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sabato 28 agosto 2010

Passare: transitivo o intransitivo?

Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Verbo passare
Caro De Rienzo,
sono insegnante di italiano in Brasile. È sorto un dubbio riguardante il verbo "passare" quando spiegavo che, nei tempi composti, c'è un gruppo di verbi che, se usati transitivamente, chiedono "avere" mentre, se usati intransitivamente, chiedono ausiliare "essere".
Tale dubbio si deve al fatto che il metodo didattico dava come esempio di uso transitivo del verbo passare la seguente frase: "Abbiamo passato un mese in montagna". Secondo me, anche lì si tratta di un verbo intransitivo poiché "un mese" sarebbe un avverbio di tempo mentre "in montagna" un avverbio di luogo. Cioè non si può rispondere alla domanda "che cosa" in questa frase.
Mi piacerebbe sapere se sbaglio io o sbaglia il metodo.
Cordiali saluti.
(Firma)
Risposta del linguista:
Risposta De Rienzo Venerdì, 27 Agosto 2010
Sbaglia lei: un mese è complemento oggetto.
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Cortese Professore, voglia perdonarci, ma non siamo affatto convinti della sua risposta. Il verbo passare può essere sia transitivo sia intransitivo. Nella frase riportata dal lettore ci sembra evidente l' "intransitività" del suddetto verbo. "Un mese", quindi, non può essere complemento oggetto perché - come giustamente fa rilevare il suo interlocutore - non si può rispondere alla domanda "che cosa" ("che cosa" abbiamo passato in montagna?). Si può rispondere benissimo, invece, alla domanda "quanto tempo". "Quanto tempo" abbiamo passato in montagna? "Un mese". Un mese, nel caso specifico, è un complemento di tempo determinato.

giovedì 26 agosto 2010

Mucca e vacca





Mucca e vacca: che differenza c'è? Ce la spiega Enzo La Stella.

Il vocabolo "vacca", derivante dal latino, viene sempre più spesso sostituito dal più neutro mucca, di probabile, tarda origine germanica. Sembra infatti che i mercenari svizzeri e i lanzichenecchi bavaresi (i famosi 'lurchi' del Carducci) che, nei secoli andati, scendevano a guerreggiare in Italia, irridessero alle vacche nostrane, meno grasse e placide delle loro, chiamandole "Muchen" che significa moscerini: nessuno afferrò l'ironia, il termine venne italianizzato e si diffuse cosicché, in molti casi, le vacche divennero... mucche.

giovedì 19 agosto 2010

«Tranne»


Questa preposizione e congiunzione significa “eccetto”, “salvo”, “a eccezione di”, “fuorché” e simili. Si presti molta attenzione, però, al suo uso corretto. Scrive il linguista Luciano Satta:
Si ricordi che questo ‘tranne’ è un imperativo seguito dalla particella ‘ne’: ‘trai ne’; uguale a ‘togline’, ‘escludine’, dunque. Allora sarà bene comportarsi secondo il criterio che segue. Sostituite mentalmente ‘tranne’ con ‘togline’ e guardate se il discorso torna. È detto bene «Tutti vennero ‘togline che lui’»? No, meglio ‘togline lui’. E allora diremo piú sveltamente ‘tranne lui’. Però il ‘che’ va bene se regge un’intera frase, ossia se è subordinante: «Restiamo a casa, ‘tranne che tu non voglia andare’ al concerto». Dal nostro ragionamento si deduce che, salvo casi di convenienza logica o altre condizioni particolari, ‘tranne’ non ha bisogno d’essere seguito dalla preposizione uguale a quella che lo precedeva: «Ho paura ‘di’ tutti ‘tranne lui’» va bene, non c’è bisogno di scrivere ‘tranne di lui’.
Un altro aspetto di tranne è da vedere. Si legge spesso ‘tranne poche eccezioni’. Ora: primo, le eccezioni, se sono tali, sono poche; secondo, se uno trae, toglie, esclude, lo fa nei riguardi di un’eccezione. Quindi l’espressione è a metà fra la ridondanza e la contraddizione; sembra insomma che l’eccezione, una volta ammessa, non ci sia piú. Il rimedio è semplice: ‘tranne pochi casi’; oppure, ‘con qualche eccezione’.

mercoledì 18 agosto 2010

"Offerte linguistiche"...











Dal Corriere della Sera in rete (di ieri):
Morti civili, i talebani offrono
di collaborare con l'Onu

Questo titolo, che riteniamo tremendamente errato, faceva bella mostra di sé sulla prima pagina del “Corriere”. Perché errato? Perché, a nostro avviso, in buona lingua italiana il titolo andava cosí formulato:
Morti civili, i talebani si offrono di collaborare con l’Onu oppure i talebani offrono la loro collaborazione all’Onu.
Speriamo non ci sia qualche linguista... “dissenziente”.

domenica 15 agosto 2010

Buon Ferragosto


Un felicissimo Ferragosto a tutti gli amici blogghisti che seguono le nostre modeste noterelle sulla lingua italiana.
Perché Ferragosto? Ecco cosa scrive "Wikipedia":

Il Ferragosto è una festività tipicamente italiana, assente negli altri paesi europei, che cade il 15 agosto. Tradizionalmente dedicata alle gite fuori porta, è spesso caratterizzata da lauti pranzi al sacco e, data la calura stagionale, da rinfrescanti bagni in acque marine, fluviali o lacustri. Molto diffuso anche l'esodo verso le località montane o collinari, in cerca di refrigerio.

Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina feriae Augusti (riposo di Augusto) indicante una festività istituita dall'imperatore Ottaviano Augusto nel 18 a.C. che si aggiungeva alle esistenti e antichissime festività cadenti nello stesso mese, come i Consualia, per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. L'antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di autopromozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane allo scopo di fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti.

Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l'impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Tali antiche tradizioni rivivono oggi, pressoché immutate nella forma e nella partecipazione, durante il "Palio dell'Assunta" che si svolge a Siena il 16 agosto.

Nell'occasione, i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia: l'usanza si radicò fortemente, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria dai decreti pontifici.

Coincide con la festa cattolica della dormizione e assunzione di Maria (madre di Gesù). Esiste un parallelo tematico tra il rapimento delle vergini sabine e quello della Vergine in cielo.

giovedì 12 agosto 2010

Esoterico ed essoterico


Si presti molta attenzione a questi due aggettivi: non sono uno la variante dell’altro (come molti, erroneamente, credono). Hanno significati differenti. Il primo (esoterico) significa “riservato agli iniziati” e, figuratamente, “misterioso”, “ermetico”; il secondo (essoterico) vale “destinato al pubblico”, quindi ‘chiaro’, ‘palese’. Si vedano i collegamenti in calce:
http://www.etimo.it/?term=esoterico&find=Cerca
http://www.etimo.it/?term=essoterico&find=Cerca

martedì 10 agosto 2010

La paremiologia


Cortese dott. Raso,
le pongo subito un quesito. Leggendo una rivista mi sono imbattuto in un termine a me sconosciuto e che non ho trovato nei vocabolari in mio possesso: PAREMIOLOGIA. Grato se vorrà illuminarmi in merito.
Cordialmente
titta54
(località non specificata)
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Gentile titta54, la paremiologia è la “scienza” che studia l'origine dei proverbi e il loro sviluppo.
Clicchi su questo collegamento:
http://it.wikipedia.org/wiki/Paremiologia

lunedì 9 agosto 2010

Consigli linguistici


Alcuni consigli del linguista Luciano Satta (per coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere, aggiungiamo).

RAGGIUNGERE. Ecco un paio di casi nei quali è bene fare a meno di questo verbo: “E' stato raggiunto da sette colpi”, “Un colpo l'ha raggiunto al torace” (meglio “E' stato colpito sette volte”, “Un proiettile lo ha colpito al torace”); “Il presidente ha raggiunto Milano alle dieci” (meglio “Il presidente è arrivato a Milano alle dieci”).


SCOPO INTIMIDATORIO. Siccome si pensa che i poliziotti, quando durante una manifestazione sparano in aria, non lo facciano per colpire le rondini e tanto meno i pensionati al balcone, dire che i medesimi “hanno sparato in aria a scopo intimidatorio” è superfluo.


VIGORE. “E' in vigore da oggi” sta bene; ma non sta bene “Va in vigore da oggi”: in questo caso bisogna dire “Va in vigore oggi”; una legge andò in vigore tre mesi fa, non andò in vigore “da” tre mesi fa.


PRIMA PERSONA. Finirà, come tante altre mode. Ma intanto segnaliamo l'abuso dell'espressione “in prima persona”: Ha affermato che risponderà “in prima persona” delle sue iniziative. Quasi sempre se ne può fare a meno.


RIPETERE. Si legge spesso: Il fatto "si è ripetuto per la seconda volta". Bisogna pensarci bene: un fatto che "si ripete per la seconda volta" è un fatto che accade per la terza volta. Se non è così, meglio usare verbi come "accadere", "avvenire" eccetera.

giovedì 5 agosto 2010

Il pronome esso


Pregiatissimo Direttore del portale,
confidando nella sua squisita disponibilità, le chiedo di pubblicare questa mia lettera aperta indirizzata agli amanti del bel parlare e del bello scrivere. Mi accorgo, però, di non essermi presentato, chiedo scusa e corro subito ai ripari: sono il pronome Esso. E vengo al “dunque”. Le cosí dette grandi firme - ma non solo queste - dei massinforma (giornali e radiotelevisioni) mi adoperano in modo errato e ciò mi causa delle notti insonni in quanto vedo calpestata la mia personalità, anzi la mia dignità, perché mi fanno sentire, per dirla come Emilio Gadda, “un pidocchio del pensiero”. Mi consenta, per tanto, di rivolgermi direttamente ai miei “fruitori” per pregarli di adoperarmi, da oggi in poi, solo in funzione di soggetto, come hanno stabilito i miei biografi, vale a dire i grammatici. È errato, dunque, scrivere (o dire) “in esso”, “ad esso”, “per esso” e via continuando (ciò vale anche, naturalmente, per il femminile Essa); dopo una preposizione, insomma, il mio impiego è errato perché non svolgo la funzione di soggetto ma di complemento e debbo essere sostituito - secondo i casi - con gli altri pronomi: “lui”, “sé”, “questo” ecc. Fino a qualche anno fa anche la scuola “toppava”. Ricorderete i libretti per le giustificazioni delle assenze: in calce al foglio portavano la scritta “firma del padre o di chi per esso”. Bene, anzi male, malissimo: il pronome esso era adoperato in modo errato perché non svolgeva le funzioni di soggetto. La dizione grammaticalmente corretta, quindi, avrebbe dovuto essere “firma del padre o di chi per lui”. Ma la scuola - dobbiamo riconoscerlo - molto spesso insegna delle inesattezze, come la famosa questione del “sé” che non si accenta se è seguito da stesso o medesimo. Balle linguistiche! E molti insegnanti le... insegnano. Mi sto accorgendo, però, di divagare; mi permetta signor Direttore, di tornare a bomba. Amici della carta stampata (e no), se tenete alla mia stima e amicizia, non mi fate piú leggere frasi del tipo: “È stato esaminato il contenuto dell’articolo in ‘esso’ riportato”; “È ad ‘essi’ che rivolgiamo il nostro appello”; “ ‘per essi’ abbiamo sacrificato gli anni della nostra vita”. In tutte queste frasi il pronome esso - non essendo soggetto - non può essere adoperato e si deve sostituire con “questo” e “loro”. Ci sarà, senza ombra di dubbio, il solito bastian contrario (anche tra i grammatici), ma se tenete, ripeto, alla mia amicizia e soprattutto se volete scrivere secondo i “sacri crismi” rispettate la mia personalità: sono solo pronome soggetto. Coloro che mi adoperano in funzione di complemento nascondono la loro crassa ignoranza dietro il luogo comune “si dice, è l’uso che fa la lingua”. Personalmente conosco moltissimi operatori dell’informazione o, se preferite, giornalisti - anche “di grido” - che immancabilmente ricorrono, se presi in castagna, a frasi del genere. Voi, amici amatori della lingua, non seguite questi esempi deleteri: i giornalisti non sono linguisti. Vi ringrazio dell’attenzione e vi auguro un mondo di bene.
Il vostro pronome
Esso

P.S.
Buona parte dei vocabolari stabiliscono che 'esso' si usa, generalmente, in funzione di soggetto, non escludendo la possibilità di adoperarlo come complemento. Il Sabatini Coletti in rete ritiene corretto l'uso di 'esso' oltre che come soggetto anche in funzione di complemento, però solo indiretto (non di complemento oggetto).

martedì 3 agosto 2010

Iconografia e icnografia


Cortese dott. Raso,
secondo un mio amico l’iconografia e l’icnografia sono la stessa cosa perché quest’ultimo termine è la forma sincopata del primo. Non sono riuscito a trovare, nei dizionari in mio possesso, la parola sincopata. Ha ragione il mio amico?
Grazie se avrò una risposta.
Cordialità
Oreste P.
Priverno (LT)
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Gentile Oreste, il suo amico, purtroppo è in errore: i due termini hanno significati completamente diversi. Il primo, come recitano i vocabolari, è lo studio descrittivo dei soggetti e dei modi in cui tali soggetti sono rappresentati nella storia delle arti figurative; il secondo indica la rappresentazione grafica a proiezione orizzontale di un edificio. Per l’etimologia dei due vocaboli, la rimando a quanto scrive Ottorino Pianigiani. Clicchi sui due collegamenti in calce:

http://www.etimo.it/?term=iconografia&find=Cerca
http://www.etimo.it/?term=icnografia&find=Cerca

domenica 1 agosto 2010

La corruttela



Mai, come in questi ultimi anni, un vocabolo della nostra lingua è stato piú adoperato dai massinforma (stampa e radiotelevisioni) per mettere in evidenza il malcostume che ha imperversato (imperversa?) nel mondo politico: la corruttela, con corrotti e corruttori, naturalmente. Ma non è di questo fenomeno che intendiamo parlare, non è questa la sede adatta e non è nostro costume invadere il campo di sociologi ed esperti vari. Vogliamo parlare della “nascita” del corrotto sotto il profilo linguistico. Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: scostumato, viziato, infetto, impuro. La persona corrotta, quindi, è moralmente “infetta”, vale a dire che il suo animo è stato guastato, infettato, disfatto - naturalmente in senso figurato - perché “corrotto” non è altro che il participio passato latino del verbo “cum-rumpere” (‘corruptus’, corrotto) e vale “disfare”, “guastare”. Il corrotto, però, non sempre è... corrotto. E ci spieghiamo. Nei tempi andati (parliamo di secoli) con il termine “corrotto” si intendeva il “pianto ad hoc”, il lamento funebre che i parenti del morto “recitavano” davanti alla salma. Questa usanza la spiega magistralmente il Boccaccio nell’introduzione al “Decameron”: “Le donne, parenti e vicine, nella casa del morto si ragunavano , e quivi, con quelle che piú gli appartenevano (vale a dire con le parenti strette del defunto, ndr) piangevano...”. Lo stesso pianto che nel mondo latino “emettevano” le “prèfiche” o piagnone, con una differenza: il lamento funebre era a pagamento. Le donne dei tempi del Boccaccio, invece, svolgevano quell’ufficio gratuitamente: chi per compassione, chi per voglia di curiosare. Questo pianto, dicevamo, ebbe il nome di “corrotto”, cioè di “animo rotto”, “disfatto”, “spezzato” e deriva, appunto, dal verbo “cum-rompere”: guastare, disfare, corrompere. Con il passaggio, quindi, dall’idea di corruzione all’altra di agitazione d’animo, di tormento. Il Tommaseo, a questo proposito, azzarda l’ipotesi che il termine (corrotto) altro non sia che la... corruzione linguistica di “corruccio” (sdegno, irritazione, rabbia repressa), come dal latino ‘Cruce’ si è fatto il termine... corrotto ‘Croce’. Ma non è finita. Per estensione il “corrotto” era anche colui che indossava abiti neri, luttuosi, tanto che si diceva “vestire il corrotto”, come oggi si dice - anche se l’usanza sembra tramontata - “mettersi il bruno o il lutto”. Il corrotto “moderno” oggi piange solamente quando varca le soglie delle patrie galere; non sappiamo, però, se è un pianto... corrotto, cioè “ad hoc” o un lamento sincero di pentimento per aver... corrotto, cioè infettato il suo animo.

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