallato”, cioè, in senso figurato, “senza spalle” e, quindi, che non si regge, che non ha consistenza, campato in aria. I vocabolari, però… Ma tant’è.

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Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
Come individuare il soggetto della frase
Nella frase "Nuotare è lo sport che piú mi piace" io ragionerei cosí: a chi piace nuotare? A me, quindi sono io il soggetto. Lei mi ha fatto osservare che invece il soggetto della frase in parola è NUOTARE. Può spiegarmi perché? Grazie.
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Giovedì, 07 Ottobre 2010
Il suo è un ragionamento logico non grammaticale. Glielo rivolto così: qual è lo sport che a lei piace più praticare? Il nuoto, il nuotare, che diventa, così, il soggetto grammaticale della frase.

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Cortese Professore, se permette, vorremmo integrare la sua risposta. Il soggetto, recitano le grammatiche, “è la persona o la cosa di cui si parla”, oppure “la persona (o l’animale) che compie l’azione espressa dal verbo”. Di cosa si parla nella frase “nuotare è lo sport che piú mi piace”? Del “nuotare”, appunto; nuotare, quindi, è il soggetto. Nella frase, invece, “Giovanni legge un libro” dobbiamo domandarci: chi compie l’azione di leggere? Risposta: Giovanni. Giovanni, dunque, è il soggetto.

giovedì 7 ottobre 2010

Sfrondare


Buongiorno, prof. Raso!
Seguo con interesse il suo blog.
Ho un dubbio concernente il verbo "sfrondare".
Mi potrebbe rassicurare sulla bivalenza sintattica del verbo in questione e sul costrutto?
Sfrondare il ramo delle foglie o sfrondare il ramo dalle foglie(2)?
La seconda opzione a me sembra errata; ammesso che il verbo si coniughi al passivo, non è ipotizzabile un agente più che una causa efficiente?
Il ramo fu sfrondato delle foglie da Mario.
Infine delle foglie non è complemento di privazione?
Grazie.
Agostino
(località non precisata)
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Gentile Agostino, sí, il verbo "sfrondare" ha una bivalenza sintattica avendo due attanti (soggetto e complemento) e si costruisce con la preposizione "di" (semplice o articolata). Il verbo significa, infatti, "privare", e ci si priva "di" qualcosa, non "da" qualcosa. La seconda opzione, quindi, come giustamente osserva, non è corretta anche se si può trovare nell'uso corrente. Quanto a "delle foglie" è un complemento di privazione. Sfrondare, infine, si può adoperare come intransitivo pronominale (la pianta comincia a sfrondarsi). Essendo transitivo, inoltre, si può usare anche nella forma riflessiva (a mio avviso, però, impropriamente) e passiva, e colui che "sfronda" è, per l'appunto, un complemento di agente. Si può avere, però, anche un complemento di causa efficiente: l'albero è stato sfrondato dal vento.
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Coloro che si imbattono per la prima volta nel termine linguistico "attante" possono cliccare su questo collegamento: http://it.wikipedia.org/wiki/Attante
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Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
avere dei grilli per la testa
Come il famoso Renzo dei Promessi Sposi, anche io ho, talvolta, dei grilli per la testa , ovvero fantasie, quasi sempre irrealizzabili.
Gradirei, però, sapere perché si dice così.
(Firma)

Risposta dell’esperto:
De Rienzo Mercoledì, 06 Ottobre 2010
La parola al Forum.
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Navigando in Rete abbiamo trovato questo intervento.
Avere i grilli per la testa significa avere idee stravaganti..
Il detto "avere dei grilli per la testa" ha una base reale: infatti, all'interno delle cellule del cervello ci sono moltissimi "geni grillo", ovvero sequenze di Dna che saltano da un punto all'altro del genoma, modificandolo. In pratica, grazie a questi salti casuali risulta che il Dna di ogni singolo neurone del cervello può essere diverso dal Dna degli altri neuroni e questo rende complessità e unicità del nostro cervello ancora maggiori. Quindi il genoma del cervello è estremamente variabile. I geni grillo sono elementi mobili del genoma che, con una sorta di meccanismo di "copia e incolla", si riproducono da un punto all'altro del Dna in modo casuale. Nel nostro Dna, di solito, di questi 'salti' se ne verificano pochi, ed è questo che conferisce al Dna umano maggiore stabilità. Eppure, il team californiano diretto da Fred Gage ha esaminato il Dna di molti organi umani tra cui il cervello e visto che in quest'ultimo i geni grillo sono presenti in numero 100 superiore, segno che si copiano e incollano, cioè che saltano, molto più spesso. Questi continui salti dei geni grillo modificano il Dna di un neurone rendendolo leggermente differente dagli altri "dando unicità genetica a ogni cellula del nostro cervello e quindi spiegando perché ogni cervello è unico, irripetibile e diverso da tutti gli altri".



mercoledì 6 ottobre 2010

Uso "distorto" del verbo sedurre










Quanto stiamo per scrivere farà storcere il naso a qualche linguista (i vocabolari, infatti, “dissentono”), ma siamo convinti della bontà della nostra tesi. Intendiamo parlare dell’uso “distorto” del verbo sedurre. Il significato proprio di questo verbo - come sostiene il Tommaseo - è “condurre fuori della via retta, con frode piú che con forza, e senza che il sedotto se ne avvegga, in tutto, ancorché colpevole anch’esso del cadere”. Sedurre significa, insomma, “condurre a sé” qualcuno, sottometterlo alla sua volontà. È il latino “se ducere” (http://www.etimo.it/?term=sedurre&find=Cerca ). Nel “sedurre”, dunque, c’è sempre l’idea dell’inganno nascosto, dell’allettamento ingannevole, dell’insidia: la sedusse con belle parole. È adoperato in modo improprio, “distorto”, quando manca l’idea dell’inganno, del male: questo libro mi seduce (dov’è l’inganno?). A nostro modo di vedere, insomma, non si può dare al suddetto verbo un significato che propriamente non ha, e cioè dargli l’accezione di “piacere”, “attrarre”, “deliziare”, “persuadere”, “commuovere” e simili. Nell’esempio precedente, quindi, la forma ‘corretta’ è: questo libro mi piace, mi diverte, mi alletta.

martedì 5 ottobre 2010

Il consiglio di un linguista


Ancora un consiglio del linguista Luciano Satta.
Rispettivo. Ci deve essere sempre, nell’aggettivo come nell’avverbio “rispettivamente”, un rapporto minimo di due a due: ma sia i primi due elementi sia gli altri due devono essere nominati, catalogati, definiti singolarmente. Bene dunque «Carlo e Mario erano ‘rispettivamente’ con il fratello e con il cugino», male «Carlo e Mario erano con i ‘rispettivi’ parenti», o con ‘i rispettivi fratelli’ eccetera. In questo secondo caso, usiamo ‘con i parenti, con i propri parenti, ognuno con un parente’. Si rischia il ridicolo: «Stasera dopo l’opera Carlo e Mario sono rincasati con le ‘rispettive’ mogli»; è lecito pensare che invece domani sera dopo la cena in trattoria rincaseranno uno con la moglie dell’altro.

lunedì 4 ottobre 2010

Scrittoio e scrivania


I due sostantivi (scrittoio e scrivania) - anche se i vocabolari ci smentiscono - non sono l’uno sinonimo dell’altro; non si “potrebbero”, quindi, adoperare indifferentemente. Il primo termine indica lo studio, la stanza, cioè, dove si scrive. Deriva, infatti, dal tardo latino “scriptorium”, di qui l’italiano antico “scrittorio”. Lo “scriptorium”, dunque, era la sala del convento dove i frati amanuensi copiavano i manoscritti. La scrivania, invece, indica il tavolino, la tavola, il mobile per scrivere ed è un denominale provenendo da “scrivano”, il “tavolino dello scrivano”. Dovremmo dire, per tanto, volendo essere particolarmente pedanti, rispettando l'etimologia, “che il dr Pasquali si è recato nello scrittoio per prendere gli occhiali dimenticati sulla scrivania”.

domenica 3 ottobre 2010

Il talento


Talento significa - come recitano i vocabolari - “ingegno”, “abilità”, “bravura”, “inclinazione per qualche attività o arte”, “intelligenza”. Bene, diranno gli amici blogghisti: e con questo? Forse che non lo sapevamo? Certamente. Forse non tutti sanno, però, che il talento, in origine, era una bilancia. Vediamo, quindi, cosa ha che fare la bilancia con il talento nell’accezione attuale di “abilità” e simili. Vediamo, insomma, come è nato il... talento. Occorre prendere il discorso alla lontana e rifarsi al greco “tàlanton”, che significa, per l’appunto, bilancia. Come accade sempre in tutte le lingue, il “tàlanton” - con il trascorrere del tempo - acquisí un significato estensivo e passò a indicare anche il peso che si metteva sulla bilancia. Dall’idea di peso - sempre per estensione - lo stesso termine passò, un bel giorno, a indicare l’oggetto pesato e infine la maggior moneta pesata in quanto il valore delle monete era determinato dal peso effettivo del metallo. E siamo giunti, cosí, al talento nel significato di moneta. Ancora un passo, di secoli però, e arriviamo al talento nell’accezione di “ingegno”, “capacità intellettuale”, che il termine ha acquisito - nell’uso metaforico - grazie al Vangelo di Matteo (XXV, 14-30, la parabola ‘dei talenti’): “Avverrà come di un uomo il quale sul punto di mettersi in viaggio chiamò i suoi servi e consegnò loro tutti i suoi beni. A uno dette cinque talenti, a un altro due, a un terzo uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e poi partí”. Sappiamo benissimo come andò a finire: solo i primi due seppero come far fruttare i talenti (monete), il terzo se lo tenne in tasca senza farne nulla. Quando il padrone tornò ebbe parole lusinghiere per i primi due e di rimprovero per il terzo, togliendogli anche il talento che gli aveva dato in quanto “a chi ha sarà dato di piú, e egli sarà in abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha”. È evidente che nella parabola di Marco i doni stanno a indicare i doni elargiti dall’Onnipotente, doni che si moltiplicheranno in tutti quelli che sapranno farne buon uso; rimarranno, invece, “sterili” in coloro che tale uso non sapranno farne. È altresí evidente, però, che nella predetta parabola il talento ha anche, e forse soprattutto, il significato metaforico di “capacità intellettuale”, “abilità”, “ingegno” che, come dice il Manzoni, “imprime una forma durevole anche alle cose che non avrebbero per sé ragion di non durare”.
http://www.etimo.it/?term=talento&find=Cerca

sabato 2 ottobre 2010

Daccanto e da canto


L’avverbio “daccanto”, che significa ‘presso’, ‘a fianco’, ‘vicino’, ‘accanto’ (camminavano l’uno daccanto all’altro) è diverso dal fratello "da canto" che vale "mettere in disparte", "da parte", " in serbo": Giovanni ha messo da canto tutti i suoi risparmi. C’è anche la forma apostrofata, “d’accanto”, che equivale a ‘di torno’: toglimi d’accanto questo turpe individuo. Si presti attenzione, dunque, a non confondere le diverse grafie e le diverse accezioni. I vocabolari che abbiamo consultato non fanno queste distinzioni. Solo il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, fa alcuni distinguo, non dando, però, alla forma apostrofata (d’accanto) il significato di “di torno”.
Si clicchi su:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=61537&r=303508
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Per i "consulenti linguistici" dell'Accademia della Crusca, "anti-" è diventato un suffisso.
Per l'occasione riproponiamo un nostro articolo. Si clicchi su: http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/09/15/lettera_aperta_del_signor_ante.html
PS: l' "orrore" della Crusca è stato emendato il 4-10-2010 (dopo la nostra segnalazione?).

venerdì 1 ottobre 2010

Genere del nome (come si riconosce)


Il genere, in linguistica, è quella categoria grammaticale in base alla quale nomi, aggettivi e pronomi sono distinti in maschili e femminili (o in maschili, femminili e neutri). Questo genere è dato, per lo piú, dalla desinenza con la quale finiscono tutte le parole. In linea generale sono maschili i nomi terminanti i “-o”, femminili quelli che finiscono in “-a”, mentre quelli in “-e” possono essere tanto maschili quanto femminili. Alcuni nomi, però, pure avendo una desinenza per il maschile e per il femminile, si assomigliano perché possono sembrare di “genere mobile” (gatto, gatta; fanciullo, fanciulla ecc.), ma il loro significato è totalmente diverso perché sono vocaboli che non hanno “nulla da spartire tra loro” come, per esempio, il foglio e la foglia; il cappello e la cappella; il porto e la porta; il punto e la punta. Altri nomi, invece, pur avendo la medesima desinenza (tanto per il maschile quanto per il femminile) cambiano di significato a seconda che siano impiegati al maschile o al femminile ed è il caso - fra i tanti - “del” camerata (compagno) e “della” camerata; “del” fine (scopo) e “della” fine (termine, conclusione); “del” pianeta” (astro) e “della” pianeta” (paramento liturgico); “del” capitale e “della” capitale (città sede del governo di un Paese).
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Crediamo sia il caso di precisare che "ferocemente" è un avverbio, non un aggettivo come abbiamo sentito dalla bocca di Maurizio Costanzo nella trasmissione televisiva di oggi "Bontà loro" (Rai1).