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mercoledì 30 giugno 2010

La berlina e la boiata


Ecco, fra i tanti, altri due vocaboli della nostra lingua ciascuno dei quali ha due significati distinti, pur essendo omofoni e omografi. Cominciamo con la «berlina», dal francese ‘berline’, cioè la “vettura a quattro ruote”, l' “automobile”, cosí denominata perché sembra che il primo esemplare sia stato costruito a Berlino e progettato dall’italiano Filippo di Chiese; la «berlina», invece, nell’accezione di ‘pena vergognosa”, ‘derisione’, ‘scherno” (mettere alla berlina) viene dall’antico alto germanico ‘Bretling’, la tavoletta appesa al collo del reo e sulla quale era scritto il delitto commesso dal condannato al pubblico ludibrio.
La «boiata», vale a dire una “stupidaggine”, una “cosa fatta male”, una “scemenza”, sembra sia l’italianizzazione della voce prettamente settentrionale ‘boiàda’, “cosa scotta”, “bollita”, “spappolata”, dal verbo “boj” (bollire) e una cosa... spappolata è mal riuscita, male eseguita. Nell’accezione di “azione malvagia, brutale”, “infamia” viene proprio da ‘boia’, ‘carnefice’ e questo dal
latino “boia(m)”, ‘catena’, ‘laccio’, ‘strumento di tortura’.
http://www.etimo.it/?term=boia

martedì 29 giugno 2010

Parole a... "piede libero"


Breve viaggio – senza una meta prestabilita – attraverso il vocabolario della lingua italiana alla ricerca di parole di uso comune, quelle che adoperiamo quotidianamente, “per pratica”, il cui significato nascosto non è sempre chiaro a tutti. Prendiamo delle parole che ci vengono alla mente, cosí, senza una “logica predeterminata”.
Cominciamo dalla nostalgia. Avreste mai immaginato che quel desiderio intenso per qualcosa che si è lasciato temporaneamente o per sempre, la nostalgia, appunto, è un “dolore tutto nostro”? Se analizziamo il termine dal punto di vista etimologico scopriamo che il vocabolo è composto con le voci greche “nòstos” (ritorno) e “algia” (sofferenza, dolore). La nostalgia, letteralmente dunque, è un forte dolore provocato dalla sofferenza (‘algia’) data dal desiderio del ritorno (‘nòstos’) ai propri luoghi o ai propri cari. Quando la parola nacque era adoperata esclusivamente nel linguaggio medico; solo verso la fine dell’Ottocento cominciò a essere impiegata nel parlare di tutti i giorni nel significato attenuato di “rimpianto”: ho nostalgia del mio paese, vale a dire rimpiango il mio paese e soffro dal desiderio di tornarvi.
E a proposito di medicina e di medico (altra parola di “tutti i giorni”), se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: colui che cura le malattie che non richiedono intervento chirurgico. La nostra sete di sapere, però, non è soddisfatta in quanto il dizionario non ci ha svelato il significato “nascosto” del termine. Insomma, chi è questo medico? È il latino “medicu(m)”, tratto dal verbo “mederi” (riflettere), quindi “curare” (dopo aver riflettuto). Il medico, insomma, “riflette” per poter curare. La persona, invece, che non riflette o, peggio, che non ragiona, nel linguaggio comune viene definita “folle”. Anche questo termine viene dal latino “folle(m)” (cuscino gonfio d’aria). Di qui, in senso figurato, il vocabolo è passato a indicare una “testa piena d’aria”, quindi “vuota” e chi ha la testa vuota non è in grado di connettere, di ragionare è, quindi, un… folle.
Lasciamo i “pazzi” e occupiamoci di due termini militari: caporale e sergente. Per questi ci affidiamo alle sapienti note di Aldo Gabrielli, insigne linguista.
“…Non occorre essere esperti di lingua per sentire subito, cosí ad orecchio, che ‘caporale’ risale alla parola ‘capo’ (…) e può quindi vantare una stretta cuginanza con ‘capitano’. In origine, anzi, il capitano era soggetto al caporale, appellativo generico di chi esercitava un comando (…). Caporali del popolo erano a Firenze quei cittadini che il popolo eleggeva ogni anno a tutela dei propri diritti contro l’aristocrazia; e infatti lo storico del Trecento Giovanni Villani, nella sua ‘Cronaca’ ci parla ‘delli maggiori e piú possenti caporali dell’annata’; e ci fa anche sapere che i caporali comandavano su quarantamila sergenti’. Davvero una gerarchia in evoluzione. Del resto non dimentichiamo che Napoleone si fregiò del titolo di ‘caporale’ di Francia. E non soltanto Napoleone. Il ‘sergente’ invece ebbe (…) un’origine piuttosto oscura. Il nome, infatti, è una semplice variante di ‘servente’, participio presente del verbo ‘servire’, influenzato dall’antico francese ‘sergent’, cioè ‘colui che serve’, un servo”. E finiamo proprio con la...
parola affidandoci al vocabolario Gabrielli in rete.

lunedì 28 giugno 2010

C'è ratto e... ratto


Gentile dott. Raso,
sono Jhonny, il blogghista che le ha inviato un commento di apprezzamento al post “Fegato fa rima con...”. Ora Le scrivo per una curiosità. Il termine ratto significa “rapimento” e “topo”, come si spiega questo “dualismo semantico”? La ringrazio e le porgo cordiali saluti.
Jhonny
(località omessa)
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Cortese amico, ratto ha anche un terzo significato, di uso letterario, però: veloce, rapido, svelto. L’origine non è la medesima. Ratto nell’accezione di “rapimento” - ricordiamo il ratto delle Sabine, di Proserpina - è il latino “raptus”, participio passato di “rapere” (rapire). Nel linguaggio giurisprudenziale è un reato contro la libertà sessuale consistente nel sottrarre o nel ritenere, con la violenza, con l’inganno o con la minaccia, una donna, a scopo di libidine o di matrimonio. Nel significato di “topo” è, invece, il germanico “Ratte”, voce attestata in tutta l’area romanza e germanica occidentale. Nell’accezione letteraria di “veloce”, infine, è il latino “rapidus”. Ma da “rapidus” come è venuto fuori “ratto”. Lo spiega Giacomo Devoto: “Con normale sincope della vocale postonica e assimilazione progressiva del grado di articolazione da ‘pd’ a ‘tt’ ”.
http://www.etimo.it/?term=ratto&find=Cerca

domenica 27 giugno 2010

L'alfabeto


Forse mai nessuno di noi si è soffermato a riflettere sull’importanza dell’alfabeto (dalle lettere greche “alfa” e “beta”) che, come recitano i vocabolari, indica una “serie ordinata dei segni grafici che rappresentano i suoni vocalici e consonantici di una lingua”. Senza questa serie ordinata di segni sarebbe veramente impossibile consultare un vocabolario o un elenco telefonico. Galileo Galilei ci parla di questa “serie ordinata” di segni perché nel 1633 aveva intuito l’importanza di questo meraviglioso fenomeno della combinazione delle lettere dell’alfabeto.
“Io ho un libretto nel quale si contengono tute le scienze, e con pochissimi altri se ne può formare una perfettissima idea: e questo è l’alfabeto; è non è dubbio che quello che saprà ben accoppiare e ordinare questa o quella vocale con quelle consonanti o con quell’altre, ne caverà le risposte verissime a tutt’i dubbi e ne trarrà gli insegnamenti di tutte le scienze e di tutte le arti, in quella maniera appunto che il pittore da i semplici colori diversi, separatamente posti sopra la tavolozza, va, con l’accozzare un poco di questo con un poco di quello e di quell’altro, figurando uomini, piante, fabbriche, uccelli, pesci ed insomma imitando tutti gli oggetti visibili, senza che sulla tavolozza siano né occhi né penne né squame né foglie né sassi”. (“Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”).

sabato 26 giugno 2010

Fegato fa rima con...


Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
questioni di fegato
Gentile prof De Rienzo, gentili forumisti, chiedo la vostra preziosa collaborazione per avere delucidazioni sull'origine della parola fegato. Quando nei lontani tempi del ginnasio mi imbattei nella traduzione latina e greca di questo termine trovai nel primo caso iecur-iecinoris e nel secondo hepar-hepatos, così chiesi al mio professore perché il termine italiano fegato fosse così dissimile sia dalla forma greca che da quella latina. La spiegazione che mi venne fornita fu la seguente: le donne nell'antica Roma solevano preparare una pietanza a base di fegato e fichi -iecur figàtum- che chiamavano brevemente figàtum. Successivamente l'accento si è spostato e il vocabolo è diventato da piano a sdrucciolo: da qui la parola fegato.
Qualcuno di voi mi potrebbe suggerire delle spiegazioni alternative?
A proposito di fegato, è vero che è l'unica parola che in italiano non fa rima con alcunché? Se siete d'accordo proporrei un simbolico "Premio Scioglilingua" a chi riuscisse a trovare un vocabolo italiano che faccia rima con fegato.
Grazie dell'attenzione e... vinca il migliore!
Cordialmente,
(Firma)
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Venerdì, 25 Giugno 2010
L'etimologia più probabile è dal latino "ficatum" (attestato nel III secolo) che da principio si riferiva solo al fegato degli animali ingrassato con i fichi.
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Gentile Professore, il Dizionario Etimologico del Pianigiani (
http://www.etimo.it/?term=fegato&find=Cerca) dà la sua stessa “origine etimologica” di fegato. Quanto a parole che fanno rima con fegato ce ne sono a iosa. Basta cliccare su questo collegamento: http://www.goldnet.it/~image/index.htm
Sotto il profilo “tecnico” si può parlare, però, di una “rima grammaticale o desinenziale”, cioè di rima con parole che hanno la medesima desinenza come, per esempio, fegato/affogato in cui la desinenza “-gato” si trova in entrambi i termini.

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Albo notanda lapillo (giorno da segnare con una pietra bianca)

I cortesi blogghisti “digiuni” di latino ci perdoneranno se segnaliamo questa locuzione latina che significa “giorno fortunato”, uno di quelli da segnare sul calendario. Quante volte vi sarà capitato di esclamare: che avvenimento, bisogna scriverlo sul calendario! Quest’espressione latina si adopera, quindi, allorché si vuole mettere in risalto un giorno gaio come quello, per esempio, in cui si riceve una visita gradita e inaspettata. Per i Latini il colore nero era simbolo di sventura, mentre il bianco era il simbolo della felicità, tanto è vero che, in un processo, per dare il voto di condanna o di assoluzione si servivano di sassolini neri o bianchi.

venerdì 25 giugno 2010

Il predicato


I cortesi blogghisti, amanti della lingua, ci scuseranno se oggi tratteremo un argomento esclusivamente grammaticale, che potrebbe risultare noioso, ma la lingua - come si sa - non è fatta solo di... “curiosità”. Abbiamo deciso di parlare del predicato nei suoi vari aspetti e della relativa concordanza. Cos’è, dunque, questo predicato? I libri di grammatica lo definiscono “quella parola o gruppo di parole, che, in una proposizione, indica l’azione compiuta o subita dal soggetto”; oppure “lo stato, la condizione, la qualità, il modo di essere che si attribuisce al soggetto”. Il predicato permette “l’attuazione” del soggetto stesso ed è il termine intorno al quale la proposizione si dispiega e in rapporto al quale gli altri elementi esprimono la loro funzione. Il termine viene, come il solito, dal latino “praedicatus”, participio passato di “praedicare”, cioè dichiarare, esprimere, render noto ed è, appunto, “ciò che si dice del soggetto”. Alcuni esempi renderanno tutto piú chiaro: Mario legge un libro; un libro è letto da Mario. Nelle due frasi i “predicati” (‘legge’ ed ‘è letto’) esprimono rispettivamente l’azione compiuta dal soggetto (Mario) e quella subíta dal soggetto (un libro). Ancora. Mario è buono (il predicato “è buono” indica una qualità propria del soggetto); d’estate molti fiumiciattoli sono asciutti (il predicato “sono asciutti” indica la condizione, lo stato in cui si trova il soggetto, cioè i fiumiciattoli). Il predicato può essere di due specie: verbale e nominale. Il “verbale” è costituito da un verbo che, da solo, ha un senso compiuto: Luigi dorme; Mario cammina; la finestra è aperta. Quello “nominale” è rappresentato, invece, da un sostantivo o da un aggettivo unito al soggetto mediante una voce del verbo essere, e in questo caso il verbo essere assume la denominazione di “copula” (legame, congiungimento) in quanto serve a “legare”, “congiungere” il soggetto con il sostantivo o l’aggettivo: Carlo è un ragazzo; Giovanni è bello; Maria è dolce. È necessario tenere presente - per quanto attiene al “predicato nominale”- che possono assumere l’ufficio di “copula” anche altri verbi intransitivi denotanti un “modo di essere” come, per esempio, “diventare”, “rimanere”, “nascere”, “parere”, “sembrare”,
“trovarsi” ecc. In questa particolare funzione tali verbi sono chiamati, per l’appunto, “verbi copulativi”: mi sei sembrato molto stanco. Occorre prestare molta attenzione anche al verbo essere: non sempre ha la funzione di “copula”. Quando significa “esistere”, “stare”, “abitare”, “appartenere”, “trovarsi” e ha, quindi, un significato “completo in sé stesso”, non è “copula” (cioè “non congiunge”), bensí predicato verbale: Dio è (esiste); Roma è (si trova) nel Lazio; Giulio è (abita) a Pisa; questo libro è (appartiene) di Pasquale. Parimenti il verbo essere non è copula quando svolge la funzione di ausiliare di altri verbi; nelle forme passive dei verbi transitivi, quindi, e nei tempi composti dei verbi intransitivi; il tal caso il verbo essere è un “tutt’uno” con il verbo di cui è ausiliare e, con questo, costituisce il “predicato verbale”: Mario è partito per le vacanze. Due parole, ora, sulla concordanza del predicato (nominale o verbale) in quanto molto spesso ciò è causa di molti dubbi, anche in persone la cui cultura linguistica non desta sospetti. Vediamo, dunque. Il predicato verbale concorda con il soggetto nel numero e nella persona: io leggo; voi mangiate; essi partono. Se ci sono piú soggetti il predicato verbale è posto, ovviamente, al plurale: Giovanni e Mario leggono. Le cose si complicano, ma non piú di tanto, se i soggetti sono di persona diversa: il predicato verbale sarà di prima persona plurale, se uno dei soggetti è di prima persona; avrà, invece, la seconda persona plurale, se nella frase c’è un soggetto di seconda e non c’è uno di prima. Gli esempi che seguono renderanno tutto piú chiaro: io, tu, voi e Mario “faremo” quanto dite; tu e Pasquale “farete” quanto stabilito. Il predicato nominale concorda con il soggetto nel genere e nel numero quando è costituito da un aggettivo o un sostantivo che ha una forma per il maschile e una per il femminile (nome mobile). Se i soggetti sono piú di uno e dello stesso genere, il predicato nominale è posto al plurale nello stesso genere dei soggetti, purché si tratti sempre di un nome mobile o di un aggettivo: Giovanna e Carla sono buone. E per finire, alcune osservazioni riguardanti entrambi i predicati. Molto spesso il soggetto è costituito da un nome collettivo seguito da un complemento di specificazione plurale; che fare in questo caso? Il predicato si mette al singolare o al plurale? In altre parole, si dice un gruppo di persone è partito o sono partite? Nel caso specifico la “legge grammaticale” dà ampia libertà di scelta: entrambe le forme sono corrette. Il predicato, quindi, può essere espresso sia al singolare (in questo caso concorda con il soggetto grammaticale) sia al plurale (e in quest’altro caso concorda con il complemento di specificazione, cioè con il soggetto logico: le persone). Quando i soggetti sono piú di uno e indicano cose, inclinazioni dell’animo, idee, considerate come un solo concetto, una sola realtà, un unico sentimento, il predicato (sia esso verbale o nominale) può essere espresso tanto al singolare quanto al plurale. In altri termini possiamo dire: la rabbia e l’odio mi assalirono o mi assalí; l’amore e l’affetto ha fatto o hanno fatto il miracolo; la pace e la tranquillità sono la prerogativa o è la prerogativa di quella famiglia. Come vedete, la “legge” della lingua non è poi tanto severa.

giovedì 24 giugno 2010

Ridere: transitivo o intransitivo?


Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
far ridere
Salve a tutti. Vorrei girare un quesito che mi è stato posto recentemente e a cui non sono riuscito a dare una risposta esaustiva. La voce verbale "far ridere" dovrebbe essere transitiva: si fa ridere qualcuno, una determinata cosa fa ridere qualcuno...Tuttavia si dice e si scrive (credo non a torto, ma ora mi sorge il dubbio) "a me fa ridere..". In questo caso si utilizza un complemento di termine e non un complemento oggetto. Eppure, se quest' ultima forma è corretta, dovrebbe valere lo stesso per tutte le altre persone del verbo e, per quanto riguarda la terza singolare, si potrebbe dire "gli fa ridere"(lo stesso che"a lui fa ridere"). Tuttavia quest'ultima forma non mi sembra corretta e sarei decisamente propenso a dire che sia accettabile solo l'utilizzo del complemento oggetto (lo fa ridere). Naturalmente è del tutto arbitrario che applichi una regola diversa a seconda della persona...Quindi vi chiedo: dove sbaglio? Qual è la forma corretta?
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Mercoledì, 23 Giugno 2010
Far ridere è verbo transitivo, il che non esclude che possa avere un complemento di termine.
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Cortese Professore,
vediamo la questione con un’ottica diversa, scindendo i due verbi (far ridere). Far ridere si può considerare un’espressione polirematica (il verbo fare non seguito da “ridere” non avrebbe, infatti, alcun senso) e in quanto tale può avere tanto il complemento oggetto quanto il complemento di termine: a me fanno ridere certe espressioni; lo fanno ridere solo certi film. Ridere, essendo fondamentalmente un verbo intransitivo, non può introdurre il complemento oggetto: gli risero in faccia. Adoperato transitivamente, e molto spesso con il significato di “deridere” e simili, si trova solo in campo letterario: la novella di Panfilo fu in parte risa e tutta commendata dalle donne (Boccaccio), fu accolta cioè dalle risa delle donne.

* * *

I verbi performativi

Non tutte le grammatiche trattano un tipo di verbo chiamato “performativo”. Vediamolo.
I verbi performativi esistono solo alla prima persona singolare del presente indicativo e sono così definiti perché il pronunciarli equivale a compiere l'azione che essi descrivono, ovvero per compiere l'azione che essi descrivono bisogna pronunciarli. "Giuro di aver detto la verità", "Prometto di venire al più presto", "Nego ogni cosa" sono tutti esempi di funzione performativa del verbo. È sufficiente cambiare soggetto, "Roberto giura di aver detto la verità", "Tu prometti, ma non mantieni", "Voi negate l'evidenza", o tempo verbale, "Giuravo di aver detto la verità", per verificare come i verbi giurare, promettere e negare perdano la loro funzione performativa e assumano quella costativa o descrittiva, in quanto dire giura, prometti, negate e giuravo, non serve per compiere l'azione, ma per descriverla (notare che dire "io corro" anche nell'atto del correre mi serve per descrivere l'azione, ma non per compierla). Altri verbi che alla prima persona del presente indicativo assumono funzione performativa sono per esempio: dire, ammettere, affermare, ecc. (
www.wikipedia.it)

performativo

http://www.treccani.it/Portale/elements/categoriesItems.jsp?pathFile=/sites/default/BancaDati/Vocabolario_online/P/VIT_III_P_091330.xml

mercoledì 23 giugno 2010

L'inedia? Mancanza di cibo


Molti ritengono che il sostantivo “inedia” sia sinonimo di “noia”. No, l’inedia è la “carenza di cibo” (http://www.etimo.it/?term=inedia&find=Cerca) . Ma diamo la parola a Enzo La Stella, perché attraverso l’inedia ci fa scoprire delle cose veramente interessanti.
Tutti sappiamo che commestibile è ciò che si può mangiare, ma forse pochi riconosceranno nel nostro vocabolo la derivazione dal latino classico “édere”, che sopravvive anche nell’aggettivo “édule” (usato per i funghi, éduli o mangerecci) e nell’ “inedia”, che significa mancanza di cibo e non è affatto, come molti credono, un sinonimo di noia. Il verbo classico, forse difficile da coniugare, fu poi sostituito nell’uso dal piú espressivo “manducare”, da cui il nostro “mangiare”. A questo proposito, ricorderemo che lo scrittore gastronomico francese Anthème Brillat Savarin cosí graduava i vari modi di ingerire cibo: “Gli animali si nutrono, l’uomo mangia, l’uomo di spirito mangia bene”. Agli stessi criteri edonistici si ispirava Curnosky, principe dei gastronomi, che gli amici - pare seguendo un desiderio da lui espresso in piú occasioni - accompagnarono al cimitero con una corona di cipolle, aglio, prezzemolo, origano e rosmarino.

martedì 22 giugno 2010

Sequestro e rapimento



Due parole, due, sull’uso corretto di “rapimento” e “sequestro”. Ci affidiamo alle sapienti note del linguista Luciano Satta. Invitiamo, quindi, coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere a seguire i suoi preziosi consigli.

A vocabolari chiusi, noi diciamo che c’è una differenza. E chi la conosce non si meravigli della presente noterella, che noi facciamo perché la differenza viene rispettata solo di rado. Per quel che riguarda l’azione, possiamo usare indifferentemente uno dei due sostantivi, con i corrispondenti verbi: “Il rapimento (il sequestro) è avvenuto per la strada”, “La donna è stata rapita (sequestrata) per la strada”. Ma quando invece dell’azione si parla dello stato, noi distingueremmo, facendo a meno di ‘rapimento’ e usando ‘sequestro’: “Il sequestro è durato un mese”, e non “Il rapimento è durato un mese”. Sennò, altro che moviola. In parole povere, secondo noi ‘rapimento’ indica l’azione e basta, ‘sequestro’ può indicare sia l’azione sia lo stato.

lunedì 21 giugno 2010

Il treno è deragliato o ha deragliato?



Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

daniela scrive:
20 giugno 2010 alle 16:30
vorrei sapere se è corretto utilizzare l’ausiliare “essere” per verbi come deragliare, sbandare, straripare in frasi del tipo: “l’auto è finita nel fosso dopo essere sbandata” “il treno è deragliato a causa di un masso sui binari” “il fiume è straripato a causa del maltempo” e simili. Vorrei porre anche un’altra domanda: la maestra del mio nipotino sostiene che dire “ho rimasto” invece di “mi è rimasto” oggi è accettato come corretto perchè diventato ormai di uso comune e non più solo dialettale. Faccio bene se continuo a correggerlo o devo rassegnarmi? Grazie.
linguista scrive:
20 giugno 2010 alle 17:04
L’uso degli ausiliari non segue una regola sistematica. Per quanto riguarda i verbi intransitivi si usa “essere” o “avere” tenendo conto di varie considerazioni: se il verbo è o non è di movimento (con altre indicazioni che riguardano il tipo di movimento); se l’azione è effettivamente compiuta, agita dal soggetto oppure se il processo viene subito o sperimentato da questi. Alcuni verbi intransitivi possono formare i tempi composti con entrambi gli ausiliari, talvolta assumendo sfumature di significato diverse: è il caso di “deragliare”, “sbandare” e “straripare”.
Non si rassegni, invece, a correggere “ho rimasto”, perché “rimanere” vuole come ausiliare “essere”.
Simonetta Losi
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Un piccolo emendamento alla risposta della dr.ssa Losi. I verbi “deragliare”, “sbandare” (e “decollare”) prendono tassativamente l’ausiliare “avere”: il treno ha deragliato, l’automobile ha sbandato (l’aereo ha decollato). “Straripare”, invece, può prendere, indifferentemente, tanto ‘avere’ quanto ‘essere’: l’Adige ha straripato o è straripato. Per quanto attiene ai verbi intransitivi che indicano un movimento si adopererà l’ausiliare avere se il “movimento” è fine a sé stesso: ieri ho corso sempre; l’ausiliare essere se si intende mettere in evidenza il “risultato” dell’azione: appena appresa la notizia la figlia è corsa subito in ospedale.
Dimenticavamo: “questi” si adopera solo in funzione di soggetto.
Cosí dicono, per lo meno, i “sacri testi” a nostra disposizione:
Luca Serianni "Grammatica italiana", pag. 277

"Accanto a questo e quello esistono due forme esclusivamente pronominali: questi e quegli. Il loro uso è limitato a persone, al maschile singolare, alla funzione di soggetto; oggi hanno sempre valore anaforico".

Giuseppe Pittàno "Dizionario italiano"

"Questi come pronome dimostrativo personale si usa solo al singolare maschile e come soggetto: questi dice di essere suo cugino".

Vincenzo Ceppellini "Dizionario grammaticale"

"Questi, pronome dimostrativo di persona (...). Si usa solo in posizione di soggetto e solo per il maschile singolare".

Maurizio Dardano Pietro Trifone "La lingua italiana" pag. 171

"Questi, quegli si adoperano soltanto al maschile singolare in funzione di soggetto (per i complementi si ricorre a questo e quello)"

domenica 20 giugno 2010

(Sono i) Misteri Eleusini

“Non capirò mai per quale motivo il cav. Sisinni ogni mattina, alle 11.00 in punto, si reca al bar ma non consuma nulla. È un mistero eleusino!”, confidò ai colleghi d’ufficio il rag. Bettini. Quest’espressione - indubbiamente sconosciuta ai piú - si ‘tira in ballo’ allorché si desidera che alcune cose restino oscure e si ripete, in particolare, quando si ha l’impressione che di un determinato argomento non si capirà mai nulla. Il modo di dire prende il nome dai “misteri” che si celebravano a Eleusi* ed erano famosissimi in tutta l’antica Grecia. Gli iniziati dovevano giurare di mantenere il segreto sul loro svolgimento e nessuno è riuscito mai a sapere precisamente in cosa consistessero. Il modo di dire contrario, che tutti conosciamo e che non abbisogna di spiegazioni, è “essere il segreto di Pulcinella”: la famosissima maschera partenopea è tutt’altro che una persona seria, rispettabile, e i suoi segreti sono di dominio pubblico.
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http://it.wikipedia.org/wiki/Misteri_eleusini

http://www.riflessioni.it/dizionario_religioni/misteri-eleusini.htm


* * *

Ieri abbiamo visto che il dialetto meridionale ha influito sulla grafia di “libriccino”. Oggi, collegandoci al sito in calce, vediamo - sia pure parzialmente - quali parole dialettali sono entrate a pieno titolo nella lingua nazionale.
http://www.smpe.it/folklore/dia2ita.asp


sabato 19 giugno 2010

Libriccino? Sí, con due "c"



Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
giuliana scrive:
18 giugno 2010 alle 12:01
Buongiorno.
Libricino o libriccino?
io sono per la seconda.
grazie
giuliana

linguista scrive:
18 giugno 2010 alle 12:24
Usi senz’altro “libriccino”, sebbene l’alternativa sia attualmente piuttosto diffusa, ammessa da alcuni vocabolari, confortata da qualche esempio antico (nella nostra tradizione letteraria, però, prevale di gran lunga “libriccino”).
Massimo Arcangeli
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Sconsigliamo recisamente l’ “alternativa libricino”. Il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia, recita a chiare lettere: non libricino. Come si giustifica, però, la doppia “c”? Il motivo va ricercato nel fatto che la lingua italiana è, in un certo senso, un miscuglio di dialetti e “libriccino” ha subíto, nella grafia, l’influenza del dialetto meridionale che, al contrario di quello settentrionale, il veneto in particolare, tende al raddoppiamento delle consonanti.
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=44757&r=19148

Nevicare e mentire


Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Il lettore Francesco ravvisa un grave errore nella prova d’italiano dell’Invalsi, là dove un 'test' recita “avendo nevicato molto”; il lettore sostiene che con i verbi “meteorologici “ l’ausiliare da adoperare è “essere”. No, cortese amico, con i predetti verbi sono ammessi entrambi gli ausiliari. Si preferisce l’ausiliare “avere” quando è specificata la durata del fenomeno: ha nevicato dalle 16.00 alle 22.00; giovedí è nevicato. La lettrice Claudia desidera sapere quale forma è “piú corretta” tra ‘mente’ e ‘mentisce’. Per il prof. De Rienzo la “piú corretta” è ‘mente’. Non c’è una forma “piú corretta”, sono corrette entrambe: mente e mentisce. L’uso dell’una o dell’altra forma dipende dal gusto stilistico di chi parla o scrive.


venerdì 18 giugno 2010

Fare la scarpetta









Da “domande e risposte” del Treccani in rete:

Perché si dice “fare la scarpetta” intendendo pulire con un pezzo di pane quel che resta nel piatto?



Diamo subito la definizione della colorita locuzione, traendola dal Dizionario Treccani online (s.v. scarpetta): «raccogliere il sugo rimasto nel piatto passandovi un pezzetto di pane infilzato nella forchetta, o più comunemente tenuto tra le dita».
Ciò detto, l’origine dell’espressione non è trasparente. C’è chi pensa che, in quest’accezione, scarpetta rimandi a un tipo di pasta alimentare di forma concava, che avrebbe favorito perciò la raccolta del sugo residuo nella scodella o nel piatto. Altri ritengono che, per via del gesto sì famigliare ma ritenuto poco elegante designato dall’espressione, ci si rifaccia figuratamente all’oggetto scarpetta, scarpa leggera e flessibile, per alludere a un’azione da “morto di fame”.
Il GDLI dà il 1987 come data di prima attestazione della locuzione nell’italiano scritto.
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C’è anche un’altra spiegazione che riteniamo “piú aderente” alla realtà.
In Siria, nei tempi andati, il pane aveva la forma di scarpa perché veniva lavorato e battuto con i piedi e infornato subito dopo. Nella cultura culinaria di quel Paese questo tipo di pane veniva usato, molto spesso, per inzupparlo nella minestra di polpa di melanzane con verdure e noci, condita con olio d'oliva e salsa di melograno.

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Le “confessioni” (glottologiche) di tre linguisti e uno scrittore. Si clicchi su
http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/speciali/dizionario/mainSpeciale.html

giovedì 17 giugno 2010

Da cattivo corvo, cattivo uovo


Questo modo di dire, di uso raro, per la verità, è di significato intuitivo. Di origine proverbiale, l’espressione si adopera - potremmo dire in ambito filosofico - per sostenere due concetti antitetici: che l’indole dell’uomo è dovuta al patrimonio genetico ereditato, o che, al contrario, la persona, o meglio la natura della persona è il frutto dell’ambiente e dell’educazione. A sostegno della prima tesi, quella dell’ereditarietà, si riporta il fatto che il corvo non è commestibile, né lo sarebbero le sue uova, e questo sarebbe il significato originario del detto. Il modo di dire, tuttavia, si riallaccia anche a un aneddoto sul maestro di retorica Corace*, il quale citò in giudizio un suo allievo, tale Tisia, perché non gli aveva pagato quanto stabilito per le lezioni. Per difendersi l’accusato ricorse a un sofisma e disse a Corace: “Se avrai ragione tu, significa che non mi hai insegnato nulla e pertanto non meriti nessun emolumento; se vincerò io, a maggior ragione non ti dovrò alcun compenso”. Di fronte a questo ragionamento i giudici dedussero che da un cattivo maestro non può che venire un cattivo allievo e sembra che avessero adoperato la locuzione sopra citata in quanto il nome proprio Corace è identico a quello del sostantivo greco per il nome comune “corvo”.
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* si clicchi su
http://it.wikipedia.org/wiki/Corace_(retore)

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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
nomi composti
Un'aborto-dipendente riferito ad una donna. Con o senza apostrofo? Io lo metterei in quanto si accorda con il femminile di "donna dipendente". Grazie
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Mercoledì, 16 Giugno 2010
Anche io.
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Gentilissimo Professore,
non ce ne voglia, ma non possiamo assolutamente condividere la sua risposta. Aborto è un sostantivo maschile cominciante con vocale e in quanto tale richiede l’articolo “un”, senza apostrofo (un uomo). Il fatto che si riferisca a una “donna dipendente” non c’entra assolutamente nulla con l’apostrofo. Sarebbe diverso, invece, se aborto fosse un aggettivo. Non riusciamo a capire, poi, che cosa significhi (e, quindi, che senso abbia) “donna dipendente”. Qualche cortese blogghista può illuminarci?

mercoledì 16 giugno 2010

Strafalcioni...


Divertitevi a “scovare” gli strafalcioni. Basta cliccare su http://www.pensieriparole.it/umorismo/orrori-ortografici/pag1

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Tra le parole della nostra amata lingua che andrebbero salvate metteremmo il sostantivo deverbale “dottanza”, vale a dire paura, dubbio, esitazione, timore e simili. Il sostantivo non è schiettamente italiano provenendo dal provenzale “doptar”, che però è il latino “dubitare”.

martedì 15 giugno 2010

L'articolo è sempre obbligatorio?



Gentilissimo dott. Raso,
un amico mi ha segnalato il Suo insostituibile blog per l’uso corretto della lingua italiana, oggi piú che mai “succuba” di quella inglese. La Sua è un’iniziativa veramente encomiabile: dare lezioni gratuite, di questi tempi... Approfitto della “gratuità” per chiederle di spendere due parole sull’uso corretto dell’articolo: quando è obbligatorio usarlo e “come”. Confidando nella Sua proverbiale squisitezza - come dice il mio amico - La ringrazio anticipatamente e Le porgo i miei devoti omaggi.
Lorenzo P.
Lecce
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Cortese Lorenzo, la ringrazio, innanzi tutto, per le sue gentili parole. Quanto alla sua richiesta, il caso vuole che l’argomento sia già stato trattato sul “Cannocchiale”, glie lo ripropongo scusandomi con gli altri blogghisti per la... “ripetizione”


Se apriamo un qualsivoglia libro di grammatica leggiamo, nella parte che tratta dell’articolo, la solita “pappardella” che imparammo – a suo tempo – in terza o quarta elementare: l’articolo è quella parte variabile del discorso che si mette prima del nome per indicarne il genere e il numero in modo determinato o indeterminato. Siamo sicuri di non peccare di presunzione se affermiamo – a questo proposito – che molte persone, anche tra le piú “acculturate”, non conoscono il significato “intrinseco” dell’articolo. Colpa loro? No. Colpa delle grammatiche e della scuola e, per questa, di molti insegnanti che non sentono il dovere di approfondire l’argomento (forse non lo conoscono?). Vediamo di supplire alle carenze scolastiche. Questa “paroletta” (articolo), come viene definita da alcune grammatiche, che si premette al nome “per meglio indicarlo” è il latino “articulus”, diminutivo di “artus” (membro, giuntura) e in origine indicava il “piccolo arto”, la “giuntura” del corpo. In linguistica, per tanto, si adopera questo termine per indicare l’elemento che introduce e “sostiene” il sostantivo, come le giunture del corpo sostengono le membra.
Con il trascorrere del tempo e per estensione l’articolo ha acquisito anche altri significati come “punto”, “suddivisione”, “sezione” (l’articolo di un giornale non è una “sezione” del giornale stesso?). Abbiamo, cosí, i vari “articoli” esposti in un negozio: articoli di abbigliamento, articoli sportivi e via dicendo. L’articolo, sempre per estensione, è anche ciascuna delle suddivisioni di un regolamento, di una legge, di un trattato (l’insieme degli articoli, cioè delle “giunture” costituisce, o se preferite, costituiscono il regolamento, la legge). A proposito di giornali, alcuni sostengono che l’articolo in senso giornalistico sia un calco sull’inglese “articles”. È una tesi, questa, discutibile a nostro modo di vedere...
Ma torniamo, un attimo (non attimino, per carità!), all’articolo grammaticale vedendo per sommi capi il suo uso corretto. La norma generale impone l’articolo davanti a tutti i nomi comuni; si omette, però, e l’omissione è obbligatoria, in numerose locuzioni o espressioni particolari come, per esempio, “aver sonno”, “far paura”, “andare a cavallo”, “camicia da notte”, “sopportare con pazienza” ecc. Dei nomi propri richiedono l’articolo determinativo, solo quello, si badi bene, i nomi dei monti: il Cervino, il Bianco; i nomi dei fiumi: il Po, il Tevere; i nomi di regione, di nazione, di continente: il Lazio, la Grecia, l’Asia. È altresí necessario l’uso dell’articolo davanti ai cognomi: il Bianchi, il Rossi, il Ferrari. Davanti ai cognomi di personaggi illustri e conosciuti l’articolo si può porre o omettere, dipende dal gusto di chi scrive o parla: Manzoni o il Manzoni, Leopardi o il Leopardi.
Rifiutano categoricamente l’articolo i nomi di città, salvo quelli in cui l’articolo – per “consuetudine popolare” – è diventato parte integrante del nome: La Spezia, L’Aquila, La Valletta ecc. È consigliabile, anzi, “obbligatorio” l’articolo davanti ai nomi di città se sono preceduti da un aggettivo o accompagnati con una specificazione: la Roma umbertina, la Firenze medievale, la dotta Bologna. E a proposito dei nomi geografici, dei fiumi in particolare, alcune volte ci troviamo di fronte al dubbio amletico circa il genere di articolo da adoperare: maschile o femminile?
Si dice, generalmente, che i nomi dei fiumi che terminano in “-o”, in “-e” e in
“-i” sono di genere maschile: il Tevere, il Tamigi, il Ticino; quelli la cui terminazione è in “-a” sono, prevalentemente, femminili: la Senna, la Garonna. Ma come la mettiamo con il fiume Volga? Stando alla “regola” dovrebbe essere femminile: la Volga. Nell’uso comune sentiamo, invece, il Volga. Perché? Il motivo è semplicissimo: Volga è femminile in russo e in francese; maschile in spagnolo e in questo genere si usa, generalmente, anche in italiano. La forma originaria femminile si incontra, però, presso alcuni scrittori come il D’Annunzio che scrive “dalla Volga al Golfo Persico”. Il genere femminile, per tanto, non è da considerare erroneo perché rispecchia la forma originaria russa come usano, soprattutto, gli slavisti. Ma anche il nostro fiume Piave è “ambisesso”: la Piave e il Piave. In alcuni vecchi libri prevale il femminile, come si può notare leggendo Antonio Stoppani, Gasaparo Gozzi e il “moderno” Paolo Monelli. Il Carducci e in particolare Gabriele D’Annunzio “mascolinizzarono” il fiume sacro alla Patria tanto è vero che la famosissima canzone della Grande Guerra recita: il Piave mormorò...

lunedì 14 giugno 2010

Il saluto militare


Molti amici blogghisti ci hanno chiesto di spendere due parole sulla “nascita” del saluto militare. L’argomento, ci sembra, è stato già trattato nell’altro sito (il Cannocchiale). Lo riproponiamo per accontentare i nostri amici.
Nel periodo del feudalesimo, quando un guerriero entrava in un castello, si toglieva l'elmo dimostrando, con questo atto, la sua totale fiducia nell'ospitalità del castellano. Ciò era considerato un segno di omaggio e indicava le intenzioni pacifiche dell’ospite ma, soprattutto, la certezza che il cavaliere non sarebbe stato tradito. A poco a poco l'usanza di scoprirsi il capo in segno di rispetto fu “adottata” – nei tempi moderni – anche nell'esercito, particolarmente al cospetto di un superiore. I soldati medievali, dinanzi a un loro superiore, non si toglievano l'elmo, ma sollevavano la visiera scoprendo il volto. Con il trascorrere del tempo la consuetudine di portare la mano alla fronte quasi per scoprire... una visiera è rimasta.

domenica 13 giugno 2010

L'ambasciatore

Chissà se i giovani che aspirano a una brillante carriera diplomatica sanno che, in origine, l’ambasciatore era un povero schiavo analfabeta (http://www.etimo.it/?cmd=id&id=760&md=743b358879d6cd3bdca513334ddeecb1). Vediamo, in proposito, una “nota” di Enzo La Stella.
(Ambasciatore) Termine che, anche senza pensare alle feluche, evoca (noi diremmo meglio ‘richiama’, ndr) immagini ricche di importanti valenze politiche ed economiche e che sembrerebbe quindi illogico collegare con gente che non sapeva nemmeno scrivere; pure, “ambactus” (questa è la forma latina sotto cui ce lo ha tramandato Cesare) indicava presso i Galli lo schiavo piú vicino al suo signore, che accompagnava in pace e in guerra e seguiva nell’ultimo viaggio, uccidendosi accanto al suo cadavere. Gli elementi fiduciari e di riservatezza tipici dell’incarico hanno fatto sí che il titolo venisse gradualmente applicato ai messi dei sovrani e delle repubbliche, lasciando il nome di “legato” o “nunzio”, entrambi di trasparente origine latina, ai soli inviati della Santa Sede, notoriamente piú tradizionalista.

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Tra le parole della nostra lingua da salvare segnaliamo l’aggettivo “scaramazzo” , di etimologia non chiara. Significa che non è ben tondo, ma presenta protuberanze; sinonimo, quindi, di gibbosità. Si dice soprattutto delle perle non perfettamente tonde. È “immortalato” in molti libri tra cui il vocabolario di Policarpo Petrocchi e quello degli Accademici della Crusca:
Vocabolario degli Accademici della Crusca, Volume 5‎ - Pagina 91
1763

sabato 12 giugno 2010

La "direttora"?


Dalla rubrica di lingua del quotidiano “la Repubblica” in rete:
Enzo scrive:
Salve, vorrei sapere se è corretto in italiano dire “la direttora” anziché la direttrice. Io penso di no, ma lo leggo su quotidiani e su alcune testate giornalistiche. Grazie

linguista scrive:
I cosiddetti “nomina agentis” con uscita maschile in -tore, formano di regola il femminile in -trice. L’unica eccezione a questa norma è il termine “dottore” che ha, al femminile, “dottoressa”, e questo perché, pur essendo originariamente un nomen agentis (dottore è, etimologicamente, colui che “docet”, cioè che impartisce insegnamenti), ormai non viene più percepito come tale ma come parola autonoma.Se le è capitato di incontrare qua e là un “direttora”, si deve essere trattato, nella migliore delle ipotesi, di un uso ironico della parola. Almeno così c’è da sperare.
Alessandro Di Candia
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Dottoressa non è l’unica eccezione, vi sono altri sostantivi che pur terminando in -tore” non formano il femminile in “-trice” ma “regolarmente” in “-tora”: pastore>pastora; impostore>impostora; tintore>tintora; fattore>fattora. Quest’ultimo, però, oscilla: tra fattoressa e fattrice. Quanto a “direttora” si trova già in passato attestato nel vocabolario del Tommaseo e Bellini (
http://www.dizionario.org/d/index.php?pageurl=direttora&searchfor=direttora&searching=true )
ma ben presto relegato nella soffitta della lingua, privilegiando la forma “direttrice”. Ora sembra stia facendo nuovamente il suo ingresso nel nostro lessico, come testimoniano molti libri tra cui quello dei linguisti Giovanni Adamo e Valeria Della Valle:
Neologismi quotidiani: un dizionario a cavallo del millennio, 1998-2003‎ - Pagina 326
PS. In buona lingua italiana dopo "cosiddetto" o "cosí detto" è preferibile non mettere le virgolette perché le stesse sono "contenute" nel cosiddetto. Quindi: i cosiddetti progressisti o i "progressisti" (con le virgolette).

venerdì 11 giugno 2010

Come è nata la "toletta"


Se apriamo un qualunque vocabolario alla voce “toeletta” leggiamo tre accezioni che riportiamo: 1) nell’arredamento della camera da letto, mobile, tavolinetto fornito di specchio, dove le donne tengono tutto quanto è a loro necessario per pettinarsi e imbellettarsi; 2) la serie delle operazioni che la donna compie nel vestirsi, pettinarsi e truccarsi; 3) in un locale pubblico, stanza dove sono i servizi igienici, gabinetto. “Toletta”, lo sappiamo tutti, è la forma italianizzata del francese “toilette” che, oltrepassate le Alpi (ma no solo queste) - nel Settecento - è giunta a noi ed è stata accolta “trionfalmente” tanto che - come abbiamo visto - ha acquisito significati che apparentemente sembrano opposti. Come è avvenuto tutto ciò? Il... tutto si spiega ripercorrendo la storia della fortunata parola. Quando questo termine fu coniato, verso la fine del Cinquecento, era soltanto il diminutivo di “toile” (tela) e voleva dire, per tanto, “piccola tela”, “toletta”, vocabolo con cui si volle indicare dapprima il drappo sottile ed elegante, molto spesso ornato e ricamato che si soleva stendere su un piccolo tavolo collocato nella camera da letto, davanti al quale la dama si sedeva per abbigliarsi. Come si sa, con il tempo, da una parola nascono molti altri significati estensivi; nel caso che stiamo esaminando il termine francese “toilette” (toletta) passò ben presto a indicare lo stesso piccolo tavolo su cui la “toletta” si stendeva; poi lo stanzino ove spesso era collocato (oltre che nella camera da letto); piú tardi l’operazione stessa dell’acconciarsi, del vestirsi, e, addirittura, lo stesso vestito. Il termine ebbe molta fortuna tanto che “penetrò” in tutte le lingue europee. A questo punto nasce spontanea la domanda: come mai la ‘toletta’ è passata a indicare anche il luogo o, meglio, lo stanzino in cui ci sono i servizi igienici? Perché - la risposta è piú semplice di quanto si possa immaginare - molto spesso la toletta (tutto l’occorrente per abbigliarsi) era posta in una stanza provvista di lavandino e altri... servizi; di conseguenza il termine ha assunto, sempre per estensione, l’accezione a tutti nota: gabinetto. E a proposito di gabinetto, il vocabolo italianissimo dovrebbe essere, anzi è, quella parolina bollata di volgarità: cesso. Se ci rifacciamo, però, alla sua etimologia, possiamo notare che è un termine molto delicato nel suo significato: ritirata. Cesso, infatti, non è altro che il participio passato del verbo latino “cedere” (ritirarsi) e allude a un’operazione riservata, appartata, che si fa in... ritiro. Coloro che per motivi di lavoro viaggiano spesso in treno si saranno imbattuti, qualche volta, in una piccola stazione di provincia e avranno avuto occasione, quindi, di leggere sulla porta dei gabinetti la buffa parola “ritirata”.

giovedì 10 giugno 2010

Affèttare e... afféttare


A proposito di accenti, di cui abbiamo parlato martedí scorso, è bene ricordare che il verbo affettare, pur avendo un’unica “matrice” (http://www.etimo.it/?term=affettare ) cambia di significato a seconda dell’accento che cade sulla “e”. Se si pronuncia la “e” aperta, cioè con l’accento grave (è) il verbo sta per “mettere in mostra”, “ostentare” e simili; se la “e”, invece, è acuta (è) il citato verbo vale “tagliare a fette”, “fare a fettine”.
Si clicchi su entrambi i verbi
affettare affettare

mercoledì 9 giugno 2010

"Diritto di" o "diritto a"?


Capita, molto spesso, di non sapere quale preposizione adoperare dopo il sostantivo “diritto” (http://www.etimo.it/?term=diritto ): “diritto a” o “diritto di”? Seguiamo il consiglio del linguista Luciano Satta.
Il sostantivo si costruisce preferibilmente cosí: “diritto a” in presenza di un sostantivo se vi è la preposizione articolata (diritto alla retribuzione) o l’articolo indeterminato (diritto a una retribuzione) o l’aggettivo indefinito (diritto a qualche retribuzione); “diritto di” ancora in presenza di un sostantivo, se non vi è articolo (diritto di sciopero) o in presenza di un verbo all’infinito (diritto di scioperare). È superfluo dire che se il verbo dipendente è di modo finito si usa la congiunzione “che”, con il verbo al congiuntivo (il diritto che si sappia la verità).

martedì 8 giugno 2010

Acuto o grave? La monetina non risolve...








Molte persone non fanno differenza sull’uso dell’accento acuto (/) o grave (\) e questo è un ... grave errore. Ma ancor piú grave è mettere l’apostrofo invece dell’accento grave sulla terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere (quando è maiuscola): E’ (errato); È (corretto). Interessante, a questo proposito, un articolo di Simonetta Losi nella rubrica di lingua del quotidiano “la Repubblica” in rete. Si clicchi su http://linguista.blogautore.repubblica.it/2010/06/07/scambiarlo-per-quello-acuto-e-grave/#comments

lunedì 7 giugno 2010

Stuccare vale anche nauseare


Il nostro viaggio attraverso la sterminata foresta della lingua italiana alla ricerca di parole omofone ma dal significato diverso ci porta al verbo “stuccare”, che ha due distinti significati (e che non tutti i vocabolari che abbiamo consultato riportano): “turare una cavità con lo stucco”, “decorare con lo stucco” e “nauseare”, “annoiare”, “saziare fino alla nausea”: quel film mi ha stuccato (cioè: annoiato). Per il passaggio semantico da “lavorare con lo stucco” ad “annoiare" ci affidiamo a Ottorino Pianigiani: http://www.etimo.it/?term=stuccare

domenica 6 giugno 2010

"L'erbe"? Perché no!









Da "Domande e risposte" del "Treccani" in rete:

Vorrei sapere se scrivere “l’elezioni” è errato oppure è soltanto una forma arcaica, non più usata ma egualmente corretta.

Mentre l’articolo determinativo femminile al singolare può presentarsi, davanti a vocale, anche nella forma piena (la amata, la epoca, ecc.), che, peraltro, la norma preferirebbe evitare a vantaggio della variante elisa (l’amata, l’epoca), al plurale, come scrive Luca Serianni nella sua grammatica Italiano (garzantina), «le è di uso generale. Già cinquant’anni fa [oggi gli anni sono diventati settanta, ndr] Bruno Migliorini osservava che “la forma apostrofata comincia a prendere una sfumatura di sostenutezza, di pretenziosità, o viceversa di pronunzia plebea: l’armi […], l’ali sanno di letterario, l’ernie di troppo popolare».
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Noi non saremmo così perentori. L'articolo determinativo plurale "le" si può benissimo apostrofare (ma non lo consigliamo) davanti a parole che cominciano con "e": l'erbe, l'elezioni, l'edere; è errato apostrofare "le" davanti a parole che cominciano con le altre vocali: *l'ombre; *l'armi; *l'oche; *l'idi; *l'unghie.


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Un consiglio del linguista Luciano Satta sul "simposio" (linguistico, ovviamente)

Ma sì. diciamo e scriviamo pure il "simposio" e i "simposi", anche quando si parla di convegni. L'obiezione: ma usando l'italiano sembra che i convegni abbiano mangiato e bevuto, invece di discutere, ciò che non sembra più usando il latino "symposium". Replica. Primo: non è vero che sembra. Secondo: se sembra, pace. Terzo: se sembra con l'italiano, sembra anche con il latino, dove intravediamo anzi i moderni convegnisti paludati da antichi romani dilaniare arrosti senza usare posate, bere a boccia da pingui anfore e poi fare l'orgetta con le segretarie travestite da schiave. Quarto: vorremmo sapere se proprio tutti sanno che nella versione antica ci vuole la y. Quinto: i fautori di "symposium" si arrangino con il plurale, che potrebbe essere invariabile, "i symposium"; ma allora lo scrivente si becca l'accusa di ignorante perché non ha fatto correttamente il plurale latino "symposia"; lo stesso gli accade se cerca di cavarsela con un plurale alla straniera, "i symposiums".

sabato 5 giugno 2010

Parchimetro? Cronoparco


Il parchimetro o parcometro, come recitano i vocabolari, è uno strumento che “misura la sosta” di un veicolo in un parcheggio pubblico. La sosta si “misura”, come indica il suffisso “-metro”? A noi sembra un termine mal coniato che andrebbe sostituito con “cronoparco”. Il prefisso “crono-” indica, infatti, il “tempo” e il parcometro che, ripetiamo, è un obbrobrio linguistico, secondo i “coniatori”, stabilisce quanto tempo un veicolo può sostare in un parcheggio. Sotto il profilo strettamente semantico non è cosí. Invitiamo i cortesi blogghisti a esprimere, in merito, la loro opinione nei commenti.

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FERRAIOLO, ecco un’altra parola da salvare. Il sostantivo in questione non ha nulla in comune con l’operaio che lavora il ferro: è un mantello a ruota con bavero. Perché si chiama ‘ferraiolo’? Ce lo spiega Ottorino Pianigiani cliccando su http://www.etimo.it/?term=ferraiolo&find=Cerca


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Rimanere per endice

Moltissimi blogghisti, senza ombra di dubbio, avranno ‘provato’ personalmente questo modo di dire in alcune circostanze - sia pure senza rendersene conto, in quanto la locuzione è poco conosciuta e, quindi, raramente adoperata - soprattutto in occasione di festicciole tra compagni di lavoro. Non vi è mai capitato, infatti, di “restare a denti asciutti” per non avere avuto il tempo di avvicinarvi al tavolo dei dolci e delle bevande? Quest’espressione si può usare sia in senso proprio sia in senso figurato quando si vuole mettere in rilievo il fatto che una persona, pur avendo uguali diritti, resta, appunto, “a denti asciutti”, “a mani vuote” rispetto ad altre che, al contrario, ricavano vantaggi. Il modo di dire trae il nome dall’ “endice”, cioè dall’uovo di marmo che si lascia nel nido delle galline per indicare loro il punto in cui debbono depositare le uova. Queste vengono prelevate periodicamente dal nido, di conseguenza può capitare che le persone che arrivano ultime trovino solo... l’endice.

endice

venerdì 4 giugno 2010

C'è mezzana e... mezzana








Riprendiamo il viaggio - interrotto tempo fa - attraverso la lingua italiana alla ricerca di parole omofone ma di significato diverso. Facciamo tappa al sostantivo “mezzana” che ha, appunto, tre diversi significati principali: 1) vela quadra a poppa della nave; 2) sorta di mattonella schiacciata per pavimenti; 3) donna che fa da mediatrice in rapporti amorosi. Tutti e tre i sostantivi hanno il medesimo padre: l’aggettivo e sostantivo “mezzano”, che ‘sta in mezzo’. Vediamo, in proposito, il “Treccani” in linea:
meżżana s. f. [femm. dell’agg. e sost. mezzano]. – 1. Nel linguaggio marin.: a. L’albero poppiero di un veliero a tre alberi a vele quadre (attrezzatura «a nave»), oppure l’albero posto all’estrema poppa di un veliero a due alberi, a vele di taglio. b. Il pennone più basso dell’albero di mezzana, che, se a vele quadre, non porta vela e serve per tener distesa la vela superiore (contro-mezzana), venendo perciò chiamato anche verga secca. c. La vela di taglio dell’albero di mezzana, se questo ne porta una sola. 2. Formato di carta da stampa avente le dimensioni di cm 44 × 60. 3. Tipo di seta cucirina in cui il torto consta di due filati con ritorsione da sinistra a destra. 4. ant. a. Mattone di media grandezza usato per pavimentazione di stanze. b. La corda centrale di alcuni strumenti musicali come il liuto e sim. 5. Riferito a persona: a. Donna che fa da tramite per rapporti o incontri amorosi, spec. se illeciti o mercenarî (sinon. quindi, per lo più, di ruffiana). b. In Lombardia, nome (anche mezzanina) con cui si designano le ragazze che, nei laboratorî di sartoria, sono addette ai lavori ausiliarî e meno impegnativi. Nelle filande di seta, operaia (detta anche mezzante) adibita di volta in volta a diversi lavori (scopinatura o filatura). ◆ Dim. meżżanina (in partic. col sign. 5 b) e, con accezioni specifiche, meżżanèlla (v.).
Vediamo anche Ottorino Pianigiani cliccando su http://www.etimo.it/?term=mezzano e su http://www.etimo.it/?cmd=id&id=10902&md=ba194b90a6f4a835c7722ca8a762473d

giovedì 3 giugno 2010

Drastici provvedimenti...





Chissà quante volte, cortesi blogghisti, avete sentito frasi tipo “sono stati presi drastici provvedimenti per limitare i danni...”. Bene, anzi male, malissimo: quell’aggettivo “drastici” - a nostro modo di vedere - è adoperato impropriamente nel significato di “severi”, “notevoli”, “risoluti” e simili. Perché il suo impiego fosse adoperato sempre a proposito sarebbe necessario che tutti ne conoscessero il suo... impiego originario. Vediamo, intanto, la sua origine. Viene dal greco “drastikòs”, tratto da “dràô”, “agire” (http://www.etimo.it/?term=drastico&find=Cerca). Drastico significa, quindi, “che agisce con efficacia”. Per il suo significato fu adoperato, in origine, in campo medico: è un drastico medicinale, volendo evidenziare, per l’appunto, la sollecita efficacia. In seguito se ne fece un uso metaforico non condiviso dal linguista Alfredo Panzini quando sosteneva che i “drastici” provvedimenti presi gli sembravano un po’ troppo metaforici. Se drastico significa, infatti, “che agisce con efficacia” non si può sostenere che i provvedimenti sono drastici fino a quando non se ne sono visti gli effetti. Ma questo significa voler cercare, a tutti i costi, il classico pelo nell’uovo; anche se facciamo nostra la tesi del Panzini. L’uso improprio, per non dire abuso o addirittura errore, nasce - come dicevamo all’inizio - quando al predetto aggettivo si vuol dare il significato di “notevole”: c’è stato un drastico aumento delle bollette telefoniche. Oppure quando si adopera drastico come sinonimo di “severo”. Basterebbe - prima di scrivere - riflettere un attimo sul significato delle parole da adoperare (ricorrendo, magari, all’ausilio di un buon vocabolario) per non incappare in inesattezze o, peggio, in errori che alcune volte rasentano il ridicolo: la situazione meteorologica è drastica, ancora mal tempo su tutta la penisola. Abbiamo esagerato? Decidete voi, amici amanti del bel parlare e del bello scrivere.

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Ancora una parola da salvare, esattamente un verbo: BORDARE, vale a dire picchiare ferocemente, bastonare. È un verbo cosiddetto denominale provenendo dal sostantivo "bordone", che era il bastone che usavano i pellegrini, per appoggiarsi, durante il viaggio.

mercoledì 2 giugno 2010

L'edicola


Gentilissimo dr Raso,
sono un assiduo frequentatore del suo blog, che trovo insuperabile. Le scrivo per una piccola curiosità: l’edicola indica una “costruzione sacra” ma si adopera anche per designare un chiosco per la rivendita di giornali. Come si spiega questo passaggio semantico?
Grazie e cordiali saluti
Osvaldo P.
Ancona
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Cortese Osvaldo, le faccio “rispondere” da due insigni linguisti, Aldo Gabrielli e Ottorino Pianigiani. Clicchi su
edicola e su http://www.etimo.it/?term=edicola

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Piantare il bordone in un luogo

Ecco un modo di dire, forse poco conosciuto e, quindi, poco adoperato, che si usa riferito a una persona che, non “invitata”, si stabilisce per un certo tempo in una casa per mangiare e dormire, ignorando la discrezione. La locuzione fa riferimento al bordone, cioè al lungo bastone che adoperavano i pellegrini durante i loro viaggi. Con molta probabilità, dunque, il pellegrino dei tempi andati, che posava il bordone sotto un tetto ospitale, aveva le medesime caratteristiche che ancora oggi ha l’ospite inatteso...


martedì 1 giugno 2010

La "superfetazione"


La “superfetazione” essendo un termine medico-scientifico con il quale si designa il “doppio concepimento di feto” (http://www.etimo.it/?term=superfetazione&find=Cerca ) dovrebbe essere adoperato solo in quel campo, appunto. Oggi è invalso l’uso di usarlo - “complici” alcuni vocabolari - in senso figurato con il significato di “aggiunta superflua”: i tuoi scritti sono pieni di superfetazioni (vale a dire pieni di aggiunte superflue). A nostro modo di vedere è meglio lasciarlo, come dicevamo, nel campo strettamente scientifico. Per la prosa ci sono molti termini che fanno alla bisogna, che... bisogno c’è di ricorrere a “superfetazione”? Basta scegliere fra - secondo i casi - “cose inutili”, “superfluità”, “pleonasmi”, “inutili ripetizioni” e simili: il tuo tema era pieno di inutili ripetizioni (non superfetazioni).