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venerdì 31 dicembre 2010

Capodanno, quale plurale?



Gentilissimo dott. Raso,
sono un assiduo lettore delle sue “noterelle” dalle quali apprendo “cose linguistiche” che non tutti i testi specifici trattano. Mi pregio augurarle una buona fine e un buon principio d’anno. Colgo l’occasione per chiederle di aiutarmi a dissipare un dubbio che mi assilla circa il plurale di capodanno. Qual è quello corretto?
Grazie
Silvano U.
Fermo
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Cortese Silvano, la ringrazio e ricambio, di cuore, gli auguri. Quanto al plurale di capodanno è stato già trattato sul “Cannocchiale”, glie lo ripropongo.

Qual è il plurale di “capodanno”? Molti vocabolari, a nostro avviso, confondono le idee perché ammettono vari plurali: capodanni, capidanno e capidanni. Il termine, innanzi tutto, si può scrivere, nella forma singolare, anche scisso: capo d’anno. Per quanto attiene al plurale uno solo, a nostro modo di vedere, è quello corretto: capodanni. Questo in ottemperanza alla “legge” che regola la formazione del plurale dei sostantivi composti con “capo”. La suddetta “legge” stabilisce l’invariabilità di ‘capo’ (prende il plurale solo il secondo elemento) quanto questo ha il significato di “primo”, “principale”: il capolavoro (lavoro principale), i capolavori; il capocuoco (il primo cuoco) i capocuochi; il capoluogo (il luogo principale), i capoluoghi. Il capodanno, quindi, essendo il “primo” giorno dell’anno farà il plurale mutando solo il secondo sostantivo: capodanni. Siamo confortati anche dal Dop (Dizionario di Ortografia e Pronunzia). Si clicchi su
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=67127&r=19550

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A proposito di "monolingue", il cui plurale - senza ombra di dubbio - è "monolingui", abbiamo chiesto un chiarimento alla Redazione della "Treccani"; se avremo una risposta saremo lieti di pubblicarla:

«monolingue
monolìngue agg. [comp. di mono- e lingua, sul modello di bilingue], invar. – 1. Scritto o redatto in una sola lingua (contrapp. a bilingue, plurilingue, multilingue): iscrizione m.; documento, contratto m.; di opera lessicografica, che registra le parole e la fraseologia di una sola lingua, spiegandole e definendole con altre parole della lingua stessa, come per es. un vocabolario o dizionario italiano, o francese, o inglese, o russo (in contrapp. ai vocabolarî o dizionarî bilingui, che registrano, in genere senza definizione, le parole e le locuzioni di una lingua per darne la traduzione in un’altra lingua, come sarebbe, per es., un vocabolario italiano-tedesco e viceversa). 2. Di individuo o gruppo etnico che conosce e usa una sola lingua, o di luogo in cui è conosciuta e parlata una sola lingua o il solo dialetto locale: essere m.; popolazione m., zona monolingue».


Cortese Redazione,
mi piacerebbe sapere per quale motivo “linguistico” il “Treccani” attesta “monolingue” come aggettivo invariabile quando tutti i vocabolari che ho consultato non ammettono l’ “invariabilità”. Il Dop, Dizionario di Ortografia e Pronunzia, in particolare, è chiarissimo: nella forma plurale “non -gue”.
Grato di una vostra risposta, auguro un felice anno nuovo.
Fausto Raso




giovedì 30 dicembre 2010

«Monolingue», invariabile?


Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

lidia scrive:
Dizionario o vocabolario? Monolingue o monolingua? Quest’ultima domanda sembra assurda perchè “mono” equivale a singolo, eppure, ho sentito da persone autorevoli che il prefisso “mono” non condiziona la composizione del vocabolo .
Grazie

linguista scrive:
Fra “dizionario” e “vocabolario” può scegliere liberamente. L’altra domanda non riesco a comprenderla bene: è evidente che “mono”, essendo un prefissoide, può legarsi liberamente a singolari e plurali, maschili e femminili: “monolocale”, “monocamera”, “monopattini”, ecc. Se la questione investe però “monolingue” e “monolingua” si dovrà dire che i termini non sono sovrapponibili: “monolingue” è un aggettivo o un sostantivo per riferirsi a chi conosce una sola lingua’ (”una persona monolingue”, “un monolingue”, ecc.) e al plurale può fare “monolingui” o rimanere invariato; “monolingua”, molto raro, è invece sinonimo di ‘lingua unica e sim.’.
Massimo Arcangeli
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Ci piacerebbe sapere su quali basi “scientifiche” il linguista Arcangeli, responsabile scientifico della “Dante Alighieri”, fondi la sua tesi circa l’invariabilità di “monolingue”. Tutti i vocabolari consultati (tranne il “Treccani” in rete, e la cosa ci stupisce non poco) non ammettono la forma invariabile. Il Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia), in particolare,
è chiarissimo: “non -gue”.
Si clicchi su
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=41625&r=61736
Questo commento è stato, “democraticamente”, cassato dai responsabili della rubrica di lingua di “Repubblica.it”.


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Oggi è invalso l’uso, introdotto da qualche “notabile della lingua”, di far seguire la preposizione “per” dalla sorella “di” (semplice o articolata). È un uso, questo, che chi ama il bel parlare e il bello scrivere deve assolutamente “evitare come la peste (linguistica)”. Non scriveremo (o diremo), quindi, “sono uscito per ‘delle’ compere. Diremo, correttamente, “sono uscito per ‘alcuni’ acquisti”.


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Dal sito
http://www.dossier.net/ del giornalista Giuseppe Carapucci, apprendiamo che “famigliare e così pure famigliarmente, famigliarità, famigliarizzare, sono tutte forme scorrette, al posto delle voci familiare, familiarmente, familiarità, familiarizzare”.
Ci spiace contraddire Carapucci, ma è necessario ristabilire una “verità linguistica”: le voci con il digramma “gl” sono corrette al pari di quelle senza il digramma: famigliare o familiare, quindi. Volendo si può fare, però, un distinguo: inseriremo il digramma “gl” (famigliare) per i parenti e per gli aggettivi che si riferiscono a questi: i miei famigliari; gli affetti famigliari. Con la sola “l” (familiare) l’aggettivo che sta per noto, conosciuto e simili: questo luogo mi è familiare. Useremo lo stesso criterio per i sostantivi familiarità e famigliarità, facendo attenzione a non inserire la vocale “e” tra la “i” e la “t”. Famigliarietà e familiarietà sono grafie errate.

mercoledì 29 dicembre 2010

Intendersi come i ladri alla fiera...


...vale a dire superare i dissapori personali in vista di un vantaggio comune. I ladri, infatti, quando “lavorano” nello stesso posto cercano di portare a termine la loro impresa senza darsi fastidio gli uni con gli altri. Nel modo di dire, la fiera rappresenta il luogo ideale per ogni tipo di furto, grazie alla confusione e alla folla, che permettono ai “lavoratori” di... lavorare indisturbati.

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Gentile dott. Raso, il verbo “cavare” - come sappiamo - significa “estrarre”, “tirar fuori” e simili: cavare le patate dalla terra. Mi piacerebbe sapere come si è giunti dal significato di “estrarre” a quello di “uscire da una situazione difficile”, “ottenere un certo successo”, “riuscire in qualcosa”: Giulio, in quell’occasione, se l’è cavata egregiamente.
Grazie e distinti saluti
Marco T.
Ravenna
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Cortese Marco, la risposta è semplicissima. Il verbo cavare nelle accezioni da lei indicate è adoperato figuratamente. Chi se la cava si “tira fuori” da una situazione difficile. Ecco anche ciò che dice il “Treccani”: “....Nella forma cavarsela, uscire con poco danno da un pericolo, da una malattia, superare alla meglio una prova difficile, o riuscire a sbrogliarsi in qualche difficoltà: ha avuto una polmonite e se l’è cavata per miracolo; ho sostenuto l’esame e spero di essermela cavata; il francese non lo conosco perfettamente, ma, per farmi capire, me la cavo....”.

martedì 28 dicembre 2010

Pescaturismo







Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
salvatore scrive:
Illustri Signori,
si scrive “pescaturismo” o “pesca-turismo”? E secondo quali regole? Inoltre, il composto è di genere femminile o maschile, ovvero si dice “il pescaturismo” o “la pescaturismo”?. Confido in una Vostra gentile risposta.
Distinti saluti.

linguista scrive:
Si tratta di un composto nome + nome, quindi la scrizione continua pescaturismo non è scorretta. Su questa parola si veda la risposta di Rocco Luigi Nichil del 27 ottobre 2009, ore 1:40.
Marco Maggiore

Fausto Raso scrive:
A mio avviso “pescaturismo” non è un sostantivo composto di nome + nome, ma di verbo + nome: si pesca (da pescare) e si fa del turismo.


linguista scrive:
24 dicembre 2010 alle 18:57
Si tratta, senza dubbio, di uno di quei tanti composti dell’italiano i cui componenti si integrano vicendevolmente per esprimere un’idea che è un po’ l’una e un po’ l’altra cosa. Mi spiace però dover smentire l’amico Raso. “Pescaturismo” è un esempio lampante del tipo nome + nome (il modello è “agriturismo”). Non può certo essere l’azione di pescare a essere in gioco: se “pesca” fosse un elemento verbale “il” pescaturismo” (più che “la” pescaturismo) potrebbe magari indicare, con un po’ di fantasia, una nuova attività professionale: quella intrapresa da chi va a “pescare” turisti per risanare i magri bilanci di regioni, province, comuni.
Buon Natale, caro Raso, e Buon Natale a tutti i nostri affezionati lettori.
Massimo Arcangeli
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Restiamo della nostra idea, nonostante la delucidazione del linguista Massimo Arcangeli. Pescaturismo è un neologismo (ignorato dalla quasi totalità dei vocabolari) modellato sí su agriturismo ma potrebbe essere composto con il verbo “pescare” e il sostantivo “turismo”: si pesca e si fa del turismo. Ci piace l’ipotesi scherzosa di Arcangeli (si vanno a “pescare” i turisti), ma chi pratica il pescaturismo non “pesca” i turisti: è un turista che a bordo di un peschereccio pesca (da pescare) i pesci. Che ne pensano i gentili blogghisti? Ci piacerebbe conoscere il loro parere.

lunedì 27 dicembre 2010

Spopolare


Gentilissimo Prof. Raso,
la seguo da tempo immemorabile nei suoi percorsi linguistici che non hanno pari in altri blog sulla lingua italiana. Le scrivo per una curiosità. Come mai si usa il verbo “spopolare” nel significato di “avere successo”? Si dice, infatti, che quel tale attore ha spopolato quando ottiene un grande riconoscimento. Spopolare non significa - stando all’etimologia - “rendere un luogo privo di popolazione”? La paura del sisma ha spopolato il paese. Come si spiega questo passaggio semantico del verbo?
Grazie e buone feste.
Rolando V.
Trieste
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Cortese Rolando, ha ragione, spopolare significa “sottrarre il popolo”, quindi “privare di popolazione”. In senso figurato tuttavia, e familiarmente, ha anche l’accezione di “ottenere un successo straordinario”; da non adoperare, però, in uno scritto sorvegliato. Per il mutamento di significato le faccio “rispondere” dal linguista Ottorino Pianigiani, clicchi sul collegamento in calce:

domenica 26 dicembre 2010

«Indossare il chiodo»








Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
indossare il chiodo
Ho sentito parlare di "indossare il chiodo".
Ma che significa?
Firma
Risposta del linguista:
De Rienzo Sabato, 25 Dicembre 2010
Anche a Natale il lettore ha la sua curiosità. La parola al Forum.
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Il “chiodo” in questione è un capo d’abbigliamento, per l’esattezza un giubbotto di pelle nera, in origine indossato dai motociclisti e caratterizzato da numerosi bottoni automatici di metallo di notevoli dimensioni (che richiamano le teste dei chiodi: da qui, probabilmente, il nome) e da cerniere lampo, tipico del vestiario che s’ispira a quello dei cantanti di musica rock americana.

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Con o senza "i"?
Non riesco a ricordare la regola per formare correttamente il plurale dei nomi che finiscono per "-cia" o "-gia". Credo che dipenda dall'ultima lettera precedente, consonante o vocale, ma com'è che va esattamente? Grazie.
Firma
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Sabato, 25 Dicembre 2010
Ripeto per l'ennesima volta. Nel plurale la "i" cade se la desinenza finisce con una consonante ("coscia" dà "cosce"), rimane se finisce con una vocale: "camicia" dà "camicie".
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Il professor De Rienzo si è spiegato male. Le parole in “-cia” e ”-gia” conservano la “i” nella forma plurale se prima della desinenza “-cia” (o “-gia) c’è una vocale: audacia, audacie; ciliegia, ciliegie. Ma denuncia, denunce; striscia, strisce.



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Per ridere un po’. Il verbo “rimbambire” coniugato dal coniugatore della “Scuola Elettrica” (http://www.scuolaelettrica.it/):
Presente indicativo
io rimbambo
tu rimbambi
egli rimbambe
noi rimbambiamo
voi rimbambite
essi rimbambono


Presente congiuntivo
io rimbamba
tu rimbamba
egli rimbamba
noi rimbambiamo
voi rimbambiate
essi rimbambano

Per la coniugazione completa si digiti l’infinito del verbo dopo aver cliccato su questo collegamento: http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml

sabato 25 dicembre 2010

Felice Natale


Un felice Natale a tutti gli amici blogghisti

venerdì 24 dicembre 2010

Strenna natalizia


Domani è Natale, e per la ricorrenza desideriamo porgere i nostri migliori auguri ai gentili blogghisti che ci seguono nelle nostre modeste noterelle linguistico-grammaticali. Quale migliore occasione, quindi, per una strenna ai nostri amici se non quella di parlare, appunto, della… strenna?
L’argomento è stato già trattato sul “Cannocchiale”, lo riproponiamo per i nuovi amici che seguono, ora, questo sito.
La strenna, dunque, come tutti sappiamo è un regalo, un dono che si offre a parenti e amici in segno di fratellanza, e perché no?, di “convivenza civile”. E a proposito di dono, ci piace riportare una massima di Pierre Corneille: “C’è chi regala a piene mani, e nessuno gli è grato; / il modo di donare vale piú del donato”. Ma torniamo alla strenna.
In “questioni di lingua”, molto spesso, per conoscere il significato ‘intrinseco’ delle parole occorre rifarsi alla lingua dei nostri padri: il latino. La strenna, infatti, è il latino “strena” (con una sola “n”, si badi bene). Questa “strena” è una dea romana di origine sabina il cui nome deriva dall’aggettivo latino “strenus” (beneaugurante). A questa divinità i Romani avevano eretto un bellissimo tempio sulla via sacra, circondato da un piccolo bosco ricco di ulivi e di alloro. In particolari giorni di festa, soprattutto alle calende di gennaio (Capodanno) i Latini erano soliti recarsi in quel tempio per cogliere da quelle sacre piante un ramoscello da inviare come dono augurale all’imperatore e alle famiglie di alto rango. Dal nome della dea Strena i Romani chiamarono cosí questo tipo di regalo che all’inizio era fatto, appunto, di materia vegetale ma con il trascorrere del tempo si trasformò in materiale piú consistente, come medaglie di rame, d’argento, d’oro. Non c’era cittadino dell’Urbe, allora, che a Capodanno non corresse dall’imperatore per porgergli i propri voti augurali, accompagnando il saluto con una “strena”, un dono, appunto.
Questa usanza si è tramandata – come vediamo – fino ai nostri giorni e dal latino “strena” – attraverso il solito processo linguistico – è stato fatto l’italiano strenna.
Un’ultima curiosità. Con il termine strenna si intende anche una raccolta di poesie, di prose e di altre pubblicazioni edite e messe in vendita durante le festività natalizie per farne, appunto, una… strenna.
Trattando della strenna non si può fare a meno di spendere due parole su un termine affine, non sinonimo (per carità!), vale a dire l’ “omaggio”. In questo periodo l’omaggio, infatti, è particolarmente di moda, soprattutto presso i commercianti che, per farsi pubblicità, sogliono “omaggiare” i propri clienti. Cos’è, dunque, questo ‘omaggio’? Il termine, intanto, non è schiettamente italiano ma francese: “hommage”, derivato da “homme”, a sua volta tratto dal… latino “homo”. Nel Medio Evo venne chiamato “omaggio” l’atto con il quale il vassallo o il feudatario poneva le proprie mani distese e giunte fra la destra e la sinistra del suo signore, davanti a lui, a capo scoperto, dichiarandosi “uomo (homme) di suo tenimento”, cioè servo a lui fedele e obbligandosi, soprattutto, al servizio militare.
Per estensione il vocabolo ha acquisito, in seguito, l’accezione di “rispetto”, di “onore”, di “stima” e coloro che intendono manifestare questa stima, questo onore, offrono, per l’appunto, un omaggio, cioè un dono. Per i vocabolari, infatti, l’omaggio è ciò che viene offerto gratuitamente, in dono, per motivi specialmente pubblicitari. Ma attenzione amici nell’omaggiare, cioè nell’ossequiare, perché come fa notare Abate Galiani nelle “Lettere”, “nel fare una profonda riverenza a qualcuno, si volta sempre le spalle a qualche altro”.

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Un po’ di “buonumore linguistico”. Dopo aver cliccato sul collegamento in calce digitate il verbo “ingrandire” e... la risata è assicurata.
http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml


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Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:

Sergio scrive:
23 dicembre 2010 alle 09:29
Quando facciamo una domanda che implichi quasi un ordine, abbiamo una costruzione con l’imperativo oppure il tempo è da considerare all’ indicativo? es: facciamo una buona torta?

linguista scrive:
23 dicembre 2010 alle 09:35
Dal momento che l’imperativo prevede solo la seconda persona singolare e plurale, direi che il caso da lei ipotizzato sia niente di più che un indicativo, con una chiara sfumatura esortativa dipendente dal contesto.
Alessandro Di Candia
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A nostro avviso non si tratta di un indicativo ma di un congiuntivo, corrispondente all’ “ottativo” greco (e latino) indicante desiderio, speranza, esortazione e simili.
PS. L'indicativo, il congiuntivo e l'imperativo non sono "tempi" ma "modi" del verbo. L'imperativo, inoltre, difetta solo della prima persona singolare.

giovedì 23 dicembre 2010

Praticamente...


Molte persone usano nel parlare degli intercalari, vale a dire parole o piccole frasi che, senza rendersene conto e senza alcuna necessità, inseriscono nel discorso. Questo “vizio locutorio” si riscontra soprattutto nei politici. Chi è affetto da questa “patologia verbale”, se ama il bel parlare, deve sforzarsi di... curarla. Uno degli intercalari piú frequenti è “praticamente”. «Prima di usarlo - suggerisce il linguista Luciano Satta - vediamo se questo avverbio serve: il piú delle volte no, tranne un certo desiderio di attenuare, ma allora il “praticamente” è parola troppo di comodo, e vagamente ipocrita. Inoltre non definisce bene il concetto: scrivendo (o dicendo, ndr) “L’illuminazione è ‘praticamente’ inesistente” non si spiega se l’illuminazione è solo difettosa o se c’è cosí poca luce che si va a sbattere la testa contro i lampioni».

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Sempre per rilassarci un po’ vediamo come coniuga il verbo “stordire” il solito coniugatore (
http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml ). Si clicchi sul collegamento e si digiti il verbo.

mercoledì 22 dicembre 2010

«Beante»


Non vorremmo rovinare le feste a qualche linguista se, per caso, ci dovesse leggere. Vogliamo parlare dell’uso improprio, anzi errato, che molti fanno di “beante”. In buona lingua italiana questo termine è soltanto il participio presente del verbo “beare”, vale a dire “rendere beato, felice”. Molti lo adoperano, invece, nell’accezione di “aperto” se non, addirittura, nel significato di “sospeso”: un filo elettrico beante. Si tratta di un francesismo, per altro ridicolo, tratto da “béant” derivato dall’antico verbo “béer”, essere aperto. In quest’ultimo significato è tollerato, in lingua italiana, solo nel linguaggio medico: una ferita beante (aperta). I vocabolari, però...
Ora, per... bearci un po', guardiamo come il coniugatore della "Scuola Elettrica" (http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml) coniuga il verbo "sostituire". Si clicchi sul collegamento e si digiti il verbo in oggetto.

martedì 21 dicembre 2010

Presepe o presepio?



Entrambe le grafie sono corrette; la prima è forma prettamente aulica (http://www.etimo.it/?term=presepe). Forse non tutti sanno, però, che questo termine oltre a indicare la rappresentazione della nascita di Gesú Cristo ha anche altri significati, che riprendiamo dal “Treccani” in rete:
dal lat. praesepium o praesepe «greppia, mangiatoia», comp. di prae- «pre-» e saepire «cingere, chiudere con una siepe (lat. saeps saepis)»]. – 1. a. Propriam. (ma ant.), la stalla o la mangiatoia in essa situata: Vattene, agnello pieno di talento, Caro al presepio e al capo dell’armento (Giusti); anche in senso fig., con sign. affine a quello fig. di greppia: i fuchi, ingorde bestie e pigre Che solo intente a logorar l’altrui, De le conserve lor si fan presepi (Caro). In partic., secondo il Vangelo di Luca (2, 6-16), la mangiatoia ove fu deposto Gesù alla sua nascita, e insieme la grotta in cui essa si trovava: in poveri Panni il Figliol compose, E nell’umil presepio Soavemente il pose (Manzoni). b. Nell’uso com., rappresentazione plastica della nascita di Gesù che si fa nelle chiese e nelle case, nelle festività natalizie e dell’Epifania, riproducendo scenicamente, con figure formate di materiali vari e in un ambiente ricostruito più o meno realisticamente (talora anche anacronistico), le scene della Natività e dell’Adorazione dei Magi: fare, preparare il p.; le figurine del p.; un p. in cartapesta, in terracotta, in legno dipinto; un p. di ceramica faentina; un p. napoletano del Settecento; l’iconografia bizantina del p.; p. animato, in cui è dato movimento alle figure mediante congegni meccanici; p. vivente, in cui agiscono persone vere che rappresentano la scena della Natività. Più genericam., ogni rappresentazione iconografica della nascita di Cristo. 2. Nel culto di Mitra, lunga panca, simile a una mangiatoia, che si stendeva lungo le pareti della sala ipogea di culto; anche, denominazione delle varie recinzioni della sala stessa. 3. Negli stabilimenti industriali, prima che venissero istituite le camere di allattamento e gli asili nido, locale in cui durante le ore lavorative venivano accolti e custoditi i bambini lattanti delle operaie. 4. In astronomia, nome (nell’uso pop. anche greppia o mangiatoia) di un ammasso stellare visibile a occhio nudo come una grossa nebulosa, situato tra le stelle delta e gamma della costellazione del Cancro.

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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
bei - bello
Che BEI gatti! Che gatti BELLI! Perchè se pospongo l'aggettivo devo mutarlo? Forse è una regola scontata, ma vorrei capirne i motivi. Grazie.
Firma
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Lunedì, 20 Dicembre 2010
Non ci sono motivi se non il consolidarsi di un'abitudine.
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Cortese Professore, non si tratta di una consuetudine ma di una “legge” grammaticale, che cercheremo di esporre brevemente. L’aggettivo qualificativo “bello” si tronca in ‘bel’ davanti a consonante, purché non sia una ‘s’ impura, una “x”, una “z” e davanti ai digrammi ‘gn’, ‘pn’, ‘ps’, ‘sc’: bel libro; bello strumento; bello zaino; bello pneumatico. Davanti a vocale si apostrofa: è un bell’uomo. Nel plurale ha due forme: bei e begli. La prima si adopera davanti a consonante: bei gatti; bei bambini; bei fanciulli. La seconda si usa davanti a vocale, ai gruppi ‘gn’, ‘pn’, ‘ps’, ‘sc’ e dinanzi a “s” impura, ‘z’, ‘x’: begli animi; begli specchi. Dopo il sostantivo si adoperano sempre le forme “bello” e “belli”: uomo bello; uomini belli. Questa legge è chiamata “fonosintassi”.

lunedì 20 dicembre 2010

All'erta o allerta?



Entrambe le grafie sono corrette. In funzione di sostantivo è preferibile quella univerbata: sussiste ancora uno stato d’allerta. Alcuni vocabolari registrano questo sostantivo di genere promiscuo: “lo” allerta e “la” allerta. A nostro modo di vedere è solo femminile e invariato: la allerta, le allerta. Perché? Perché proviene dal sostantivo femminile “erta” , che significa “salita ripida” (http://www.etimo.it/?cmd=id&id=6266&md=512126c78fa9c8707034b1f26dfa38fa). Chi sta in “all’erta” dunque, in senso figurato, vigila "guardando sempre all’insú", anzi "guardando dall'alto", da un'altura. Abbiamo sentito, da un giornalista del Tg3, “i nostri allerta sono stati ignorati”. È un maschile che, ripetiamo, sconsigliamo decisamente.

domenica 19 dicembre 2010

«Andare in camporella»









Forse pochi conoscono il modo di dire “andare in camporella”, che significa “amoreggiare in luoghi appartati di campagna”. Il termine viene dall’antico plurale di campo, “campora”, con l’aggiunta del suffisso “-erella” (camporella). Ma diamo la ‘parola’ a: http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Camporella dissociandoci, però, da alcuni suoi contenuti.

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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Verbo svenire
il passato remoto di svenire, alla prima persona singolare, è svenni. Si può dire "svenii"? E' forse una forma arcaica o è proprio sbagliato? grazie
Firma
Risposta del linguista:
De Rienzo Sabato, 18 Dicembre 2010
Si può usare.
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Cortese Professore, voglia perdonarci ma non crediamo proprio che “svenii” si possa adoperare. Essendo un composto di “venire” segue la medesima coniugazione: io venni; io svenni. Non ci risulta, insomma, che si possa dire, per esempio, “quando io venii a trovarti”.
E ora cerchiamo di non... svenire vedendo come il verbo "tradire" viene coniugato da questo coniugatore: http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml
Dopo aver cliccato sul collegamento si digiti 'tradire'.




sabato 18 dicembre 2010

Il netturbino


Gli “operatori ecologici”, gli uomini addetti alle pulizie delle strade, hanno subito, con il trascorrere del tempo, vari cambiamenti di nome: spazzino, netturbino. Su quest’ultima denominazione sembra non ci sia accordo - tra i vari linguisti - sull’ “origine etimologica” del nome. Una scuola di pensiero sostiene essere la forma contratta e attaccata di “nettezza urbana” con l’aggiunta del suffisso “-ino” indicante nomi di mestiere: nett(ezza) urb(ana) ino > netturbino. Un’altra, invece, ritiene essere un nome mutuato da un’azienda appaltatrice di nettezza urbana della città di Palermo: Netturbe.
Sarebbe interessante conoscere il parere di qualche gentile blogghista.

venerdì 17 dicembre 2010

"Abbracciare" il fucile



Gentilissimo dottore,
la seguo da moltissimo tempo e dal suo insuperabile blog ho imparato cose che “i sacri testi” - come li chiama lei - non riportano. Le scrivo per una curiosità. Un mio amico sostiene che si può dire “abbracciare il fucile”; io ho sempre sentito “imbracciare”. Lei cosa ne pensa?
Grazie e ossequi
Manlio V.
Pescara
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Cortese Manlio, a mio avviso, anche se non diffuso, il verbo “abbracciare” in luogo di “imbracciare” si può adoperare benissimo perché entrambi hanno lo stesso padre: braccio. Da una rapida ricerca nella rete, inoltre, “abbracciare il fucile” si trova in molti libri.

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Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:
Metonimia, sineddoche o che altro?
Gentile dottor De Rienzo,
se, per esempio, io uso "Quirinale" al posto di presidenza della Repubblica, "Farnesina" al posto di ministero degli Esteri, "Montecitorio" per Camera dei deputati, "palazzo dei Marescialli" al posto di Csm, o se dico "Oltretevere" per indicare il Vaticano, uso una metonimia, una sineddoche o quale altra figura retorica?
Firma
Risposta dell’esperto:
De Rienzo Giovedì, 16 Dicembre 2010
Nessuna figura retorica, solo il luogo al posto dell'istituzione.
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Cortese Professore, crediamo proprio di trovarci davanti a una figura retorica, la metonimia, che è la sostituzione di un termine con un altro che abbia un rapporto di contiguità con il primo. In questi casi abbiamo il contenente per il contenuto: Farnesina (“contiene” il ministero degli Esteri): Quirinale (“contiene” la presidenza della Repubblica) ecc. Forse, però, nei casi in esame non si tratta di contenente per il contenuto quanto di chiamare la sede dell’istituzione per l’istituzione stessa: il Viminale (per la sede del ministero dell’Interno); la Consulta (per la sede della Corte Costituzionale): Palazzo dei Marescialli (per la sede del CSM) ecc.












mercoledì 15 dicembre 2010

Tutti hanno "obbedetto"


Ci perdonino i gentili blogghisti se non trattiamo, oggi, un argomento prettamente linguistico. Vogliamo sorridere ancora un po’. Come? Vedendo... come il coniugatore della “Scuola Elettrica” (www.scuolaelettrica.it) coniuga il verbo “obbedire”:

Presente indicativo

io obbedico
tu obbedici
egli obbedice
noi obbediciamo
voi obbedite
essi obbedicono

Imperfetto indicativo
io obbedicevo
tu obbedicevi
egli obbediceva
noi obbedicevammo
voi obbedicevate
essi obbedicevano

Per la coniugazione completa si clicchi su http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml
e si digiti l’infinito del verbo.

martedì 14 dicembre 2010

Rallentare: quale ausiliare?


A proposito delle nostre noterelle del 19 novembre circa l’ausiliare da adoperare con il verbo “rallentare”, quesito posto da un lettore a “Domande e Risposte” del sito della “Treccani”, contestavamo la risposta della redazione perché il vocabolario “Treccani” non menzionava l’ausiliare “avere”.
Pubblichiamo la risposta della redazione alla nostra contestazione.

Gentile utente,

è vero che nel corpo della voce rallentare non si fa menzione esplicita dell’ausiliare avere nella diatesi intransitiva del verbo. La menzione è però implicita, quando, in coda alla trattazione di rallentare usato transitivamente si dice: «Frequente l’uso assol.: rallenta un po’, non riesco a tenerti dietro; è buona norma di prudenza, per chi guida, r. agli incroci; entrando in stazione, il treno rallenta progressivamente», dove “assol.” sta per assoluto, ovvero senza che il verbo (rallentare) sia seguito dal complemento oggetto. Anche l’uso assoluto richiede l’ausiliare avere; in caso contrario sarebbe stato detto a chiare lettere. E si capisce sin dalla prima occhiata che gli esempi riportati dal Vocabolario Treccani (rallenta un po’, non riesco a tenerti dietro; è buona norma di prudenza, per chi guida, r. agli incroci; entrando in stazione, il treno rallenta progressivamente) a corredo dell’uso assoluto di rallentare rispondono precisamente all’accezione da noi riferita, nella risposta al quesito d’origine, come propria della diatesi intransitiva di rallentare. Citiamo dalla nostra risposta: «Specialmente se parliamo di veicoli e di guidatori, rallentare intransitivo, nell’accezione di ‘andare più piano’ ha come ausiliare avere: in curva la macchina ha rallentato».

Dove sta, allora, il problema? In una questione di sottigliezze definitorie, che a qualcuno potrebbero sembrare questioni di lana caprina ma, in effetti, stimolati dalla sua osservazione, caro Fausto, meritano una spiegazione.

Diciamo che l’uso assoluto del verbo sta in una zona di confine tra l’uso transitivo e l’uso intransitivo, davvero non di rado difficilmente riconducibile a una o all’altra tipologia: il lessicografo, in casi come questi (più frequenti di quanto non si pensi), in cui il discrimine tra transitivo e intransitivo è molto sottile, ricorre alla categoria dell’“uso assoluto”: il verbo non ha il complemento oggetto, anche se sarebbe possibile immaginarlo (per es.: il guidatore rallenta la velocità della macchina; il treno rallenta la sua corsa e simili), ma di fatto si comporta come se fosse intransitivo, visto che l’oggetto non c’è e che normalmente non si usa nel parlare e nello scrivere. Un modo onesto per segnalare la fluidità del passaggio da usi transitivi a usi intransitivi. Non a caso, immediatamente dopo la parte della definizione succitata, si prosegue col punto e virgola (segno interpuntivo meno forte del punto fermo) e si passa all’uso intransitivo di rallentare: «[…] rallenta progressivamente; con valore più chiaramente intr. (aus. essere), […]».

Nel dare la risposta, in sostanza, per sforzo di sintesi, abbiamo trattato la scelta dell’ausiliare avere per l’uso assoluto come se si trattasse di un uso intransitivo del verbo nel significato di ‘andare più piano’, come nei fatti è.

Distinti saluti
Redazione del sito dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani

lunedì 13 dicembre 2010

Demolire e sopperire


Il verbo demolire (si veda http://www.etimo.it/?term=demolire&find=Cerca ) ha un’accezione ben precisa, “abbattere qualcosa” e, per estensione, “atterrare”, “rovinare”, “distrug-gere” e simili: demolire un vecchio fabbricato. È correttamente adoperato, insomma, riferito a cose materiali. Oggi è invalso l’uso - a nostro modo di vedere improprio, se non errato - di usarlo - probabilmente seguendo i nostri cugini francesi - riferito alle “questioni morali”: Giovanni è riuscito a demolire tutte le argomentazioni dei suoi avversari. A nostro avviso, ci sono verbi piú appropriati che fanno alla bisogna: screditare, stroncare e simili, a seconda dei casi. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere ne tenga conto.

* * *
Per sorridere un po’.
Si clicchi “sopperire” su questo coniugatore di verbi
http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml
Presente indicativo

io soppero
tu sopperi
egli soppere
noi sopperiamo
voi sopperite
essi sopperono

domenica 12 dicembre 2010

«Io ho digredetto»


Abbiamo trovato una cura per gli amatori della Lingua affetti da depressione. Clicchino su http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml e una volta aperta la pagina digitino “digredire”. Le risate sono assicurate e con queste il buonumore... riconquistato.
Qualche anteprima.
Imperfetto indicativo

io digredicevo
tu digredicevi
egli digrediceva
noi digredicevammo
voi digredicevate
essi digredicevano

Presente congiuntivo
io digredica
tu digredica
egli digredica
noi digrediciamo
voi digrediciate
essi digredicano

sabato 11 dicembre 2010

Strumenti per la lingua



Vi occorrono sinonimi e contrari? Volete conoscere alcuni modi di dire? Avete dei dubbi? Questo e altro ancora cliccando su http://dizionari.corriere.it/

venerdì 10 dicembre 2010

"Insieme a" o "insieme con"?



Molto spesso, nello scrivere (soprattutto), sorge il dubbio se sia “piú corretta” la forma “insieme con” o “insieme a”. Chiariamo subito, a scanso di equivoci, che entrambe le forme sono considerate corrette anche se - c’è sempre un se - la legge linguistica imporrebbe solo l’uso della preposizione “con” (insieme con) e perché la locuzione “insieme con” introduce il complemento di compagnia e perché l’equivalente latino (“simul cum”) si costruiva allo stesso modo. Il latino non è il padre dell’italiano? Nel linguaggio odierno, però, sembra stia prendendo il sopravvento la forma familiare “insieme a”, in barba alle norme grammaticali. Personalmente preferiamo e consigliamo la forma dotta “insieme con”: domani uscirò insieme con Mario.

* * *
Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

Iosa
Gentile Prof. De Rienzo.
È la parola "iosa", usata da Paoletta C. nella sua mail del 7 dic., una parola panvocalica?
Vago ricordo di studi della grammatica!
Grazie e buona giornata.
Firma
Risposta del linguista:
De Rienzo Giovedì, 09 Dicembre 2010
Direi di sì, la parola comunque si usa solo nell'espressione "a iosa".
---------------------
Gentile Professore, ci spiace contraddirla. Una parola è “panvocalica” quando contiene tutt’e cinque le vocali. Non è il caso di “iosa” (mancano la “e” e la “u”).

giovedì 9 dicembre 2010

Prendersi la pena di...


Quanto stiamo per scrivere - siamo certi - non avrà l’ «approvazione» di qualche linguista che dovesse imbattersi, per caso, in questo sito. Comunque...
Il sostantivo femminile “pena” che, a seconda del contesto, può significare
“castigo”, “punizione”, “sanzione”, “tormento”, “compassione” ricorre in numerose locuzioni “francesizzanti” che in buona lingua andrebbero evitate, anche se “immortalate” negli scritti di autori classici. Vediamole. “Prendersi la pena di...” o “Darsi la pena di...”: Giovanni si dia la pena di rispondermi al piú presto. In buona lingua meglio: Giovanni si prenda la briga di (o locuzioni simili) rispondermi al piú presto; “Aver pena a...”: Luigi non avrà troppa pena a fare quel lavoro. Molto meglio: Luigi non avrà troppa difficoltà a fare quel lavoro; “Valer la pena di...”: Vale la pena di ignorare tutto ciò che dice. In lingua sorvegliata si dirà: Conviene, è meglio ignorare tutto ciò che dice; “A pena di...”: I trasgressori sono soggetti a pena di multa. Meglio: I trasgressori sono soggetti a una multa.

* * *

Gentilissimo dott. Raso,
la seguo da quando le sue “noterelle si potevano leggere sul “Cannocchiale”, anche se non ho mai lasciato un commento. Ora le scrivo perché mio figlio si è imbattuto in un termine linguistico mai sentito: interrogativa fatica. I testi di lingua in nostro possesso non ne parlano. Può aiutarci?
Grazie e cordiali saluti.
Ottorino L.
Piacenza
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Cortese Ottorino, dice di seguirmi da quando “utilizzavo” il “Cannocchiale” mi sembra strano, quindi, che le sia sfuggito l’argomento che ho trattato, appunto, su quel sito. Le do il collegamento, comunque, dove può trovare il mio intervento in proposito:
http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2010/03/06/interrogative_fatiche_e_diffra.html

mercoledì 8 dicembre 2010

Verbi sovrabbondanti


Tempo fa abbiamo visto che si chiamano “sovrabbondanti” quei verbi che appartengono a due diverse coniugazioni (non “declinazioni”, si badi bene) perché hanno due diverse desinenze nell’infinito presente. Alcuni di questi hanno il medesimo significato pur appartenendo a coniugazioni diverse (adempiere, adempire); altri, invece, cambiando di coniugazione mutano anche di significato (fallare, fallire). Crediamo di fare cosa gradita compilando un piccolo elenco delle due diverse categorie.
Verbi che non mutano di significato:
adempiere, adempire
ammansare*, ammansire
annerare*, annerire
compiere, compire
dimagrare*, dimagrire
empiere, empire
intorbidare, intorbidire*
starnutare, starnutire.
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* I verbi contrassegnati con l’asterisco non sono di uso comune.


Verbi che cambiano di significato:
abbrunare (mettere il lutto), abbrunire (diventare bruno)
arrossare (rendere rosso), arrossire (diventare rosso)
assordare (rendere sordo), assordire (diventare sordo)
fallare (sbagliare), fallire (fare, subire un fallimento)
imboscare (nascondere), imboschire* (piantare alberi, un bosco).
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* Poco adoperato.


* * *

Dalla rubrica di lingua del
quotidiano la Repubblica in rete:
Luca scrive:
6 dicembre 2010 alle 09:14
Buongiorno, faccio due domande.
Dopo il predicato nominale, può essere presente un altro complemento? Es: “Maria è avida di denaro”- Dovrebbe essere complemento di specificazione “di denaro”.
Nel caso:”Il cestino di Cappuccetto Rosso era pieno di leccornie”, credo che il verbo essere non sia più copula, quindi come si analizza la frase in analisi logica? Grazie.

linguista scrive:
6 dicembre 2010 alle 17:23
Nel predicato nominale il verbo “essere” – o un altro verbo, come ad esempio “sembrare” – costituisce sempre la copula (dal latino “copulare”, cioè congiungere). In entrambi gli esempi da Lei citati il complemento che segue il predicato nominale fa parte del gruppo del predicato. Per la precisione si tratta, nei due casi, di un complemento di specificazione (nel secondo, più esattamente, di quella particolare categoria che viene indicata come complemento di abbondanza).
Simonetta Losi
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Una piccola “correzione” a quanto scritto dalla linguista. Nel primo esempio del lettore Luca ci troviamo davanti piú che a un complemento di specificazione a un complemento di limitazione (Maria è avida ‘limitatamente’ di denaro). Nel secondo esempio la risposta lascia credere che il complemento di abbondanza sia una “sottoclasse” del complemento di specificazione. No, sono due complementi distinti.

lunedì 6 dicembre 2010

La testa e il capo


La testa e il capo - nell’uso corrente - sono l’uno sinonimo dell’altro; tuttavia c’è - a voler sottilizzare - una piccola differenza. Con il termine “capo” ci si riferisce piú spesso all’anatomia umana, mentre con quello di “testa” ci si può riferire tanto all’anatomia dell’uomo quanto a quella degli animali. Inoltre nelle espressioni di uso comune e in quelle adoperate in senso figurato i due termini (testa e capo) hanno, talvolta, usi completamente distinti e non sempre sono interscambiabili nella medesima proposizione. Qualche esempio. Ricevere un colpo tra capo e collo (e non “tra testa e collo”); andare a testa alta (non “a capo alto”); fare a testa e croce (non “a capo e croce”); testa di rapa (non “capo di rapa”); essere in capo al mondo (non “in testa al mondo”); venirne a capo (non “a testa”); andare a capo; capo d’aglio ecc. Testa e capo, insomma, non sono sinonimi assoluti: occorre tenerlo presente, quando si scrive.

* * *

È il caso di ricordare, ancora una volta, che il verbo “deragliare” si coniuga con l’ausiliare “avere”: il treno ha deragliato. Abbiamo sentito un “è deragliato”, qualche giorno fa, da un conduttore del tg1 delle 13.30. Si clicchi su deragliare.



domenica 5 dicembre 2010

La terza funzione del linguaggio


Un bellissimo e interessantissimo articolo di Gianni Pardo. Si clicchi su http://pardonuovo.myblog.it/archive/2010/12/04/la-terza-funzione-del-linguaggio.html
* * *
Ancora una perla del “coniugatore” della “Scuola Elettrica” (
www.scuolaelettrica.it)
Verbo “supplire”, presente indicativo e presente congiuntivo:

io supplo
tu suppli
egli supple
noi suppliamo
voi supplite
essi supplono

io suppla
tu suppla
egli suppla
noi suppliamo
voi suppliate
essi supplano

sabato 4 dicembre 2010

Stranezze linguistiche


In lingua italiana - crediamo lo sappiano tutti - non è possibile stabilire una regola generale per distinguere il genere “naturale” e quello “grammaticale” dei sostantivi. Ciò è dimostrabile attraverso numerosi esempi. Nel nostro idioma è infatti facile trovare sostantivi riferiti a maschi ma che sotto il profilo grammaticale sono femminili: spia; guardia; guida; sentinella. E viceversa, sostantivi grammaticalmente maschili riferiti a donne come, per esempio, soprano e contralto. Le cose si ingarbugliano maggiormente quando, passando dalle persone alle cose, ci imbattiamo in sostantivi che secondo il genere “naturale” debbono essere neutri, mentre nella lingua di Dante sono ora di genere maschile ora di genere femminile. Perché, per esempio, la guerra è femminile mentre il conflitto è maschile? Ancora. Perché il coraggio è maschile mentre il suo contrario, la paura, è femminile? Per quale motivo l’arte è femminile e l’artificio è maschile? Una spiegazione per ognuna di queste stranezze ci sarebbe, anzi c’è, ed è di carattere prettamente etimologico-grammaticale, non di certo naturale. Queste piccole noterelle per mettere in evidenza - come accennato all’inizio - il fatto che non è possibile stabilire dei criteri logici generalizzabili per la classificazione dei sostantivi nel genere femminile o maschile. Solo un buon vocabolario può venirci in aiuto.

* * *


Sulla “i” e sulla “u” l’accento com’è?

Dalla rubrica di lingua del quotidiano la Repubblica in rete:
Marco scrive:
3 dicembre 2010 alle 18:36
http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Oracolo#Pi.C3.BA_o_pi.C3.B9.3F Qui è in corso una discussione riguardo l’accentazione della parola “più”: è più corretto l’accento acuto o quello grave? Personalmente sapevo che si utilizza usualmente quello grave, ma che in realtà sarebbe più corretto l’accento acuto.

linguista scrive:
3 dicembre 2010 alle 18:37
L’accentazione grave o acuta in italiano ha valore fonematico, cioè distingue parole diverse, solo per la è/é e la ò/ó toniche: pésca (attività)/pèsca (frutto); bótte (contenitore)/bòtte (percosse). Peraltro è convenzione grafica non indicare alcun accento a meno che la vocale non si trovi alla fine della parola. La i e la u sono le vocali più chiuse della gamma in italiano, per cui andrebbero scritte sempre con l’accento acuto in fine di parola, ma visto che la distinzione acuto/grave non ha mai valore fonematico per queste due vocali (come neanche per la a), l’unica necessità resta di indicare la posizione finale dell’accento, per cui si è generalizzato l’uso grafico dell’accento grave, che è il più comune.
Fabio Ruggiano
-----------------
L’uso generalizzato dell’accento grave sulle vocali “i” e “u”, in luogo di quello corretto acuto (í, ú) - a nostro modesto avviso - è dovuto al fatto che le tastiere delle macchine per scrivere e quelle del computiere non hanno i tasti delle vocali i e u con l’accento acuto. Chi ama il bello scrivere, però, ed usa il computiere, deve “attrezzarsi” con i caratteri speciali e mettere l’accento “legittimo” (acuto) sulla “i” e sulla “u”, come raccomandano le grammatiche con la “G” maiuscola e il fonetista Luciano Canepàri.
PS. Chi ha Word nel computiere può ottenere la i acuta (í) tenendo premuto il tasto "alt" e digitando sul tabellino numerico, a destra, "161"; per la u acuta (ú) digitare "163".
* * *
Ecco il presente indicativo e il presente congiuntivo del verbo “seppellire” secondo il “coniugatore” della “Scuola Elettrica” (
www.scuolaelettrica.it)
io seppello
tu seppelli
egli seppelle
noi seppelliamo
voi seppellite
essi seppellono

io seppella
tu seppella
egli seppella
noi seppelliamo
voi seppelliate
essi seppellano

giovedì 2 dicembre 2010

Quasi...


Non crediamo sia “banale” (non ci sovviene un termine piú appropriato) - basandoci sulla nostra esperienza - spendere due parole su “quasi”. Molti non sanno, infatti, a quale famiglia grammaticale appartenga questo termine. “Quasi”, dunque, può essere tanto avverbio quanto congiunzione. In funzione modificante (avverbiale, ricordate?) indica approssimazione e significa “press’a poco”, “all’incirca”, “ormai”, “forse”, “poco meno” e simili: ho quasi terminato il lavoro; penso quasi (forse) di farvi compagnia. Molto spesso è ripetuto: quasi quasi verrei a trovarvi. Come congiunzione corrisponde a “come se” e introduce una proposizione modale il cui verbo deve essere tassativamente al congiuntivo: Giovanni si comportava quasi fosse il padrone dell’azienda.

* * *

È il caso di ricordare, agli amici amatori della lingua, che le prime tre persone singolari e la terza plurale del presente indicativo del verbo “dissipare” hanno l’accentazione sdrucciola (con l’accento sulla prima “i”): io díssipo. Abbiamo sentito in un servizio del Tg1 delle 13.30 di ieri un “dissípa”. Se qualcuno ha dei dubbi può cliccare su questo collegamento:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=64219&r=256


* * *

Tra le parole da salvare della nostra lingua, il sostantivo “ancisore” o “anciditore”, vale a dire “uccisore”. È un deverbale provenendo dal verbo “ancidere”, variante antica di “uccidere”. I vocabolari, purtroppo, lo ignorano.
http://www.etimo.it/?term=ancidere&find=Cerca
A noi piace, però...

mercoledì 1 dicembre 2010

L'onomaturgia


Forse molte persone non hanno mai sentito parlare del termine “onomaturgia” essendo un vocabolo settoriale della lingua italiana, riservato - come usa dire - agli addetti ai lavori. Vediamo, quindi, di... “svelarlo”. Leggiamo dallo Zingarelli: “Studio linguistico che accerta la data e l'autore relativi alla coniazione di una parola. Coniazione di parole nuove, di neologismi”. Viene dal greco "onomatourgós" ‘coniatore di parole’, composto con "ónoma, genit. onómatos", ‘nome’ e un derivato di "érgon", ‘opera, lavoro’. L’onomaturgia, insomma, è la scienza che si interessa dei neologismi. Questi ultimi si sogliono classificare in: a) neologismi semantici (parole già esistenti ma con un significato “nuovo”); b) neologismi lessicali (parole completamente nuove); c) neologismi sintattici (piú sintagmi in luogo di singole parole). Non sempre, però, i neologismi, le nuove parole, attecchiscono e il perché talvolta è chiaro, talaltra no. Qualche volta il neologismo, pur affermandosi, ha vita breve esaurendosi la motivazione che lo ha fatto nascere. Si pensi, per esempio, a “onagrocrazia” (dal greco “onagros”, asino e “-kratia”, potere, comando) vale a dire “governo degli asini selvatici”, termine coniato da Benedetto Croce e riferito al Ventennio passato. Oggi chi “conosce” piú questa parola? Altre volte, invece, la nuova parola ha una vita lunga e una diffusione che neppure il suo coniatore, forse, poteva immaginare. A questo proposito non crediamo che il grande matematico francese, Gaspard Monge, prevedesse il successo che avrebbe avuto, sia pure con uso traslato, il suo neologismo di fisica “mirage”, da cui il nostro “miraggio”. I neologismi, insomma, vanno e... vengono. Nessuno è in grado di stabilire a priori se resisteranno nel tempo.

* * *

Abbaluginare

Ancora un verbo della nostra lingua da “spolverare” ridandogli la dignità e il posto che merita: abbaluginare. È ignorato dai dizionari. Si adoperava soprattutto nella forma riflessiva abbaluginarsi e indicava il primo sonno, la prima fase del sonno, quando sembra di vedere segni di forme e colori vari: Luigi si è appena abbaluginato. L’etimologia non è chiara essendo di origine regionale toscana, senese in particolare. Sembra, comunque, che abbia che fare con la luce.

martedì 30 novembre 2010

Il singenionimo


Gentile dott. Raso,
recentemente mi sono imbattuto in un termine mai sentito: singenionimo. Ho consultato i vocabolari in mio possesso ma non ho trovato traccia del vocabolo in oggetto. Lei può aiutarmi?
Grazie e cordialità
Amedeo T.
Pesaro
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Ha ragione, cortese amico, il vocabolo non è attestato nella quasi totalità dei vocabolari (e francamente non capisco il perché). È un termine “tecnico” della lingua, viene dal greco “syngenes” (‘parente’) e “-onimo” (nome) e indica il “grado di parentela”. Per maggiori informazioni può cliccare su questo collegamento: http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2007/11/01/i_singenionimi.html

lunedì 29 novembre 2010

Il modificante



Nessun “sacro testo” in nostro possesso specifica che l’avverbio è chiamato anche “modificante” perché modifica, per l’appunto, il significato di un verbo, di un nome, di un aggettivo o di un altro avverbio. L’avverbio, dunque, prende il nome dal latino “adverbum”, composto con “ad” (accanto, presso) e con “verbum” (parola) e costituisce una delle nove parti del discorso. Non specificano inoltre - sempre i “sacri testi” in nostro possesso - che i modificanti (gli avverbi) si sogliono dividere in tre categorie: semplici, composti, derivati.
Sono semplici quei modificanti che non derivando da altre parole hanno forma autonoma: già; mai, bene; oggi, domani; ieri; forse; poco ecc. Sono chiamati composti quelli che in origine costituivano delle locuzioni avverbiali formate da due o piú termini, poi fusi in un’unica parola (la cosí detta univerbazione): inoltre (in oltre); infatti (in fatti); indietro (in dietro); talvolta (tal volta) ecc. Si chiamano derivati, infine, i modificanti o avverbi che traggono origine da un termine mediante l’aggiunta di un suffisso, come “-mente” o “-oni (one)”: sereno/serenamente; bello/bellamente; onesto/onestamente; balzello/balzelloni; ginocchio/ginocchioni ecc.
Accanto agli avverbi veri e propri ci sono le locuzioni avverbiali , che hanno il medesimo significato e la medesima funzione grammaticale dei modificanti. Sono frasi fatte costituite da gruppi di termini in sequenza fissa. Vediamone qualcuna: a poco a poco; or ora; a stento, d’ora in poi; all’improvviso; di frequente; per caso; di bene in meglio ecc.

domenica 28 novembre 2010

Asserpolato


Tra le parole della nostra bella lingua da salvare metteremmo, questa volta, due aggettivi, l’uno denominale, l’altro deverbale: asserpolato (viene da serpe) e avaccevole (dal verbo avacciare, ‘sollecitare’, ‘affrettare’). Il primo significa “piegato a guisa di serpe”, “attorcigliato” e simili. Una volta si adoperava per insegnare ai fanciulli a riconoscere la “S”: quest’asserpolata è un’esse. Crediamo che lo registri ancora solo il GDU del De Mauro. Il secondo sta per “sollecito”, “affrettato”: si avvicinò a lui con passo avaccevole. Sembra si trovi ancora nel vocabolario del Palazzi.

* * *

«Or sono» o «orsono»?

La sola grafia “corretta”, a nostro modo di vedere, è quella scissa. Non mancano, comunque, esempi di scrittori che preferiscono quella univerbata (orsono), tra cui, se non cadiamo in errore, Sciascia. Ora si tronca in “or” in alcune combinazioni cristallizzate, come “or ora” e in altre già unificate, come “ormai”. Non ci sembra il caso di “orsono” la cui grafia univerbata non è ancora cristallizzata. Una ricerca con Google ha dato, infatti, questi risultati: or sono, 30.600.000 occorrenze; orsono, 344.000 occorrenze.
* * *

Una parola dello Zingarelli al giorno (dal sito della Zanichelli):
mitomanìa / /[fr. mythomanie, comp. del gr. mŷthos ‘mito’ e -manie ‘-mania’ ☼ 1930]s. f.● (psicol.) Tendenza a falsificare la realtà tramite racconti fantasiosi non veritieri per attirare l'attenzione su di sé.
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A nostro modesto avviso la “spiegazione” contiene una tautologia ("ripetizione"), che un vocabolario dovrebbe evitare: fantasiosi non veritieri. Se sono fantasiosi... è chiaro che non sono veritieri.

sabato 27 novembre 2010

Il bello scrivere


Molto spesso nello scrivere adoperiamo - probabilmente senza rendercene conto - parole generiche e “logorate”; è perciò buona norma fare un piccolo sforzo per ridurre al minimo questo “inconveniente” sostituendo i termini “logori” con altri, a volte meno comuni, ma anche piú efficaci e precisi nel significato. Sperando di non essere tacciati di pedanteria diamo alcuni esempi di parole facilmente sostituibili con altre, che fanno alla bisogna secondo il contesto.
Tra virgolette i termini piú appropriati: fare un’impresa, “compiere”; dare una notizia, “comunicare”; avere simpatia, “nutrire”; avere indosso, “indossare”; dare un incarico, “affidare”; fare un favore, “concedere”; avere un’automobile, “possedere”; dare un ceffone, “assestare”; fare un affare, “concludere”; dare in dono, “donare”; fare un regalo, “regalare”; fare un bel lavoro, “eseguire”; avere un messaggio, “ricevere”. Sono solo alcuni esempi che ci sono venuti alla mente, ma se ne potrebbero fare a iosa. Come si può vedere, la scelta delle parole, anche se viene spesso sottovalutata, o vissuta come una preoccupazione pedantesca, è estremamente importante perché dà ai nostri scritti un tocco di eleganza stilistica. Fine ultimo che dovrebbe stare a cuore a chi ama il bel parlare e il bello scrivere.

venerdì 26 novembre 2010

L'appartamento



Cortesi amici, vi siete mai chiesto che cosa è un appartamento? Certo, basta consultare un vocabolario della lingua italiana e l’ “arcano” è risolto. Si clicchi, infatti, su appartamento.
Quello che non tutti sanno, forse, è il motivo per cui l’abitazione si chiama “appartamento”. Il motivo è semplicissimo: il termine viene dal verbo “appartare” (dal latino “ad-partare”) nella duplice accezione di ‘separare’ e di ‘fare le parti’ (‘dividere la casa in parti’).
http://www.etimo.it/?term=appartamento

* * *
Alcuni amici blogghisti si chiedono se è “piú corretto” scrivere (e dire) ‘chi sa’ o ‘chissà’. Entrambe le grafie sono corrette, non c’è una “piú corretta” dell’altra.
È consigliabile, però, usare la forma scissa, ‘chi sa’, quando ha valore strettamente verbale: chi sa se ci rivedremo; verrò, ma chi sa quando? Se, invece, la locuzione è adoperata come inciso e con valore dubitativo e può essere sostituita con un ‘forse’, è ‘probabile’, ‘può darsi’ e simili è preferibile scriverla in un'unica parola: verrai a trovarmi? Chissà (forse); egli credeva, chissà (può darsi), di essere nel giusto.

* * *
Guardate come il “coniugatore” della http://www.scuolaelettrica.it/ coniuga il presente indicativo del verbo “sgranchire”:
io sgrancho
tu sgranchi
egli sgranche
noi sgranchiamo
voi sgranchite
essi sgranchono
Ci auguriamo che gli studenti, che si affidano ai vari coniugatori di verbi disseminati sulla rete, non cadano in questa “trappola”.
Ma non è finita. Guardate la coniugazione, completa, di “tradire”. Digitate il verbo dopo aver cliccato su questo collegamento: http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.shtml


giovedì 25 novembre 2010

C'è tornante e... tornante


Il tornante, sostantivo che sta per “curva”, è un francesismo che in buona lingua andrebbe evitato. Non lo sostiene l’estensore delle modeste noterelle sulla lingua italiana, lo consiglia un padre della Lingua, Aldo Gabrielli.
Tornante, sostantivo maschile, brutto francesismo, modellato su “tournant”, nel significato di “svolta di strada”: “una strada tutta a tornanti”. Ma “tournant” è propriamente il participio presente sostantivato del verbo “tourner”, che significa “girare”; mentre “tornante” è participio presente di “tornare”, che ha ben diverso significato: “la tornante primavera”. L’italiano dice “curva”, “svolta”, “giravolta”, “serpentina”, “zig-zag”: “una strada tutta a curve”.
Personalmente seguiamo gli insegnamenti del compianto Maestro. Voi, amici?

mercoledì 24 novembre 2010

Espletare? Lasciamolo ai burocrati

L’argomento, forse, è già stato trattato sul “Cannocchiale”. Lo riproponiamo, comunque, perché come dicevano i Latini...

Probabilmente molti linguisti dissentiranno su quanto stiamo per scrivere, ma siamo confortati da numerosi vocabolari, quelli con la V maiuscola.
In buon italiano non è consigliabile adoperare il verbo espletare nel significato di «adempiere, compiere, ultimare» e simili.
Il verbo in oggetto è di sapore burocratico e in quanto tale è meglio lasciarlo alla... burocrazia. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere userà (nei suoi componimenti) verbi più appropriati alla bisogna come finire, portare a compimento, concludere e simili; la nostra lingua è ricca di verbi similari.
Così pure sarà bene evitare i sostantivi (fuori del linguaggio burocratico) espletazione ed espletamento.


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La terza persona singolare del presente del verbo essere si scrive tassativamente con l’accento grave (è). Il problema nasce con la maiuscola (È). Molti, per non dire quasi tutti, usano - commettendo un grave errore - l’apostrofo (E’) perché la tastiera del computiere non ha il tasto con la e grave maiuscola.
Coloro che adoperano “word” possono ottenere la È in due modi:
digitare la è (minuscola, presente sulla tastiera), evidenziarla e premere contemporaneamente i tasti “maiuscolo” e “F3”;
tenere premuto il tasto “alt” e digitare sul tastierino numerico (a sinistra della tastiera) 212; quindi: alt + 212 = È.

Cediglia: premere contemporaneamente tasto maiuscolo e tasto della o accentata (ò): ç, Ç

Accento circonflesso: premere contemporaneamente tasto maiuscolo, tasto “ctrl” e tasto circonflesso e dopo averli lasciati digitare la vocale che deve avere l’accento circonflesso: ê, ô, î

Dieresi: premere in contemporanea tasto maiuscolo, tasto “ctrl” e tasto due punti, poi “liberarli” e digitare la vocale interessata: ï, ë


Per le maiuscole identico procedimento, poi selezionare le vocali e premere tasto maiuscolo e “F3”: ô, Ô, ê, Ê

ç, Ç

ü, Ü

martedì 23 novembre 2010

Cestinare


Due parole, due, sull’uso corretto di questo verbo derivato di cestino, che alla lettera significa “gettare qualcosa nel cestino (dei rifiuti)” e, con uso figurato, riferito a scritti, “respingere”, “rifiutare” e simili: le lettere anonime saranno cestinate; quell’articolo è stato cestinato dal direttore. Ci sembra un uso improprio del verbo quando si riferisce a cose astratte che non hanno alcun rapporto con il cestino: le tue idee, amico mio, sono tutte da cestinare. I verbi da usare in questo caso, e in altri simili, sono “respingere”, “scartare”, “rifiutare” e simili: le tue idee sono da respingere. Alcuni vocabolari sono dalla nostra parte, altri no. Voi, amici amatori del bel parlare e del bello scrivere, seguite la vostra “coscienza linguistica”.

lunedì 22 novembre 2010

Qualcosa e qualche cosa




Alcuni vocabolari classificano ‘qualcosa’ di genere femminile, altri di genere maschile, altri ancora di ambo i generi. Vediamo un po’ di fare chiarezza. Intanto è un pronome indefinito ed è la forma contratta di ‘qual(che) cosa’ e per il suo valore indeterminato è considerato di genere neutro, quindi maschile: qualcosa è stato fatto; qualcosa non è andato per il verso giusto. In grafia univerbata, come forma contratta di qualche cosa, è preferibile, dunque, consideralo sempre di genere maschile. Sarà tassativamente femminile, invece, in grafia scissa (cosa, infatti, è di genere femminile): qualche cosa è stata fatta, qualche cosa non è andata per il verso giusto. In una parola sola gli alterati, che sono di genere femminile: qualcosina; qualcosetta; qualcoserella; qualcosellina; qualcosuccia.


domenica 21 novembre 2010

«Nelle more...»









Perché si dice “Nelle more”?
L’espressione non ha nulla che fare con le... more. Si veda questo collegamento:
http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8479&ctg_id=44
E a proposito di “mora”, che ha molteplici significati, si clicchi su questo collegamento per “scoprirne” i vari passaggi semantici:
http://www.etimo.it/?term=mora&find=Cerca

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Cortese dott. Raso,
a proposito della donna condannata alla lapidazione perché accusata di blasfemía, vorrei sapere se questo termine è sinonimo di bestemmia.
Grazie e cordiali saluti.
Lorenzo S.
Ragusa
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Sí, gentile Lorenzo, i due termini sono sinonimi. Quanto a blasfemía mi sembra interessante notare che si può pronunciare anche con l’accento sulla “e”: blasfèmia. Veda, in proposito, questo collegamento:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=79729&r=3937
Per quanto attiene, invece, all’ “origine etimologica” di blasfèmia clicchi su
http://www.etimo.it/?term=bestemmia&find=Cerca

sabato 20 novembre 2010

«La grande assise»

Dal sito della “Dante Alighieri”:


150° DELL’UNITÀ D’ITALIA: PRESENTATA A TORINO LA GRANDE ASSISE DELLA “DANTE” SULLA LINGUA ITALIANA
Ven, 19/11/2010 - 09:49 — admin Torino
19/11/2010
L’80° Congresso della Società Dante Alighieri si svolgerà a Torino dal 30 settembre al 2 ottobre 2011, nell’ambito di Esperienza Italia, il grande evento che celebrerà i 150 anni dell’Unità del Paese

Si è svolta il 18 novembre scorso presso l’Archivio di Stato di Torino la conferenza stampa dell’80° Congresso Internazionale della Società Dante Alighieri, in programma dal 30 settembre al 2 ottobre 2011 sul tema “Unità d’Italia e unità linguistica, tra storia e contemporaneità”, nell’ambito di Esperienza Italia.
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Non avremmo mai immaginato che la “Dante Alighieri” potesse “scivolare” sulla lingua italiana (che tende a tutelare). “Assise”, è bene ricordarlo, è solo femminile plurale. La grafia corretta è, dunque, “... A Torino le grandi assise della ‘Dante’...”. Non vorremmo che qualche lettore sprovveduto fosse indotto in errore. Il Dop, dizionario di ortografia e pronunzia, un’autorità in materia, parla chiaro. Si clicchi su questo collegamento:
http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=88676&r=54778


Sentiamo anche un altro parere, quello del linguista Aldo Gabrielli:

Assise è sostantivo femminile plurale, il plurale di “assisa”, che significa “seduta”, e deriva dal participio passato del verbo “assidersi”, cioè da “assiso”. L’uso di questa voce ci è giunta dal francese nella sua forma plurale, “les assises”, e il plurale si spiega col fatto che la parola non indicava l’assemblea in sé ma le sedute di un’assemblea nel loro complesso. Termine squisitamente storico, questo plurale “assise” era fino a poco tempo fa riservato solo al linguaggio colto; era comune solo nell’espressione “Corte d’assise”, appunto per indicare il complesso delle sedute di una Corte penale durante l’anno giudiziario. Entrato nell’uso di tutti i giorni attraverso i resoconti giornalistici, non è stato inteso come un normalissimo plurale di un nome singolare in “-a” (l’assisa, le assise), ma come il singolare di un nome in “-e”; cosí si è cominciato a dire, e peggio ancora a stampare, “l’assise socialista”, “la grande assise politica”, e, trascinati dall’errore, ecco foggiarsi un plurale “assisi”, sí che oltre all’errore comunissimo di “Corte d’assisi” si sente spesso dire “le assisi politiche, democristiane” ecc. Attenti a non cadere in questo grossolano errore. Chi voglia usare questa solenne parola, la usi pure, ma senza sgrammaticare.

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Assitare

Ancora una parola, o meglio, un verbo da salvare perché in via di estinzione: assitare.
È un denominale provenendo dal sostantivo “sito” (‘odore’, di origine toscana) e significa “sentire l’odore”, “scoprire il fiuto”: il lupo ha assitato le pecore. Con uso estensivo “impuzzolire”: le sigarette hanno assitato l’ambiente.






venerdì 19 novembre 2010

Rallentare: ausiliare essere o avere?


Da "Domande e Risposte" del Treccani in rete:
Vorrei sapere se il verbo “rallentare” quando intransitivo prende come ausiliare il verbo “essere” o il verbo “avere”.

Specialmente se parliamo di veicoli e di guidatori, rallentare intransitivo, nell’accezione di ‘andare più piano’ ha come ausiliare avere: in curva la macchina ha rallentato. Nell’accezione di ‘essere meno veloce (del previsto), divenire più lento’, l’ausiliare di rallentare intransitivo è essere: il ritmo è rallentato; nell’ultimo semestre la crescita dei profitti è rallentata.
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Ci spiace, ma dobbiamo mettere in evidenza che la risposta non rispecchia quanto si legge nel vocabolario Treccani in linea, dove non si menziona affatto l’uso dell’ausiliare avere:
rallentare v. tr. [der. di lento, col pref. ra–] (io rallènto, ecc.). –
1. Rendere lento, o più lento, meno veloce: r. il passo, la marcia; r. il moto, la velocità; l'automobile rallentò la sua corsa; Come a corrier tra via, se 'l cibo manca, Conven per forza r. il corso (Petrarca); r. il tempo, in un'esecuzione musicale; r. il gioco (nel calcio, nel tennis, ecc.), renderlo meno rapido, meno vivace o intenso, per stanchezza, o intenzionalmente per fini tattici. Frequente l'uso assol.: rallenta un po', non riesco a tenerti dietro; è buona norma di prudenza, per chi guida, r. agli incroci; entrando in stazione, il treno rallenta progressivamente; con valore più chiaramente intr. (aus. essere), con o senza la particella pron.: mi pare che la velocità sia rallentata, sia diminuita; il suo passo si rallentò; nelle ultime battute, il tempo rallenta (v. anche rallentando).

giovedì 18 novembre 2010

Assorbire e calcolare


A nostro modo di vedere, questi due verbi non vengono quasi mai adoperati a dovere. Cominciamo con “calcolare”, il cui significato proprio è “fare i conti, i calcoli” (i latini usavano i sassolini, i calcoli per fare i.... calcoli; di qui il verbo). Spesso si usa col significato di “stimare”, “valutare”, “considerare”, “soppe-sare”, “pensare” e simili: partiamo domani mattina alle sei e calcoliamo di essere da te entro un’ora e mezzo. Un costrutto simile è un francesismo, e in buona lingua italiana - a nostro avviso - è da evitare. Lo stesso discorso per quanto riguarda il verbo “contare”: conto su di te. Molto meglio: faccio affidamento su di te.
E veniamo al verbo “assorbire” il cui significato “principe” è “inghiottire liquidi” (
http://www.etimo.it/?term=assorbire&find=Cerca ). Nell’uso corrente si adopera nel senso di “portar via”, “consumare”, “prendere”, “esaurire”, “impegnare” e simili: non posso uscire perché il lavoro mi assorbe tutto il pomeriggio. È un uso improprio del verbo. Si dirà, piú appropriatamente: il lavoro mi impegna tutto il pomeriggio. Per quanto riguarda la coniugazione può prendere o no l’infisso “-isc-”: assorbo e assorbisco. Ha due participi passati: assorbito e assorto. Quest’ultimo di uso raro, però.

mercoledì 17 novembre 2010

«Rinnovare» il carcere duro


L’accezione primaria del verbo “rinnovare” è ‘rendere nuovo’, si veda rinnovare. Questa piccola premessa per introdurre un titolo di “Libero” di ieri, anzi un sommario, come si dice in gergo giornalistico: «Nel 1993 il Guardasigilli Conso non rinnovò il carcere duro a 140 boss». Tralasciamo il barbarismo “boss” e occupiamoci del verbo, che a nostro modo di vedere è adoperato impropriamente se non, addirittura, errato. I titolisti del giornale avrebbero dovuto impiegare un verbo appropriato, nella fattispecie “confermare”, “prolungare” e simili. Qualche linguista “d’assalto” ci contesterà, ma andiamo avanti convinti della bontà della nostra tesi.

martedì 16 novembre 2010

Passare in cavalleria


Gentile dott. Raso,
potrebbe spiegare, cortesemente, cosa significa “passare in cavalleria”? Sento spesso quest’espressione ma, le confesso, non ne “afferro” il significato.
Seguo sempre le sue “noterelle” sul buon uso della lingua italiana. Grazie e cordialità.
Gennaro S.
Capua (CE)
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Cortese Gennaro, questo modo di dire è stato trattato - molto tempo fa - sul “Cannocchiale”. Glie lo ripropongo.
Appena attaccata la cornetta del telefono Giannino si rivolse alla moglie con aria mesta ed esclamò:
“Ormai di quell’affare non se ne fa piú nulla, non se ne parla piú, cara, è passato in cavalleria”. Il
figlio Marco, sentendo questa frase che ai suoi orecchi sonava ridicola, non potè fare a meno di
chiedere spiegazioni circa l’uso e le origini. Come può un affare andare a cavallo, pensò, e
soprattutto che cosa significa “passare in cavalleria”?
Si usa questo modo di dire – come i piú sanno – quando si vuole mettere in risalto il
comportamento scorretto di una persona alla quale è stato prestato un oggetto che non viene piú
restituito; oppure, per estensione, il comportamento non “cavalleresco” di una persona che trascura, ma soprattutto che non mantiene gli impegni presi e concordati.
Quante volte, gentili amici, vi sarà capitato di notare che un accordo preso con qualcuno non è
stato rispettato e che il tutto è “passato in cavalleria”? Per contarle occorrerebbe una calcolatrice.
Ma vediamo l’origine della locuzione che ci è stata tramandata dal gergo militare. Nei tempi
passati nell’arma di Cavalleria militavano, per lo piú, nobili e ricchi, mentre nella Fanteria
prestavano servizio soldati di umili origini che nulla potevano contro i soprusi cui venivano
sottoposti da parte dei “cavalieri”: ai fanti venivano sequestrati vesti, coperte, vettovaglie e tutto ciò che potesse rendere piú confortevole la vita militare al “cavaliere”.
Va da sé che gli oggetti “passati in cavalleria” non venivano piú restituiti ai legittimi proprietari:
Di qui il passaggio di significato.
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Cortese dott. Raso,
rassettando la soffitta ho rinvenuto un vecchio libro di mio nonno, l’ho aperto a caso e mi ha colpito un verbo che non avevo mai sentito: “escruciare”. Le riporto la frase: «Il padre, spazientito, disse al figlio che non avrebbe dovuto piú escruciare la madre con le sue richieste inammissibili». Ho cercato il verbo nei dizionari, invano. Sa dirmi il significato?
Grazie e cordialità
Saverio T.
Cesena
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Gentile amico, è un verbo non piú in uso e relegato, quindi, nella... soffitta della lingua. Significa “tormentare”. È intensivo del verbo “cruciare”, ancora in uso. Clicchi su
cruciare.