Visite dal primo febbraio 2017

lunedì 20 novembre 2017

Che zagaglia!


La parola, ripresa dal Treccani, proposta da questo portale: zagaglia. Sostantivo femminile; indica un'arma simile alla lancia.

domenica 19 novembre 2017

"La lingua della musica"


Anche i "quiz" di questa settimana - proposti dalla Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica - hanno poco che vedere - a nostro parere -  con «l'Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile», come recita il titolo dei volumi redatti dalla stessa accademia. Su 8 domande solo 3 fanno riferimento alla lingua di Dante. Di queste, la sesta - che riportiamo - ci lascia perplessi perché la risposta che si deve dare ("zeppa") non si trova in nessuno dei "sacri testi grammaticali" in nostro possesso. La riportano solo i dizionari (ma bisogna saperlo, ovviamente) tra cui il vocabolario Treccani in rete, al punto 2/b.
Nel verso volare, oh oh, come si chiama quell’oh, oh?
onomatopea     zeppa

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La parola proposta da questo portale: omeomeria. Sostantivo femminile del linguaggio filosofico; sta per "somiglianza".

venerdì 17 novembre 2017

Osservazioni... (4)


Probabilmente non tutti saranno d’accordo su quanto stiamo per scrivere (ogni giudizio, ovviamente, è soggettivo). Nel nostro lessico c’è un verbo che  “sa” troppo di burocrazia e andrebbe,  a nostro modo di vedere, sostituito con altri piú  “consoni”. Il verbo incriminato è  “declinare”. Non dimentichiamo che l’accezione primaria del suddetto verbo è  “volgere, tendere gradatamente al basso” derivando dal latino “chinare” (inclinare): la montagna ‘declina’ verso la pianura. Adoperarlo nel senso di  “rendere noto” o di “respingere” ci sembra, per l’appunto, un  “abuso linguistico”. Spesso, anzi sempre, si sente dire o si legge “declinò le generalità” (le rese note); la direzione “declina ogni responsabilità”; Mario “ha declinato l’invito”. Non è meglio dire “respinge” ogni responsabilità; “dette” (o riferí) le generalità e “ha rifiutato, non ha accettato” l’invito? Declinare, insomma, è un verbo che, a nostro avviso, meno si usa nelle accezioni “incriminate” meglio è per il  “bene” della lingua di Dante.

Le cronache dei giornali ci hanno abituato, purtroppo, a convivere con un bruttissimo barbarismo: cappottare. Leggiamo, sovente, frasi del tipo: l’automobile, dopo il pauroso scontro, si è cappottata e tutti gli occupanti sono deceduti sul colpo. Premesso che non vorremmo mai leggere notizie di questo tenore, vogliamo spendere due parole sull’origine e sull’uso di questa orribile... parola. Innanzi tutto è un francesismo e in quanto tale in buon italiano non si dovrebbe adoperare. Ci sono termini italianissimi  che fanno alla bisogna: capovolgere e ribaltare. Il francese “capoter”, da cui l’italiano “cappottare”, è un termine di origine marinaresca e sta a indicare il rovesciarsi di una nave. Dalle navi il vocabolo è passato, consolidandosi, al linguaggio automobilistico e aeronautico. Se proprio lo si vuole adoperare lo si usi, almeno, con una sola “p”: capottare. Cosí facendo si ferisce una sola lingua, non due. “Cappottare”, a nostro modo di vedere, è un termine ibrido: né francese né italiano. Dimenticavamo una cosa ancora piú importante, se proprio si vuole adoperare questo verbo barbaro: il suo ausiliare “naturale” è ‘avere’ (non essere); l’auto ‘ha’ capottato. Perché? Perché come tutti i verbi che indicano un moto fine a sé stesso si deve coniugare con l’ausiliare avere.

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 La parola proposta da questo portale: cachinnare. Verbo - derivato di cachinno - che vale "ridere sguaiatamente,  rumorosamente". Nella lessicografia della Crusca troviamo l'avverbio squaccheratamente, vale a dire "ridere sconciamente, con grande strepito". Si veda anche qui.

giovedì 16 novembre 2017

"Non ancora..." o "ancora non..."?



Un interessante articolo della Crusca su: «Non ancora» e «ancora non».

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Divertitevi con la lingua italiana cliccando qui.

mercoledì 15 novembre 2017

Il "sesso" del/della carcere


Il figliolo di un nostro amico ha “rimediato” un’insufficienza in un componimento in classe perché ha scritto “una” carcere anziché  “un” carcere, come gli ha fatto rilevare il suo professore di lingua e letteratura italiana. Ci dispiace immensamente per il figlio del nostro amico, ma ci dispiace ancora di piú per la “pochezza linguistica” dell’insegnante di scuola media superiore: l’alunno “sbagliando” non ha... sbagliato. Ci spieghiamo meglio.  Carcere – e il professore dovrebbe saperlo – nel singolare può essere tanto di genere maschile quanto di genere femminile, anche se quest’ultimo è di uso, per lo piú, letterario (nel plurale è tassativamente femminile: ahi, la stampa: *i carceri!). Vediamo, per sommi capi, la sua storia per capire la  “nascita” dei due generi.  Il termine carcere, dunque, indica contemporaneamente il luogo, o meglio l’edificio, ove viene scontata la pena e la pena medesima: lo hanno rinchiuso in carcere; gli hanno dato due anni di carcere. In quest’ultimo senso era molto comune, nei tempi andati, l’espressione  “carcere duro” (e ciò spiegherebbe il genere maschile) con cui veniva indicata una pena particolarmente rigorosa. Silvio Pellico, nelle  “Mie prigioni”, descrive minuziosamente questo tipo di pena: “Essere obbligato al lavoro, portare la catena ai piedi, dormire su rudi tavolacci, e mangiare il piú povero cibo immaginabile”. Da questa  espressione singolare maschile è nato il normale plurale maschile: carceri duri. Carcere, quindi, nel singolare può essere sia maschile sia femminile, in quest’ultimo caso rispetta la  “regola” dei sostantivi in  “-e” che sono, in buona parte, di genere femminile. Per concludere possiamo affermare che ‘carcere’ nel singolare è maschile se indica la pena: cinque anni di carcere; carcere preventivo; femminile se indica il luogo: una carcere fatiscente. C’è da dire, però, che nell’uso i due generi si confondono (e “confondono” i professori) con una netta prevalenza del maschile. Nel plurale sarà tassativamente femminile: le carceri. Per quanto attiene all'etimologia, diamo la "parola" a Ottorino Pianigiani, anche se ritenuto non fededegno da (quasi) tutti i linguisti.

sabato 11 novembre 2017

La lingua e la Crusca

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Probabilmente siamo un po' tardi di  "comprendonio", ma proprio non riusciamo a capire il nesso tra i nuovi  "quiz", redatti dall'Accademia della Crusca in collaborazione con il quotidiano la Repubblica, e «l'Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile», come recita il titolo dei volumi redatti dalla stessa accademia. Saremo grati a chi ci illuminerà in merito.

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Una (mezza)* mostruosità linguistica scovata in rete:

Coniugazione del verbo redarre

www.coniugazione.eu/verbo/redarre
Coniugazione del verbo redarre, indicativo, congiuntivo del verbo redarre, condizionale e participio del verbo redarre, significato del verbo redarre.
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* Mezza perché, fortunatamente, le altre voci verbali, escludendo l'infinito, sono corrette.



venerdì 10 novembre 2017

Osservazioni... (3)





AI TEMPI, ormai lontani, della scuola ci hanno insegnato (e, forse, insegnano ancora) una grande baggianata: l’aggettivo gratuito si deve pronunciare “perentoriamente” con l’accento sulla “ú” (gratúito). No, amici, questo aggettivo ha due pronunce, una alla greca e una alla latina: gratúito e gratuíto. La piú comune, però, è la prima: gratúito. Non lo sostiene l’estensore di queste noterelle, lo sostengono i sacri testi.
Sabatini Coletti: gratuito [gra-tùi-to, meno freq. …-tu-ì-…] agg.
Gabrielli: gratuito  [gra-tù-i-to] raro, poet. [gra-tu-ì-to]
Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia).

IL VERBO dire non è un verbo “tuttofare” e spesso si adopera al posto di altri verbi piú appropriati. Come sempre pilucchiamo qua e là dai vari giornali e riviste. In corsivo il verbo dire e in parentesi quello “appropriato”. Molti sono i concorrenti, disse (annunciò) il direttore, e qui disse (snocciolò) una serie di nomi; il giocatore ha avuto da dire  (un diverbio) con l’arbitro; l’imputato, interrogato dal giudice, si è detto (dichiarato, protestato) innocente; amici cari, ora vi dirò (spiattellerò) in faccia la verità; Mario ha detto (proposto) a Federico di fare una gita al mare; ti dico (assicuro),  mio caro, che le cose sono andate come ti ho detto (raccontato); il candidato, se eletto, ha detto (assicurato) che manterrà le promesse; credo che le cose siano andate in questo modo, ma non lo posso dire (affermare) con certezza; Giuseppe gli disse (confidò) in tutta segretezza ciò che aveva appreso.
 
È IMPROPRIO l’uso del termine conseguente nell’accezione di coerente e simili (anche se questo uso ha la "benedizione "di qualche vocabolario). Il vocabolo significa che vien dietro a qualcosa. Non scriveremo o diremo, quindi, sii conseguente con quello che dici ma, correttamente: sii coerente con ciò che dici.
ALCUNI ritengono i verbi  “accentare” e  “accentuare” l’uno sinonimo dell’altro e li adoperano indifferentemente. Le cose non stanno affatto cosí; facciamo, dunque, un po’ di chiarezza. Il primo (accentare) significa “mettere l’accento”: accentare i giorni della settimana; il secondo sta per “aumentare”, “mettere in evidenza”, “rendere piú marcato”: il freddo, in questi giorni, si va accentuando.  Alcuni vocabolari però...  Se amate la lingua non seguiteli.
UN GIORNALE locale titolava: “È una ragazza mezzo matta”. Perché “mezzo” e non  “mezza”? È corretto il titolo? Correttissimo, gentili amici. Mezzo, come aggettivo, concorda nel genere e nel numero con il sostantivo al quale è preposto: mezza mela; mezzi sigari; mezze pagine; mezzi fogli. Quando, invece, è posposto al sostantivo al quale è unito con la congiunzione  “e” resta invariato perché assume il valore di sostantivo con il significato di  “una metà”: due ore e mezzo, vale a dire due ore e “una metà” di un’ora; cinque chili e mezzo, cioè cinque chili e  “una metà” di un chilo. Resta altresí invariato, con valore avverbiale e significato di  “a metà”, quando è unito a un aggettivo per attenuarne il significato: ragazze  “mezzo” matte, vale a dire matte  “a metà”; la casa era  “mezzo” diroccata, cioè diroccata  “a metà”; le luci sono  “mezzo” spente, ossia spente  “a metà”; aveva gli occhi  “mezzo” chiusi, non chiusi interamente. Nell’uso, però, queste distinzioni non vengono osservate anche se è un errore (e non tutti i linguisti concordano) scrivere, per esempio, le cinque e mezza. Un plauso, quindi, al giornale che – una volta tanto – ha rispettato le leggi grammaticali lasciando mezzo invariato: ragazza  “mezzo” matta.