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mercoledì 17 gennaio 2018

«Fare a capelli»


Un' interessante disquisizione sull'espressione fare a capelli.

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La parola proposta da questo portale:  squarquoio. Aggettivo di carattere regionale toscano che sta per cadente, decrepito, vecchio, rimbambito e simili. Di etimologia incerta, secondo i vocabolari consultati. Di diverso avviso il Pianigiani anche se - ripetiamo - non ritenuto fededegno da molti linguisti.

martedì 16 gennaio 2018

Sgroi - La fede solo in «dialetto»? (Papa Francesco dialettofilo linguista-semiologo)

di Salvatore Claudio Sgroi*

1. Ipse dixit. Così parlò il Sommo Locutore

«La trasmissione della fede soltanto può farsi in dialetto, la lingua intima delle coppie. Nel dialetto della famiglia, nel dialetto di papà e mamma, di nonno e nonna» ‒ sono le parole dette da Papa Francesco (così nel testo riportato da R.it Vaticano on line e in altre testate) in occasione della messa per la festa del battesimo di Gesù, domenica 7 gennaio, in cui ha battezzato nella Cappella Sistina 34 neonati.

Il Sommo locutore ha quindi ribadito:

«Ma non dimenticatevi questo: [la trasmissione della fede] si fa in dialetto, e se manca il dialetto, se a casa non si parla fra i genitori quella lingua dell'amore, la trasmissione non è tanto facile, non si potrà fare».

La prima perplessità che possono invero far sorgere tali frasi è che la trasmissione della fede non possa aver luogo con gli italofoni nativi esclusivamente tali, in quanto non-dialettofoni. Ovvero sembrerebbe che il Papa sopravvaluti il "Dialetto" rispetto alla "lingua", come se la stessa trasmissione della fede non potesse aver luogo in "lingua". Il che sarebbe paradossale.

2. Dialetto «lingua intima», «lingua dell'amore»

Ora, nella formulazione del Sommo locutore il termine «Lingua» appare adoperato accanto a «dialetto» come termine più generale, "iperonimo" di dialetto («dialetto, la lingua intima delle coppie»; «il dialetto [...] lingua dell'amore»). Ovvero, per papa Francesco, la «Lingua» si presenta come idioma caratterizzato da più varietà: (i) quella «intima» ovvero 'privata' detta «dialetto», e (ii) per contrasto implicitamente quella "non-intima", 'non-privata', ossia 'pubblica', ufficiale, che è quella «dei catechisti», evocati in una ulteriore enunciazione:

«Poi verranno i catechisti a sviluppare questa prima trasmissione, con idee, con le spiegazioni» [della lingua pubblica, non intima].

3. Dialetti primari e dialetti secondari

In che senso, a questo punto, i parlanti italiano ma non dialetto, ovvero gli italofoni che non sono dialettofoni, non sono esclusi dalla trasmissione della fede?

Il «dialetto della famiglia», «il dialetto di papà e mamma», «il dialetto di nonno e nonna» in quanto «lingua intima», riguardano tecnicamente, per dirla con Eugenio Coseriu, i "dialetti primari" parlati in Italia (per es. piemontese, emiliano, napoletano, siciliano, ecc.). I parlanti "non-dialettofoni primari" in quanto italofoni esclusivi sono però a loro volta "dialettofoni secondari", in quanto l'italiano lingua nazionale si configura come insieme di varietà di italiani regionali, definibili con Coseriu come "dialetti secondari". E gli italiani regionali presentano registri differenziati, da quelli più familiari a quelli più formali, tra cui scegliere secondo gli interlocutori, i contesti, l'oggetto della interazione.

Ecco dunque come tutti i parlanti rientrano, in quanto tutti dialettofoni primari e secondari, -- comunemente bilingui (lingua/dialetto) o anche esclusivamente monolingui, -- nella categoria indicata da Bergoglio come "parlanti in dialetto" (primario e secondario).

4. Il «dialetto» (primario o secondario) in quanto lingua nativa (non seconda)

Per Bergoglio il «dialetto» è allora essenziale in quanto idioma nativo, acquisito (più che "appreso") per primo nell'interazione naturale in famiglia prima, e poi con i pari, per tutti i bisogni espressivi, interattivi, cognitivi. E l'idioma nativo può essere o un dialetto "primario" oppure il dialetto "secondario" (la lingua nazionale in una qualsiasi varietà regionale, appresa in famiglia, con i pari e a scuola).

5. Il pianto «un dialetto», «una lingua»

Ma l'intervento di Papa Francesco è rilevante anche a un livello teorico, più generale, quello semiologico, perché "il pianto" dei battezzandi, in quanto linguaggio non-verbale, espressivo-comunicativo con riferimento a richieste, bisogni diversi, è definito un vero e proprio «dialetto» e «lingua»:

«Adesso tutti [i bambini] stanno zitti ma è sufficiente che uno dia il tono, e poi l'orchestra segue. Il dialetto dei bambini, e Gesù ci consiglia di essere come loro, di parlare come loro».

«Noi non dobbiamo dimenticare questa lingua dei bambini, questa lingua, parlano come possono, ma è la lingua che piace tanto a Gesù».

«Anche loro [i bambini] hanno il proprio dialetto, che ci fa bene sentirlo».

6. Il pianto?: «un'orchestra», «un concerto»

Se il pianto dei bambini è per lo più percepito come un "rumore", papa Francesco non solo lo rivaluta semiologicamente, come lingua-dialetto, ma giudica i pianti dei battezzandi «un'orchestra», ovvero «un concerto».

«Adesso tutti stanno zitti ma è sufficiente che uno dia il tono, e poi l'orchestra segue», aveva detto.

«E se loro [i battezzandi] incominciano a fare il concerto è perché non sono comodi, o hanno troppo caldo, o non si sentono a loro agio, o hanno fame».

Così facendo, papa Francesco si mostra in straordinaria sintonia con i teorici del linguaggio per i quali il linguaggio verbale presenta "la melodia" rispetto alla musica, che è invece caratterizzata dalla "armonia", risultante dall'accordo di più voci, da una "sinfonia" come in una «orchestra», in un «concerto» (cfr. per es. A. Moro, Le lingue impossibili, Cortina ed. 2017, pp. 79-80).

7. Il pianto delle madri

Accanto al dialetto, anche le madri non mancheranno di far ricorso alla stessa lingua dei neonati, il pianto. «[Il pianto] è la lingua dei bambini, parlano come possono ma è la lingua che piace tanto a Gesù», sottolinea Bergoglio. «E nelle vostre preghiere siate semplici come loro, dite come loro anche con il pianto»; «dite a Gesù quello che è nel vostro cuore, come dicono loro oggi, lo diranno col pianto, come i bambini».

8. L'allattamento «un linguaggio di amore»

Papa Francesco invita ancora le mamme ad allattarli pure, i bambini, in chiesa. L'allattamento è così semiologicamente interpretato come «linguaggio di amore»:

«Se [i bambini] hanno fame, allattateli, senza paura, dategli da mangiare, perché anche questo è un linguaggio di amore».

9. Modello linguistico-semiologico del Sommo locutore

Concludiamo, riprendendo termini e concetti di Papa Francesco ordinati in un modello teorico linguistico-semiologico che ne evidenzia la logicità e coerenza:













                                                                                                             

                                                                                 

          



                                                                                                             

                                                                                                                                           




lunedì 15 gennaio 2018

Una contraddizione "treccaniana"


Abbiamo notato una "diversità di vedute" tra il vocabolario Treccani (in rete) e "La grammatica italiana", dello stesso vocabolario, circa il plurale del sostantivo "urlo". La "grammatica" non ammette il plurale maschile urli riferiti all'uomo, anche se considerati singolarmente. Il vocabolario, invece, è di parere opposto. Come regolarsi in merito? Diremo: gli urli di Giovanni (urla solo Giovanni, singolarmente) e le urla di Maria,  di Giovanni e di Rolando (urlano insieme, collettivamente).

"La grammatica italiana" (Treccani)

• Il plurale femminile urla si usa quando ci si riferisce a suoni emessi da esseri umani. Sapessi  che urla terribili sa lanciare mio fratello. • Il plurale maschile urli si usa per indicare i versi degli animali: quando il mondo sembrava rotolare nel buio e sotto di me sentivo l’inferno sgranchirsi negli urli delle fiere (E. Flaiano, Tempo di uccidere), ma può essere usato anche per indicare parole o frasi pronunciate a voce alta, con violenza o con rabbia: in quei versi divini risuonano gli urli della folla e gli applausi trionfali (C. Malaparte, La pelle).

Vocabolario in rete

urlo s. m. [der. di urlare] (pl. gli urli, degli animali o anche dell’uomo, se isolati o comunque non considerati nel loro complesso; le urla, solo dell’uomo). – Grido acuto e prolungato: l’u. del lupo, del cane, dello sciacallourli di belva feritamandare, emettere, dare, fare un u.; con partic. riferimento all’uomo: un u. di gioia, di entusiasmo, di dolore, di spaventocacciare, gettare un u. (soprattutto di spavento); urla di protestaal suo apparire sul podio fu accolto dall’u. della folla che gremiva la piazzagli urli dei cantanti, dei divi della canzone (v. urlatore). Per estens., al plur., discorso o serie di frasi, di parole, pronunciati a voce molto alta: con le sue urla mi ha assordatosentirai i suoi urli quando torna e si accorge del dannoquelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli urli (Manzoni). In usi fig., suono molto forte e acuto, che somiglia a un urlo: l’u. della sirena, l’u. del vento, l’u. del mare in tempesta. Con altro uso fig., nell’espressione del gergo giovanile da u., di cosa o persona che colpisce vivamente per alcune sue doti o qualità (con sign. simile a forzaschianto): indossava un abito da urlo.  Dim. urlétto; accr., raro, urlóne; pegg. urlàccio, urlo d’ira o d’indignazione, di rimprovero.

Vediamo, anche, cosa dice il DOP, Dizionario di Ortografia e di Pronunzia:





domenica 14 gennaio 2018

Un sostantivo "ermafrodito"




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Cosí titolava un quotidiano in rete, "mascolinizzando" il sostantivo allerta.  Sul "sesso" di questo sostantivo i vocabolari si accapigliano: per alcuni è femminile, per altri maschile e per altri ancora è un 'ermafrodito' (maschile/femminile). Chi ha ragione? A nostro avviso è solo femminile, e ci rifacciamo alla sua origine: il sostantivo femminile "erta", che significa "salita ripida" (si veda Ottorino Pianigiani, anche se - come scritto altre volte - da molti linguisti non è ritenuto fededegno), confortati dall'autorevole Accademia della Crusca, che scrive: «[...]Per tirare le fila ricordiamo dunque che, per quanto riguarda il “come si scrive”, i dizionari consentono entrambe le grafie (all’erta o allerta), anche se dobbiamo riconoscere una preferenza per la forma univerbata, soprattutto quando si usa il termine in funzione di sostantivo. Il nome allerta è femminile (sebbene si registri anche un più raro uso al maschile) e al plurale si declina (sebbene, anche qui, permanga qualche caso d’invariabilità).[...]».


PS: Dal "Dictionnaire étymologique du français": «All’inizio, in forma avverbiale, all’erta, “stare in guardia”, poi aggettivo, nel XVI secolo, aggettivo, “vigilante”, … sostantivo femminile, dall’italiano “all’erta”, “state sulla zona elevata!, grido d’allarme delle sentinelle, da ”erta”, participio sostantivato femminile da “ergere”, “sollevare”, dal latino erigere».

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Abbiamo notato che il giornale ha... "corretto".








sabato 13 gennaio 2018

Un "ripasso" orto-sintattico-grammaticale


“Su qui e su qua...”. Tutti ricorderanno la canzoncina scolastica: su qui e su qua l’accento non va, su lí e su là l’accento ci va. Pochi, crediamo, ricorderanno la ragione. Ci permettiamo di rinfrescare loro la memoria, anche perché ci capita sovente di leggere sulla stampa gli avverbi di luogo “qui” e “qua” con tanto di accento. Una regola grammaticale stabilisce, dunque, che i monosillabi composti con una vocale e una consonante non vanno mai accentati, salvo nei casi in cui si può creare “confusione” con altri monosillabi ma di significato diverso come nel caso, appunto degli avverbi di luogo “ lí ” e “là” che, se non accentati, potrebbero confondersi con “li” e “la”, pronomi-articoli. Un’altra legge grammaticale stabilisce, invece, l’obbligatorietà dell’accento quando nel monosillabo sono presenti due vocali di cui la seconda tonica: piú; giú; ciò; già ecc. Dovremmo scrivere, quindi, quí e quà (con tanto di accento). A questo proposito occorre osservare, però, che la vocale “u” quando è preceduta dalla consonante “q” fa da “serva” a quest’ultima; in altre parole la “u”, in questo caso, non è piú considerata una vocale ma parte integrante della consonante “q”. Si ha, per tanto, qui e qua senza accento perché – per la “legge” sopra citata – i monosillabi formati con una consonante e una vocale “respingono” l’accento grafico (scritto): me; te; no; lo; qui; qua.

 Irridere - verbo transitivo e intransitivo. È transitivo quando sta per deridere, schernire e si costruisce con il complemento oggetto: lo irrisero tutti; è intransitivo, invece, quando si usa con il significato di mostrare disprezzo e simili: irrisero alla sua bontà.

Meteorite – sostantivo di genere femminile. Alcuni vocabolari, però, ne consentono l’uso al maschile (uso che sconsigliamo recisamente, se si vuole scrivere e parlare in buona lingua italiana).

Quasiché - locuzione che introduce una proposizione modale, si  può scrivere anche in due parole,  quasi che; in grafia unita non raddoppia la c e prende l'accento sulla e.

Suonare o sonare – adoperato intransitivamente si coniuga con l’ausiliare avere: le campane hanno sonato, non sono suonate.

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La parola proposta da questo portale: apoplanesi. Figura retorica - non riportata nei "sacri testi" - con la quale chi parla cerca di indurre in errore gli astanti.



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Tutti i giornali che abbiamo "spulciato" hanno scritto, a proposito delle parole del presidente americano, "Paesi cessi". A nostro modo di vedere siamo in presenza di un nome accoppiato, tipo "romanzo fiume", "guerra lampo", "nave traghetto" ecc. E i nomi cosí composti formano il plurale mutando la desinenza solo del primo elemento: "romanzi fiume", guerre lampo", "navi traghetto". Da "Paese cesso" abbiamo, quindi, "Paesi cesso", vale a dire "Paesi (che sono un) cesso". Alcuni tra i due sostantivi inseriscono un trattino.

giovedì 11 gennaio 2018

Sgroi - La guerra dell’inglese. Ovvero, quando la tecnica sopravanza la Politica


Il Prof. Salvatore Claudio Sgroi, dell'Ateneo di Catania, risponde alla lettera della ministra Valeria Fedeli, a capo del MIUR.

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La lettera della Fedeli

lunedì 8 gennaio 2018

Sgroi - Politica linguistica suicida... del ministro della P.I.


  di Salvatore Claudio Sgroi*

1. Provocazione del MIUR: bando PRIN (in italiano) con domande da redarre (o redigere?) però "in lingua inglese"

Il 27 dicembre 2017 il MIUR (leggi "Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca"), con a capo il ministro (o la ministra?) Valeria Fedeli, ha pubblicato il bando per il nuovo Prin (leggi "Progetti di Rilevante Interesse Nazionale" per la ricerca universitaria).

Il cui art. 4 comma 2 così recita: "La domanda è [leggi: va] redatta in lingua inglese; a scelta del proponente, può essere fornita anche una ulteriore versione in lingua italiana."

La frase eufemisticamente all'indicativo in realtà con valore imperativo è sinceramente preoccupante. Che il ministro imponga l'uso di una lingua straniera (estranea cioè agl'italiani, non-nativa) in casa propria, scavalcando la lingua nazionale e ufficiale (cfr. art. 9 della Costituzione), lascia decisamente senza parole.

2. Morte di una lingua annunciata?

La morte di una lingua non è determinata dal suo uso e dalla sua trasformazione al contatto con altri idiomi con accoglienza, secondo i propri bisogni e gusti, di voci straniere adattate o meno, ma dalla sua rinuncia ad essere usata nelle diverse situazioni comunicative, soprattutto poi se si tratta di contesti culturalmente alti, per essere sostituita con un'altra.

Il processo che si innesca con atti del genere -- sostituendo alla lingua nazionale l'anglo-americano --- è quello della riduzione degli ambiti d'uso scientifici dell'italiano. Si tratta di una forma di "diglossia", di bilinguismo di serie B, per l'italiano confinato agli usi Bassi, rispetto all'inglese riservato agli usi Alti, in attesa magari di un totale spiazzamento dell'italiano in tutti i contesti.

3. Ferdinand de Saussure (1891) aveva già previsto le condizioni di morte di una lingua

Il processo in atto ricorda insomma quello già indicato dal Saussure autore della "Première Conférence" all'Università di Ginevra nel novembre 1891:

"Una lingua non può morire di morte naturale. Non può morire che di morte violenta. Il solo modo che abbia di cessare, è di vedersi soppressa per forza, per una causa del tutto esterna ai fatti di linguaggio.

Cioè ad esempio per lo sterminio totale del popolo che la parla, come succederà prossimamente per gli idiomi dei Pellerossa dell'America del Nord.

Oppure per imposizione  di un nuovo idioma appartenente a una razza più forte; generalmente ci vuole non soltanto una dominazione politica, ma anche una superiorità di civilizzazione, e spesso ci vuole la presenza di una lingua scritta che viene imposta dalla Scuola, dalla Chiesa, dall'amministrazione... e attraverso tutti i canali della vita pubblica e privata. È un caso che si è ripetuto cento volte nella storia [...] Ma queste non sono cause linguistiche.

Non accade mai che una lingua muoia di consunzione interna, dopo aver portato a termine la carriera che le era destinata. In se stessa è immortale, cioè non vi è alcuna ragione per cui la sua trasmissione si arresti per una qualche causa relativa all'organizzazione di quella lingua stessa".

4. Ravvedimento in vista

Ma abbiamo motivo di ritenere che al ministero, grazie anche al consiglio di saggi glottologi, verrà apportato l'utile correttivo nel bando per un uso naturalmente obbligatorio della lingua nazionale, affiancato caso mai facoltativamente da quello della lingua inglese.

L'italiano per realizzare le sue potenzialità linguistico-culturali non può rinunciare ad essere usato, in casa propria, cedendo a idiomi di comunità più forti, se non prepotenti, come l'anglo-americano, se non vuol rischiare di scomparire.

P.S.  Naturalmente si potenzi l'apprendimento dell'inglese -- lingua veicolare, internazionale e idioma di uno Stato, culturalmente, economicamente ecc. avanzato come gli USA -- a scuola, all'università, con corsi anche in TV o alla radio (come nei decenni del secolo scorso).


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Tra i suoi ultimi libri Il linguaggio di papa Francesco (Libreria editrice Vaticana 2016), Maestri della linguistica otto-novecentesca (Edizioni dell’Orso 2017),  Maestri della linguistica italiana (Edizioni dell’Orso 2017).