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giovedì 30 settembre 2010

«Eccetera»


Due parole, due, sull’avverbio “eccetera” (dal latino ‘et cetera’) vale a dire “e le altre cose”, “e il resto”, “il rimanente”. Si adopera - nello scritto e nel parlato - per omettere cose facilmente comprensibili o simili. Si usa, insomma, per sottintendere o per evitare tutto ciò che segue di una enumerazione, di una citazione di cui siano già stati espressi i vari elementi: l’articolo, l’aggettivo, il sostantivo eccetera sono parti del discorso. Nello scritto si abbrevia in “ecc.” (si può trovare anche abbreviato alla francese in “etc.”, ma in buona lingua è assolutamente da evitare) e non si fa precedere e seguire dalla virgola.
Si può anche adoperare - forse pochi lo sanno - come sostantivo maschile invariabile: avresti potuto evitare tutte queste ripetizioni con alcuni eccetera.

PS: Taluni fanno seguire “ecc.” dai puntini di sospensione. Da evitare assolutamente. Si veda, in proposito, questo collegamento:
http://forum.accademiadellacrusca.it/forum_8/interventi/3550.shtml

mercoledì 29 settembre 2010

La firma


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Sara scrive:
È possibile firmare dei documenti come la carta d’identità in stampatello minuscolo? la firma di mia mamma è appunto in stampatello minuscolo.
linguista scrive:
Potrei raccontarle diversi episodi di funzionari e impiegati che si sono rifiutati di compiere una qualunque operazione di fronte a una firma in stampatello. Se sua madre usa firmare così, tuttavia, nessuno può dir nulla.
Massimo Arcangeli
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A nostro avviso la questione della firma non è di natura linguistica, ma giuridica. La firma deve essere “personalizzata” e il carattere stampatello non la personalizza; inoltre è facilmente falsificabile. Occorre vedere, dunque, se la firma in stampatello ha valore legale. Avevamo inviato quest’intervento al linguista ma, democraticamente, ha ritenuto opportuno cassarlo. Il vocabolario Gabrielli in rete sembra, però, darci ragione:
firma
[fìr-ma]
s.f.
1 Apposizione, con grafia personale, del proprio nome e cognome alla fine di un documento scritto, per concluderlo, confermarne la validità, approvarlo o renderne noto l'autore: scrivere, mettere, apporre la f.; f. autentica, falsa; lettera senza f.; il quadro porta la f. dell'autore.
Si veda anche questo collegamento che, se non cadiamo in errore, sembra suffragare la nostra tesi: http://it.wikipedia.org/wiki/Firma
PS: saremmo lieti di ospitare un commento di qualche giurista se, per caso, si imbattesse in questo sito.

martedì 28 settembre 2010

Mestolare


Dalla rubrica linguistica del Corriere della Sera in rete:
Mescolare/mestolare? Stessa cosa sono! O no?!
Il mestolo è quell'arnese da cucina che serve a "mescolare" l'insalata? Serve anche a mescolare il brodo? La forchetta per inforchettare, allora il mestolo per mestolare.
Madonna santa, mi viene il mal di testa se devo "girare" (mescolare/mestolare) la frittata di funghi, groviera e caviale Beluga della lontana Alaska.
Chi mi aiuta nel rebus?
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Lunedì, 27 Settembre 2010
Calma. Fermiamoci: "mestolare" è una parola che non esiste.
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Sí, gentile Professore, “mestolare” non esiste perché non è attestato nei vocabolari, ma si può benissimo adoperare nel senso indicato dal lettore perché si trova in molti libri. Sotto il profilo etimologico “mestolare” si può considerare iterativo di mestare, intensivo del verbo latino “miscere” (mischiare, agitare, quindi... mestolare).

lunedì 27 settembre 2010

L'incentivo e l'incantesimo







Dopo l' "esuberante", vediamo la 'nascita' dell' "incentivo" affidandoci sempre a Enzo La Stella. I vocabolari, alla voce in oggetto, recitano: stimolo, spinta, incitameno. E' interessante vedere come si è giunti a queste accezioni.
"L'incentivo, quello stimolo, morale o materiale, che ci spinge a fare di più e di meglio, è oggi così legato allo sviluppo delle vendite secondo il modello americano (si offrono premi in denaro e medaglie ai venditori più aggressivi, i distributori posono sempre sperare in una crociera o in un nuovo banco frigorifero e il consumatore finale è letteralmente bombardato da offerte mirabolanti), che qualcuno lo ritiene derivato dall'inglese 'incentive'. Le cose, però, stanno diversamente. All'origine,infatti, vi è il latino 'incentivus', attributo del flauto, il cui suono alto serviva a dare il tono al 'cantus' di voci e strumenti, già accolto in italiano nel Trecento col più ampio significato di spinta, incitamento, sprone. Anche se il suono è un po' diverso, 'incantesimo' è stretto parente di incentivo, derivando sempre da 'cantus', ma nel senso specializzato di cantilena o formula magica".

sabato 25 settembre 2010

L'esuberante

Vogliamo vedere perché una persona briosa, estroversa si dice "esuberante"? Ci affidiamo a Enzo La Stella.
"Che una persona esuberante sia estroversa, piena di energie e portata ai rapporti umani lo capiamo tutti, ma forse non ci appare chiaro il collegamento con il latino 'uber', che significa mammella. L' 'ex' che lo precede offre l'immagine di mammelle così piene che una stilla di latte già affiora alla sommità dei capezzoli. Analoga è l'origine dell'aggettivo ubertoso, che significa fertile e lussureggiante; e non è strano che i nostri antenati, che vivevano in campagna e dalla campagna traevano tutto il necessario, ricorressero alla tranquillizzante immagine delle turgide mammelle della vacca per esprimere concetti che, almeno per esuberante, non sembrano più avere rapporto con l'agricoltura".

* * *
Con grande sorpresa (negativa) apprendiamo che si può scrivere (e dire) "buon studio".
(Accademia della Crusca - http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8440&ctg_id=93)

venerdì 24 settembre 2010

La collocazione dell'aggettivo


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
migliore
C'è una differenza di senso fra:"il mio miglior(e)amico" e "il mio amico migliore"?
E tra: "una donna bella" e "una bella donna"?
Non trovo una spiegazione in nessuna grammatica.
Saluti dal Belgio,
(Firma)
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Giovedì, 23 Settembre 2010
Sostanzialmente non c'è alcuna differenza.
--------------
Cortese Professore,
se permette c’è, invece, una piccola differenza. L’aggettivo posto prima del sostantivo ha, generalmente, una “funzione descrittiva”, posposto al nome assume una “funzione restrittiva”. Nell’esempio del lettore “una donna bella” e “una bella donna” si può notare la differenza. Nel primo caso l’aggettivo bella “restringe” il significato stesso: solo quella donna è bella. Nel secondo caso, invece, la “descrive”. Una “regola” per la giusta collocazione dell’aggettivo non esiste, insomma, perché è un fattore stilistico e non grammaticale. Tuttavia una norma generica si può dare. La prendiamo dalla grammatica di Trabalza-Allodoli.
In genere, l’aggettivo viene a collocarsi avanti al nome quando non vuole spiccare sopra di esso; dopo nel caso inverso, quando infatti richiama di piú l’attenzione e specialmente se contiene il motivo dell’espressione. Particolarmente si antepone quando ha senso generico, o esprime una proprietà che si accompagna di solito o le è naturale dal contesto, o le viene attribuita, specie nelle descrizioni artistiche, come particolare notazione. Si pospone quando determina un oggetto con vocaboli derivati da nomi indicanti la cosa a cui il sostantivo si riferisce. Particolarmente segnabile è il caso in cui l’aggettivo o epiteto individua, per cosí dire, col nome un oggetto, un fatto od una persona. Si pospone quando enuncia una proprietà sensibile di forma, di colore o altro, utile a distinguere oggetti della stessa specie, o sulla quale batte specialmente l’accento di chi parla. Cosí per un carattere espresso da un participio usato in funzione aggettivale (...).
Sull'aggettivo si veda anche questo collegamento:

giovedì 23 settembre 2010

Il paltoniere


Tra le parole della nostra lingua relegate nella soffitta ci piacerebbe fosse rispolverato il termine “paltoniere”, di provenienza classica. Molto spesso veniva adoperato nel senso di “farabutto”. Il significato proprio del sostantivo che, ripetiamo, è di nobili natali, è, invece, “mendicante”, “accattone”,
“vagabondo”, “colui che cerca l’elemosina”, provenendo dal verbo latino “palari”, andar vagando.
http://www.etimo.it/?term=paltoniere&find=Cerca

mercoledì 22 settembre 2010

«Tornare», verbo transitivo?


Egregio dott. Raso,
le sarei veramente grata se potesse sciogliermi un dubbio “atroce”. Conversando con un mio amico del piú e del meno e chiedendo notizie di un amico comune mi ha risposto che aveva rotto i rapporti con quest’ultimo perché gli aveva prestato un libro e “non glielo aveva piú tornato”. È corretta quest’espressione? Non si deve dire “non glielo aveva piú restituito”?
Grazie e complimenti per il suo impareggiabile blog.
Cordialmente
Rossana V.
Rovigo
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Gentilissima Rossana, il verbo tornare, adoperato transitivamente, con l’accezione di “restituire” si trova in ambito letterario. Se non sbaglio, però, si riscontra anche nelle parlate dell’Italia meridionale. Non mi sembra condannabile, quindi, anche se personalmente non lo adopererei nemmeno in scritti sostenuti.
Guardi anche questo collegamento al foro della Crusca: http://forum.accademiadellacrusca.it/forum_5/interventi/1732.shtml

martedì 21 settembre 2010

Immancabilmente

Due parole, due, su un avverbio che, a nostro modo di vedere, molto spesso è adoperato impropriamente: immancabilmente. E ci spieghiamo. Sovente è usato con l’accezione di “indubbiamente”, “certamente”, “sicuramente” e simili: ti telefonerò, ‘immancabilmente’ (certamente, sicuramente, senza dubbio), la prossima settimana. Il significato proprio dell’avverbio è, invece, “senza mancanza”, “che non subisce una mancanza”, “sempre”, potremmo dire, derivando dal verbo “mancare”. È corretto, quindi, solo in frasi in cui c’è il concetto di mancanza: ogni domenica, ‘immancabilmente’ (“non manca mai”) va allo stadio per assistere alla partita del cuore. I vocabolari...

lunedì 20 settembre 2010

«Ora di punta»



Gentilissimo dr Raso,
il caso ha voluto che mi imbattessi nel suo meraviglioso sito, che non abbandonerò piú. Ne approfitto sperando che possa soddisfare una mia curiosità che mi assilla da tempo: perché si dice “ora o ore di punta”?
Grazie per il suo meritorio lavoro.
Cordialmente
Stefano T.
Enna
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Cortese Stefano, si dice “ora o ore di punta” - come lei sa - per indicare le ore della giornata in cui si registra un maggiore afflusso di persone in un determinato luogo. L’espressione è mutuata dai diagrammi statistici, in cui l’indice piú alto si “stacca” nel grafico come una “punta”. L’espressione, però, è invisa ai puristi che la ritengono “ardita”. Per costoro sarebbe meglio dire “ore di maggior folla”, “ore di affollamento” o espressioni simili.

sabato 18 settembre 2010

«O meno»? Un obbrobrio linguistico

L’accademico della Crusca Luca Serianni sostiene che la locuzione “o meno” (che noi riteniamo tremendamente errata) è «molto diffusa ma da evitare almeno nello scritto e nel parlato piú formale». La troviamo, però, proprio nel sito dell’Accademia nel settore “Risposte ai quesiti”:
http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8438&ctg_id=44

venerdì 17 settembre 2010

La sinergia










Se c’è un termine, oggi, di cui si fa abuso, e molto spesso a sproposito, questo è la “sinergia”. Molti lo adoperano perché è “di moda” ma non sanno esattamente cosa sia. Chiediamo lumi, dunque, a Cesare Marchi.
Si parla spesso di sinergie. Riferendosi specialmente agli editori di giornali che cercano, mediante le sinergie, di abbassare i costi. La parola viene dal greco “syn”, insieme, ed “èrgon”, opera, azione; vale a dire collaborazione. Grazie alle sinergie, la stessa pagina può comparire su testate differenti. Ma contro questa novità tecnologica i giornalisti han dimostrato “allergía”, che deriva pure da “èrgon” e vuol dire reazione contraria. Temono infatti che lo scambio di pagine preconfezionate riduca i posti di lavoro. Questa del resto è una preoccupazione comune a tutti i lavoratori, compresi gli addetti alla “metallurgía”, altro vocabolo derivante da “èrgon”, cioè lavorazione dei metalli. Lavoro duro, per il quale occorre molta “energía” (il solito “èrgon”). Tuttavia il lavoro va inteso come strumento di liberazione dell’uomo, non come una condanna a vita. Insomma non deve essere un “ergastolo”; dal greco “ergastérion” (...) casa di lavoro per schiavi e condannati ai lavori forzati. Quando un malato ha bisogno d’un intervento operatorio, si affida al chirurgo, medico che opera con le mani, dal greco “chèir”, mano ed “èrgon”, opera. Per tornare alla “sinergía”, questo termine è stato mutuato dalla scienza medica in quanto è un fenomeno per cui un dato effetto terapeutico si ottiene mescolando due o piú medicamenti che interagiscono provocando sull’organismo un’azione piú efficace e immediata.

giovedì 16 settembre 2010

Lo "zabaglione"?


Stupisce il constatare che la voce errata “zabaglione” sia registrata anche dai migliori vocabolari. Il vocabolo in oggetto si scrive senza il digramma “gl”: zabaione. Il termine sembra provenire dall’illirico “zabaia” (una sorta di bevanda) con l’aggiunta del suffisso accrescitivo “-one”
(zabai-one). Il digramma “gl”, come si può vedere, non è insito nella radice del sostantivo. Vediamo ciò che scrive, in proposito, il linguista Luciano Satta.
Esempio di parola in crisi. Sempre si è predicato che “zabaglione” è grafia errata; e sempre qualcuno ha scritto cosí. Ora la grafia errata è comparsa anche su un vocabolario (quasi tutti, aggiungiamo, ndr). Abbiamo voluto segnalare la cosa, perché nessuno sia colto di sorpresa; ma, prepotenza dell’uso a parte, non vediamo la ragione di un cambiamento, e consigliamo la grafia “vecchia”.
http://www.etimo.it/?term=zabaione&find=Cerca

mercoledì 15 settembre 2010

Il «magnicidio»


Sí, il termine che avete appena letto non è “lemmato” nei vari vocabolari della lingua italiana, ma si potrebbe adoperare per sopperire a un vocabolo mancante della nostra lingua atto a indicare l’ “uccisione di una grande personalità”, come ci suggerisce Enzo La Stella, al quale diamo la “parola”.
L’uccisione (in latino “caedes”, riconoscibile ad onta della modificazione fonetica imposta da norme che qui non vale la pena ricordare, nel
nostro -cidio) di un uomo si chiama omicidio (“homo”), quella del padre parricidio (“pater”), quella del coniuge uxoricidio ("uxor"), quella di un sovrano regicidio ("rex") e cosí via. Ma, quando ad essere assassinato è un grande personaggio di stirpe non reale (...), alla nostra lingua corrente manca il termine specifico: proponiamo quindi l’adozione del latinismo magnicidio (“magnus”) ben vivo nella lingua spagnola con il senso, appunto, di uccisione di un alto personaggio.
Alla stessa categoria di nomi appartengono, fratricidio e genocidio (strage di un’intera popolazione, “génos” in greco), che, nella drammatica vicenda da cui sono travolte le popolazioni dell’ex Iugoslavia, i Serbi hanno tradotto con l’eufemistico neologismo di “pulizia etnica”.

http://www.wordreference.com/definicion/magnicidio

martedì 14 settembre 2010

Filiale e figliale

Entrambi i vocaboli sono aggettivi e sostantivi. In funzione aggettivale ambedue le grafie sono corrette, ma è preferibile quella senza il digramma “gl” (filiale), più vicina all’origine latina del termine: amor filiale/figliale. In funzione di sostantivo solo filiale (senza “gl”): la ditta ha una filiale a Pordenone.

lunedì 13 settembre 2010

«In incognito»



L’aggettivo-sostantivo “incognito” quasi sempre viene fatto precedere dalla preposizione “in” (in incognito) e cosí è registrato dalla maggior parte dei vocabolari: viaggiare in incognito. A nostro modo di vedere la preposizione “in” non occorre perché è insita nel vocabolo di derivazione latina. Il linguista Aldo Gabrielli, infatti, nel suo Dizionario Linguistico Moderno (pag. 337) ne sconsiglia l’uso: Dal latino incognitus, non conosciuto, ricorre spesso nella locuzione viaggiare in incognito, dove quell'in è del tutto superfluo; si dirà viaggiare incognito; ma meglio si direbbe viaggiare privatamente, da privato, in forma privata.
Anche il Palazzi è sulla stessa “lunghezza d’onda” del Gabrielli:
Incògnito agg. non conosciuto il viaggiare incognito, di principi e SIM., in forma privata, senza farsi conoscere ll sm. serbare l'incognito; e Dante: di mille odori vi facea un incognito indistinto ll M.E, sa di frane. dire viaggiare in incognito; dirai meglio da privato o semplic. incognito.

domenica 12 settembre 2010

Altri consigli linguistici


Ancora qualche consiglio del linguista Luciano Satta.

Bilancio. In ogni tipo di cronaca, guerresca o nera, facciamo a meno di questa parola: «Il “bilancio” è di sette morti e dodici prigionieri»; «Il “bilancio” è di due contusi e sette arrestati». Che “bilancio” è mai? E facciamo a meno anche di dire che “il triste bilancio è destinato ad aumentare”. Pensare che in fondo qualche logica c’è, finché ci sono i numeri. E invece abbiamo sentito annunciare: «Un numero imprecisato di morti e dispersi è il “bilancio” del terremoto in Russia». Si domanda che razza di bilancio sia, quando non c’è un numero solo, nemmeno approssimativo e ipotetico.
Business. Non è male ricordare che questa parola inglese (che recisamente condanniamo perché barbara, ndr) ha soltanto il singolare; sia dunque concordato al singolare ogni articolo, verbo, aggettivo che l’accompagna, in inglese e in italiano.

sabato 11 settembre 2010

I salvagenti? Perché no?!


Questo aggettivo e sostantivo non è - come si ritiene comunemente - tassativamente invariabile nel plurale: il salvagente, i salvagente. C’è anche un plurale “salvagenti”. Quando si usa? Ce lo dice il vocabolario Sabatini Coletti in rete:
salvagente [sal-va-gèn-te] s.m. inv. (anche pl. -ti nelle accez. 1 e 3)
· 1
Galleggiante di varia forma e materiale che evita alle persone l'affondamento nell'acqua
· 2 Marciapiede sopraelevato in mezzo a una carreggiata o in uno spazio aperto dove c'è traffico, per permettere una sosta sicura a chi attraversa la strada e a chi sale e scende da mezzi pubblici
· 3 Protezione metallica situata nella parte anteriore di locomotori, locomotive e tram per evitare che eventuali persone investite finiscano sotto le ruote
· • In funzione di agg. inv., che ha la proprietà di tenere a galla: giubbotto s.
Diremo (e scriveremo), e correttamente, quindi: i fanciulli, al mare, usano i salvagenti; il pedone, investito dal tram, si è salvato grazie ai salvagenti.

venerdì 10 settembre 2010

Il servigio e il servizio










I due termini, a nostro modo di vedere, non sono intercambiabili. Il servigio, al contrario del servizio, è un... servizio di una certa importanza, il piú delle volte spontaneo e disinteressato. Si veda servigio

giovedì 9 settembre 2010

Il destriero


Cortese dr Raso,
seguo le sue meravigliose e istruttive "noterelle" da quando sono nate, prima sul “Cannocchiale” ora su “Blogspot” . Le scrivo per una curiosità linguistica. Mi piacerebbe sapere perché il cavallo si chiama anche “destriero”.
Grato se avrò una risposta.
Cordialmente
Federico B.
Ladispoli (RM)
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Gentile Federico, era cosí chiamato il cavallo di razza (o da giostra) dei cavalieri medievali perché lo scudiero lo conduceva sul campo di battaglia con la mano... destra. Per “notizie” piú particolareggiate veda questo collegamento:
http://www.etimo.it/?term=destriero

mercoledì 8 settembre 2010

Il pànico e il paníco


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
accentazione del cognome
per cortesia, può indicarmi se è corretto pronunciare il cognome in modo sdrucciolo e cioè Pànico? La ringrazio per l'accoglienza. R.P.
Risposta:
De Rienzo Martedì, 07 Settembre 2010
Non glielo so dire, mi dispiace.
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Secondo il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia (
www.dizionario.rai.it )
il cognome Panico ha l’accentazione piana: Paníco.
Il quesito del lettore ci offre lo spunto per una “precisazione linguistica” a proposito del sostantivo panico. Questo termine cambia di significato e di plurale secondo la posizione dell’accento. Quando questo cade sulla “a” (pànico) il vocabolo sta per ‘paura’, ‘terrore’ e nel plurale muta la desinenza “-o” in “-i”: panici; se l’accento, invece, cade sulla “i” (paníco, becchime per uccelli da gabbia) nel plurale prende la desinenza “-chi”: paníchi.

martedì 7 settembre 2010

Consigli linguistici


Ancora qualche consiglio del linguista Luciano Satta.
Poveretto. Credevamo che la consuetudine fosse finita; invece si continua a chiamare ‘poveretto’ o ‘poveretta’ la vittima di un incidente. Sa di giornalismo vecchio.
Praticamente. Prima di usarlo, vediamo se questo avverbio serve: il piú delle volte no, tranne un certo desiderio di attenuare, ma allora il ‘praticamente’ è parola troppo di comodo, e vagamente ipocrita. Inoltre non definisce bene il concetto: scrivendo “L’illuminazione è ‘praticamente’ inesistente” non si spiega se l’illuminazione è solo difettosa o se c’è cosí poca luce che si va a sbattere la testa contro i lampioni.
Ulteriore. Quasi sempre può essere sostituito da ‘altro’. Può passare, per esempio, in “Si cerca di evitare un ‘ulteriore’ aggravamento della situazione”, ma sta male in “Ci saranno ‘ulteriori’ incontri; ossia ‘ulteriore’ è accettabile nel senso di qualcosa in piú come quantità (e anche in senso spaziale: “Le truppe hanno fatto un’ ‘ulteriore’ avanzata), ma non nel senso di qualcosa in piú come ripetizione di un avvenimento. Lo stesso vale, si capisce, per l’avverbio ‘ulteriormente’.

domenica 5 settembre 2010

Il verbo «prudere»



Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Sergio scrive:
I verbi difettivi, sono quelli che appunto difettano di alcuni tempi. Ma quando si dice che mancano di alcune voci del verbo, a cosa ci si riferisce? Forse al fatto che si usano solo riferite a certi pronomi personali? Cioè alcuni hanno solo terze o seconde persone? grazie.
Risposta del linguista:
I verbi in questione possono difettare in tempi, modi o singole persone. Un verbo come “prudere”, per esempio, difetta del participio passato, dei tempi composti, della prima e seconda persona singolare e plurale del presente indicativo, ecc.
Massimo Arcangeli
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Ci spiace contraddire l’esperto, il verbo “prudere” - secondo il ‘coniugatore’ il cui collegamento è in calce - ha tutte le persone del presente indicativo; difetta del participio (presente e passato) e ha solo la III persona singolare del passato remoto.
http://www.italian-verbs.com/verbi-italiani/coniugazione.php?verbo=prudere

sabato 4 settembre 2010

Qualche curiosità linguistica


Piú che curiosità linguistiche sono storie di parole che adoperiamo ogni giorno senza conoscerne il significato... recondito. Cominciamo con “gazzarra”, che significa - come tutti sappiamo - “suono tumultuoso di voci umane e di strumenti”, “strepito”. Questo termine non è affatto volgare, come alcuni erroneamente ritengono, ed è di origine araba: “algazara”, che in arabo, appunto, significa “grido di guerra”. Il gallo, l’animale da cortile a tutti noto, trae il nome dal latino “gallus”, che a sua volta si riallaccia alle radici indoeuropee “gal” o “gar”, che significano “chiamare”, “gridare”. Il gallo, per tanto, è il volatile che grida, che chiama, che canta. Il gallo ci ha fatto venire alla mente la... gallina e le sue uova. E a proposito di uova, sapete perché l’uovo di marmo che si mette nel “nido” della gallina per ‘invitarla’ a deporvi le uova si chiama “endice”? Semplice. Non è altro che il latino “index” (indice). L’endice (l’uovo di marmo) è, quindi, un oggetto che si lascia per indicazione, per segno. Restando in tema di animali, in particolare canori, vediamo da dove trae il nome il cardellino, l’uccello canoro simile al fringuello. Guarda caso, occorre richiamarsi sempre al... latino. I nostri antenati Latini chiamavano “carduelis” questo uccellino perché lo sapevano essere ghiottissimo di semi di... cardo.

venerdì 3 settembre 2010

Presenziare


Il verbo “presenziare” può essere tanto transitivo quanto intransitivo, come riportano i vocabolari. A nostro modo di vedere, però, la “transitività” o l’ “intransitività” non sono date dal caso: il suddetto verbo sarà transitivo quando sta per “intervenire a qualcosa”, "partecipare" (‘presenziare’ il congresso, il dibattito); intransitivo quando significa “prendere parte a qualcosa” , “essere presente” (‘presenziare’ alla cerimonia).





giovedì 2 settembre 2010

Fosso e fossa


A voler “pignoleggiare” i due termini non sono l’uno sinonimo dell’altro: il primo, maschile, indica un’escavazione artificiale o naturale del terreno (un ‘fosso’ per fare scorrere l’acqua nei campi); il secondo designa una ‘buca’ nella quale si seppelliscono i morti (il barbone è stato sepolto in una ‘fossa’ comune).

* * *

Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
richiesta abbreviazione
Mi può cortesemente suggerire come abbreviare correttamente il termine "apparecchiature"?
Nel senso di elettriche e/o elettroniche.
Grazie 1000!
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Mercoledì, 01 Settembre 2010
Non saprei cosa suggerirle. Ma perché abbreviare?
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Si potrebbe abbreviare in APP.TURE (app.ture elett.)

mercoledì 1 settembre 2010

Cavaliere e... cavaliere


Un cortese blogghista di Lamezia Terme (CZ) - che desidera conservare l’anonimato - ci ha inviato una squisitissima elettroposta con la quale ci “rimprovera” di avere abbandonato la trattazione dell’origine di alcune parole di uso comune e dal significato... recondito. Per farci “perdonare” la mancanza ci suggerisce di parlare dell’origine dei cavalieri. Perché, per esempio, si domanda (e ci domanda) il gentile lettore, l’uomo che fa coppia con una donna in un giro di danza si chiama “cavaliere”. Quale relazione intercorre tra il cavalcare e il danzare? Lo accontentiamo subito. Dobbiamo prendere, però, il discorso alla lontana e risalire all’istituzione medievale della Cavalleria in cui militavano, solitamente, i figli cadetti (non primogeniti) esclusi da tutta o gran parte dell’eredità. Il termine “cavaliere” aveva, in origine, due distinti significati: colui che andava a cavallo e giovane nobile - escluso dall’eredità - che militava nella Cavalleria. Le tradizioni di questa nobile istituzione (la Cavalleria) volevano che i suoi “adepti” si mettessero al servizio di tutte le cause “importanti”, tra le quali l’ossequio e la protezione della dama, che - con solenne giuramento, all’atto dell’investitura - ogni cavaliere si impegnava di onorare e di scortare per difenderla dalla violenza e dalle eventuali offese. Allorché la Cavalleria, come nobile istituzione, morí, rimase vivissimo nel cuore di tutti - nobili e popolani - il ricordo delle antiche gesta e degli altissimi ideali di cortesia e di civiltà per cui il termine cavaliere, come semplice appellativo, mantenne due accezioni distinte ma strettamente legate alla comune origine: a) nobile appartenente al primo gradino dell’araldica nobiliare (cavaliere, barone, conte, marchese, duca, principe); b) persona dall’animo nobile e di sentimenti generosi e rispettosi verso la donna (dama), al cui servizio si mette come gli antichi cavalieri medievali. Con tutta probabilità, quindi, quando chiamiamo cavaliere il “danzatore”, cioè l’uomo che fa coppia con una donna nel ballo, ci rifacciamo alla seconda accezione. Al primo significato, invece, debbono essersi riallacciati i nostri legislatori quando hanno scelto il titolo di ‘cavaliere’ da conferire a un cittadino - qualunque sia la sua condizione economica e sociale - come riconoscimento di merito: è la “nobiltà” (non di sangue) che ciascuno di noi si conquista con il lavoro, la probità, la dedizione ai grandi ideali. Il cavalierato attuale, insomma, è un titolo “nobile” che non si acquisisce per nascita e non si tramanda ai propri discendenti. Tutti sappiamo, per esempio, che il nostro Paese concesse il titolo di “Cavaliere di Vittorio Veneto” ai superstiti della Grande Guerra in segno di riconoscenza della Nazione verso coloro che sacrificarono la giovinezza e arrischiarono la vita per la difesa e l’indipendenza della Patria.