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venerdì 30 luglio 2010

La problematica


Un interessante articolo della "Crusca" sulla 'nascita' della "problematica".


Problematica: usi e abusi


I dizionari attestano che la parola problema fa parte dello strato più antico della nostra lingua (le prime attestazioni risalgono al 1342). Proviene dal latino (problēma, -ătis), che a sua volta l’ha mutuata dal greco (próblēma, -atos). Il GRADIT ne segnala l’appartenenza al “vocabolario fondamentale”: si tratta cioè di una delle duemila parole di più alta frequenza, che tutti i parlanti conoscono, capiscono e usano (si tenga presente che le parole del vocabolario fondamentale, insieme ai 2700 vocaboli di “alto uso” e ai 2300 di “alta disponibilità” costituiscono il vocabolario di base dell’italiano, ovvero la porzione di lessico che è a disposizione di tutti – o quasi tutti – i parlanti). Stando al GRADIT un problema – nell’accezione comune e non in quella tecnica di ‘quesito matematico’ – è: 1) un “quesito di una certa importanza e difficoltà” ovvero una “questione controversa che può dare adito a soluzioni diverse: problema filosofico, etimologico, problema morale”, o anche 2) un “caso difficile da affrontare e risolvere: i problemi dei giovani, problemi razziali, sociali” e anche, con lieve sfumatura di senso, una “situazione complessa, complicata, che presenta inconvenienti, difficoltà: viaggiare con i treni è diventato un problema”.

L’aggettivo problematico – da cui deriva poi il sostantivo problematica – entra più tardi nel nostro lessico (ZINGARELLI: 1595, GRADIT: 1652, Sabatini-Coletti: XVII sec.), dal latino tardo problematĭcu(m), a sua volta derivato dal greco problēmatikós. L’aggettivo è registrato nel GRADIT come voce del vocabolario comune (quel nucleo di circa 40 mila parole che – oltre alle settemila del vocabolario di base – sono generalmente note a chiunque abbia un livello medio-superiore di istruzione). Problematico significa di volta in volta: 1) “che costituisce un problema, un caso difficile da risolvere: situazione, impresa problematica” e, estensivamente, “poco probabile, incerto: accordo problematico, la riuscita è problematica”; 2) “che esprime contenuti in maniera non definitiva e non schematica: ragionamento, discorso, articolo problematico, questione problematica”; 3) “che pone problemi sempre nuovi, che individua gli aspetti più complessi di un argomento: artista, scrittore, filosofo problematico”.

Problematica, infine, è parola ben più recente (1950), appartenente al vocabolario comune come l’aggettivo problematico da cui deriva. Il GRADIT ne definisce il significato come “l’insieme dei problemi relativi a una determinata questione: problematica sindacale, le problematiche della società contemporanea” e, nella stessa accezione ma con diversa sfumatura, “la particolare impostazione dei problemi che è propria di una disciplina, di un movimento, di un pensatore, ecc.: la problematica filosofica, kantiana, strutturalista».

A prescindere dai percorsi di derivazione e dalla loro stratificazione cronologica, le parole problema, problematico e problematica sono legate fra loro da stretti rapporti associativi: i loro significati sono cioè correlati, ma pur sempre distinti. Inoltre, la serie problema - problematico - problematica si caratterizza per un aumento progressivo del grado di astrattezza delle parole: da problema a problematico il significato diventa ‘che pone problemi’ o ‘che ha le qualità del problema’; da problematico a problematica si arriva a ‘l’insieme di ciò che è problematico’.

Problema e problematica non sono dunque sinonimi: problematica ha un suo nucleo semantico individuato, non sovrapponibile a quello di problema.

Si vedano i due esempi seguenti tratti dalle pagine della versione on line del quotidiano “la Repubblica” [corsivi nostri]:

«le varie “cime” (raramente tranquille, più spesso tempestose) della modernità sono scalate dal nostro Autore con straordinaria agilità e incredibile capacità comunicativa (che però non diviene mai volgarizzazione pura e semplice). Però, al tempo stesso, si è fatta sempre più vasta e comprensiva la problematica dell'“io”». (Alberto Asor Rosa, Eugenio Scalfari Viaggio nella modernità, 7 maggio 2010)

«dice Ratzinger –, la Chiesa è disposta a collaborare con chi non marginalizza o non riduce al privato la considerazione essenziale del senso umano della vita. Non si tratta di un confronto etico fra un sistema laico e un sistema religioso, bensì di una questione di senso alla quale si affida la propria libertà. Ciò che distingue è il valore attribuito alla problematica del senso e la sua implicazione nella vita pubblica». (Il Papa: “Pedofilia, il perdono non si sostituisce alla giustizia”, 12 maggio 2010)

Vero è che in altri casi lo spazio semantico di problema e problematica sono in parziale sovrapposizione: la problematica giovanile o le problematiche giovanili – intese come 'insieme o insiemi di problemi che riguardano i giovani' – sono varianti adeguate de i problemi dei giovani, laddove il contesto o il tipo di testo/discorso giustificano la scelta dell’astratto per il concreto e del nome collettivo al posto della forma plurale i problemi.

Scorrendo le attestazioni di problematica negli archivi di giornali e quotidiani on line, si nota però che il fenomeno denunciato, di sovraestensione dell’uso di problematica in contesti nei quali problema sarebbe la parola più adatta, è frequente e ben rappresentato.

Nei contesti individuati, la parola problematica occorre spesso in brani di discorso riportato in cui il parlante appartiene al mondo della politica, del sindacato, o è un avvocato o un magistrato. Alcuni esempi:

«Porto Cesareo è pronta al ripascimento “indolore” della costa sabbiosa, […], e il Sib (Sindacato Italiano Balneari Confcommercio Lecce) esprime la sua soddisfazione. “[…] Si tratta di attività strutturali sviluppate a mare e lungo l'arenile che finalmente saranno utili alla soluzione dell'annosa problematica ed alle quali occorrerà, questo deve essere chiaro, dare necessariamente seguito”». (Porto Cesareo, parte il ripascimento Soddisfatto il sindacato dei balneari, “Corriere della Sera”, 15 luglio 2010)

«Il senatore Domenico Benedetti Valentini, componente Pdl della commissione Giustizia ha ritirato il suo emendamento sulla legge intercettazioni, “[…] Mi rallegro di aver trovato nel Governo una positiva attenzione per una problematica molto delicata che ho portato avanti […]”». (Quarantamila “no” alla legge. “Cancellato strumento di libertà”, “la Repubblica”, 12 maggio 2010)

«Secondo il capo di imputazione, Biagi operava “avvantaggiando il gruppo Ligresti che di fatto si poteva valere della collaborazione dell'assessore” per “la risoluzione sia in via formale che informale, di ogni problematica” su Castello. (Marco Bazzichi, Castello, chiusa l'inchiesta. Tra gli indagati, Ligresti e Cioni, “Corriere della Sera”, 8 luglio 2010)

Ma la parola ricorre spesso anche in articoli di argomento sportivo in bocca a calciatori, allenatori, dirigenti di squadre:

«“Non c´è nessun caso, nessuna problematica legata alla vicenda di Lucarelli” - commenta il team manager del Parma Sandro Melli». (Luca Solvetti,Lucarelli e il tormentone viola, “L’Espresso”, 14 luglio 2009)

«Il direttore generale della Pro Vercelli, Claudio Mossio, si è attivato per cercare di risolvere in tempi brevissimi la problematica delle liberatorie. (Calcio in bilico. Paganoni: «Tra lunedì e martedì pagherò gli stipendi in modo che la squadra sia iscrivibile», “La Stampa”, 20 giugno 2010)

Non mancano inoltre le attestazioni legate all’uso di persone comuni (che non si qualificano cioè nei testi per il loro ruolo sociale) e alcune occorrenze nella prosa giornalistica:

«Il 14 ottobre 2008 il signor Zannini, dopo aver sottoscritto il contratto, ha installato la internet key. “Per un mesetto sono riuscito a connettermi a internet e a navigare, poi, dopo un temporale, non ha più funzionato correttamente - aggiunge - così ho iniziato a chiamare il 190 segnalando la problematica e chiedendo aiuto per la soluzione”. Dopo una serie di richieste e solleciti, sia via fax, sia via raccomandate, sia via call center, Zannini ha pure chiamato un tecnico informatico, temendo che la problematica fosse collegata al proprio computer». (Salima Barzanti, Odissea per una chiavetta internet, “L’Espresso”, 5 agosto 2009)

“Gentilissima presidente Gianna Gancia, mi rivolgo a lei, per sottoporre alla sua attenzione quanto accade sistematicamente in questi fine settimana e giorni di festa a chi, tornando dalla Val Roya, deve transitare per il tunnel del Colle di Tenda. […] Ringraziando per l'attenzione che sono certa darà alla problematica la saluto cordialmente. Dott.ssa […]” (“La Stampa”, 9 giugno 2010)

In tutti questi casi, l’occorrenza di problematica si caratterizza non come scelta denotativa, in relazione al significato che si vuole veicolare, ma come scelta di registro: la parola problematica viene selezionata al posto di problema non perché sia più precisa o più adatta al contesto, ma perché, per chi la usa, assume una connotazione “alta”, “formale”, che consente una presa di distanza dall’italiano comune e sembra quindi garantire un innalzamento di livello rispetto alla lingua d’uso quotidiano.

La preferenza per le parole difficili e rare al posto di quelle di uso comune, per le parole lunghe al posto di equivalenti più brevi, delle parole astratte in sostituzione di quelle concrete, è tipica degli usi burocratici della lingua e, più in generale, dell’“antilingua” di cui parlava Calvino. L’antilingua – la langue de bois (‘lingua di legno’) secondo la denominazione dei francesi – si manifesta negli usi linguistici di molti politici, amministratori, sindacalisti, burocrati, che parlano sempre e comunque di problematiche, tematiche, tipologie, modalità e mai di problemi, temi, tipi e modi, che preferiscono posizionare e non porre, erogare e non fornire, recarsi e non andare. Come ammoniva Calvino “Chi parla l'antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla” e tende quindi automaticamente “a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”. Spesso non si tratta di scelte linguistiche consapevoli, ma di usi stereotipati che rimbalzano e si irradiano potentemente anche attraverso i mass media. Certa prosa giornalistica, come pure la lingua dei radio- e telegiornali, dispensa una gran quantità di espressioni cristallizzate e formulari: il giornalista, per fretta o disattenzione, troppe volte non seleziona più la parola adatta, precisa, espressiva, ma cade nell’automatismo, nel già detto, già sentito, pronto all’uso. Sono i plastismi di cui parla Ornella Castellani Pollidori, parole ed espressioni non più pregnanti, trasformate dall’uso indiscriminato in “logori cliché”.

L’antilingua calviniana – con i suoi plastismi – è, dunque, ancora un modello trainante per quanti pensano che innalzare il registro significhi adottare uno stile inutilmente complicato, astratto, artificioso.

Non si tratta ovviamente di bandire dal nostro vocabolario le parole rare, astratte, lunghe, complesse, colte o letterarie, ma dominare la complessità della lingua – e dunque la ricchezza di potenzialità espressive che essa offre – è cosa ben diversa dall’usare parole “complicate” per l’alone di prestigio e formalità che sembrano avere.

Il repertorio lessicale, l’inventario delle parole di una lingua, è un insieme assai vasto, aperto e stratificato: locutore esperto è quello che sa scegliere, fra molte e diverse opzioni linguistiche, le più adatte per esprimere, comunicare e far intendere i contenuti più vari, nei più svariati contesti.

Per approfondimenti:

I. Calvino, “L’antilingua”, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1995, pp. 149-154 [prima pubblicazione su “Il Giorno”, 3 febbraio 1965]
I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 1993
O. Castellani Pollidori, La lingua di plastica. Vezzi e malvezzi dell’italiano contemporaneo, Napoli, Morano Editore, 1995

A cura di Maria Cristina Torchia
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

26 luglio 2010

martedì 27 luglio 2010

Paninoteca? Meglio panineria


Quasi tutti i vocabolari sono concordi nel sostenere che “panineria” è lo stesso che “paninoteca”. A nostro modo di vedere la sola voce corretta è “panineria”, cioè locale pubblico dove si confezionano e si vendono panini. Perché?
Ce lo dice il suffisso “-eria”, che serve per indicare attività, botteghe o laboratori (pellicceria, birreria, oreficeria ecc.).
Nella panineria, dunque, si confezionano i panini. La “paninoteca” (termine che, recisamente, sconsigliamo), dovrebbe indicare - stando al suffisso
“-teca” - un locale dove si “collezionano” panini.






domenica 25 luglio 2010

Pèrone o peróne?


Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Tibia e perone
Illustrissimo Professore,
il nostro campione Vale Rossi ha avuto un incidente e si è rotto la gamba. Stessa sfortunata sorte è toccata al suo collega Randy De Puniet. In radio e televisione si parla di tibia e "pèrone". Nel corso dei miei antichi studi della scuola dell'obbligo (scienze naturali) ricordo che le due ossa della gamba erano definite tibia e "peròne". D'altronde si pronuncia: badìle, capròne, costòne e via all'infinito, trattandosi di trisillabe, in cui l'accento cade sulla seconda. Eppure, nel corso degli ultimi giorni, non ho udito altro se non "pèrone". Sempre e solo "pèrone". Potrebbe essere così cortese da sciogliere questo dubbio?
Un saluto al Professore e a tutti i partecipanti.
(Firma)
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Sabato, 24 Luglio 2010
Ha ragione lei.
---------------
Gentile Professore,
l’osso della gamba si può pronunciare peróne o, alla latina, pèrone, come riportano buona parte dei vocabolari e il Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia). Dal Dop:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=26457&r=1245

sabato 24 luglio 2010

Salviamo il nostro idioma







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martedì 20 luglio 2010

Il delitto? Non sempre è un omicidio


Molte persone - anche quelle dalla “cultura insospettabile” - confondono il delitto con l’omicidio, nel senso che ritengono i due termini l’uno sinonimo dell’altro. No, amici blogghisti, il delitto e l’omicidio non sono affatto sinonimi, anche se l’omicidio è un... delitto, come è un delitto, del resto, il latrocinio o il rapimento. Il delitto, lo avrete capito, è un qualunque reato. Compiono un’azione delittuosa, quindi, tutti coloro che - come dice l’etimologia del termine - “vengono meno (al dovere)” e “commettono una mancanza”. Ma cerchiamo di spiegarci meglio. Il delitto, dunque, sotto il profilo etimologico è il latino “delictu(m)” (crimine, reato), derivato di “delictum”, supino del verbo “delinquere”. Il verbo latino, a sua volta, è composto con la particella “de”, con valore intensivo, e con il verbo “linquere” (lasciare, abbandonare) con il significato, quindi, di “lasciare indietro”, “mancare” e, per tanto, “venir meno (al dovere)”, “commettere una mancanza, una colpa”. Il ladro, quindi, commette un “delitto” rubando; l’assassino compie un “delitto” uccidendo. Come si fa a dire, dunque, che omicidio e delitto sono la stessa cosa? Tutte le persone che commettono un reato, un delitto, “delinquono”, abbandonano, per tanto, la via (della giustizia, della legge). Due parole, per concludere, sul “reato”, che nell’uso è considerato sinonimo di delitto. Cosí non è, essendo (il reato) di etimologia diversa. Il reato, alla lettera, è la “condizione di accusato” ed è un derivato del latino “reus” (imputato), a sua volta tratto da “res”, vale a dire la “cosa” che costituisce la “premessa”, il “debito” per il quale il “reo” è chiamato a comparire davanti al giudice. Nell’uso, però, il reato vale “delitto”, “colpa” e simili.

venerdì 16 luglio 2010

Il pennello? Un "piccolo pène"



Il pennello, ci fa sapere Gianfranco Lotti, è un “piccolo pène”, il membro virile. Ma andiamo con ordine, secondo quanto scrive l'Autore, partendo dalla “penicillina”.
Questo farmaco, dunque, viene dall'inglese “penicillin”, nome della sostanza antibiotica che nel 1928 l'americano Alexander Fleming aveva scoperto nelle culture di “Penicillium”, genere di funghi così detti per la forma di microscopici pennelli. Il latino “penicillum”, 'pennello', è un diminutivo di “pene(m)”, 'coda', e metaforicamente “membro virile, pène”. Da un altro diminutivo di “pene(m)” proviene 'pennello'.

mercoledì 14 luglio 2010

La vendetta...


Chi, tra i nostri gentili blogghisti, non ha mai meditato vendetta contro qualcuno scagli - come usa dire - la prima pietra. C'è qualcuno, infatti, che possa dire, onestamente, di non aver mai ricevuto un'offesa, un sopruso e di non aver pensato di vendicarsi? "La vendetta - diceva Francesco Bacone - è una specie di giustizia selvaggia". Nessun blogghista ha mai pensato, per tanto, di trasformarsi in un "giustiziere selvaggio"? Stentiamo a credere di no. Ma cos'è questa vendetta? I vocabolari, alla voce in oggetto, recitano: "Offesa, morale o materiale, inflitta, per ritorsione, a un'offesa personalmente subita". Fin qui, tutto "chiaro". A noi interessa, però, la vendetta sotto il profilo prettamente linguistico. L'origine del nome sembra sia il latino "vindicta", cioè la 'verga' con la quale si toccava il capo di uno schiavo nell'atto di affrancarlo, cioè di liberarlo dalla schiavitù. La vendetta, quindi, è una "liberazione". Colui che si vendica non 'libera', infatti, l'animo da certi sentimenti? La cosa, però, non ci convine molto in quanto è solo una supposizione. L'origine resta incerta. E' certo, invece, il fatto che la vendetta è un sostantivo deverbale, derivando dal verbo "vendicare". Vediamo, allora, ciò che dice, sul verbo vendicare il linguista Ottorino Pianigiani:
http://www.etimo.it/?term=vendicare&find=Cerca

sabato 10 luglio 2010

"Più bene"? Bene



Ci sono alcuni insegnanti che – non sappiamo per quale motivo logico-grammaticale – sostengono che il comparativo di maggioranza di “bene” è solo “meglio”; la forma “più bene”, quindi, è errata. Se così fosse dovrebbero condannare il “meno bene” che, invece, è correttissimo. Si può benissimo dire e scrivere, quindi, che Giovanni parla lo spagnolo “più bene” di Mario, anche se è preferibile la forma “meglio”: Giovanni parla lo spagnolo “meglio” di Mario. Per la 'legge' grammaticale, insomma, entrambi i comparativi sono corretti. Occorre dire però – per “onestà linguistica” - che è preferibile l'uso di “meglio” in luogo di “più bene” quando il comparativo di bene assume il significato avverbiale di “in modo migliore”. Useremo “più bene”, invece, allorché 'bene' ha valore di sostantivo con il significato di “un bene maggiore”: ha fatto “più bene” lui, in due giorni, all'ufficio che non Filippo in cinque anni.

martedì 6 luglio 2010

IL CORAGGIO DI FRIGNARE



L’amore per le lingue può aiutare il senso critico. Chi è abituato a chiedersi l’etimologia e il significato delle parole può essere indotto a chiedersi se alla parola corrisponda un concetto e se al concetto corrisponda una realtà. Chi non ha questo atteggiamento sospettoso rischia di accettare la rappresentazione di un mondo puramente fantastico.
Su questa linea di travisamento linguistico, che diviene travisamento concettuale, si pongono in politica le parole “lotta”, “protesta”, “azione”, “campagna” e simili. E qui bisogna riprendere il problema dal principio.
Fino a non molto tempo fa si parlava correntemente di “esaurimento nervoso”. Allora si pensava che i nervi, qualcosa che nessuno avrebbe saputo descrivere, fossero come pile elettriche che potevano esaurirsi. Anche se poi, stranamente, chi aveva l’esaurimento nervoso magari era più nervoso di un altro. Col progresso l’esaurimento nervoso si è esaurito ed oggi si parla correttamente, secondo i casi, di psicosi, di nevrosi, di depressione, ecc.
Viceversa si parla ancora di elettrosmog. Nessuno ha potuto dimostrare che un campo elettrico sia dannoso per l’uomo o anche, più semplicemente, che il nostro corpo lo percepisca: ma questo non ha impedito che un bel po’ di gente, “lottando” contro un’antenna televisiva o telefonica, sia scesa in piazza “per proteggere la propria salute”. Questo, mentre un furbo signore settantasettenne, sperando di essere ascoltato in alto loco, ripeteva spesso: “Signore, fammi morire di elettrosmog”.
Lo stesso discorso potrebbe farsi a proposito della paura che tanti hanno degli ogm, ignorando che sono geneticamente modificati moltissimi vegetali di cui nessuno si preoccupa. Per esempio, il grano con cui sono fatti il nostro pane e la nostra pasta somiglia ben poco a quello che usavano i romani. E sono pure geneticamente modificati tutti i cani, al punto che non sapremmo dire che aspetto e taglia avesse questa bestia, prima che l’uomo lo addomesticasse e creasse le razze canine.
Tornando al tema, si può ricordare una vecchia barzelletta. I detenuti di un campo sovietico dicevano in pubblico: “Non ci possiamo lamentare”. E in privato aggiungevano: “Se ci lamentiamo ci ammazzano”. Dunque la protesta, prima di dimostrare che c’è qualcosa contro cui protestare, dimostra che si è liberi di protestare. Soltanto che, a questo punto, proprio perché non si corrono rischi, nessuno se ne priva. Per gli studenti è perfino un modo per marinare la scuola, soprattutto in autunno. Se tutto questo è vero, scendere in piazza con fischietti e striscioni non è un’ “azione”: è un’attività. Non è una “lotta”: è una dimostrazione. Non è una “campagna”, perché questo è un termine guerresco. E non è neppure un atto di coraggio: perché in democrazia è un diritto garantito dalla Costituzione. È soltanto una manifestazione d’opinione con cui si chiedono le cose più diverse, dal mantenere aperta una fabbrica alla permanenza del parroco, dall’abolizione di una tassa alla fine di un intervento militare all’estero. E lo stravolgimento lessicale è tale che molti credono che “chiedere” sia un verbo minaccioso - da adulti irritati - mentre in realtà è il classico verbo di chi non può procurarsi da sé ciò che vuole. Del bambino, dunque. E così assistiamo a manifestazioni che si vorrebbero corrucciate di terremotati, di disoccupati, di studenti. Di categorie assolutamente sprovviste di ogni potere, se non quello di “chiedere”, appunto. Che sembrano non sapere che un viso accigliato non basta a rendere la cosa più seria.
Enrico Letta, vicesegretario del Pd, ha detto (1) che questo esecutivo non è in grado di governare: dunque “la palla passi al Colle” (al Presidente della Repubblica). Egli insomma “chiede” che il governo si dimetta e che il Capo dello Stato indica nuove elezioni. Nientemeno. “La palla passi” è una frase che sta bene in bocca a chi può decidere tutto, all’arbitro della partita, non al vicesegretario di un partito oggi ben poco credibile. È come se un pugile di mezza tacca, salendo sul ring, dicesse al campione del mondo: “Essendo evidente che sei inferiore, ti chiedo di gettare la spugna”.
Ci vorrebbe una sorta di revisione del lessico e bisognerebbe convincersi da un lato che frignare non richiede molto coraggio, dall’altro che non serve a niente fare la faccia feroce. Quando chi non ha il potere chiede qualcosa a chi il potere invece l’ha, dovrebbe sentire come minimo obbligo quello di non minacciare nulla. Diversamente, oltre che accentuare la propria debolezza, sembrerebbe anche scemo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
4 luglio 2010
(1) http://www.corriere.it/politica/10_luglio_04/letta-maggioranza-esplode-palla-al-quirinale_a7024344-8775-11df-95fd-00144f02aabe.shtml

domenica 4 luglio 2010

AVVISO

NEI MESI DI LUGLIO E AGOSTO QUESTO PORTALE POTREBBE RISULTARE NON "AGGIORNATO" QUOTIDIANAMENTE.

sabato 3 luglio 2010

L' «occhio clinico»


Quante volte, cortesi amici blogghisti, avete sentito dire o detto voi stessi che quella persona ha l’ “occhio clinico”, cioè è in grado di affrontare con prontezza una situazione o di giudicare un’altra persona in quanto, figuratamente, ha l’ “occhio clinico”, appunto, vale a dire l’occhio “abituato”? Ma se clinico - in senso lato - significa “malato” come fa un occhio non perfetto a “vedere” prontamente una determinata situazione? Per capire “come” è necessario “studiare” la nascita del sostantivo-aggettivo ‘clinico’ e tornare indietro nel tempo fino all’antichità classica, precisamente greca. I Greci, infatti, sono stati gli “inventori” della “clinica”. Ma andiamo con ordine. Nel vocabolario degli antichi Greci c’era un verbo, “klínein”, che significava “piegarsi”, “inchinarsi” (da cui il nostro ‘inclinato’) “giacere”; da questo verbo, con il tempo, coniarono il sostantivo “kline”, che serviva per indicare qualunque cosa sulla quale ci si può adagiare, giacere e, per antonomasia, il... letto. Ma non è finita. “Scoperto” il letto, crearono l’ “uomo a letto”, cioè il “klinicos” (adagiato sul letto, appunto), e poiché - come si sa - l’ ‘uomo a letto’, molto spesso è ammalato, il sostantivo finí con l’indicare l’ammalato, l’infermo. A questo punto intervengono i nostri antenati Latini che dal greco ‘klinicos’ foggiano l’aggettivo ‘clinicus’ riferito al medico e dicono ‘medicus clinicus’; poi, sostantivandolo, solo ‘clinicus’, vale a dire il medico che visita (inchinandosi) l’infermo a letto. Il vocabolo, in seguito, è giunto a noi sia in forma sostantivata sia in forma aggettivale: medico clinico; preparato clinico; “occhio clinico”, cioè occhio particolarmente esperto. Cosí pure la “clinica” (sottintendendo ‘arte’) indica la parte dell’insegnamento medico che si apprende direttamente presso il letto del malato e, per estensione (sottintendendo ‘casa’), il luogo dove si svolge tale insegnamento. Il policlinico cosa è, infatti, se non “piú case”, cioè “piú cliniche” specializzate per la cura delle diverse malattie?

venerdì 2 luglio 2010

Errori e orrori di lingua

Un “manuale” per risolvere i dubbi linguistico-grammaticali piú comuni. Pensato per i giornalisti e utile per tutti coloro che, per lavoro, “combattono” quotidianamente con la lingua italiana. Edito da Gangemi, Roma.

Uso «abusato» del verbo fare


Due parole, due, sull’uso appropriato del verbo «fare». Questo verbo, dunque, è adoperato in tutte le salse, come suol dirsi; ciò non è affatto ortodosso sotto il profilo grammaticale. A questo proposito è bene ricordare che l’uso di ‘fare’, in sostituzione del verbo ‘dire’, per esempio, è linguisticamente accettabile soltanto quando nel corso di una narrazione o di un dialogo sottintende anche l’azione del gestire e vuole esprimere il concetto, o meglio, l’idea di un intervento repentino: m’incontra per strada, per caso, e mi fa (cioè: mi dice) ‘quando sei tornato?’. È bene evitare - sempre che si voglia parlare e scrivere secondo le “leggi” della lingua - alcune locuzioni in cui il verbo fare è adoperato nella forma riflessiva apparente: farsi l’automobile e simili; farsi i baffi; farsi la barba, farsi i capelli; farsi la testa; farsi le unghie; farsi un dovere; farsi cattivo sangue; farsene una passione; farsene una malattia. In tutte le espressioni su dette il verbo fare può benissimo essere sostituito con un altro piú appropriato. Farsi la barba, per esempio, si può sostituire con il verbo “radersi”.

giovedì 1 luglio 2010

A scuola nel cyberspazio


Segnaliamo un interessante articolo di Bruno Ventavoli: “A scuola nel cyberspazio”
http://www.ladante.it/