Visite dal primo febbraio 2017

mercoledì 18 aprile 2018

I segnaposto o i segnaposti?


Ecco un altro nome composto, segnaposto (cioè quella «targhetta o altro oggetto con scritto il nome della persona cui è riservato un posto a sedere»), sul cui plurale i vari vocabolari non concordano: per alcuni è invariabile, per altri variabile, per altri ancora variabile o invariabile. Come regolarsi? Semplice, a nostro modo di vedere. Basta  seguire la regola grammaticale secondo la quale i sostantivi composti di un verbo (segnare) e di un sostantivo maschile singolare (posto) si pluralizzano normalmente: il segnaposto / i segnaposti.

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La lingua "biforcuta" della stampa

Campidoglio, onorificenze ai sopravvissuti del rastrellamento del Quadraro

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Forse è il caso di "ricordare" ai titolisti del giornale in rete che si sopravvive "a" (qualcosa), non "di" (qualcosa). Dal Treccani in linea:

 sopravvissuto agg. e s. m. (f. -a) [part. pass. di sopravvivere]. – Che o chi si è salvato da un disastro e sim.: il patrimonio sarà diviso fra tutti gli eredi s.; elenco dei passeggeri s. al disastro aereo; i s. alla strage, all’attentato; s’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balìa del più vile sopravvissuto (Manzoni); in senso fig., persona di mentalità sorpassata, che mostra di avere idee e comportamenti da tempo superati: certi critici musicali sono ormai dei s.; fra i giovani mi sento un s.; era un s., ancorato a una realtà che era stata disfatta da decenni (Carlo Sgorlon).


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La prestigiosa Accademia della Crusca "striglia" il MIUR: nei documenti privilegia l'inglese a discapito della lingua italiana.

martedì 17 aprile 2018

La proposizione


Stupisce il constatare che molte persone confondono la preposizione con la proposizione, ritengono, cioè, i due termini l’uno sinonimo dell’altro. Vediamo, quindi – sia pure per sommi capi – che cosa è la “proposizione” (con la “o”). Ce lo dice la stessa parola latina dalla quale deriva (“propositio”, ‘cosa proposta’ alla considerazione, alla discussione e, per tanto, “argomento”, “concetto”) vale a dire “gruppo di parole unito a un verbo che esprima un pensiero riguardo a un dato argomento”, insomma una frase: Giovanni legge attentamente; Paolo rimira le stelle; Giuliano risolve i cruciverba. In tutti questi esempi ogni parola è unita a un verbo e forma, o meglio esprime un concetto “proposto” (‘proposizione’) alla nostra attenzione. Gli “ingredienti” essenziali di una proposizione sono il soggetto e il verbo, senza quest’ultimo, anzi, non si ha alcuna proposizione in quanto il gruppo di parole risulterebbe “slegato”. Ma cos’è il soggetto, elemento “principe” – dopo il verbo – di una proposizione? Semplicissimo: è la persona, l’animale o la cosa di cui si parla. Viene dal latino “subiectus” ed è l’elemento “sottoposto” a un giudizio, vale a dire – per usare le parole del linguista Francesco Ugolini – “il termine di cui si afferma una maniera d’essere o d’agire”. Negli esempi sopra riportati “affermiamo” che Giovanni legge attentamente, che Paolo rimira le stelle e che Giuliano risolve i cruciverba; Giovanni, Paolo e Giuliano sono, per tanto, “elementi sottoposti” a una nostra considerazione. Attenzione, quindi, non si confonda la “preposizione” con la “proposizione”: il figlio di un nostro conoscente ha scritto – in un compito in classe – che trovava “difficoltoso riconoscere i vari complementi contenuti in una preposizione”. Riteniamo superfluo riportare il giudizio negativo dell’insegnante, fortunatamente di quelli con la “i” maiuscola. E visto che siamo in tema di proposizioni evitate – se desiderate scrivere forbitamente – di adoperare l’avverbio “onde” seguito da un infinito (anche se usato da “firme eccellenti”): ti scrivo onde avvertirti del mio arrivo. Si dirà, correttamente, ti scrivo “per” avvertirti del mio arrivo. Sí, siamo caduti nella pedanteria, ma non importa. Onde, è bene ricordarlo, è un avverbio di luogo, precisamente di moto da luogo, è il latino “unde” e vale “da dove”; non ci sembra corretto adoperarlo, quindi, per introdurre una proposizione finale o causale. Non è, insomma, una parolina ‘multiuso’ anche se molte cosí dette grandi firme non si fanno scrupolo alcuno dell’uso improprio. Abbiamo sempre detto, infatti, che non tutti gli scrittori sono linguisti e che non tutti i giornalisti sanno adoperare la lingua a dovere. Voi, amici, seguite chi volete; se desiderate, però, scrivere (e parlare) correttamente diffidate di queste “firme illustri”.  


lunedì 16 aprile 2018

La «lattigine»


In un "forum" sulla lingua italiana un utente domanda e si domanda se esiste/a il termine lattigine. Questo vocabolo non è attestato nei vocabolari dell'uso, ma "è in vita"...  Si veda qui.

domenica 15 aprile 2018

La nascita (linguistica) del picnic


Per conoscere la nascita del picnic (sotto il profilo linguistico, ovviamente), che in lingua italiana si scrive correttamente, ricordiamolo, solo in grafia unita (non, dunque, "pic nic" o "pic-nic") ci affidiamo a Gianfranco Lotti:

«Trascrizione inglese del francese "pique-nique", parola composta che propriamente vale "becca-niente". Era cosí detto il "pasto in comune a cui si partecipa portando vivande o pagando la propria quota". Tale definizione fa pensare che "pique-nique" sottintendesse "pour le pique-assiette" 'per lo sbafatore' e fosse inteso nel senso di "colazione dove non c'è niente da beccare (per lo scroccone)". Nell'Ottocento il termine passò a significare "merenda all'aperto durante una scampagnata". "Pique" è voce verbale di "piquer", dal latino parlato  "*piccare"; "nique" è, cosí come il tedesco "nichts", di origine germanica».

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La parola proposta da questo portale: sontico. Aggettivo sinonimo di torbido.

sabato 14 aprile 2018

Vieppiú? Per carità! Una sola «p»


I "revisionisti" del vocabolario Gabrielli in rete hanno proprio deciso di far rivoltare nella tomba il compianto professore ritoccando "in peggio" il suo vocabolario. Nel "nuovo" Gabrielli si legge, infatti, che l'avverbio "viepiú" si può scrivere anche con due "p" (vieppiú). «viepiù
[vie-più] vie piùvieppiù.
avv. lett. Sempre più, molto più: vidi Sansone / vie più forte che saggio Petrarca». Grafia condannata dal Gabrielli nel suo "Il museo degli errori":
«Volendo fare della locuzione avverbiale di più (che è la forma piú comune) una sola parola, bisogna scrivere dipiù, con una sola p.  E questo per la semplice ragione che la preposizione di non vuole in nessun caso il rafforzamento sintattico e di conseguenza il raddoppiamento della consonante scritta. Analogamente scriveremo  digià e non “diggià” (ma piú comunemente di già),  difatti e non “diffatti” (meno comune di fatti), didietro e non “diddietro” (ma anche di dietro), dipoi o di poi, ma non “dippoi”, disopra e disotto, o di sopra e di sotto, ma non “dissopra” e “dissotto”. Uguale errore molti commettono con l’avverbio composto viepiù (anche scisso vie piú) che assai spesso vediamo scritto vieppiù. Anche questo vie, infatti, antica alterazione di via usata come rafforzativo dei comparativi, non richiede mai il raddoppiamento della consonante iniziale. Analogamente scriveremo viepeggio (o vie peggio) e viemeglio (o vie meglio), e non “vieppeggio” e “viemmeglio”: ma qui l’errore è piú raro data l'ormai vieta pedanteria di queste due espressioni».


Abbiamo riscontrato il medesimo orrore nel De Mauro, nel Garzanti e nello Zingarelli. Il Sabatini Coletti - stranamente - non attesta l'avverbio in questione.

venerdì 13 aprile 2018

Andare a vela e a remi


Il modo di dire che proponiamo non è molto conosciuto perché non di "uso corrente", ma rende bene l'idea della persona che impiega qualunque mezzo per raggiungere uno scopo e sa adattarsi, per tanto, a tutte le situazioni che le si presentano, anche se negative. La locuzione, insomma, si riferisce a una persona che è capace, in caso di necessità, di cavarsela in qualunque situazione si trovi. L'espressione "chiama in causa" i tempi andati, quando le imbarcazioni - prima dell'introduzione dei motori - andavano a vela e a remi, se si rompevano le vele... c'erano i remi e viceversa.

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La parola proposta da questo portale, ripresa dal GDU (De Mauro): scarafaldone. Sostantivo maschile sinonimo di sgherro.

giovedì 12 aprile 2018

Quattro alternative

Quattro alternative per la formazione del governo.

Cosí titolava un quotidiano in rete. Le "quattro alternative" gridano vendetta al cospetto della grammatica italiana e di coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere. Nella lingua di Dante le "quattro alternative" vanno sostituite con  "quattro possibilità" perché l'alternativa, lo dice la stessa parola, viene dal latino "alternus", che significa "il ripetersi, a turno, di due cose", "possibilità di scelta fra due soluzioni" (non quattro o venti). Sull'uso corretto di alternativa riproponiamo un nostro vecchio intervento.

Non hai altre alternative. Frasi simili le leggiamo (e ascoltiamo) quotidianamente sulla stampa ma non sono “esatte”, anzi… “corrette”. I grammatici raccomandano il fatto che per “alternativa” deve intendersi una scelta, o meglio una possibilità di scelta fra due termini, non come una delle soluzioni che la scelta stessa concede. La frase, per esempio, l’alternativa è “combattere o morire” è correttissima perché abbiamo, per l’appunto, la possibilità di scegliere fra due soluzioni, possiamo cioè scegliere fra il combattere o il morire. Nella frase, invece, “non ha altra alternativa che morire”, il discorso non regge perché non c’è possibilità di scelta. Nei casi dubbi alcuni autorevoli grammatici consigliano di sostituire alternativa con “dilemma” (una specie di prova del nove, insomma): se il discorso “fila” – ha, cioè, un senso – l’uso di alternativa è corretto. Nel primo esempio… per esempio, “l’alternativa è combattere o morire” si può sostituire benissimo alternativa con “dilemma” e dire “il dilemma è combattere o morire”; il discorso “fila”, quindi l’uso di alternativa è correttissimo. Nel secondo esempio, invece, non si può dire, perché non “fila”, “non ha altro dilemma che morire”; l’uso di alternativa è, per tanto, errato. L’alternativa, inoltre, è sempre una (e soltanto una): questo o quello. Non si può dire, quindi, c’è un’altra alternativa o ci sono due (o più alternative). La stampa è incurante di queste “norme” e fa un uso improprio, per non dire scorretto, di alternativa. Ma anche alcuni vocabolari non sono da meno. Lo Zingarelli registra: non avere altra alternativa; gli resta una sola alternativa. Proviamo a sostituire alternativa con dilemma e vediamo che… “i conti non tornano”; l’uso di alternativa è errato. Il vocabolario Sandron riporta: la sola alternativa che ci resta è la resa; avverte, però, che l’uso è improprio.
Tornando al titolo in oggetto proviamo a sostituire alternativa con dilemma: Quattro dilemmi per la formazione del governo. Vi "suona"?...