Visite dal primo febbraio 2017

giovedì 22 giugno 2017

"Il piú infimo"


Gentilissimo dott. Raso, 

la disturbo ancora, ma questa volta non per una curiosità ma per un quesito grammaticale. Ai tempi della scuola mi hanno sempre insegnato che “più intimo” e “più infimo” sono forme grammaticalmente scorrette perché i due aggettivi sono di grado superlativo e come tali non si possono “alterare” ulteriormente.  Eppure si legge e si sente spesso “più infimo” e “più intimo”, anche sulla bocca di gente dalla cultura insospettabile. Può dirmi qualcosa in proposito? 

Grazie anticipatamente. 

Ottavio L. 

Terni

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 Cortese Ottavio, la scuola molto spesso insegna delle “inesattezze” e l’uso  dei due aggettivi,  ritenuto scorretto, ne fa parte.  Sí, è vero, “intimo” e “infimo” sono già superlativi, ma con il trascorrere del tempo hanno perso il loro valore elativo e vengono sentiti come di grado positivo e, come tutti gli aggettivi di grado positivo,  possono essere alterati. Guardi anche qui ("Si dice o non si dice?" di Aldo Gabrielli).



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La parola proposta da questo portale: almèa. Sostantivo femminile. Ballerina orientale che accompagna con il canto le sue danze.

mercoledì 21 giugno 2017

L'astrologo e la competenza


L’argomento, ci sembra, è stato già trattato; lo riproponiamo perché abbiamo notato che non tutti i vocabolari concordano sul plurale dei nomi in “-logo”: astrologi o astrologhi? Urologi o urologhi? Alcuni danno corrette entrambe le forme, altri ritengono di uso popolare la forma in “-ghi”, altri ancora privilegiano esclusivamente quella in “-gi”. Questa “anarchia” disorienta i lettori che non sanno come regolarsi in proposito. Eppure ci sembra che la grammatica sia categorica: la sola forma corretta è quella in “-gi”: astrologi, psicologi, teologi, filologi, neurologi ecc. Si potrebbe obiettare, quindi, che secondo questa regola il plurale di “dialogo” dovrebbe essere “dialogi”. No, questa regola si applica solo ai sostantivi che si riferiscono a persone e terminano in “-òlogo” (dialogo non finisce in “-òlogo” e non si riferisce a persone). Senza tema di sbagliare scriveremo, quindi, i meteorologi, gli ufologi, i cardiologi, i podologi…



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Anche questa volta ciò che stiamo per scrivere farà storcere il naso ai cosí detti grandi linguisti (non abbiamo neanche l' "appoggio" dei vari vocabolari). Ma tant'è. Intendiamo parlare dell'uso errato del sostantivo «competenza», che, propriamente, significa 'conoscenza', 'cognizione', 'pertinenza', 'abilità' e simili: nessuno mette in dubbio la 'competenza' (conoscenza) di Giovanni nel campo dell'informatica. Spesso questo sostantivo viene adoperato - ed è qui il nostro dissenso - come sinonimo di 'compenso', 'paga', 'retribuzione', 'salario' e simili: siamo al primo del mese e non mi hanno ancora accreditato le 'competenze' dovute. In casi del genere l'uso di competenza è un francesismo e in quanto tale in buona lingua è da evitare.

martedì 20 giugno 2017

Saltar d'Arno in Bacchiglione

Quest'espressione - che in senso figurato significa "passare senza logica da un discorso a un altro", "intraprendere varie iniziative senza aver portato a termine le precedenti", "cambiare continuamente mestiere senza un reale motivo" - dovrebbe essere nota ai lettori toscani e veneti. La locuzione fa riferimento, infatti, ai fiumi Arno e Bacchiglione che scorrono, rispettivamente, in Toscana e nel Veneto. Il modo di dire si trova anche nel capolavoro del Divino (Inferno, XV, 113) là dove parla del vescovo Andrea de' Mozzi  il quale "fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione", vale a dire dalla città di Firenze, sull'Arno, si trasferí a Vicenza, sul Bacchiglione. Il modo di dire, insomma, è simile all'altro, piú conosciuto e, quindi, maggiormente adoperato, "saltare di palo in frasca".
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Da "Domande e risposte" del sito Treccani:
Risposta degli esperti:
Se emergono problemi nell’uso dell’ausiliare, si tenga conto che, quando siamo in presenza dell’accoppiata verbo modale (in questo caso, potere) + infinito, una soluzione certa esiste. È sufficiente adoperare l’ausiliare che il verbo normale, se usato da solo, pretende. L’ausiliare del verbo arrivare è essere (sarei arrivato), quindi scriverò sarei potuto arrivare, come giustamente aveva fatto per conto suo chi ci ha posto il quesito.
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La risposta è "ineccepibile" ma - a nostro avviso - incompleta. Si possono adoperare indifferentemente gli ausiliari essere o avere se l'infinito che segue il verbo modale (o servile) è intransitivo. Arrivare è intransitivo. È corretto, pertanto, sia "sarei potuto arrivare" sia "avrei potuto arrivare". Personalmente preferiamo l'ausiliare essere.


lunedì 19 giugno 2017

Sgroi - La grammatica pedagogica di Maria Montessori


di Salvatore Claudio Sgroi *

 La Psicogrammatica della marchigiana Maria Montessori [1870 -1952] (ed. Franco Angeli 2017) si presenta già nel titolo neologico come "grammatica psicologica". Ovvero grammatica "pedagogica", da mettere in mano non agli alunni (6-12enni) ma agli insegnanti delle scuole elementari. Come precisa il sottotitolo, si tratta di un «Dattiloscritto inedito», ma con circolazione interna tra i montessoriani, composto negli anni 1924-1936 (p. xv), ora «revisionato, annotato e introdotto da Clara Tornar e Grazia Honegger Fresco». La revisione è assai accurata, con interventi stilistici, ideologici e terminologici invero filologicamente non sempre necessari ma comunque scrupolosamente segnalati in nota. Per es. «I primitivi popoli» (n. 32) diventa «Gli antichi popoli» (p. 15); il «linguaggio» (n. 95, ecc.) diventa «lingua» (p. 46, ecc.); «avverbi qualitativi» (n. 341) diventa «avverbi qualificativi» (p. 184); «Gli animali» (n. 121) diventa «tutti i viventi» (p. 121); l'es. «Peccato mortale» (n. 208) è tolto dall'esemplificazione (p. 108), il raro «ciarlatino» (nn. 296, 350) diventa «ciarlierino» (pp. 168, 188); «si eseguisce» (n. 204) diventa «si esegue» (p. 108), ecc.

Quale sia la funzione dello studio della grammatica è detto a chiare lettere dall'A. e non può che essere pienamente condiviso:

«La grammatica non dà la lingua -- e non fa uno scrittore. Essa dà il modo di 'penetrare' la lingua che già esiste [i.e. 'si possiede'], di fissarla e di perfezionarla e perciò è estremamente utile al bambino che la sta organizzando per forza propria» (p. 27). Ovvero «nell'analisi grammaticale il bambino [...] analizza i particolari [...] per accorgersi di essi, per divenirne conscio e quindi per possederli intelligentemente» (p. 26).

E ancora: «Tutto questo studio [della grammatica] è un mezzo stupendo di ginnastica mentale, di penetrazione in se stessi e anche il modo di 'perfezionare' e di 'fissare' la forma della lingua. Non è certo il modo di imparare la lingua. Quando si ripete che Dante e Boccaccio, due scrittori della più alta classicità della lingua italiana, non avevano mai studiato la grammatica, non si dice niente che possa impressionare» (p. 27).

Se questa è la funzione metalinguistica dell'educazione linguistica, quale e quanta teoria grammaticale propone l'A. in questa sua Psicogrammatica?.

L'A. è ben consapevole che «L'analisi del linguaggio vivo non si basa sulla conoscenza delle singole parole, ma sulla logica secondo la quale il pensiero si va svolgendo, secondo il lavoro logico che l'ha costruito» (p. 27). Ovvero «nella frase viva c'è un'idea principale che muove le altre e queste [...] si raggruppano [nel periodo] in un certo modo e non in un altro. L'analisi diventa dinamica ed è chiamata analisi logica [i.e. 'sintattica']» (ibid.). Alla fine «un'analisi [...] parte da una frase e la suddivide in tutte le parole che la compongono» e «così si riconoscono se le parole sono di un tipo o di un altro, cioè se siano nomi, verbi ecc., sapendo che le parole si possono classificare in nove gruppi: nome,  articolo, verbo, aggettivo, pronome, avverbio, preposizione, congiunzione, interiezioni» (p. 26). E alle 9 parti del discorso nei loro rapporti morfologici e morfo-sintattici sono dedicati 7 capp.

L'approccio tradizionale (con qualche idiosincrasia) è costante nelle definizioni. Così Il verbo è «energia», è «parola che indica azione, movimento»; «Tutte le parole che indicano movimento sono verbi» (p. 121).

Il nome è «materia» (ibid.), «non indica soltanto una persona o una cosa, come dice la sua definizione grammaticale» (p. 44).

Segue anche una esemplificazione di frasi semplici e complesse (pp. 121-22): «sorge il sole e illumina la terra; gli umani e gli animali si svegliano; si veglia, si studia», ecc.

L'aggettivo «appartiene al nome, si integra con esso, lo illustra, lo serve: ne fa parte» (p. 163).

I pronomi «fanno le veci di un nome di persona, di animale o di cosa. Sono i sostituti di quelle grandi parti del discorso che sono i nomi» (ibid.), ecc.

Su come "concretamente" l'insegnante montessoriana insegna la grammatica ai bambini il lettore lo capirà scorrendo le pagg. con i 9 simboli grafici a colore (triangoli, cerchi, ecc.) delle parti del discorso (figg. 28, 40, 42, 64, 65, 87, 91, 92). Il verbo «è ben rappresentato dal circolo rosso che, come il sole, non si ferma mai e irradia la sua forza animando la materia [il nome]» (p. 121). A sua volta «Il nome è ben simboleggiato da quel triangolo equilatero nero fermamente piantato e immobile» (ibid.). E così, le altre 7 parti del discorso sono rappresentate con altre figure a colori (p. 223).

Il lettore esaminerà quindi le parole illustrate con disegni per es. fiore, anfora, castello, ecc. (figg. 1-2, 25-27, 30-32, 41). E le frasi anch'esse corredate di disegni (figg. 52-58 agg. determ., 60-62 agg. qualif., 66 tempi, 73-82 tempi e modi), per es. fig. 78 «Scendi giù subito»; fig. 77 «Potrei avere quel paio di calzettine? - Sì, a patto che le paghi»); fig. 80 «Avendo giocato per l'intero pomeriggio, è stanco e dorme», ecc.

E infine si soffermerà sulle "scatole" colorate con gli scomparti riempiti di cartellini di parole e frasi con "comandi" ai bambini (figg. 16-20 "lettere smerigliate", 35-37 "art. + nome", 63 "agg. qualif.", 83 "coniug.", 86 "verbo", 90 "pronome", 93 "avverbio", 95 "preposiz.", 96 "congiunz.", 97 "parti del discorso", ecc.). In tal modo «i bambini leggono ciascuno per proprio conto il cartellino ricevuto (con la frase) ed eseguono l'azione ricordando l'azione della maestra» (p. 158), per es. «Afferra un bambino improvvisamente per le braccia» (p. 161). Dulcis in fundo le «interiezioni» con ess. manzoniani (pp. 218-22).


* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di

--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);

-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);

--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);

-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)





domenica 18 giugno 2017

Il patriota e lo stratego

 Il vocabolario “Treccani” in rete attesta “stratego” come prima occorrenza, relegando al secondo posto la forma piú usata, “stratega”; per quanto riguarda, invece, il lemma “patriota” riporta “patrioto” come voce antica o popolare. Ciò ci stupisce, e non poco, perché sul piano lessicale i due termini sono “alla pari”. Vi sono, infatti, dei sostantivi maschili che accanto alla desinenza “-a” assumono anche la desinenza “-o”. Abbiamo, cosí, il pilota e il piloto, lo stratega e lo stratego, il patriota e il patrioto. Perché, dunque, questa “discriminazione linguistica”? C’è da dire, però, che le forme in “-o” sono di uso letterario o popolare. Ciò non toglie che sul piano lessicale – come dicevamo - hanno pari dignità. Di questi allotropi (doppioni) il piú noto è – senza ombra di dubbio – il piloto per l’uso che ne hanno fatto i classici: «E se il piloto ti drizzò la nave» (Ugo Foscolo). Concludendo, si potrebbe dire che la terminazione in “-o” si può considerare una sorta di rivalsa sulla desinenza “-a” del maschile dei sostantivi come profeta, poeta, pianeta, teorema, tema e simili. 

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Facciamo nostri alcuni suggerimenti - tratti dal sito "www.oggiscrivo.it" -  per parlare e scrivere in buona lingua italiana:

Cementare
Un'amicizia non si cementa ma si rinsalda, si riafferma. Non si cementa un accordo ma lo si stabilisce, lo si stringe.
Chiedere
Se si interroga per sapere meglio usare domandare:“gli ho domandato l’ora”, “gli ho domandato il titolo del libro”.
Circondare
Non si circonda qualcuno di premure ma lo si colma di attenzioni, di riguardi.
Concretiz-
zare
Meglio concretare o concludere.
Conforto
Si dà conforto a chi soffre. Non va bene quindi “la mia casa offre ogni conforto”; meglio "offre ogni comodità".
Cui
Evitare di riferirlo all’intera frase. “Non mi fido di loro per cui andrò solo” = “Non mi fido di loro, perciò andrò solo”.
Declassare
Meglio servirsi del verbo “degradare”.
Derogare
È verbo intransitivo e si costruisce con la preposizione “a”. È errato impiegarlo con il complemento oggetto: “derogare i patti” invece di “derogare ai patti”.
Eccepire
In linguaggio giuridico vale per “sollevare eccezione”. Negli altri casi è meglio utilizzare “obiettare, replicare, opporre, osservare, addurre”.
Eclissarsi
Evitare nel significato di andarsene furtivamente. Meglio “scomparire, svignarsela, sgattaiolare e le forme popolari squagliarsela, squagliarsi”.
Edotto
Non si rende edotto qualcuno ma lo si informa, istruisce, avverte.
Elaborato
È  una pedante locuzione di antico linguaggio scolastico. Meglio compito, componimento scolastico, lavoro scritto, composizione.
Emettere
Emettere un giudizio, una circolare, un ordine sono espressioni burocratiche. Meglio esporre, manifestare, esprimere, proporre, diffondere, pubblicare, decretare, bandire, promulgare, diramare, emanare.
Evadere
È corretto se usato intransitivamente. Evaso dal carcere va bene. Evadere una pratica (uso burocratico) non è corretto: meglio "sbrigare una pratica".
Facoltiz-
zare
Orrore del linguaggio amministrativo. Meglio permettere, concedere, autorizzare.
Familiare
Forma più comune di “famigliare”. Lo stesso dicasi per i derivati (famigliarmente, famigliarità, ecc…).
Finire
Lo si unisca a un infinito solo con la preposizione “con” e mai con “per”.

“Finì col non partire” e non “Finì per non partire”.
Guadagna-
re
È errato dire (termine francese) “guadagnare una scommessa”. La locuzione esatta è “vincere una scommessa”.
Inevaso
Termine burocratico molto brutto. Meglio "non sbrigato, non accolto, non definito, ecc...".
Inoltrare
Ci si inoltra in un bosco ma non si inoltra una pratica. Meglio si invia, si trasmette, si avanza.
Interdetto
In italiano vale solo nel senso di vietato, proibito, impedito e simili. È usato impropriamente per dire “restare interdetto” nel significato francese di “essere turbato profondamente”. Meglio quindi “turbato, stupito, sbigottito, stupefatto e simili.
Meno
Avverbio, non va usato in proposizioni disgiuntive col significato di no: “non so dirtelo o meno” è errato, si dice “non so se dirtelo o no”. Non è nemmeno corretto dire “a meno che” invece di “salvo che, eccetto” (Non “andiamo avanti, a meno che tu non abbia paura” ma “salvo che tu non abbia paura”). Scorretto usarlo in luogo di eccetto, escluso, fuorché: “invito tutti, meno lui” invece di “invito tutti, eccetto lui”. Sbagliato “quanto meno” invece di per lo meno, almeno: “ti scriverò, o quanto meno ti telefonerò” invece di “…o almeno ti telefonerò”.
Neofita
Al maschile sarebbe “un neofito” ma la forma neofita è molto diffusa.
Neutraliz-
zare
Significa “rendere neutrale”; è sbagliato usarlo nel senso di “ridurre all’impotenza, annullare”.
Nonché
Significa “tanto più o tanto meno”. Non lo si usi al posto di “e” o “anche”. Non si dice “mi parlò di te nonché di tuo fratello” ma “mi parlò di te e (anche) di tuo fratello”.
Obbligare
Non dire “Lei mi obbliga con le Sue cortesie” ma “Le sono grato per le Sue cortesie” o frasi similari.
Oberato
In origine significava “carico di debiti” per cui non si può dire oberato di debiti e nemmeno oberato di lavoro.



sabato 17 giugno 2017

Perché vado IN Sardegna e, invece, vado A Formosa?


Sulle preposizioni e sugli articoli da usare davanti ai nomi delle isole risponde Enzo Caffarelli, del settore consulenza linguistica della Crusca. 

venerdì 16 giugno 2017

Sul corretto uso dell'articolo con il possessivo

Caro Direttore del portale, 
mi permetta di presentarmi prima di chiederle ospitalità per una lettera aperta agli amanti del bel parlare e del bello scrivere che seguono questo sito. Sono il possessivo, o meglio l’aggettivo determinativo che esprime l’idea del possesso, dell’appartenenza; i miei biografi, cioè i grammatici, amano definirmi «quella parte variabile del discorso che si mette prima (o dopo) di un sostantivo per indicarne l’appartenenza, il possesso». Ho notato che non tutti mi adoperano correttamente, per questo ho pensato a una lettera aperta indirizzata a quanti hanno a cuore il buon uso della lingua italiana e accetteranno, quindi, alcuni miei modesti consigli circa l’ “obbligatorietà” dell’articolo davanti all’aggettivo possessivo. So benissimo che rischierò di rasentare la pedanteria (e di ciò chiedo scusa in anticipo), ma in lingua, alcune volte, è estremamente necessario essere rigorosi per non incorrere in strafalcioni che fanno inorridire “quanti ne sanno piú di noi”. Vediamo, dunque.
 
Innanzi tutto non è necessario ricorrere a me, cioè all’aggettivo determinativo (o possessivo), tutte le volte che il contesto del discorso indica chiaramente il possesso di un oggetto: ho smarrito l’ombrello (è chiaro, infatti, che si intende “il mio”); gli si è rotto il braccio (anche in questo caso è evidente che si intende “il suo”). Ed eccoci, gentili amici, alla cosa che piú mi sta a cuore: quando l’aggettivo possessivo si trova davanti a un nome indicante una relazione di parentela rifiuta o esige l’articolo secondo “regole” ben precise. Vediamole assieme.
 
Non si deve mettere l’articolo quando l’aggettivo determinativo si trova davanti a nomi di parenti stretti: padre, madre, fratello, sorella, figlio, figlia, marito, moglie. Si dirà, perciò, mio padre e non “il mio padre”. Si omette altresí l’articolo, ma non obbligatoriamente, davanti a nomi di parentela non stretta: zio, zia, nipote, cugino, suocero, genero, nuora ecc: tuo zio o il tuo zio; vostro genero o il vostro genero. È tassativamente obbligatorio, invece, mettere l’articolo (anche se la “legge linguistica” non commina la… reclusione) nei seguenti casi: a) davanti a nomi “affettivi” di parenti stretti, vale a dire mamma, papà, babbo, figliolo, figliola: il mio papà; la mia mamma; la sua figliola; b) davanti alle forme alterate di un qualunque nome di parentela e cioè nipotino, mogliettina, fratellino ecc.; c) quando il possessivo si trova dopo il sostantivo: la sorella mia; il padre vostro. Solamente in locuzioni esclamative, questo è importante, si sopprime l’articolo: padre mio! Mamma mia! Amore mio! d) quando qualsiasi nome di parentela è espresso in forma plurale: le vostre cugine; i suoi fratelli; e) quando oltre al possessivo c’è un altro aggettivo: il mio caro nonno.
 
Da ricordare, inoltre, che anche “proprio” è un aggettivo possessivo e sta a indicare il possesso di una qualsiasi delle tre persone cui si riferisce: può essere unito, infatti, a ‘mio’, ‘tuo’, ‘suo’ ecc. con valore intensivo. È correttamente adoperato, soprattutto, quando l’aggettivo possessivo ‘suo’ potrebbe dare adito ad ambiguità di indicazione; nel qual caso con ’proprio’ si indica il possesso del soggetto stesso: Giovanni fece riparare la sua automobile (nel contesto di un discorso potrebbe anche indicare l’automobile di un’altra persona). Se, invece, diciamo (o scriviamo) Giovanni fece riparare la “propria” automobile evitiamo possibili equivoci in quanto è chiaro che si tratta dell’auto di Giovanni, cioè del soggetto.
 
Vi ringrazio della vostra cortese attenzione e ringrazio, altresì, il Direttore per la sua squisita disponibilità.
 
Il vostro
 amico Possessivo
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Per la serie "la lingua biforcuta..."
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Forse qualche linguista "d'assalto" ci smentirà, ma il titolo in questione contiene - a nostro avviso - uno strafalcione imperdonabile: da infermiere. Siamo in presenza di un normale complemento di specificazione la preposizione "da" è, quindi, errata e va sostituita con la sorella "di": di infermiere. Si specifica, infatti, di quale posto si tratta.


In proposito riproponiamo un nostro vecchio intervento sul corretto uso della preposizione "da".  L'articolo si trova anche nel libro "Un tesoro di lingua", a pagina 43.
Alcuni così detti scrittori di vaglia – non sappiamo se per puro “snobismo linguistico” o per scarsa conoscenza delle norme che regolano la nostra madre lingua – adoperano la preposizione ‘da’ in modo improprio, per non dire errato, confondendo le idee linguistiche ai giovani studenti che, attratti dal “nome” dello scrittore, prendono per oro colato tutto ciò che la grande stampa “propina” loro. Sarà bene vedere, quindi, sia pure per sommi capi, l’uso corretto della predetta preposizione affinché gli studenti non incorrano nelle ire dei loro insegnanti. La preposizione “da”, dunque, è usata correttamente quando indica l’attitudine, l’idoneità, la destinazione: pianta ‘da’ frutto; camicia ‘da’ uomo; sala ‘da’ tè; veste ‘da’ camera e simili. Alcuni scrittori, dicevamo, la adoperano in modo improprio, in luogo della preposizione “di”, quando si parla di una qualità specifica di una cosa e non di una destinazione, sia pure occasionale. In questi casi si deve usare esclusivamente la preposizione “di”, l’unica autorizzata “per legge grammaticale”. Si dirà, per tanto, festa ‘di’ ballo (non da ballo); biglietto ‘di’ visita (non da visita, anche se ormai l’uso errato prevale su quello corretto); uomo ‘di’ spettacolo; Messa ‘di’ Requiem. Durante le celebrazioni per il centenario della morte di Giuseppe Verdi, nel 2001, un grande giornale d’informazione titolò: “Grande successo per la ‘Messa da Requiem’”. Il giornale e il suo redattore titolista non presero a calci solo la lingua italiana, offesero soprattutto la memoria del grande musicista che ha composto, per l’appunto, la “Messa di Requiem”. Ancora. Leggiamo sempre, su tutti i giornali, frasi del tipo: “Il giocatore Sempronio ha ripreso il suo posto da titolare”. Nelle espressioni citate quel “da” è uno “snobismo linguistico” o un … “ignorantismo”? Decidete voi, gentili amici. Ma andiamo avanti. La preposizione “da” non può usurpare le funzioni della consorella “per” quando nella frase c’è un verbo di modo infinito atto a indicare l’uso, la destinazione della cosa di cui la stessa cosa è agente. Diremo, quindi, macchina “per” scrivere, non “da” scrivere (altrimenti sembra che la macchina debba “essere scritta”); matita “per” disegnare, non “da” disegnare e simili. La preposizione “da”, insomma, posta davanti a un verbo di modo infinito rende quest’ultimo di forma passiva. È adoperata correttamente, quindi, se seguita da un infinito nelle espressioni tipo “casa ‘da’ vendere” (che deve essere venduta); “grano ‘da’ macinare” (che deve essere macinato) e via discorrendo. Un’ultima annotazione: la preposizione ‘da’ non si apostrofa mai (per non confondersi con la sorella ‘di’) tranne in alcune locuzioni avverbiali: d’altronde; d’altro canto e simili.