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venerdì 30 aprile 2010

Piazzare e rimpiazzare (rimpiazzarsi)


Ecco due verbi che - anche se attestati dai vocabolari - a nostro modo di vedere - sono da evitare in buona lingua italiana essendo dei francesismi. Entrambi derivano, infatti, dal francese “place” (piazza, posto, luogo, spazio). Il primo si può benissimo... “rimpiazzare”, secondo i casi, con “disporre”, “collocare”, “mettere”, “fissare”, “sistemare”,
“vendere”, “giungere”, “arrivare” e simili: quel commerciante disonesto mi ha “piazzato” (venduto) una lavatrice usata; quel maratoneta si è “piazzato” (è arrivato) quarto. Nel gergo ippico, però, “cavallo piazzato” è ormai consolidato e quindi... insostituibile. Il secondo, sempre secondo i casi, si può - in buona lingua - sostituire con... “sostituire”, “succedere”, “subentrare”, “supplire”, “dare il cambio”, “scambiare” e simili: Giulio è stato chiamato a “rimpiazzare” (sostituire) il capufficio, che è in ferie.

giovedì 29 aprile 2010

"Forse" e "bene"


“Forse” e “bene”... forse è bene ricordarlo, sono uno avverbio, l’altro avverbio e sostantivo. Il primo vocabolo ha molte sfumature che danno un significato diverso alla proposizione (o al periodo) a seconda del contesto. Vediamole. Può indicare: 1) un dubbio, un’incertezza, un’esitazione: ‘forse’ arriverò giovedí prossimo; 2) un permesso, una concessione: ‘forse’ potresti provare ; 3) una speranza, una possibilità: ‘forse’ riusciremo in quell’impresa; 4) un’ironia: do fastidio, ‘forse’? esclamò il rapinatore; 5) un’approssimazione: erano ‘forse’ cinque le persone coinvolte; 6) un caso (nelle interrogative): quando sei uscito hai ‘forse’ incontrato Luigi? Da notare che nelle interrogative retoriche accentua la negazione o l’affermazione: è ‘forse’ una bugia ciò che ti sto dicendo?; ‘forse che’ non rammenti che ne abbiamo già discusso?
Bene, invece, può essere tanto sostantivo quanto avverbio. Si può troncare in “ben”, nel caso sempre senza apostrofo, anche davanti a sostantivi femminili: ben amato, ben amata. Una forma particolare di troncamento in vocale con l’apostrofo è “ be’ ” (ebbene, dunque) adoperata come “avverbio concessivo”, “avverbio conclusivo” e “avverbio interrogativo”: be’, cosa desideri? Nelle parole composte che cominciano con la consonante “p”, contravvenendo alla regola grammaticale, la “n” non si tramuta in “m” in quanto i componenti sono ancora avvertiti come distinti: benportante (ben portante); benpensante (ben pensante) ecc.

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“Quanti americani amano parlare come gli italiani”? Si clicchi su
http://www.ladante.it/newsletters/2010/allegati/IlMessaggero20100428.pdf
Un piccolo appunto grammaticale. Nella penultima riga dell'articolo, là dov'è scritto "cercasi" si corregga in "cercansi".

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Amici blogghisti che ci leggete per la prima volta, fate attenzione ai “coniugatori di verbi” in rete: non tutti sono affidabili. Guardate come coniuga il presente indicativo di “trasalire” il coniugatore di “Virgilio”:

Forma: AttivaAusiliare: Avere
Tempo
Coniugazione

INDICATIVO PRESENTE
io trasalo noi trasaliamo
tu trasali voi trasalite
egli trasale essi trasalono

mercoledì 28 aprile 2010

Il misoneista e l'eidotropio



Tra le parole della nostra lingua che andrebbero salvate ci piace ricordare "misoneista" e “eidotropio”, ambedue di derivazione classica. Il primo vocabolo, aggettivo e sostantivo, è tratto da "misoneismo" [dalle voci greche "miso" (odio) e "neo" (nuovo)]. Il misoneista avversa, odia le novità. È, dunque, sinonimo di 'conservatore'. Il secondo termine, ci fa notare Ottorino Pianigiani, è una voce modernamente formata dal greco “èidos”, aspetto, figura e “trépô” , girare ed è uno strumento che fa vedere, in un gioco ottico, delle forme diverse.

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Volete vendere? Nessun problema se conoscete la lingua italiana.
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http://217.64.204.52/?q=page/scritte-straniere-vietate-e-test-d%E2%80%99italiano-la-stretta-sui-negozi











martedì 27 aprile 2010

Uso corretto di "meno"


Due parole, due, su “meno” che può essere aggettivo, avverbio, pronome e sostantivo. In funzione di avverbio è il comparativo irregolare di “poco” e serve per formare il comparativo di minoranza: meno difficile; meno appropriato. È quindi errato il comparativo “piú poco” anche se, per la verità, è abbastanza frequente nell’espressione “il piú poco possibile”; locuzione che - a nostro avviso - in buona lingua è da evitare. È adoperato molto spesso, invece, in luogo di “minore”: con quell’arnese si fa meno (minore) fatica.

Per gli altri usi corretti di “meno” riportiamo ciò che dice il Sabatini Coletti:

meno [mé-no] avv., agg., pron., s. (compar. dell'avv. poco; si contrappone a più; può troncarsi in men; ha anche la forma rinforzata di meno; come avv. e agg. può essere preceduto e graduato da poco, un po', ben, molto, decisamente ecc., e focalizzato da altri avv., come anche, ancora, sempre ecc.)
· • avv.
· 1 In misura o in grado minore; forma i comparativi di minoranza: a) con il secondo termine introdotto da di: i disegni sono meno belli delle sculture; Aldo ha studiato meno di Michele; si usano di quanto, di quello che, di quando, di come (talora seguiti da un non pleonastico), se il secondo termine è una frase (con il v. al congiunt. o all'ind.): è meno spavaldo di quanto (non) sembri; ora è meno magra di quando è arrivata; b) con il secondo termine introdotto da che: fare le pulizie gli piace meno che (non) cucinare; c) con il secondo termine implicito o sottinteso (spec. in situazioni note): stagli meno vicino; con avv. o locc. temporali o spaziali (sempre, di giorno in giorno ecc.) che istituiscono un confronto con stadi precedenti, in progressione: il bosco diventa via via meno fitto
· 2 Forma il superl. rel. (dove è preceduto, anche a distanza, dall'art. determ.) e altre espressioni che esprimono il grado minimo di una qualità, condizione ecc.: è il vestito meno caro che abbia trovato
· 3 Entra in formule e locc., anch'esse superlative o comparative, di vario genere men(o) che, al di sotto di: un romanzo men che mediocre men che meno, men che mai, ancor meno, in misura ancora minore tanto meno, a maggior ragione non, dopo frase negativa: non mi piace il mare, tanto meno in agosto
· 4 Entra in varie correlazioni, con se stesso, con più e con meglio meno… (e) meno, quanto meno… tanto meno, indicano andamento parimenti decrescente tra i dati correlati: meno dormi e meno dormiresti meno… (e) più, quanto meno… tanto più (o viceversa), esprimono andamento inverso tra i dati correlati: meno gli dai retta, e più ti cerca meno… e meglio, segnala che riducendo una certa azione aumenta l'effetto desiderato: meno lo tocchi e meglio è chi più chi meno, tutti anche se in misura diversa più o meno, pressappoco né più né meno, esattamente, per l'appunto
· • In funzione di prep.
· 1 Tranne, salvo: sono sempre a casa, meno il sabato; seguito da che regge un elemento nominale o introduce una frase eccettuativa con il v. all'inf.: hanno invitato l'intera squadra, meno che me; accetto tutto, meno che vederti triste
· 2 mat. Col valore di “tolto” e reso graficamente da una barretta orizzontale a metà altezza del rigo, indica la sottrazione di un numero da un altro: quattro meno due fa due (4 – 2 = 2); è usato in algebra per i numeri relativi negativi e nella misurazione della temperatura per i gradi sotto lo zero: meno tre (-3); nei giudizi scolastici, indica una valutazione leggermente inferiore al voto cui è posposto: 6–, bene–; più in generale segnala quanto manca a un dato valore: sono le undici meno un quarto
· • agg. inv.
· 1 Con valore compar., minore (per quantità, intensità, durata ecc.; associato a nomi sing. di cose non numerabili) o in numero minore (associato a nomi pl. di cose numerabili). Il secondo termine della comparazione è introdotto da di, di quanto, di quello che o che, con le stesse modalità dell'avv.: Gianni ha mangiato (molti) meno dolci di me; legge meno libri che (non) riviste; oppure può essere sottinteso: procedi con meno fretta; meno storie e ubbidisci!
· 2 Attenua il sign. di un nome: senza il sole, le vacanze sono meno vacanze
· • pron. indef. inv. (spesso nella forma rinforzata di meno)
· 1 Una quantità minore, in frasi partitive (spec. segmentate) con ne anticipato: quel negozio è fornitissimo di sci, questo ne ha molti (di) meno
· 2 Con valore neutro (prossimo a quello dell'avv.), un che, un qualcosa di mancante, sotto una data misura (che fa da termine di paragone): ha meno di trent'anni; con un sign. specifico ricavabile dal contesto (spesso riferibile a denaro, beni, tempo o altro): compra la carta che costa (di) meno; se dormo meno del solito sto male in men che non si dica, in pochissimo tempo o con grande facilità poco meno, quasi, ci manca poco fare a meno di qlcu. o di qlco., farne senza, prescinderne: non posso fare a meno di te; seguito da frase con v. all'inf., evitare: farò a meno di disturbarlo; non averne nessuna voglia: ne farei volentieri a meno venir meno, mancare, essere sottratto o sottrarsi; di persona, anche svenire o morire • loc. cong. a meno che (non), a meno di (non), salvo che, tranne che; introducono una frase eccettuativa: dovrei partire domani, a meno che (non) sopraggiungano imprevisti; anche come cong. testuale, che riassume in sé l'eccettuativa e conferisce alla frase seguente valore avversativo rispetto a quanto detto in precedenza: Sarà dura. A meno di (non) rinunciare
· 3 (con valore di pl.) Nella loc. in meno, in numero minore: siete troppi, dovreste essere in meno per poter discutere
· 4 (con valore di pl., preceduto dall'art. determ.) Il minor numero, la minoranza, detto di persone: spesso sono i meno a influenzare i più
· • s.m. inv.
· 1 (con valore di neutro sing.) Il minimo: devi stancarti il meno possibile il meno che possa capitare, il danno meno grave questo è il meno, la parte minore di quello che devo dirti o che ti aspetta parlare del più e del meno, di cose non importanti, passando da un argomento all'altro
· 2 Simbolo, costituito da una barretta orizzontale, indicante in matematica la sottrazione, in algebra e nelle sue applicazioni i numeri relativi negativi e le misure negative, in fisica e in chimica le cariche elettrostatiche e i poli negativi
· • sec. XIII
· • I puristi hanno censurato l'uso di o meno per indicare un'alternativa negativa, raccomandando di sostituirlo con o no. Quest'ultima espressione, però, può negare un'intera frase dotata di verbo (in dimmi se verrai o no il no equivale a “se non verrai”), ma non può essere usata per negare un elemento isolato: in tali casi bisognerebbe ricorrere a un termine di sign. contrario oppure alla combinazione con non. Pertanto la loc. o meno è stata ed è spesso usata: “ecco due cose le quali non so se mi garbassero o meno” (Nievo); “I giudizi circa l'esistenza o meno di una determinata tendenza psicologica […], sono sempre di carattere generico” (Croce)
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Fra breve il vocabolario Devoto-Oli consultabile in rete.
SOCIETÀ DANTE ALIGHIERI
Il mondo in italiano
COMUNICATO STAMPA
IL DEVOTO OLI DIVENTA DIGITALE:
ALLA SOCIETÀ DANTE ALIGHIERI
PRESENTAZIONE DEL VOCABOLARIO 2011
La nuova edizione del Devoto Oli -Vocabolario della lingua italiana
sarà presentata mercoledì 28 aprile prossimo alle ore 17 a Roma,
presso la sede della Società Dante Alighieri (piazza Firenze 27).
Interverranno Nicola Piepoli, Luca Serianni e Maurizio Trifone
Sarà presentata mercoledì 28 aprile prossimo alle ore 17 a Roma, presso la sede
della Società Dante Alighieri (Palazzo Firenze, piazza Firenze 27), l’edizione 2011 del
Devoto Oli - Vocabolario della lingua italiana (Le Monnier).
All’incontro interverranno: Nicola Piepoli, Presidente dell’Istituto Piepoli; Luca
Serianni, docente di Storia della lingua italiana presso l’Università “La Sapienza” di
Roma; e Maurizio Trifone, docente di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari.
Tutte le parole di base dell’italiano, 150.000 definizioni, 500 neologismi tratti dal
linguaggio di attualità e politica, televisione e giornali, nuove mode e tendenze,
economia e medicina, nuove tecnologie e gerghi giovanili, oltre 20.000 locuzioni,
informazioni grammaticali (reggenze, coniugazioni irregolari, femminili e plurali), tavole
a colori (carte geografiche, lingue d'Europa e dialetti italiani, bandiere del mondo, fauna
e flora dei principali ambienti naturali del pianeta) e apparati (sigle, locuzioni latine,
popoli antichi), e un CD-Rom multipiattaforma (Windows, Mac e Linux) per ricerche
rapide e avanzate, con sinonimi e contrari, compatibile con la LIM. In questa nuova
edizione, inoltre, il Devoto Oli diventa digitale grazie a una versione per iPhone
disponibile sull’Apple Store e una consultazione online per avere immediatamente a
disposizione il Vocabolario.

lunedì 26 aprile 2010

Incocciare...



Il significato proprio di questo verbo - con uso intransitivo pronominale - stando all’etimologia, è “incaponirsi”, “intestardirsi”, “ostinarsi” e simili (si vedano questi collegamenti: http://www.etimo.it/?term=incocciare e http://www.etimo.it/?term=coccia&find=Cerca ): incocciarsi sulle proprie posizioni. Alcuni lo adoperano con il significato di “imbattersi”, “incontrarsi per caso”: l’ho incocciato mentre uscivo dal portone dell’ufficio; “ieri mi sono incocciato con quel seccatore”. Anche se certi vocabolari non condannano quest’uso, coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere lo “snobbino” perché, a nostro modo di vedere, è di registro basso e di certi dialetti dell’Italia centro-meridionale.

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Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Fare allungare il collo a qualcuno
Fare allungare il collo a qualcuno ovvero attivare il suo desiderio senza peraltro soddisfarlo.
Da dove sarà derivata questa locuzione ?
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Domenica, 25 Aprile 2010
La parola al Forum.
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Gentile Professore,
uno dei notisti al “Malmantile racquistato” (un poema burlesco) dà questa spiegazione circa l’origine dell’espressione “allungare il collo”: “Aspettare che venga da mangiare; poiché quando uno in qualche conversazione ha grande appetito, si rivolge sempre da quella parte, donde vengono le vivande: e sta col capo elevato (ond’è che il collo s’allunga) per vedere il primo l’arrivo del cibo bramato. Questa maniera si trasporta ancora a significare la pena, che si prova nell’aspettare qualsivoglia cosa desiderata, dicendosi in tal caso: Voi mi fate allungare il collo”.

domenica 25 aprile 2010

Il diploma


Chissà se i nostri giovani studenti, che fra un paio di mesi circa saranno chiamati agli esami di maturità per conseguire il tanto agognato diploma sanno che questo termine era considerato - fino a un’ottantina d’anni fa - un brutto neologismo (e barbarismo) e in quanto tale avversato da insigni linguisti quali il Fanfani e il Panzini. Il vocabolo infatti, sebbene di “matrice” classica (greco-latina) è giunto a noi attraverso il francese: diplôme. Ma andiamo con ordine e vediamo, innanzi tutto, i vari passaggi semantici fino a quello odierno - che interessa in questa sede - di “documento ufficiale con cui si attesta il conseguimento di un titolo di studio o l’abilitazione all’esercizio di una professione”: diploma di maturità classica, diploma di perito agrario, diploma di geometra ecc. L’origine, dicevamo, è classica essendo, per l’appunto, il latino “diplòma”, tratto dal greco “diploma”, derivato di “diplún”, render doppio, propriamente “foglio piegato in due”. Perché? Ce lo spiega Ottorino Pianigiani (http://www.etimo.it/?term=diploma). In seguito il vocabolo ha oltrepassato le Alpi ed è tornato a noi con il verbo “diplomare” (dal francese, appunto, “diplômer”). Le voci ‘francesi’ diplomare e diplomato, dunque, appena giunte in Italia furono oggetto di aspre critiche da parte di molti puristi tanto che il Panzini nel suo dizionario (1908) scriveva che
“ ‘diplomato’ per ‘patentato’, cioè fornito di diploma, è fra i nostri piú brutti e frequenti neologismi, non raro - purtroppo - nelle scuole”. Per la cronaca: il giudizio negativo scomparve a partire dall’edizione del 1931. E sempre dal francese (quantunque la “matrice” sia sempre la stessa) è giunto a noi il termine “diplomazia” (francese “diplomatie”), vale a dire quella “procedura che regola i rapporti ufficiali fra due Stati”. E qui come non ricordare alcuni bellissimi versi del poeta romanesco Trilussa (Alberto Salustri)? “Se dice dipromatico pe’ via / che frega co’ ‘na certa educazzione / cercanno de nasconne l’opinione / dietro un giochetto de fisionomia”.

sabato 24 aprile 2010

Abortare?


Cortese dott. Raso,
nel ringraziarla per la gentile risposta circa l’uso corretto di “sottecchi”, mi permetto formularle un’altra domanda. Si può adoperare il verbo “abortare” in luogo di abortire? Ho trovato questo verbo in un vecchio libro di mio nonno. Ho consultato tutti i vocabolari in mio possesso, ma non ne ho trovato traccia. Potrebbe essere un errore di stampa?
Grazie
Giovanni M.
Terni
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Gentile Giovanni, nessun errore di stampa. Il verbo “abortare” invece di abortire era in uso fino a un paio di secoli fa. È attestato nel vocabolario Tommaseo- Bellini e in quello degli Accademici della Crusca nell’edizione del 1867. Usarlo oggi sarebbe, naturalmente, un... orrore.

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Tra le parole da salvare, da non relegare, cioè, nella “soffitta della lingua” (come nel caso di ‘abortare’) ci piace segnalare un verbo: ALLUCIARE. Si trova nel vocabolario del Tommaseo-Bellini e in quello degli Accademici della Crusca del 1923. Significa “guardare con intensità e con desiderio (qualcuno”).
Vocabolario degli accademici della Crusca, Volume 1‎ - Pagina 386
Alluciare. Att. Volgere attentamente le luci , cioè gli occhi, verso di alcuno.


venerdì 23 aprile 2010



Il Dizionario di Ortografia e di Pronunzia con la voce dell’insigne linguista Bruno MIGLIORINI.
Si clicchi su http://www.dizionario.rai.it/static.aspx?treeID=347

giovedì 22 aprile 2010

Calcolare...


Il significato ‘principe’ del verbo denominale “calcolare” (si veda: http://www.etimo.it/?cmd=id&id=2874&md=b11130792bde8676e0b9b351e6eb81d8 ) è “determinare misure, quantità, rapporti mediante calcoli matematici”: calcolare la grandezza di una piazza. Adoperarlo - come molti fanno, “spalleggiati” da alcuni vocabolari - nel significato di “ponderare”, “giudicare”, “stimare”, “confidare”, “considerare”,
“valutare” e simili è un uso improprio che - a nostro modo di vedere - gli amanti del bel parlare e del bello scrivere debbono evitare: Giulio non ti calcola (considera, stima) per niente.

mercoledì 21 aprile 2010

"Sottecchi" o "di sottecchi"?


Gentile dott. Raso,
seguo con interesse le sue “noterelle” da diverso tempo, e le trovo veramente impareggiabili. Speriamo che il problema tecnico del Cannocchiale (http://www.faustoraso.ilcannocchiale.it/) si risolva al piú presto perché quel sito è ricco di collegamenti interessantissimi e utili. E vengo al dunque. È corretto dire “guardare sottecchi”? Non si deve dire “di sottecchi”?
Grazie e cordiali saluti.
Giovanni M.
Terni
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Cortese amico, la ringrazio innanzi tutto per le sue belle parole: mi spronano a impegnarmi sempre di piú. Quanto alla sua domanda la risposta è affermativa: l’avverbio ‘sottecchi’, che significa “con la coda dell’occhio”, si può adoperare anche senza la preposizione “di”. Non solo, si possono usare anche le varianti - rare, per la verità - “sottecche” e “sottecco”. Sembrerebbe, sotto il profilo etimologico, la forma ‘alterata’ di “sottocchio” (o sott’occhio), che non è la stessa cosa, però. Tenere qualcuno sottocchio significa ‘tenerlo d’occhio’, mentre guardare qualcuno di sottecchi significa ‘sbirciarlo’, guardarlo senza che questi se ne accorga. Veda anche questo collegamento:
http://www.etimo.it/?term=sottecchi&find=Cerca

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Dalla rubrica “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Farci l'osso
Farci l'osso ovvero abituarsi a qualcosa.
Non mi spiego la similitudine e perciò interrogo questo Forum, così bene frequentato.
(Firma)
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Martedì, 20 Aprile 2010
La parola dunque al Forum.
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Cortese Professore,
l’espressione “farci l’osso” è l’equivalente della locuzione popolare “farci il callo”, di significato intuitivo: abituarsi a qualcosa di sgradevole, e quindi non provare piú fastidio o sofferenza.


martedì 20 aprile 2010

"Per cui" o "perciò"?








Non ricordiamo se l’argomento che stiamo per trattare è stato già... trattato nell’altro sito (www.faustoraso.ilcannocchiale.it), nel caso ci scusiamo per la ripetizione. Lo riproponiamo, comunque, perché abbiamo avuto modo di constatare (e constatiamo tuttora) che moltissime persone, tra le quali dobbiamo annoverare - nostro malgrado - le cosí dette grandi firme della carta stampata e no, adoperano in modo “orribilmente errato” la locuzione “per cui” con l’accezione di ‘perciò’, ‘per la qual cosa’. Il “cui” innanzi tutto - chiariamolo subito - è un pronome relativo indeclinabile ed è riferibile a persona, animale o cosa. Non è corretto usarlo come soggetto, si adopera esclusivamente come complemento indiretto: ecco il libro di ‘cui’ ti parlavo; tu sei la persona per ‘cui’ ho molto sofferto. Quando è complemento di termine il ‘cui’ può essere preceduto o no dalla preposizione semplice “a”, dipende dal gusto stilistico di chi scrive o parla: l’uomo ‘cui’ mi rivolsi o ‘a cui’ mi rivolsi. Fatta questa importante e necessaria precisazione, veniamo all’errore di ‘cui’ parlavamo all’inizio di queste noterelle. Lo strafalcione, dunque, consiste nel dare al pronome cui un significato neutro che molto spesso si dà al pronome “che”, vale a dire l’accezione di “la qual cosa” e formare, in tal modo, il costrutto - errato, ripetiamo - “per cui” nel senso di ‘perciò’, ‘per la qual cosa’. Insomma, per essere estremamente chiari, amici amatori della lingua, non si può dire o scrivere: pioveva ‘per cui’ non sono uscito. Si dirà, correttamente, pioveva ‘perciò’ non sono uscito; oppure pioveva ‘per la qual cosa’ non sono uscito. Pedanteria? Fate l’analisi logica del “per cui” e giudicate. E a proposito di pedanteria (che brutta parola) se proprio la volessimo mettere in pratica dovremmo sostenere - a spada tratta - la tesi secondo la quale è errato scrivere i pronomi personali, “glielo”, per esempio, attaccati: la sola forma corretta ‘sarebbe’ “glie lo”, in grafia staccata. Secondo questa tesi (pedantesca) tutti coloro che scrivono “glielo” uccidono la lingua. È quanto sostiene l’insigne linguista Amerindo Camilli, di gran lunga piú autorevole dell’estensore di queste modeste noterelle. Secondo l’illustre glottologo “i pronomi ‘glielo’, ‘gliela’, ‘glieli’, ‘gliele’, ‘gliene’ debbono essere scritti staccati perché questa grafia si conforma a quella di a ‘me lo’, ‘te ne’ ecc.”. La forma “errata”, insomma, è proprio quella comunemente adoperata, cioè quella unita: glielo. Anche in questo caso, amici, giudicate voi se ciò è indice di pedanteria.

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Un articolo sulla lingua italiana di Carla Marello, si clicchi su
www.ladante.it


lunedì 19 aprile 2010

Il saggio...



I saggi traggono profitto dagli stolti piú che gli stolti dai saggi: perché i saggi evitano gli errori degli stolti, ma gli stolti non imitano i successi dei saggi. Questa massima latina, che ci è capitato di leggere, ci ha richiamato alla mente i vari significati che diamo ‘inconsciamente’ al termine “saggio”, non ultimo quello di ‘esame’, ‘prova’: dammi un saggio della tua abilità acrobatica. Come si concilia il significato di “prova” con quello piú comune di “sapiente”, “prudente”? Per scoprirlo è necessario - come sempre in questi casi - esaminare il vocabolo in... esame sotto il profilo etimologico. L’accezione piú conosciuta e adoperata dell’aggettivo saggio, vale a dire persona che agisce pensa, quindi “dotta”, è un prestito dal francese “sage” derivato, a sua volta, dal latino parlato “sapiu(m)”, connesso con “sapere”, ‘aver senno’, propriamente ‘aver sapore’. “Sapido”, a questo proposito, non vi dice nulla? Quante volte, nel parlar comune, diciamo, per esempio, che quella persona adopera un “conversare sapido”, vale a dire arguto? Saggio inteso, invece, come sostantivo maschile nel significato di ‘prova’, ‘esperimento’, di ‘cosa che mira a saggiare le qualità o il valore e simili” è il latino tardo “exagiu(m)”, ‘peso’, ‘bilancia’, tratto dal verbo “exigere”, ‘pesare’, ‘esaminare’; in senso figurato, quindi, il “saggio” è un esperimento, una valutazione. Di qui anche l’accezione di “campione”: “saggio gratuito” per i medici. Ma non è ancora finito. Con il trascorrere del tempo, la voce saggio ha acquisito ancora un altro significato: ricerca, indagine scritta relativa a un particolare problema, evento, personaggio. Da quest’ultima accezione sono stati coniati i derivati “saggista”, ‘colui che scrive saggi’ e “saggistica”, ‘arte e tecnica dello scrivere saggi’ oltre a “saggistico”, ‘genere letterario dei saggi’. È interessante notare, a proposito dell’ultima - in ordine di tempo - accezione di saggio, quanto dice il Deli.
“Migliorini (‘Profili’) avverte: ‘alla sorgente del nuovo significato di saggio, nel senso di ‘breve trattazione di un argomento storico, letterario, morale’ stanno gli ‘Essai” di Montaigne, o almeno il modo in cui quel titolo fu inteso in Inghilterra, e la larga serie di opere che in quel paese ne ripeterono il titolo (...).
Quale fosse il preciso significato che Montaigne intendeva dare al titolo della sua opera, è molto controverso tra i francesisti, i quali si sono volta per volta appoggiati per interpretarlo su passi vari di Montaigne, contenenti la parola “essai” (o “essay”, nella grafia del tempo) in vario significato. Il vocabolo è adoperato qualche volta per indicare “esperimento”, qualche altra “esperienza”, altra ancora “assaggio” (d’un cibo o bevanda), altrove, infine, “tentativo”, “esercizio”, “lavoro di scolaro o apprendista”. Vi sono pochi passi in cui l’autore sembra alludere al titolo della sua opera, ma mentre qualcuno implica chiaramente l’idea di “tentativo”, “esercizio di apprendimento” (...) altri richiamano l’idea di “assaggio” (...). Che questi due significati potessero presentarsi insieme davanti alla mente dell’autore quando fissò il titolo del suo libro non è improbabile (...). Ma il significato del titolo fu poi coscientemente o incoscientemente frainteso dando origine all’ “essay” inglese, che indica lo scritto stesso, e non piú soltanto gli “esperimenti” (...). L’ “essay” prese una fisionomia cosí spiccata da presentarsi sul continente come un genere tipicamente inglese: il nome stesso penetrò in tedesco sotto la forma inglese, e ancora vi si mantiene, mentre in italiano la precedente tradizione del vocabolo permise di continuare a usare la parola vecchia con il significato nuovo (tipico caso di neologismo, ndr). (Si ricordi un altro caso abbastanza simile, bene illustrato da Sergio Baldi, la parola ‘ballata’ romantica, la quale originariamente designava un genere della nostra lirica antica, e al principio dell’Ottocento fu assunta per indicare la ‘ballata’ romantica che era tutt’altra cosa)”.
Da parte nostra ci auguriamo che questo breve “saggio” vi invogli ad amare la “scienza” etimologica. Perché l’etimologia è e resta una scienza, con buona pace dei detrattori.

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Che cosa è la "premialità"?

Si clicchi su http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8321&ctg_id=44

domenica 18 aprile 2010

Inchiestare e incidentare


Ecco due verbi, cortesi amici amatori della lingua, da buttare nella spazzatura, anche se adoperati dalla stampa e dai cosí detti opinionisti (della lingua): inchiestare e incidentare. Fortunatamente non tutti i vocabolari registrano simili mostruosità. Il primo verbo è ricalcato sul francese “enquêter”, ma in italiano abbiamo altri verbi che fanno alla bisogna:’investigare’, ‘indagare’, ‘esaminare’ secondo i casi. Perché ricorrere a quell’inutile e orribile francesismo? Quanto a incidentare, che dire? Non vanno bene ‘danneggiare’, ‘rovinare’, ‘schiacciare’, ‘travolgere’ sempre secondo i casi? Dobbiamo per forza leggere sulla stampa che “l’automobile incidentata è stata posta sotto sequestro”?

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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
carità pelosa
Perché si dice "carità pelosa" per indicare una carità non disinteressata ?
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Sabato, 17 Aprile 2010
L'espressione è usata da Manzoni, alludendo volgarmente alla protezione di fra Cristoforo nei confronti di Lucia.
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Cortese professore,
secondo Carlo Lapucci l’origine dell’espressione va ricercata in un aneddoto che riguarda Giuliano il Bastardo che ebbe dal papa, come aiuto per la guerra che stava combattendo, un anello all’interno del quale c’era una reliquia consistente in alcuni peli della barba di S. Pietro. Fu, a quanto sembra, un validissimo aiuto perché Giuliano vinse e compensò largamente il pontefice.

venerdì 16 aprile 2010

Lo pseudonimo


Ci sembra particolarmente interessante spendere due parole su un uso, o meglio su un costume linguistico e letterario: lo pseudonimo. Il termine, in senso proprio, significherebbe “che porta un falso nome” derivando, il vocabolo dal greco “pseudo” (falso) e “ònyma”, variante di “ònoma” (nome). La falsità, tuttavia, è in senso benevolo: non si può includere sotto questa parola , per esempio, il nome falso che un incallito delinquente fornisce alla polizia per sviare le ricerche. Gli pseudonimi sono affini ai soprannomi in quanto sia gli uni sia gli altri sono dei modi di chiamare le persone non rispettando il nome e il cognome autentico. C’è, tuttavia, fra i due modi una differenza fondamentale: il soprannome è imposto da altri, lo pseudonimo è scelto dalla persona interessata. L’uso dello pseudonimo era assai diffuso, nei secoli passati, all’atto dell’arruolamento con il cosí detto nome di battaglia, soprattutto in Francia, tra il Seicento e il Settecento. Da noi, in Italia, quando Garibaldi si arrolò nella marina sarda si impose il nome di battaglia, di vago “sapore” classico, di Cleòmbroto. Dopo un periodo di silenzio i nomi di battaglia ricomparvero nella guerra italo-austriaca e, piú recentemente, nella file della Resistenza. L’uso degli pseudonimi è dilagato, però, in letteratura a opera di personaggi “di rilievo” che desideravano conservare l’anonimato come, per esempio, il re Giovanni di Sassonia, che tradusse la “Divina Commedia” con il falso nome di Filatete o la regina Elisabetta di Romania che firmava i propri scritti letterari con lo pseudonimo di Carmen Sylva. Non si sottrassero all’usanza degli pseudonimi alcuni scrittori che ritenevano il nome vero non bello o “sonoro” come l’avrebbero desiderato. Altre volte, invece, il cambiamento di nome non è dovuto alla sua “sonorità” ma al ritegno degli interessati a “sbandierarlo”: si tratta, molto spesso, di giovani che si cimentano per la prima volta e attendono, prima di “esibirsi” con il vero nome, il verdetto di critici; talvolta di donne che preferiscono pubblicare i propri scritti con il nome di un uomo. Tipico, a questo riguardo, l’esempio di George Sand. Sempre in campo letterario - dove l’uso o il costume degli pseudonimi si è maggiormente radicato - meritano particolare attenzione i nomi accademici. Nel XVI secolo le accademie che fioriscono in Italia erano come piccoli mondi appartati, basati su una finzione iniziale: nell’Accademia degli Umidi (1) i nomi degli stessi si riferivano tutti all’acqua o ai pesci; di qui il nome di Lasca assunto da Antonfrancesco Grazzini; nell’accademia della Crusca i nomi alludevano, invece, al pane o alla farina: l’Insaccato, l’Infarinato, l’Intriso. L’Arcadia (2) “vive” nel mondo pastorale greco e adotta nomi conformi a quella finzione: Cario, Alfesibeo, Corilla Olimpica. Ma anche il teatro, per concludere queste modeste noterelle, non si sottrae all’uso del mondo letterario e per gli stessi motivi sopra accennati.

(1)
http://it.wikipedia.org/wiki/Accademia_degli_Umidi
(2)
http://it.wikipedia.org/wiki/Accademia_dell%27Arcadia

giovedì 15 aprile 2010

Prescrivere e proscrivere


Sembra incredibile, ma alcune persone ritengono che i due verbi siano l’uno sinonimo dell’altro e che si possano adoperare, quindi, indifferentemente. No, amici, prescrivere e proscrivere, pur avendo lo stesso “padre”, il latino, hanno significati distinti. Per le diverse accezioni si clicchi su prescrivere e proscrivere. Per quanto attiene, invece, alla loro origine si vedano questi collegamenti: http://www.etimo.it/?term=prescrivere&find=Cerca ; http://www.etimo.it/?term=proscrivere&find=Cerca


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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Che io soddisfassi/soddisfacessi
Letto or ora su Corriere.it:
...bla, bla, bla, "Voleva che lo soddisfassi intimamente".
Chi si sbaglia?
Un saluto a lei e tutti i partecipanti.
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Mercoledì, 14 Aprile 2010
Preferibile soddisfacessi.
-------------------
Ci permettiamo di “correggerla”, gentile Professore, soddisfacessi non è “preferibile”, è OBBLIGATORIO. Tutti i composti di “fare” seguono la coniugazione di questo verbo. Sentiamo, in proposito, anche la Crusca.

Soddisfare: quali sono le forme giuste?
Soddisfaccio, soddisfo o soddisfò? Le prime due vanno bene; la terza non è sbagliata ma è rara. Come si spiega tanta varietà di forme? I composti del verbo fare (assuefare, contraffare, liquefare, rifare, sopraffare, stupefare) seguono la coniugazione del verbo semplice: quindi assuefaccio, assuefacevo, assuefeci, assuefarò; contraffaccio, contraffacevo, contraffeci, contraffarò, e così via. Tuttavia due composti - disfare e soddisfare - hanno sviluppato anche alcune forme autonome per il presente indicativo e congiuntivo, per il futuro e per il condizionale.
potete dire o scrivere... / ma potete anche dire o scrivere...
Presente indicativo: io disfaccio, soddisfaccio / io dìsfo, soddìsfo; tu disfài, soddisfài / tu dìsfi, soddìsfi; lui disfà, soddisfà / lui dìsfa, soddìsfa; noi disfacciamo, soddisfacciamo / noi disfiamo, soddisfiamo; voi disfate, soddisfate; loro disfanno, soddisfànno / loro dìsfano, soddìsfano.
Presente congiuntivo: che io disfaccia, soddisfaccia / che io dìsfi, soddìsfi; che tu disfaccia, soddisfaccia / che tu dìsfi, soddìsfi; che lui disfaccia, soddisfaccia / che lui dìsfi, soddìsfi; che noi disfacciamo, soddisfacciamo / che voi disfacciate, soddisfacciate; che loro disfàcciano, soddisfacciano / che loro dìsfino, soddisfino.
Futuro: io disfarò, soddisfarò / io soddisferò; tu disfarai, soddisfarai / tu soddisferai; lui disfarà, soddisfarà / lui soddisferà; noi disfaremo, soddisfaremo / noi soddisferemo; voi disfarete, soddisfarete / voi soddisferete; loro disfaranno, soddisfaranno / loro soddisferanno.
Condizionale presente: io disfarei, soddisfarei / io soddisferei; tu disfaresti, soddisfaresti / tu soddisferesti; lui disfarebbe, soddisfarebbe / lui soddisferebbe; noi disfaremmo, soddisfaremmo / noi soddisferemmo; voi disfareste, soddisfareste / voi soddisfereste; loro disfarebbero, soddisfarebbero / loro soddisferebbero.
S’intende che le voci non riportate non si usano, perché non sono documentate. S’intende anche che, nei tempi e nei modi non indicati, disfare e soddisfare seguono la coniugazione di fare: all’imperfetto indicativo disfacevo e soddisfacevo. non disfavo e soddisfavo, all’imperfetto congiuntivo disfacessi e soddisfacessi, non disfassi e soddisfassi, ecc.

Purtroppo la voce errata “soddisfassi” si trova anche in alcuni libri:
Della sovranità e del governo temporale dei papi libri tre‎ - Pagina 246
Leopoldo Galeotti - 1847 - 270 pagine
Soddisfassi alla prima condizione o ammettendo al poter comunale quelli ... Soddisfassi alla seconda condizione o col sistema della libera elezione, ...

Atti dell'Accademia lucchese di scienze, lettere ed arti, Volumi 24-28‎ - Pagina 159


Il figliastro del Manzoni, Stefano Stampa: dal carteggio inedito di don Stefano‎ - Pagina 163
Ezio Flori - 1939
... non gli ho domandato il conto come al solito ma ho aspettato che mi chiedesse lui che glielo soddisfassi. Per conseguenza ti pregherei di volerti

mercoledì 14 aprile 2010

Il "sesso" dei vocaboli


I vocaboli, ossia le parole che pronunciamo quando esprimiamo un nostro pensiero hanno un “sesso”? Sembra proprio di sí, e ce lo confermano gli articoli che anteponiamo loro: il, lo, la, gli, i, le, uno, una. Oggi, però, la distinzione tra i “sessi”, vale a dire tra i nomi maschili e femminili, è sentita solamente se questa (la distinzione) risponde a una realtà puramente fisiologica: cane e alunno li “sentiamo” maschili; cagna e alunna, naturalmente, femminili. Se però diciamo, per esempio, ‘arancio’ e ‘arancia’; ‘pesco’ e ‘pesca’ non pensiamo minimamente al “sesso” di detti vocaboli anche se li classifichiamo, naturalmente, in maschili e femminili. Come è nata, allora, la distinzione di sesso tra i vocaboli? Quando la parola è “nata”, il genere, vale a dire il “sesso”, corrispondeva, con molta probabilità, alla distinzione di sesso biologico degli esseri rappresentati dalla parola stessa; per questa ragione nelle lingue antiche - quelle classiche particolarmente - esistevano tre generi: il maschile per le persone e gli animali di sesso maschile, appunto; il femminile per l’altra categoria (sempre delle persone e degli animali) e il neutro, riservato al “sesso” delle cose (neutro viene dal latino “neuter”, né l’uno né l’altro: le cose, infatti, non hanno sesso). Con il trascorrere del tempo, il genere neutro per il suo carattere... neutrale, vale a dire indefinito, scomparve nella quasi totalità degli idiomi moderni e i vocaboli acquisirono - senza alcuna regola predefinita - le determinazioni, cioè le desinenze maschili o femminili assumendo, in tal modo, un genere grammaticale che non avevano mai avuto e che sotto il profilo, diciamo, fisiologico tuttora non hanno. Il “sesso grammaticale”, dunque, è una convenzione che non ha nulla che vedere con il “sesso fisiologico” ad eccezione, ovviamente, degli esseri animati. Che la distinzione tra i “sessi grammaticali” sia del tutto irrazionale lo dimostra l’ “analisi” di alcune parole che cambiano di genere nelle varie lingue. Il ‘dente’, per esempio, è maschile in italiano e femminile in francese; il ‘mare’ è maschile in italiano e femminile in francese, neutro in latino e tedesco. Questo in linea generale. Se prendiamo in esame altri vocaboli, come ‘recluta’, ‘guardia’, ‘sentinella’ e ‘soprano’ - tanto per fare alcuni esempi - notiamo, infatti, che i primi tre sono di sesso femminile pur riferendosi a un uomo (oggi le cose sono cambiate con l’accesso delle donne nelle forze armate); mentre il soprano, maschile, si riferisce a una donna. Il “sesso” dei vocaboli, dunque, è una convenzione introdotta dai linguisti e trova le sue “radici” nella storia della parola stessa.

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Italiano, non dialetto. Un articolo di Cesare Segre. Si clicchi su:
http://217.64.204.52/?q=page/italiano-non-dialetto-del-mondo


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Portabile e portatile. Si presti attenzione all’uso corretto di questi due aggettivi perché hanno “sfumature” diverse di significato. Si veda
portabile e portatile .

martedì 13 aprile 2010

Il qualunquista


Chi non ha mai pronunciato la parola “qualunquista”, che secondo quanto recitano i vocabolari si dice - per lo piú in senso spregiativo - di “chi assume atteggiamenti qualunquistici”? Ma chi è ‘nei dettagli’ questo qualunquista? A “lume di naso” è una persona alla quale va bene “una cosa qualunque” o “un uomo qualunque”: una cosa vale l’altra; un uomo vale l’altro. Il qualunquista, apparentemente, non professa alcuna ideologia in quanto sotto il profilo politico si rifà a “un atteggiamento di ‘agnosticismo’ politico”: un’ideologia vale l’altra. Ma, ripetiamo, solo apparentemente perché ‘nei dettagli’ le cose non stanno affatto cosí. Lodovico Griffa ci spiega magistralmente l’etimo “linguistico-politico” del qualunquista.
Questo vocabolo è formato sulla radice di una parola italiana antichissima, derivata dal latino medievale: l’aggettivo “qualunque”, che indica il massimo grado dell’indefinitezza. Se io dico “accomodatevi in un posto qualunque”, sottolineo proprio il fatto che non mi interessa per nulla il posto che prendete, purché lo prendiate. Un uomo “qualunque” è un individuo preso a caso tra la moltitudine, talmente privo di connotati specifici, che se non viene tirato fuori materialmente non si distingue dagli altri. Queste sono cose che sapete, però le espressioni “uomo qualunque” e il neologismo “qualunquismo” del linguaggio politico hanno bisogno di una spiegazione da ricercare nella storia di quaranta e passa anni fa. Appena finita la seconda guerra mondiale, sullo slancio e sulle ali dell’entusiasmo per l’avvenuta liberazione ci fu in Italia un periodo di grande fervore per ricostruire il Paese e riparare ai danni, materiali e morali, della dittatura e della guerra. Pareva finalmente che fosse giunto il tempo in cui gli interessi individuali e privati sarebbero stati subordinati a quelli della collettività per preparare un avvenire migliore per tutti. I giornali dei partiti e delle organizzazioni che avevano concorso alla Resistenza erano concordi su questa linea. Proprio allora, però, fu fondato un giornale di impostazione ideologica del tutto diversa, che durò per qualche anno. In esso si sosteneva che lo Stato e la società non devono per nulla entrare nei settori privati, specie in quello economico, purché si stia - è ovvio - nella legge generale: è buon cittadino chi s’impiccia dei fatti suoi e non si occupa di politica (...); che ciascuno deve farsi strada nella vita con le sue sole forze ed esclusivamente per i suoi meriti. Era, insomma, un movimento di opinione contrario alla tesi della funzione sociale dello Stato e delle sue istituzioni. Questo giornale era intitolato “L’Uomo qualunque”, con evidente allusione al privato cittadino che, non militando in partiti o in organizzazioni politiche, non è alla ribalta della vita pubblica e non si distingue dagli altri. Ci fu allora chi si fece vanto di essere “qualunquista”, cioè individualista, che bada ai fatti privati e non alle questioni comuni. Il qualunquismo, come movimento politico organizzato, è morto e sepolto, ma il suo spirito rimane purtroppo in molti individui, che si fanno vanto di ignorare la ‘politica’ (il che non è vero, perché anche il qualunquismo è una posizione politica...) e di non attendere dalla società e dalle istituzioni alcuna soluzione dei problemi sociali. Questi, dicono, si risolvono poco per volta, da soli, senza bisogno di intervento del potere pubblico. “Qualunquista” sarà dunque, in termini semplificati al massimo, chi “bada ai fatti suoi”, dimenticando di vivere in un organismo che ha il dovere di provvedere alla promozione umana e civile di tutti suoi componenti.

lunedì 12 aprile 2010

Obbligare e operare



Ciò che stiamo per scrivere non ha l’ “avallo” di alcuni vocabolari, ma a nostro modo di vedere molto spesso si dà ai verbi “operare” e “obbligare” un significato che propriamente non hanno. Cominciamo con il verbo “operare” che propriamente, appunto, significa “compiere un’operazione”. Oggi è invalso l’uso di adoperarlo con l’accezione di “fare”, “procurare”,“produrre” e simili: quell’incidente ha “operato” in lui un profondo cambiamento. Si dirà molto meglio: ha “prodotto” in lui un profondo cambiamento. Ancora peggio - sempre a nostro modo di vedere - il ‘riflessivo’ “operarsi” per: prodursi, avvenire, accadere, farsi, manifestarsi. A questo proposito ci sembra addirittura ridicola l’espressione tipo “due anni or sono ‘mi sono operato’ alla gamba destra”. In buona lingua italiana diremo: ‘sono stato operato’ o ‘mi sono fatto operare’. E veniamo a “obbligare” che non significa “essere grato, riconoscente” o “ringraziare”. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere, quindi, eviterà frasi tipo “le sono obbligato per ciò che ha fatto”, dirà, correttamente: le sono grato, riconoscente, per ciò che ha fatto.



domenica 11 aprile 2010

Pagare alla romana




Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
L'espressione "pagare alla romana" viene usata in modo duplice e contraddittorio a volte per significare "pagare in parti uguali", a volte per significare "pagare secondo quello che ognuno ha consumato". Qual è il significato corretto di questa locuzione? E qual è la sua origine?
Grazie
(Firma)
Risposta del linguista:
De Rienzo Sabato, 10 Aprile 2010
La parola al Forum.
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Gentile Professore,
il cortese lettore può trovare la risposta, articolata, al suo quesito collegandosi al sito della Crusca:
http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8129&ctg_id=93


sabato 10 aprile 2010

Mafioso? Sciccoso...


Lo sapevate che il termine “mafia” quando nacque non aveva l’attuale accezione negativa di “unione di persone di ogni grado, di ogni professione, d’ogni specie, che senza aver nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, senza aver rispetto né per la legge né per la morale”? Vediamo la sua “cronistoria linguistica” attraverso le parole di Gianfranco Lotti.
Parola di oscura origine variamente interpretata. Vi fu chi la ritenne affine al francese settentrionale “mafler”, ‘mangiar molto, ingozzarsi’ (a sua volta derivato dall’olandese “mafflen”, ‘masticare’) e chi la considerò proveniente dal toscano “smàferi”, ‘sgherri’. Un missionario cappuccino, che si interessò alla questione, vide in “mafia” chiare connessioni con tre vocaboli arabi: “mohafat”, ‘difendere’, “hofuat”, ‘la miglior parte di una cosa’ e “mohafi”, ‘amico riconoscente’. Anche altri cercarono nell’arabo la matrice, ma proposero “mahefil”, ‘adunanza’, ‘luogo di convegno’; oppure “mahias”, ‘millanteria’. Capuana, in una conferenza ebbe a chiarire: “mafioso una volta non era un ladro, né molto meno un brigante. (...) Mafioso significava qualcosa di grazioso e gentile... mafiosa veniva chiamata una bella ragazza, mafioso qualunque oggetto che i francesi direbbero ‘chic’... oggi mafia e mafioso non sono piú niente di tutto questo”.
Vediamo ciò che dice anche Ottorino Pianigiani, cliccando su: http://www.etimo.it/?term=mafia&find=Cerca

venerdì 9 aprile 2010

Su qui e su qua...





"Su qui e su qua..." Tutti ricorderanno la canzoncina scolastica: su qui e su qua l’accento non va, su lí e su là l’accento ci va. Pochi, crediamo, ricorderanno la ragione. Ci permettiamo, quindi, di rinfrescare loro la memoria, anche perché ci capita spesso di leggere sulla stampa frasi che contengono gli avverbi di luogo “qui” e “qua” con tanto di accento. I reiterati allarmi dell’Accademia della Crusca sulla “disconoscenza” della lingua italiana dei cosí detti operatori dell’informazione - non avevamo dubbi - non hanno sortito l’effetto sperato. I giornali, “imperterriti”, continuano a ‘propinarci’ strafalcioni linguistici a iosa. Ma veniamo al “dunque”. Una regola ortografica stabilisce che i monosillabi - composti con una consonante e una vocale - non prendono mai l’accento, salvo nei casi in cui si può creare confusione con altri monosillabi uguali ma di significato diverso (le cosí dette parole omofone e omografe, potremmo quasi dire), come nel caso, appunto, degli avverbi di luogo “lí” e “là” che, senza accento, potrebbero confondersi con ‘li’ e ‘la’, entrambi pronomi e articoli. Un’altra legge stabilisce, invece, l’obbligatorietà dell’accento quando nel monosillabo sono presenti due vocali, di cui la seconda tonica: piú, giú, ciò, già ecc. Dovremmo scrivere dunque - rispettando la legge citata - “quí” e “quà” (con tanto di accento). A questo proposito, però, occorre ricordare, anzi osservare il fatto che la vocale “u” quando è preceduta dalla consonante “q” fa da ‘serva’ a quest’ultima; in altri termini la “u”, in questo caso, non è piú considerata vocale a sé ma parte integrante della consonante “q(u)” . Avremo, per tanto, qui e qua senza accento perché - per la legge citata all’inizio - i monosillabi composti di una consonante e di una vocale rifiutano l’accento grafico (scritto): no, me, lo, te, qui, qua. E a proposito di accento, finiamola col tacciare di analfabetismo coloro che accentano il “sú”, avverbio, per distinguerlo dal “su” preposizione: guarda sú (avverbio); poggia il libro su (preposizione) quello scaffale. Non vanno condannati, però, solo se lo fanno consapevolmente...

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Gli “sms” e la rete ‘rovinano’ la lingua italiana? Un articolo del linguista Michele Cortellazzo.
Si veda questo collegamento:
http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/speciali/lingua_spedita/Cortelazzo.html]


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Fermare, uso e “abuso”

Il significato primario del verbo è “arrestare qualcuno o qualcosa che si muove”: fermare il treno, la corriera, l’automobile. A nostro modo di vedere è un “abuso” adoperarlo nell’accezione di ‘trattenere’ (trattenersi), ‘restare’, ‘rimanere’ e simili: mi fermerò a Venezia una settimana. I vocabolari, però...
fermare

giovedì 8 aprile 2010

Addizione o nascondino?











Avreste mai immaginato, gentili amici blogghisti, di compiere un’operazione di aritmetica, precisamente un’addizione, ogni qual volta nascondete qualcosa? No, non stiamo dando i... numeri e se avrete la pazienza di seguirci scopriremo assieme la relazione che intercorre tra il nascondino, o meglio il verbo ‘nascondere’ e l’addizione. Se apriamo un qualunque vocabolario della lingua italiana alla voce ‘nascondere’, leggiamo: sottrarre una persona o una cosa alla vista altrui, ponendola in un luogo dove non sia facilmente reperibile. Chiarito questo, è necessario risalire all’etimologia del verbo che è, naturalmente, latina: ‘abscondere’ piú il prefisso “in-” e divenuto, in lingua italiana , ‘nascondere’, appunto. “Ascondere”, che alla lettera significa ‘riporre’, ‘mettere insieme’, è composto con la particella “abs” (da), che indica allontanamento, separazione e “dere”, che rappresenta la radice “dha” (porre, fare, ridurre), in altri termini “mettere in disparte”. In latino abbiamo, infatti, il verbo “ab-dere”, che vale ‘allontanare dallo sguardo’, quindi... nascondere. Colui che nasconde qualche cosa. dunque, la mette in disparte “allontanandola dallo sguardo”. Ma torniamo alla radice “dha”, che è la stessa che ha generato... l’addizione, dal latino “additus”, participio passato di “addere” (aggiungere, quasi ‘porre a presso’). Questo “addere” consta di due elementi: il prefisso “ad-” e “do”, che nella fonetica latina rappresenta la radice sanscrita “dha” (greco: “thè”) e vale ‘ridurre’, ‘fare’, ‘porre’. La stessa radice, insomma, che compare in ‘nascondere’. Chi nasconde qualcosa, sotto il profilo prettamente etimologico, “aggiunge una cosa in un posto”. Quanto all’uso del verbo - a nostro modo di vedere - sarebbe piú appropriato adoperare la forma ‘aferetica’ “ascondere” (senza la “n”) in quanto piú vicina all’origine latina. Il principe degli scrittori, Alessandro Manzoni, ci dà un bellissimo esempio sull’uso del verbo “ascondere”, là dove scrive: manda alle ascose vergini le pure gioie ascose. Potremmo imparare a usare anche - con la massima indifferenza - l’avverbio “ascosamente” in luogo dell’orribile ‘nascostamente’. Che cosa ne pensate? Potremmo essere tacciati di “snobismo linguistico”?


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Estemporaneo. Si presti attenzione a questo aggettivo perché può trarre in inganno. Molti, infatti, lo adoperano con il significato di ‘strampalato’, ‘avventato’: Giovanni, il tuo comportamento è stato estemporaneo (volendo dire ‘avventato’). No, amici, estemporaneo significa, invece, ‘improvvisato’, ‘senza preparazione’: Pasquale ha tenuto un discorso estemporaneo, vale a dire ‘improvvisato’. Si veda:
http://www.etimo.it/?term=estemporaneo&find=Cerca






mercoledì 7 aprile 2010

C'è dieta e... dieta










Ecco una parola omofona e omografa di cui il nostro lessico è ricco, ma dal significato “indipendente”. L’accezione piú nota, quella sulla bocca delle ragazze in modo particolare, è quella che recitano i vocabolari, vale a dire “regime alimentare a cui uno si sottopone per cura o per igiene; esso viene stabilito da un medico specialista il quale, tenendo presente l’attività svolta dal soggetto, il suo fabbisogno di calorie e il suo stato di salute generale, gli prescrive certe regole di vita e soprattutto la quantità e la qualità dei cibi di cui deve nutrirsi”. In questo significato il termine dieta è il latino “diaeta”, tratto dal greco “díaita”, che propriamente significa ‘vita’, quindi ‘modo di vivere’, ‘tenore’, ‘regola di vita confacente alla salute’. L’altra accezione, quella di “assemblea”, è tratta dal latino “dieta” (senza il dittongo ‘ae’), un derivato di ‘dies’ (giorno), vale a dire ‘spazio di un giorno’ e, per estensione, ‘giorno stabilito per l’adunanza’. In origine con la “dieta” si intendeva l’ “assemblea nazionale dei popoli germanici”, in seguito “assemblea del sacro romano impero”, alla quale prendevano parte i feudatari, l’alto clero e i ‘delegati’ delle città imperiali riuniti per decidere questioni importanti. Con il trascorrere del tempo il vocabolo in questione ha acquisito il significato generico di ‘assemblea’ e, per estensione quello di ‘parlamento’. Se non cadiamo in errore, il Parlamento giapponese non si chiama “Dieta”? Come si vede, dunque, i due termini omofoni e omografi pur derivando dallo stesso padre, il nobile latino, hanno un’ “origine etimologica” diversa e significati differenti. Vediamo, in proposito, quello che dice anche Ottorino Pianigiani nel suo “Dizionario”: http://www.etimo.it/?term=dieta&find=Cerca

martedì 6 aprile 2010

Pranzo, cena e...









Alcuni amici blogghisti ci hanno scritto pregandoci di trattare - nelle nostre noterelle - argomenti... culinari: pranzo, cena e colazione, naturalmente sotto il profilo “etimo-linguistico”. I nostri amici sostengono di aver consultato - alla bisogna - buona parte dei vocabolari a loro disposizione non trovando, però, piena soddisfazione. Apriamo, dunque, un qualsivoglia vocabolario alle voci in oggetto (pranzo e cena) e leggiamo: cena, il pasto della sera, dal latino “cena”, ‘pasto principale’, ‘pranzo’; al lemma pranzo: il pasto principale che di solito si fa sul mezzogiorno, dal latino “prandium”. In effetti c’è un po’di confusione in quanto il “pasto principale”, vale a dire il ‘pranzo’ si trova anche alla voce cena. Pranzo e cena, dunque, sono sinonimi? Nient’affatto. Vediamo come stanno le cose dando la parola a Giuseppe Pittàno.
Sulla terminologia conviviale l’incertezza e la confusione sono oggi abbastanza grandi. Per capire qualcosa sarà bene rifarci un po’ alla storia. Gli antichi romani distinguevano nettamente tra colazione del mattino (‘ientaculum’), il pasto di mezzogiorno (‘prandium’, una specie di refezione a base di roba fredda e di avanzi che si consumava senza neppure sedersi) e il pasto principale (‘cena’), ricco di portate che assumeva spesso l’aspetto di un vero e proprio banchetto. La cena iniziava di solito alle 3 del pomeriggio e si protraeva fino a notte inoltrata. Naturalmente la cena era l’occasione migliore per incontrarsi con gli amici, per discutere , per aggiornarsi sui problemi politici, culturali, economici e per assistere a spettacoli. Crollato lo splendore di Roma, la cena perdette col tempo il suo prestigio e il pranzo di mezzogiorno divenne il pasto principale. Quando nacque la lingua italiana, la colazione indicava il breve pasto del mattino, il pranzo il pasto principale della giornata e la cena la frugale consumazione serale. Nacquero di qui anche le determinazioni di tempo, ‘dopo pranzo’ per indicare il pomeriggio e ‘dopo cena’ per indicare le ore della sera. Questo l’uso comune. Nell’uso particolare, invece, le cose variano da regione a regione. Nelle zone industriali, ad esempio, il pranzo meridiano ha perduto il suo significato di pasto principale, poiché molti consumano in fretta qualcosa sul posto di lavoro o alle tavole calde e solo alla sera le famiglie si riuniscono intorno alla tavola; la cena è tornata cosí a diventare il pasto principale della giornata e va pan paino assumendo il significato di pranzo. Si sposta quindi l’ordine delle parole per cui la colazione è il pasto di mezzogiorno, il pranzo è il pasto della sera e la parola cena è ormai usata per indicare una riunione conviviale a tarda ora: la cena di S. Silvestro, una cenetta tra amici, ecc. A scanso di equivoci, nei casi particolari, sarà bene dire: ‘vi aspetto a pranzo per le 13.00’, oppure: ‘vi aspetto a pranzo per le 21.00’.
E visto che siamo in tema culinario perché non parlare anche della merenda che si deve... meritare? Dal verbo latino “merere” (guadagnare, meritare) discende, infatti, il nome di quel piccolo pasto pomeridiano che si dà ai fanciulli: “merenda” (cose che si debbono meritare).


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Dalla rubrica “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:
una stele, due ...?
Lo scavo archeologico in una zona che ha mostrato le tracce di un insediamento dell'epoca imperiale di Roma è stata ritrovata una stele su cui era scolpito un certo epitaffio. Successivi scavi hanno potuto far tornare alla luce anche una seconda stele. A parer mio sono state scoperte due "steli", ma so con certezza che su questo non c'è certezza, nemmeno tra gli archeologi. Dove sta il giusto?
(Firma)
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Lunedì, 05 Aprile 2010
Stele.
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Cortese professore,
anche questa volta ci permettiamo di completare la sua risposta perché esiste un plurale “steli”, anche se di uso raro. “Due steli”, quindi, non si può considerare una locuzione agrammaticale.