Visite dal primo febbraio 2017

giovedì 25 maggio 2017

Un gruppo di bambini "giocava" o "giocavano"?


Ci siamo imbattuti, casualmente, in un sito che tratta di "questioni linguistiche"  rimanendo sconcertati. Perché? Perché "dissertando" sull'accordo del verbo con i nomi collettivi il responsabile del portale ammette una sola possibilità. No, le possibilità sono due. La "legge grammaticale" consente di mettere il verbo tanto nella forma singolare tanto in quella plurale quando il collettivo è seguito da un complemento di specificazione. È corretto, infatti, dire o scrivere sia "un gruppo di bambini giocava in giardino" sia "un gruppo di bambini giocavano in giardino". Dal sito in questione:
Che verbo useremo per un nome collettivo? Ho voluto scrivere questo post perché noto spesso, sia leggendo qua e là che ascoltando le perle di saggezza alla televisione, l’uso della persona singolare, quando invece ci vorrebbe il plurale.
Facciamo degli esempi per chiarire la situazione.
·         Una massa di dimostranti irruppero in piazza: è l’errore più comune. Il soggetto è “una massa” e è singolare. Quindi vuole il verbo al singolare. La frase corretta è: una massa di dimostranti irruppe in piazza.
·         Un’orda di uomini armati che urlavano: qui va bene l’uso del plurale, perché c’è il “che”, pronome relativo che lega gli uomini armati al verbo urlare. Se avessimo accostato il verbo al soggetto “orda”, la frase sarebbe risultata un po’ stonata: un’orda di uomini armati che urlava. Differente il risultato in quest’altra frase: l’orda di uomini armati fu distrutta. In questo caso il verbo da usare è solo il singolare.
·         Un mucchio di macerie ostacolavano la strada: altro errore frequente. D’accordo che sono le macerie a ostacolare la strada, ma non tutte, soltanto un mucchio. Il soggetto è singolare e il verbo va quindi al singolare: un mucchio di macerie ostacolava la strada. In alternativa si può scrivere: un mucchio di macerie, che ostacolavano la strada, fu tolto da un mezzo dei soccorsi. Di nuovo l’uso del pronome “che” collega il plurale di macerie al verbo plurale.
In conclusione, per non sbagliare, fate sempre attenzione al soggetto della frase, a cui deve seguire una forma verbale adatta.
Quanti di voi fanno spesso questo errore coi nomi collettivi?
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No, amici, ribadiamo: con i nomi collettivi il verbo può essere tanto al singolare quanto al plurale. Nessun errore, dunque.


 



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mercoledì 24 maggio 2017

"Pedanterie linguistiche"


Darsi la pena di...

Quanto stiamo per scrivere - siamo certi - non avrà l’ «approvazione» di qualche linguista che dovesse imbattersi, per caso, in questo sito. Comunque...
Il sostantivo femminile “pena” che, a seconda del contesto, può significare “castigo”, “punizione”, “sanzione”, “tormento”, “compassione” ricorre in numerose locuzioni “francesizzanti” che in buona lingua andrebbero evitate, anche se “immortalate” negli scritti di autori classici. Vediamole. “Prendersi la pena di...” o “Darsi la pena di...”: Giovanni si dia la pena di rispondermi al piú presto. In buona lingua meglio: Giovanni si prenda la briga di (o locuzioni simili) rispondermi al piú presto; “Aver pena a...”: Luigi non avrà troppa pena a fare quel lavoro. Molto meglio: Luigi non avrà troppa difficoltà a fare quel lavoro; “Valer la pena di...”: Vale la pena di ignorare tutto ciò che dice. In lingua sorvegliata si dirà: Conviene, è meglio ignorare tutto ciò che dice; “A pena di...”: I trasgressori sono soggetti a pena di multa. Meglio: I trasgressori sono soggetti a una multa.
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Adempiere e adempire
Il verbo “adempiere” appartiene alla schiera dei cosí detti verbi sovrabbondanti perché ‘abbonda’ di coniugazioni: adempiere e adempire. Entrambi i verbi significano “soddisfare”, “eseguire”, “esaudire, “mantenere” e simili. Buona parte dei vocabolari, sbrigativamente, classificano il verbo tra quelli della seconda coniugazione. No, amici, adempiere, finendo in “-ere” è, sí, della seconda ma non adempire che, terminando in “-ire” si classifica tra i verbi della III coniugazione. Adempiere e adempire, insomma, pur essendo fratelli, seguono due coniugazioni diverse. Adempiere segue la II coniugazione, come ‘temere’; adempire segue la III terza come ‘finire’ e come quest’ultimo in alcune voci prende l’infisso “-isc-” tra il tema e la desinenza. Entrambi sono transitivi. Si sconsiglia, quindi, l’uso “imperante” di adoperarli intransitivamente: adempiere a un dovere. Si dirà, correttamente, adempiere un dovere. Nei tempi composti si adopera l’ausiliare avere. I coniugatori di verbi in rete non fanno distinzione alcuna “mischiando” le due coniugazioni. 
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Scrittoio e scrivania

I due sostantivi (scrittoio e scrivania) - anche se i vocabolari ci smentiscono - non sono l’uno sinonimo dell’altro; non si “potrebbero”, quindi, adoperare indifferentemente. Il primo termine indica lo studio, la stanza, cioè, dove si scrive. Deriva, infatti, dal tardo latino “scriptorium”, di qui l’italiano antico “scrittorio”. Lo “scriptorium”, dunque, era la sala del convento dove i frati amanuensi copiavano i manoscritti. La scrivania, invece, indica il tavolino, la tavola, il mobile per scrivere ed è un denominale provenendo da “scrivano”, il “tavolino dello scrivano”. Dovremmo dire, per tanto, volendo essere particolarmente pedanti, rispettando l'etimologia, “che il dr Pasquali si è recato nello scrittoio per prendere gli occhiali dimenticati sulla scrivania”.
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Per la serie "la lingua biforcuta della stampa"
Quindici giorni, la prognosi diagnosticata dai medici.
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Povera prognosi, sempre maltrattata dalla stampa. O la fanno diventare un reparto ospedaliero (che non è, ovviamente) o, addirittura, un trauma o una malattia.

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Il nostro libro, scaricabile, gratuitamente, dalla rete.




lunedì 22 maggio 2017

Una degustazione di grammatica moderna


 

di Salvatore Claudio Sgroi *

 Il volumetto di Alvise Andreose, Nuove grammatiche dell'italiano. Le prospettive della linguistica contemporanea (Carocci 2017, pp. 166) si caratterizza come un avviamento selettivo alla moderna grammatica dell'italiano, soprattutto la sintassi (pp. 33-134) rispetto alla morfologia (pp. 135-40) e alla fonologia (pp. 141-50), a parte una introduzione storico-teorica su nozioni saussuriane e chomskyane (pp. 11-32) e una aggiornata bibl. ragionata (pp. 151-66). Ma manca un indice delle parole tecniche e degli ess., utile per una consultazione pur occasionale. Destinatari del testo chi voglia cogliere le differenze tra la tradizionale grammatica scolastica e la teoria grammaticale moderna degli ultimi 30 anni. Lo sforzo del lettore sarà quindi duplice. Capire termini, definizioni teoriche moderne (con inevitabili divergenze terminologiche) e nel contempo confrontare tali nozioni con quanto egli ha depositato nella sua coscienza metalinguistica lungo il suo percorso scolastico (13/17 anni, se diplomato/laureato). Il bilancio sarà positivo se grazie alla nuova teoria sarà in grado di superare le contraddizioni della grammatica tradizionale e soprattutto se riuscirà a cogliere meglio il funzionamento della lingua nazionale, o evidenziare i punti ancora poco chiari. Dell'italiano si privilegiano qui gli usi più istituzionali, normativamente "corretti", rispetto a quelli più variabili, pur qua e là accennati.
Chi preferisce a un'analisi selettiva una trattazione più sistematica potrebbe ricorrere per es. alla "Grammatica: parole, frasi, testi dell'italiano" di Angela Ferrari e Luciano Zampese (Carocci pp. 406) (su cui cfr. La grammatica? Una teoria al servizio della lingua).
L'A. si rifà soprattutto alle grammatiche particolarmente innovative (soprattutto Renzi-Salvi-Cardinaletti 1988-19951/20012, Schwarze 1988 tr. it. 2009, Andorno 2003, Salvi-Vanelli 2004, Prandi-De Santis 2004-2011, Simone-Berruto-D'Achille 2010-11, ecc. Scarta quindi quelle più tradizionali: Serianni 1988, Dardano-Trifone 1983-1997, ecc. Ma omette anche Vittorio Coletti Grammatica dell'italiano adulto (il Mulino 2015), pur sensibile alle "valenze".
In un'ottica contrastiva rispetto alla grammatica scolastica Andreose distingue (cap. 9.1), all'interno delle frasi (genericamente) "subordinate" o "dipendenti", due tipi. (A) le frasi "nucleari" o "argomentali", perché secondarie sì ma essenziali alla principale, es. (i) Piero vuole [che tu gli dia il gelato], (ii) [Comportarsi] così è inutile, (iii) Ritengo [di essere innocente], (iv) Non so [che cosa pensi] e (B) le "frasi extra-nucleari" realmente secondarie in quanto non necessarie alla principale, a loro volta distinte in (B-1) "avverbiali" o "circostanziali" o "margini", così le causali, le finali, le temporali, ecc., per es. [Dopo essere arrivato] mi ha telefonato, ecc. E ancora (B-2) le "attributive" ovvero le relative appositive, es. Passami l'incartamento [che ti riguarda]".
Particolarmente illuminante è l'analisi dei verbi intransitivi (cap. 7), ora distinti in "inergativi" i.e. intr. con avere, es. ho telefonato e in "inaccusativi" i.e. intr. con essere, es. sono partito. La distinzione consente ora di capire le possibili trasformazioni sintattiche con i due tipi di verbi: (a) Ne sono partiti due (cfr. ne guadagna molti) ma non *ne hanno telefonato; (b) Partita Alessandra (cfr. accompagnata Alessandra), sono uscito, ma non *Telefonato/a Alessandra, sono uscito; (c) È tornata la luce Versus Il bambino tossiva (anziché *Tossiva il bambino), ecc.
Innovative sono altresì le nozioni di "tema" (o "topic") e "rema" (cap. 8.1), che ora fanno capire meglio la differenza pragmatico-comunicativa tra l'attivo e il passivo, in frasi come (i) "Elisa [tema, oltre che soggetto sintattico, esperiente semantico] non ha visto Giovanni [rema]" e "Giovanni [tema, ecc.], non è stato visto da Elisa [rema]" (pp. 97-98).
Il lettore potrà anche stupirsi di ritrovare la nozione di "soggetto semantico", che richiama inevitabilmente la vecchia nozione di "soggetto logico", riferita a dativi quali "A Maria", "mi", "A Paola" negli ess. A Maria piacciono molto i bambini e Mi interessano molto questo argomento (p. 99), A Paola, rincresceva molto della situazione (p. 100).
Ma anche l'oggetto sintattico ("lo") e il dativo ("gli") sono etichettati come "soggetto semantico" in frasi con soggetto indefinito, quali "Lo hanno tamponato in tangenziale" e "Gli hanno dato una multa".
Nuova anche l'analisi delle "frasi ridotte" (cap. 9.4), tradizionalmente "complementi predicativi dell'oggetto", es. "immaturo" in "Silvia ritiene Tobia [(che sia) immaturo]"; e "soddisfatto" in "Matteo sembra [soddisfatto]" a partire da "Sembra che Matteo sia soddisfatto".  Ma è "frase ridotta" anche il compl. "al mare" in frasi quali "Ti credevo [(che tu fossi) al mare]".
I cosiddetti "verbi a ristrutturazione" (cap. 9.3.2) con "risalita del clitico", caratterizzano ess. quali "lo posso vedere" (mono-frasale), più frequenti nell'italiano meridionale, Versus "posso farlo" (bi-frasale).
Notevoli anche le "costruzioni fattitive / percettive" (cap. 9.3.1), es. "L'ho visto / scalare il muro" bi-frasale Versus "Gli ho visto scalare il muro" monofrasale con un "gli" dativo non proprio facile da spiegare.
Le frasi "copulative" (con essere) (cap. 8.4) sono distinte in "predicative" (es. Irene è la titolare della cattedra), "locative" (es. Le chiavi sono sul tavolo, l'appuntamento è tra poco), "specificative" (es. La titolare della cattedra è Irene), "presentative" (es. sul tavolo ci sono le chiavi) e "identificative" (es. L'uomo col basco è mio fratello p. 105).
Il lettore potrà continuare la degustazione, se ha ancora voglia, con le "costruzioni marcate", i.e.  frasi dislocate, a destra e a sinistra, tema sospeso, anteposizione contrastiva, frasi scisse, la deissi, e tutto il resto.

* Docente di linguistica generale presso l'Università di Catania

Autore tra l'altro di

--Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica: dalla parte del parlante (Utet 2010);

-- Scrivere per gli italiani nell'Italia post-unitaria (Cesati 2013);

--Dove va il congiuntivo?  (Utet 2013);

-- Il linguaggio di Papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali (Libreria Editrice Vaticana 2016)

domenica 21 maggio 2017

Insolentire e prorogare


Due parole su un verbo non comune: insolentire. Questo verbo, deaggettivale, può essere tanto intransitivo quanto transitivo e a seconda del significato, nei tempi composti, prende lausiliare essere o avere. Quando sta per diventare insolente” si coniugherà con essere”: Giovanni, crescendo, è insolentito. Prenderà lausiliare avere” quando vale adoperare parole insolenti, “inveire contro qualcuno”: Giuseppe, essendo stato contraddetto, ha insolentito contro tutti i presenti. In questultimo caso si può costruire anche transitivamente significando, appunto, offendere, oltraggiare” e simili: Giuseppe, essendo stato contraddetto, ha insolentito tutti i presenti.


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Abbiamo notato che molte persone danno al verbo “prorogare” un significato che non ha: rimandare, differire, aggiornare, rinviare e simili. Il verbo in oggetto significa “prolungare nel tempo, continuare oltre il tempo stabilito. È usato correttamente, quindi, in frasi tipo “i termini di scadenza sono stati prorogati al 5 settembre” (prima il termine fissato era il 28 agosto, per esempio). Non è usato correttamente, invece, in espressioni tipo “ludienza è stata prorogata a data da destinarsi (come si legge spesso sulla stampa). In questi casi il verbo corretto da usare è “rinviare, “rimandare, aggiornare. Voi, amici cari, cercate di non cadere in questo...  trabocchetto tollerato da certi vocabolari.

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E sempre a proposito di verbi, alcuni vocabolari attestano "mancare" intransitivo, altri transitivo e altri ancora "ambivalente", ovvero transitivo e intransitivo. Da parte nostra seguiamo le indicazioni del vocabolario Palazzi, che lo attesta esclusivamente intransitivo specificando che «essendo intransitivo è errore usarlo col complemento oggetto; perciò non dirai: mancare il colpo, ma fallirlo ; mancare lo scopo, ma non riuscire allo scopo; mancare una promessa, ma venir meno alla promessa, mancare alla promessa; mancare una speranza, deluderla. Sulla stessa linea il "Dizionario Grammaticale" di Vincenzo Ceppellini.

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La parola proposta da questo portale e non "lemmata" in buona parte dei vocabolari dell'uso: acanino. Aggettivo, non schiettamente italiano, che vale bello, dolce, caro, amato, soave e simili. È tratto dal siciliano "acaninu" e questo dall'arabo "hanin" (caro).




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Sempre per la serie "la lingua biforcuta della stampa"


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Il verbo "vantare" è transitivo, regge, quindi, il complemento oggetto: vantare qualcosa. Nella forma riflessiva deve essere seguito da un infinito preceduto dalla preposizione "di": si vantava di...

(Nella pagina interna il titolo è stato opportunamente emendato)